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I -
UNA COSMOGONIA ESIODEA NELLE TERRE BOREALI
Il mito della Notte e del Giorno,
Nótt e
Dagr, riportato da Snorri in
Gylfaginning
[10], sembra essere una cosmogonia ben distinta da quella in cui figurano
Ymir e i figli di
Borr. Questa storia è un masso erratico che
giunge da qualche lontanissimo passato per finire infine fissato per sempre
nell'opera di Snorri. È evidente che Snorri si ispirò a fonti oggi scomparse,
perché, se i personaggi di Nǫrfi,
Nótt e
Dagr sono citati anche nell'Ljóða Edda, personaggi come
Auðr,
Annarr e Naglfari compaiono
unicamente nell'Prose
Edda.
In questo mito, Nótt
viene data in sposa successivamente a tre enigmatici personaggi:
-
Da Naglfari ha il
figlio Auðr.
-
Da Annarr la figlia
Jǫrð.
-
Da Dellingr il
figlio Dagr.
Chi sono questi personaggi?
Nótt e Dagr sono ovviamente la «notte»
e il «giorno». Che la prima sia detta madre del secondo è indicativo di un
pensiero filosofico che vede le tenebre come primitive rispetto alla luce. Si
tratta di un motivo noto a molte cosmogonie, presente tra l'altro nella stessa
Bibbia.
Jǫrð è invece la «terra» (cfr. anglosassone eorde/eorþe, inglese
earth, tedesco Erde), che in seguito ricomparirà quale madre del dio
del tuono Þórr. Si noti che nel mito di
Ymir, la terra viene creata dalla carcassa
del macroantropo sacrificato, mentre in questa tradizione la Terra è figlia
della Notte.
Riguardo agli altri personaggi, poco possiamo dire, ché
l'etimologia ci aiuta poco o nulla a decifrarne il carattere o la natura.
Si tratta in ogni caso di una cosmogonia simile, nel tono e
negli intenti, a quella fornita da Hēsíodos nel mito greco. Alcuni degli attori in
gioco sono gli stessi. Nótt è chiaramente
da mettere in correlazione all'antica dea greca Nýx,
la «notte dalle nere ali». La filiazione della Terra dalla Notte si trova in
diverse tradizioni elleniche. Nei miti orfici, ad esempio, l'unione tra
Nýx e suo padre Érōs,
aveva prodotto la dea-terra Gê e il dio-cielo
Ouranós. Ma se è possibile stabilire delle
connessioni analogiche tra la cosmogonia norrena e quella greca, più complesso e
delicato è cercare di provare una relazione precisa tra l'una e l'altra
tradizione.
Nondimeno, alcuni autori ci hanno provato. L'inglese Brian
Branston, in un suo vecchio studio, ha cercato di forzare l'etimologia di molti
dei nomi norreni al fine di stabilire precisi paralleli tra le due cosmogonie
(Branston 1955). Ad esempio, ha avvicinato
Auðr (il cui nome in norreno vuol dire
innanzitutto «ricchezza» ma, come aggettivo, «deserto, vuoto, desolato») al
concetto di caos primigenio, alla terra «informe e vuota» dei primissimi
versetti del
Bərēʾšîṯ,
la «Genesi», e lo ha interpretato
quindi come «spazio», con un preteso rimando al greco aithḗr «etere». In
quanto a Naglfari, personaggio
dall'etimologia poco chiara (il suo nome sembra composto da nagl «unghia»
e fari «viaggiatore»), viene collegato da Branston a un'idea di tenebra e
oscurità, e tradotto col discutibile «oscurante». Quasi automatica, su questa
base, la correlazione tra Naglfari e il
greco Érebos.
Annarr «secondo» è
probabilmente da identificare con Óðinn.
In Gylfaginning [9], parlando di
Óðinn, Snorri dice infatti che «Jǫrð
fu sua figlia e sua sposa». In tal caso, però, Branston ritiene che la figura di
Óðinn/Annarr
si sia sovrapposta a una figura ancora più antica quale originario sposo di
Nótt.
Il terzo marito di Nótt,
Dellingr, deriva il suo nome da un
deglingr «aurora, alba», e Snorri afferma appartenga alla stirpe degli
Æsir. Branston ne interpreta
abbastanza giustamente il nome come «luminoso» e lo riconduce – qui forzando
nuovamente le etimologie – all'antico dio-cielo indoeuropeo *DʲĒW-
> *DEJW-. Si tratterebbe, secondo il nostro autore, di un epiteto
che avrebbe preso vita indipendente, più che di un personaggio a sé stante. È
allora possibile, su questa base, che
Naglfari esprima un concetto antitetico, tale che si possa in tal caso
ricondurlo al cielo notturno. La pretesa opposizione tra
Dellingr e
Naglfari, seguendo questa linea di
pensiero, viene assimilata da Branston a quella che a Roma sussisteva tra
Iuppiter e Veiovis, il
cielo nel suo aspetto diurno e luminoso quanto in quello magico e notturno.
La conclusione di Branston è che i tre sposi di
Nótt siano in realtà tre aspetti di uno
stesso personaggio (il cielo, diurno e notturno), il quale si unì alla Notte
dando origine alle Etere, alla Terra e al Giorno. Egli ricorda, a questo punto,
che nella Teogonia di Hēsíodos,
Nýx si unì a suo fratello
Érebos e da lui ebbe, Hēméra «giorno» e
Aithḗr «etere». (Branston
1955)
Egli stesso fornisce, nel suo libro, un parallelo tra le due
cosmogonie:
Detto questo, bisogna però ammettere che tale parallelo è molto fragile. Come
abbiamo visto, le interpretazioni di alcuni dei nomi è forzata.
Etimologicamente, Naglfari non ha nulla
a che vedere con l'«oscurità», e Auðr non
ha niente a che fare con l'«etere» o lo «spazio». La loro assimilazione con
Érebos e Aithḗr è
dunque fuorviante.
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II - IL SOLE E LA LUNA... E I
LORO CARRI
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| Solvognen |
| Carro solare ritrovato a
Trundholm (Danimarca), risalente all'età del bronzo (circa 1400 a.C.). |
Una caratteristica del pensiero cosmologico dei popoli indoeuropei era la
concezione del sole e della luna che si muovevano in cielo su carri trainati da
cavalli. Troviamo quest'idea in luoghi lontani tra loro come la Grecia e
l'India. Che fosse ben radicata anche nell'antichità dei popoli germanici lo
dimostra, secoli prima dei monumenti letterari del Medioevo scandinavo, il
famoso carro solare [solvognen] ritrovato a Trundholm, in Danimarca, e
risalente all'età del bronzo (circa 1400 a.C.).
Tali carri solari e lunari, nelle varie mitologie dove sono attestati, hanno
aurighi appositamente incaricati di permettere ai due astri di percorrere il
loro cammino giornaliero e notturno. Talvolta, anzi, come nella mitologia greca,
insorge confusione tra l'astro stesso e il suo auriga. Qualcosa del genere
avviene anche nella mitologia nordica, dove il sole e la luna vennero a
confondersi, in epoca tarda, con la fanciulla e il ragazzo che guidavano
rispettivamente il carro solare e quello lunare. Per i Germani, infatti, come
anche per Slavi e Balti, il sole [Sól] è
femminile e la luna [Máni] maschile.
Nella più antica versione del mito, quella riferita nel
Vafþrúðnismál, il sole e la luna (Sól e Máni)
sono figli di Mundilfǿri, e non c'è
dubbio che qui si parli proprio dei due astri:
Hvaðan máni um kom,
svá at ferr menn yfir,
eða sól it sama. |
Da dove la luna è venuta,
lei che sugli uomini va,
e il sole ugualmente? |
Mundilfæri heitir,
hann er mána faðir
ok svá Sólar it sama;
himin hverfa
þau skolo hverjan dag
ǫldom at ártali. |
Mundilfǿri si
chiama
colui che fu il padre della luna
e del sole ugualmente;
il cielo percorreranno
quei due ogni giorno
per segnare agli uomini il tempo. |
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Ljóða Edda >
Vafþrúðnismál
[22-23] |
Ma Snorri complica le cose quando ci narra che Mundilfǿri non fu padre tanto del sole
e della luna, quanto di due ragazzi che vennero chiamati
Sól e Máni
poiché erano talmente belli da essere paragonabili al sole e alla luna.
| Sá maðr er nefndr Mundilfǿri er átti tvau bǫrn. Þau
váru svá fǫgr ok fríð at hann kallaði annat Mána en dóttur sína Sól, ok gipti
hana þeim manni er Glenr hét. En guðin reiddusk þessu ofdrambi ok tóku þau
systkin ok settu upp á himin, létu Sól keyra þá hesta er drógu kerru sólarinnar,
þeirar er guðin hǫfðu skapat til at lýsa heimana af þeiri síu er flaug ór
Muspellsheimi. [...]. Máni stýrir gǫngu tungls ok ræðr nýjum ok niðum. |
Hár disse:
«Un uomo che si chiamava Mundilfǿri
ebbe due figli. Essi erano così belli e gentili che egli chiamò suo figlio
Máni e sua figlia
Sól e diede questa in sposa a quell'uomo che
si chiamava Glenr. Ma gli dèi si adirarono
per questa insolenza, presero i due fratelli e li posero in cielo, costringendo
Sól a cavalcare quei cavalli che tirano il
carro del sole, che gli dèi avevano creato per illuminare il mondo con quella
favilla che era sfuggita dal
Múspellsheim. [...]. Máni dirige il
corso della luna e governa le sue fasi. |
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Snorri Sturluson: Prose Edda
> Gylfaginning [11] |
Mundilfǿri è un
personaggio che appartiene a un'antichità portentosa: sembra logico presumere
che la versione del
Vafþrúðnismál sia la più vicina al mito
originale e che Snorri abbia in realtà editato una confusione riguardo agli
astri stessi e ai loro aurighi.
Una curiosità del carro del sole, riferita dalle fonti
scandinave, era la necessità di disporre di appositi ripari
che difendessero i cavalli e il loro auriga dal calore
solare. In
Grímnismál
[37] si parla di uno strumento chiamato ísarnkol,
nascosto sotto i petti dei cavalli. Secondo Zoëga,
ísarnkol deriva da ísarn «ferro» – che più
spesso si trova nella forma contratta járn – e da kol, che sarebbe una
forma di kaldr «freddo», col senso complessivo di «ferro freddo»
(Zoëga 1910).
Snorri propone di vedere nell'ísarnkol un «otre di
vento» [vinbelgr], cioè una specie di mantice, ossia
un utensile che produce aria. Sia Giorgio Dolfini che Gianna
Chiesa Isnardi presumono che il mantice stesso sia fatto di
ferro
(Isnardi 1975, Dolfini 1975). Ma più
di un dubbio sorge sul fatto che una poema alto-medievale
come l'Edda potesse
citare uno strumento così specifico, tanto più che i
mantici nell'antichità non erano fatti con parti di ferro:
pare che fossero veri e propri otri o bisacce di pelle.
Non è un caso che persino il termine italiano «mantice»
derivi dal latino medievale manticum, ovvero
«borsa, bisaccia».È molto probabile che questo
ísarnkol fosse, almeno in origine, un riparo metallico, forse in analogia
con lo scudo Svalinn che in
Grímnismál
[38] è detto proteggere
l'intera terra dal fulgore solare (senza di esso, infatti, i
monti brucerebbero e il mare evaporerebbe).
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III - IL VOLTO DELLA LUNA: AVVENTURE DI DUE
BAMBINI CHE ANDAVANO AL POZZO
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| Jack and Jill |
Che
Bil e
Hjúki siano collegati alla luna [Máni],
è cosa ovvia. Detto questo, gli studiosi si sono a lungo interrogati sul
significato da dare al mito riportato da Snorri in
Gylfaginning
[11]. Secondo il racconto di Snorri,
Bil e
Hjúki erano sorella e fratello.
Máni li aveva rapiti mentre si recavano ad
attingere acqua al pozzo, affinché lo aiutassero nella regolazione delle fasi
lunari. Snorri non amplia molto il suo racconto ma ci fornisce non solo il nome
del pozzo (Byrgir), ma addirittura quello
del secchio (Sǿgr) e del bastone (Símul)
portati dai due bambini.
Ma chi sono costoro? E che cosa vi è dietro il loro rapimento da parte di
Máni?
Generalmente le interpretazioni storiche
hanno visto nel racconto di Snorri un mito eziologico di qualche caratteristica
o attività lunare. Gli studiosi si sono perlopiù divisi nell'interpretare i due
fanciulli come rappresentazione dei canali lunari (Thorpe
1851), o come gli agenti delle fasi della luna. In particolare,
Bil e
Hjúki
potrebbero essere le personificazioni della luna
calante e della luna crescente (Holtsmark 1945).
L'ipotesi più probabile è che
Bil e
Hjúki, col loro
bastone e il loro secchio, siano le immagini paraidoliche che gli
antichi scandinavi vedevano nel disco della luna piena. Snorri insiste sul fatto
che la loro presenza sul disco lunare sia visibile dalla terra [svá sem
sjá má af jǫrðu]. L'ipotesi viene suggerita per la prima volta da Jacob
Grimm, il quale ricorda che, fino a tempi piuttosto recenti, gli svedesi
vedevano sul volto della luna piena due persone che trasportano un secchio
appeso a un bastone. Il grande filologo ottocentesco riteneva che il mito del
rapimento di Bil e
Hjúki fosse tipico della Scandinavia e non necessariamente
estendibile a tutti i popoli germanici.
(Grimm 1835)
Il racconto di
Bil e
Hjúki, ignoto alla
Ljóða
Edda,
ha un'aria indiscutibilmente popolana, e forse già i
vichinghi lo raccontavano ai loro bambini nelle
notti di luna piena. È possibile che Snorri lo abbia
attinto non tanto dalla letteratura mitologica,
bensì da tradizioni o canti popolari.
Indubitabilmente, però, ha lasciato tracce nelle
tradizioni folkloristiche.
Bil ok Hjúki sono infatti Jack and Jill
della popolare filastrocca inglese, che andarono a
prendere acqua al pozzo in cima alla collina ma poi
caddero e rotolarono giù con tutto il secchio
(Branston 1955). La
filastrocca fu pubblicata per la prima volta nel 1765 nelle Mother Goose's
Melody
di John Newbery (1713-1767). Non si fa alcuna
menzione alla luna, e il rapimento pare sostituito
da un solenne quanto incomprensibile capitombolo.
L'apparente mancanza di senso è in realtà
rivelatrice dell'antichità della vicenda, non più
compresa già al tempo in cui era scaduta a
filastrocca popolare.
Nella versione italiana, Jack and Jill
sono diventati, con una certa assonanza, Cecco e Gina. Riportiamo, a titolo
di curiosità, la filastrocca nell'originale inglese e
la sua versione italiana:
Jack and Jill
went up the hill
to fetch a pail of water;
Jack fell down, and broke his
crown,
and Jill came tumbling
after. |
Cecco e Gina
vanno al pozzo
che sta in cima alla collina.
Cade Cecco, cade il secchio,
dietro a lor rotola Gina. |
Then up Jack got,
and home did trot,
as fast as he could caper.
They put him to bed, and plastered his head,
with vinegar and brown
paper. |
Quando a casa
ritornò,
Cecco al letto si
ficcò
e con un impiastro in testa
passò al letto anche la
festa! |
|
Filastrocca
popolare [#10266] |
Sempre secondo Grimm, l'immagine di Bil e
Hjúki si sarebbe in seguito trasformata, in ambiente
cristiano, nella tradizionale figura paraidolica dell'Uomo nella Luna, immaginato con un
fascio di rovi sulle spalle e una scure in mano. Forse questi è da identificare
con Viðfinnr, padre di
Bil e
Hjúki
(Branston 1955).
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IV - IL VOLTO DELLA LUNA: STORIA DI UN UOMO
CHE LAVORAVA NEI GIORNI DI FESTA
Personaggio ancor più
enigmatico,
Viðfinnr, padre di
Bil e
Hjúki,
è stato prudentemente identificato con l'Uomo della Luna, che nel
folklore popolare si diceva fosse stato mandato sulla luna
come punizione per aver fatto legna di domenica (Branston 1955).
Si tratta forse, come già Bil e
Hjúki, di un'altra figura la cui immagine paraidolica si può
indovinare, con un po' di fantasia, sulle ombre del disco
lunare. L'Uomo della Luna, ha a sua volta il suo archetipo in quell'anonimo personaggio biblico
che ebbe la malaugurata idea di andare a far legna di sabato:
|
Factum est autem, cum essent filii Israel in
solitudine et invenissent hominem colligentem ligna
in die sabbati [...]. Dixitque Dominus ad Moysen:
«Morte moriatur homo iste; obruat eum lapidibus
omnis turba extra castra». Cumque eduxissent eum
foras, obruerunt lapidibus; et mortuus est, sicut
praeceperat Dominus. |
I figli d'Israele erano
ancora nel deserto quando trovarono un
uomo che raccoglieva legna di sabato.
[...]. Il Signore disse a Mosè: «Muoia quell'individuo: tutta la
comunità lo lapidi con pietre fuori
dall'accampamento». E la comunità
lo condusse fuori dall'accampamento, lo
lapidarono con pietre e morì
nel modo che il Signore aveva ordinato a Mosè. |
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Bəmiḏbār «Numeri» [XV:
32-36] |
In Dante, il personaggio è lo stesso Caino, idea tuttora presente
nella tradizione popolare italiana.
Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda: |
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Inferno
[XX: 123-126] |
Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui? |
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Paradiso
[II: 48-50] |
Nel Paradiso, Dante si chiede addirittura quale sia la natura
delle macchie scure sul volto della Luna che, dalla Terra,
paiono come l'immagine di Caino. La risposta che egli stesso
si fornisce è che quelle macchie dipendano dalla diversa
densità della Luna stessa.
Nella tradizione medievale,
l'Uomo della Luna veniva raffigurato mentre
trasportava una scure, un pesante cespuglio spinoso (la legna
che aveva raccolto di domenica), una lanterna (si
supponeva fosse andato a far legna di notte
sperando che nessuno lo vedesse) e, chissà
perché, un cane. La figura è formata dal Maria
Serenitatis, Tranquilitatis e Fœcunditatis.
Il fastello spinoso corrisponde al Mare Vaporum e al
Lacus Somniorum. La lanterna è forse il cratere
Tycho, il cane è visto nel Mare Crisium.
Con tutti questi accessori,
l'Uomo della Luna appare nel dramma
rappresentato da Bottom e
dalla sua compagnia di scalcinati teatranti nel
Sogno
di Shakespeare. L'attore chiamato a impersonare il
«chiaro di luna» così si
presenta:
|
All that I have to say, is to tell you, that the
Lanthorne is the Moone; I, the man in the Moone;
this thorne bush, my thorne bush; and this dog, my
dog. |
Tutto quel che avevo da dirvi è che la lanterna
rappresenta la luna, che io sono l'Uomo nella Luna,
che questo fastello di spine è il mio fastello di
spine e che questo cane è il mio cane. |
|
William Shakespeare:
Midsummer Night's Dream [Atto V] |
Detto questo, bisogna però ammettere che di
Viðfinnr
non sappiamo praticamente nulla, e che il suo unico
collegamento con il mondo lunare è dato dall'essere padre di
Bil e
Hjúki, i due
fanciulli le cui immagini erano stagliate sul disco lunare.
È forse la possibile etimologia del suo nome, Viðfinnr
«mago del bosco», ad aver suggerito l'associazione allo
sventurato taglialegna che si era messo in testa di lavorare
la domenica? I dati, come si vede, sono molto incerti, e
l'interpretazione è fragilissima.
|
|
IV -
UN RITORNO ALLE FIABE: I LUPI NELLA MITOLOGIA NORRENA
I lupi, oggi animali in via d'estinzione e per questo
protetti in molti paesi, costituivano nella Scandinavia medievale un serio
pericolo per gli uomini e per gli animali domestici. Non c'è dunque da stupirsi
se questi magnifici animali fossero considerati esseri malvagi e perversi,
intelligenti come gli uomini e vicini alle forze distruttive della natura. In
questa veste, i lupi sono stati ereditati dalle fiabe della tradizione popolare,
come ad esempio in Cappuccetto Rosso.
La mitologia nordica è ricca di questi esseri famelici,
crudeli, spesso neppure distinti dai giganti se non per la forma esteriore.
Venivano addirittura inseriti nei miti cosmologici ed escatologici, e ad alcuni
di essi veniva attribuito un ruolo di primo piano nella distruzione del mondo.
Il lupo Hati è detto
figlio di Hróðvitnir «lupo famoso» in due
fonti:
Gylfaginning [12] e
Grímnismál
[39], e Hróðvitnir non è altri che
il lupo Fenrir, come veniamo a sapere da
una scena in cui il dio Týr risponde a
Loki:
Handar em ek vanr,
en þú Hróðrsvitnis,
bǫl er beggja þrá;
ulfgi hefir ok vel,
er í bǫndum skal
bíða ragnarǫkrs. |
Io una mano ho perso
ma tu Hróðvitnir
penoso rimpianto per entrambe le cose.
Né è contento il lupo
che incatenato deve
attendere ragnarǫk.. |
|
Ljóða Edda > Lokasenna [39] |
Il riferimento è ovviamente alla leggenda, narrata da Snorri
(Gylfaginning [34])
dove Týr, perdette la sua mano per
permettere agli dèi di incatenare Fenrir.
La
Vǫluspá ci informa in molti
punti che Fenrir si sarebbe liberato nel
giorno di ragnarǫk, e nel corso
dell'ultima battaglia avrebbe ucciso Óðinn.
Non è certo invece se
Mánagarmr «lupo della luna» sia da identificare con
Hati. In realtà
Gylfaginning [12], l'unica fonte che citi
Mánagarmr, pare distinguerlo
nettamente da Hati. Come lupi divoratori
del sole e della luna, Skoll,
Hati e
Mánagarmr appartengono a quella vasta
categoria di mostri cosmici, conosciuti alle mitologie di tutto il mondo e
responsabili delle eclissi.
|
| V - LA
«FAMIGLIA DEL FREDDO»
Val la pena soffermarsi su quella che possiamo chiamare, secondo la felice
definizione di Henrik Schück, la «famiglia del freddo»
(Schück 1906). Si tratta della stirpe del gigante
Fornjótr, il cui nome è stato
interpretato come «antico gigante» o «primo possessore [della terra]»
(Isnardi 1977 | Isnardi 1991). Le tradizioni che
riguardano costui e la sua stirpe, tuttavia, non ci vengono da testi mitologici
ma da saghe storiche o pseudostoriche, dalle quali tuttavia è forse possibile
ricostruire qualche sorta di antica genealogia di creature elementali.
La tradizione più completa è trasmessa dall'incipit della
Orkneyjnga saga, «Saga degli uomini delle
Orcadi», dove leggiamo:
|
Fornjótr hefir konungr heitit. Hann réð fyrir Gotlandi, er
kallat er Finnland ok Kvenland. Þat er fyrir austan hafsbotn þann, er gengr til
móts við Gandvík; þat kǫllum vér Helsingjabotn. Fornjótr átti þrjá syni. Hét
einn Hlér, er vér kǫllum Ægi, annarr Logi, þriði Kári. Hann var faðir Frosta,
fǫður Snæs ins gamla. Hans sonr hét Þorri... |
C'era un re di nome Fornjótr.
Egli regnava sul Gotland e su quelle terre chiamate Finnland e Kveland, che si
estendono a oriente del Gandvík, golfo che noi chiamiamo di Helsingjabotn.
Fornjótr aveva tre figli. Il primo si
chiamava Hlér, che noi chiamiamo
Ægir, il secondo
Logi e il terzo
Kári. Questo fu il padre di
Frosti, il padre di
Snær inn gamli, il «vecchio». Il figlio di questi si chiamava
Þorri... |
|
Orkneyjnga Saga [1] |
Con maggiori dettagli, troviamo la medesima genealogia
riferita nel trattato Hversu Noregr byggðist,
«Come la Norvegia fu popolata»:
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Fornjótr hét maðr. Hann átti þrjá sonu. Var einn Hlér, annarr
Logi, þriði Kári. Hann réð fyrir vindum, en Logi fyrir eldi, Hlér fyrir sjó.
Kári var faðir Jǫkuls, fǫður Snæs konungs, en bǫrn Snæs konungs váru þau Þorri,
Fǫnn, Drífa ok Mjǫll. Þorri var konungr ágætr. Hann réð fyrir Gotlandi,
Kvenlandi ok Finnlandi. |
Un uomo si chiamava Fornjótr;
aveva tre figli. Il primo si chiamava Hlér,
il secondo Logi e il terzo
Kári. Questi governava sui venti,
Logi sul fuoco,
Hlér sul mare.
Kári era il padre di
Jǫkull, padre di re
Snær. I figli di Snær erano
Þorri, Fǫnn,
Drífa e Mjǫll.
Þorri fu un eccellente sovrano. Regnava sul
Gotland, il Kvenland e il Finnland. |
|
Hversu Noregr byggðist |
In una fonte latina medievale, il
Supplementum Historiæ Norvegicæ, troviamo questo passo:
|
Ferniotus, rex Finlandiæ filios tres habuit: Logie, flamma,
creditus in ignem imperium gerere. Hic alias ob præstantiam formæ Halogiæ:
excelsa flamma dictus est, a quo Hálogaland [...]. Káre ventus, creditus idem à
cæcis ethnicis in divorum numero ut Æolus quidam ventis præesse; Hlǿr idem etiam
Ægier dictus est mare. Creditus post fata ut alter Neptunus maris dominium
habere. |
Fornjótr, re di Finlandia
ebbe tre figli: Logi, «fiamma», del quale
si ritiene abbia il dominio sul fuoco. Costui è altrimenti detto, per la
particolare bellezza, Hálogi, «eccelsa fiamma», da cui Hálogaland [...].
Kári, «vento», che i ciechi abitanti del
luogo ritengono nel consesso degli dèi preposto ai venti come quel certo
Æolus.
Allo stesso modo il mare è detto Hlér e
anche Ægir. Si ritene che dopo la morte
abbia il dominio dei mari come un altro Neptunus. |
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Supplementum Historiæ Norvegicæ [c1] |
Quest'ultimo testo ci assicura anche, esplicitamente, che
Frosti e
Jǫkull siano la stessa persona, una
personificazione del gelo, rendendo coerenti le genealogie sopra fornite:
«Frostus [...] alias Iøcull, à gelu sic
dictus». (Isnardi
1977)
È evidente che Fornjótr
e i suoi discendenti siano esseri mitologici, creature legate agli elementi. I
tre figli di Fornjótr, cioè
Ægir,
Logi e Kári, sono legati
rispettivamente al mare, al fuoco e al vento, elementi che essi governano o con
i quali sono identificati tout-court. I figli di
Kári, poi, hanno nomi che li connettono
alla sfera del freddo: Frosti «gelo»
(detto Jǫkull «ghiacciaio»),
Snær «neve», Þorri
«mese del quarto vento» (cioè il mese da gennaio e febbraio, anche se
l'etimologia rimane incerta), Fǫnn «nevischio»,
Mjǫll «neve fresca», Drífa
«tormenta di neve». Si tratta di personaggi allegorici, figure di giganti
primordiali che rappresentano l'inverno e i suoi elementi, in tutta la loro
potenza e ostilità.
Il fatto che le fonti definiscano
Fornjótr e i suoi discendenti come degli antichi sovrani finni, non è
probabilmente motivo di stupore. Nelle saghe, il Finnland è visto come la terra
del gelo primordiale, patria di maghi e sciamani dai poteri potentissimi. È
questa la versione che ci fornisce lo stesso Snorri nella
Ynglinga saga, in due episodi che si svolgono nelle lontane
regioni finniche.
Nel primo di essi, Vanlandi, durante un viaggio
nel Finnland, sposa Drífa figlia di
Snær (qui nella tarda ortografia
Snjár),
ma in seguito la abbandona per tornare in Sviþjóð; lei gli lancia allora un
potente incantesimo facendolo morire (Ynglinga saga
[13]). Nel secondo episodio, un discendente di
Vanlandi, re Agni, scende in battaglia
contro Frosti, un capo dei Finnar.
Frosti cade nello scontro e
Agni prende prigionieri i suoi due figli,
Logi e Skjálf.
Skjálf viene violentata da
Agni, ma in seguito si vendica facendo ubriacare il re e quindi
impiccandolo nel sonno.
| Þat var eitt sumar, er Agni konungr fór
með her sinn á Finnland, gékk þar upp ok herjaði. Finnar drógu saman lið mikit
ok fóru til orrostu. Frosti er nefndr hǫfðingi þeirra. Varð þar orrosta mikil,
ok fékk Agni konungr sigr; þar féll Frosti ok mikit lið með honum. Agni konungr
fór herskildi um Finnland, ok lagði undir sik, ok fékk stórmikit herfang. Hann
tók ok hafði með sér Skjálf, dóttur Frosta, ok Loga bróður hennar. |
Un'estate re Agni
si era recato nel Finnland col suo esercito e, sbarcato, s'era dato al
saccheggio. I Finni raccolsero una grossa truppa, dando battaglia. Il loro capo
si chiamava Frosti. Si accese un furioso
combattimento, e re Agni ottenne la vittoria. Cadde
là Frosti e molti uomini con lui. Re
Agni saccheggiò il Finnland, lo sottomise e fece
grandissimo bottino. Catturò e tenne presso di se Skjálf,
figlia di Frosti, e
Logi suo fratello. |
| Snorri
Sturluson: Ynglinga saga [19] |
Se nella Ynglinga saga,
Logi è detto essere figlio di
Frosti, Snorri non dimentica tuttavia che
egli era considerato figlio di Fornjótr.
Più tardi, trattando della tragica morte di re Óláfr
Trételgja nell'incendio della propria casa, egli cita un passo tratto
dall'Ynglingatal di Þjóðólf or Hvínir, dove,
in una kenning, il fuoco è chiamato «figlio di
Fornjótr» (Ynglingatal
[29] | Ynglinga saga [43]).
In quanto alle due Edda, esse
ci riferiscono soprattutto le leggende riguardanti
Ægir, dio del mare. Esso è presente in due
poemi eddici, l'Hymiskvíða e il
Lokasenna, dove è rappresentato nella veste
di birraio degli dèi. Nella stessa veste egli appare nel secondo libro dell'Edda di
Snorri, lo Skáldskaparmál, in cui è anzi
proprio il convivio divino alla sua corte, con
Ægir che domanda al dio-poeta Bragi
l'origine delle kenningar, a offrire l'occasione per Snorri di raccontare
le leggende che sono alla base delle metafore scaldiche.
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Bibliografia
- BRANSTON Brian: Gods of the North.
Thames & Hudson, Londra 1955. → ID. Gli dèi del nord.
Mondadori, Milano 1991.
- CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Gudbrand: An
Icelandic.English Dictionary. Oxford, 1874.
- DE VRIES Jan: Altgermanische Religionsgeschichte.
1957.
- ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Edda di Snorri.
Rusconi, Milano 1975.
- ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Leggende e miti
vichinghi. Rusconi, Milano 1977.
- ISNARDI Gianna Chiesa: I miti nordici.
Longanesi, Milano 1991.
- POLIA Mario: Vǫluspá: I detti di colei che vede.
Il Cerchio, Rimini 1983.
- SCARDIGLI Piergiuseppe [cura] ~ MELI Marcello [trad.]:
Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano 1982.
- SCHÜK Henryk: Studier i Ynglingatal. In:
Uppsala Universitetes Årsskrift. Uppsala 1906.
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BIBLIOGRAFIA ► |
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