MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
IL TEMPO E GLI ELEMENTI
LUPI CHE CORRONO IN CIELO
L'assetto del cosmo e del tempo era il risultato, tra i vichinghi, di una genealogia cosmica dai tratti quasi esiodei, segno indiscutibile di un pensiero cosmogonico profondo e meditato.

1 - IL COMPUTO DEL TEMPO

ice la vǫlva:

Andarono allora gli dèi tutti
divinità santissime
alla notte e alle fasi lunari
al mattino dettero un nome
al pomeriggio e alla sera

Andarono allora gli dèi tutti
divinità santissime
alla notte e alle fasi lunari
al mattino dettero un nome
al pomeriggio e alla sera

 

ai troni del giudizio,
e su questo deliberarono:
nome imposero;
e al mezzogiorno,
per contare gli anni.

ai troni del giudizio,
e su questo deliberarono:
nome imposero;
e al mezzogiorno,
per contare gli anni.

Terminata la creazione del mondo, Óðinn, Vili e presero le scintille che volavano nell'aria, spruzzate fuori da Múspellsheimr, e le posero nel mezzo del Ginnungahiminn, il cielo degli abissi, sopra e sotto, in modo da illuminare il cielo e la terra.

A quel tempo il sole e la luna vagavano liberi nel cielo, del tutto ignari delle loro virtù e del loro destino. Le stelle parimenti non avevano né leggi né dimore. Così i figli di Óðinn misero ordine nel firmamento, dando a tutti gli astri un posto e un ruolo. Ad alcuni li posero fissi nella volta del cielo, per altri stabilirono una rotta da percorrere. Volsero a sud il corso del sole e diedero nome al mattino e alla sera, al mezzogiorno e al pomeriggio. Misurarono le fasi lunari e imposero a esse un ordine e una durata. Regolarono i meccanismi del firmamento, dando all'universo ordine e stabilità. Furono stabilite in questo modo le divisioni dei giorni, il calcolo dei mesi e degli anni. E così iniziò il computo del tempo.

Dagr e Nótt ( 1984)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)
Nótt (✍ 1887)
Dipinto di Peter Nicolai Arbo (1831-1892), dipinto.
Museo: [Peter Nicolai Arbo, Soggetti mitologici]►

2 - IL GIORNO E LA NOTTE

iveva in Jǫtunheimr un gigante chiamato Nǫrfi. Aveva una figlia il cui nome era Nótt «notte», scura e bruna come tutti i membri della sua stirpe. Fu data in sposa a un uomo che si chiamava Naglfari: loro figlio ebbe nome Auðr. In seguito fu maritata con colui che si chiamava Annarr e loro figlia fu Jǫrð «terra». Infine l'ebbe in moglie Dellingr e loro figlio fu Dagr «giorno». Questi era luminoso e splendente come suo padre.

Allora Óðinn prese Nótt e Dagr, diede loro due destrieri e due carri e li pose nel cielo perché corressero ogni giorno attorno alla terra. Per prima cavalca Nótt con il cavallo di nome Hrímfaxi «criniera di brina»: la schiuma dal morso ogni mattina fa gocciolare sulla terra, donde la rugiada piove sulle valli. Il cavallo di Dagr ha nome Skinfaxi «criniera lucente»: e cielo e terra sono illuminati dallo splendore della sua criniera.

Dagr
Dipinto di Peter Nicolai Arbo (1831-1892), dipinto.
Museo: [Peter Nicolai Arbo, Soggetti mitologici]►

3 - IL SOLE E LA LUNA

n uomo si chiamava Mundilfǿri. Aveva due figli. Erano così belli e splendenti che chiamò il figlio Máni e la figlia Sól, come la luna e il sole, e diede questa in sposa all'uomo di nome Glenr. Ma gli dèi, colpiti dalla sua arroganza, rapirono fratello e sorella e li posero in cielo.

Fecero guidare a Sól i cavalli che trainavano il carro solare, costruito dagli dèi per illuminare il mondo con una scintilla presa nel Múspellheimr. I due cavalli si chiamavano Árvakr e Alsviðr. Sotto le scapole dei destrieri gli dèi posero due mantici di ferro per rinfrescarli durante la loro corsa. Svalinn ha nome lo scudo che fu messo davanti al sole: se fosse tolto da quel posto mari e monti avvamperebbero. Máni fu preposto ai movimenti della luna, oltre che al crescere e al calare delle sue fasi.

E vi è ancora una ragione per cui Sól e Máni corrono nel cielo senza mai fermarsi, ed è che sono eternamente inseguiti da due lupi...

Bil e Hjúki ( 1909)
Autore sconosciuto (Klugh 1909)

4 - GLI AIUTANTI DELLA LUNA

ue fanciulli si chiamavano Bil e Hjúki ed erano figli di Viðfinnr. Una sera, essi si stavano allontanando dal pozzo di Byrgir, portando sulle spalle il secchio chiamato Sǿgr e il bastone detto Símul. Máni li rapì dalla terra perché lo aiutassero nella regolazione delle fasi lunari.

Questi due fanciulli si possono scorgere sul disco lunare, insieme con il loro bastone e il loro secchio.

5 - LA STIRPE DEI LUPI

na vecchia orchessa viveva a est di Miðgarðr, nella foresta degli alberi di ferro, a Járnviðr. La vecchia procreò giganti in forma di lupi, e li allevò.

È da questo luogo che vengono Skoll e Hati, figli di Hróðvitnir (Fenrir). Skoll è il lupo che corre dietro al sole e nell'ultimo giorno lo raggiungerà e lo sbranerà. Quello che le corre davanti è Hati.

Ed è detto anche che da questa stirpe proviene un potentissimo lupo che è chiamato Mánagarmr «Cane della luna»: egli si nutre della carne di tutti gli uomini che muoiono e sarà lui che alla fine del mondo ingoierà la luna e imbratterà di sangue tutto il cielo e la terra.

La vecchia siede a oriente
e laggiù nutre
Di tutti quelli
distruttore della luna

Si nutre della vita
arrossa le case degli dèi

 

in Járnviðr
la stirpe di Fenrir.
uno solo si fa
in forma di troll

degli uomini destinati a morire,
con sangue scarlatto...

Skoll e Hati ( 2009)
Akreon. Disegno
6 - L'ESTATE E L'INVERNO

a a che cosa si deve la differenza per cui le estati sono calde e gli inverni freddi? Tutti lo sanno spiegare. Svásuðr si chiamava il gigante padre di Sumar «estate». Egli viveva una vita così felice che da lui prese nome ciò che era ameno e piacevole [sváslekt]. Il padre di Vetr «inverno» invece era un gigante che alcuni dicono si chiamasse Vindsvalr (mentre altri dicono Vindlóni); egli era figlio di Vásaðr. Essi erano parenti severi e d'animo freddo e Vetr aveva il loro carattere.

7 - IL MARE, IL FUOCO E IL VENTO

Ægir, Rán e le loro nove figlie (1893)
Jenny Nyström (1854-1946)
 Illustrazione (Sanders 1893)

giganti, che sono sapientissimi perché la loro stirpe risale alle origini del mondo, hanno potere sugli elementi della natura. Si narra che un antico gigante detto Fornjótr, che alcuni dicono regnasse sulle gelide terre del Finnland. Da lui era discesa una progenie potente e famosa: i suoi figli furono infatti Ægir, Logi e Kári.

Ægir (detto anche Hlér o Gymir) è il signore del mare. La sua sposa ha nome Rán. Ella possiede una rete con la quale raccoglie gli annegati e li trasporta nella sua dimora. Le nove figlie di Hlér e Rán sono le onde del mare. Esse preparano la birra per cui Ægir è giustamente famoso, tanto che è presso la sua sala che gli dèi si radunano per bere e brindare.

Logi è il signore del fuoco divoratore. Era chiamato Hálogi, «fiamma eccelsa», ed era sovrano della provincia che da lui prese il nome, l'Hálogaland.

Kári è il vento. Suo figlio Frosti «freddo» (detto anche Jǫkull) ha potere sul freddo e sul ghiaccio. Il figlio di questi si chiama Snær «neve». Snær ha a sua volta tre figli: Þorri «mese del quarto vento», il signore della seconda metà dell'inverno, Fǫnn «nevischio» e Mjǫll «neve fresca»; e una figlia, Drífa «tormenta di neve».

Altri tuttavia dicono che Logi e sua sorella Skjálf fossero figli di Frosti, e che vendicarono loro padre quando egli fu ucciso da re Agni degli Ynglingar.

8 - HRÆSVELGR, L'AQUILA DEI VENTI

a da dove proviene il vento? Esso è così forte che scuote i vasti mari e attizza il fuoco. Tuttavia, forte com'è, non lo si può vedere poiché fu fatto in maniera mirabile.

Nella parte del cielo che volge a nord vive un gigante che si chiama Hræsvelgr. Ha l'aspetto di un'aquila. Quando muove le ali, sotto di esse si formano tutti i venti che soffiano sul mondo.

Come afferma il gigante Vafþrúðnir:

Hræsvelgr ha nome           chi sta al limite del cielo
il gigante, l'aspetto di un'aquila:
dalle sue ali           dicono venga il Vento
su tutti gli uomini.
Fonti

1 Cit. Ljóða Edda > Vǫluspá [5-6]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [8]
2 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [11-14 | 24-25]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [10]
3 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [22-23]
Ljóða Edda > Grímnismál [37-39]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [11-12]
4 Ljóða Edda > Vǫluspá [40-41]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [12]
5 Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [11]
Ljóða Edda > Vǫluspá [40-41]
6 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [26-27]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [19]
7 Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [13 | 19 | 43]
Þjóðólf or Hvínir: Ynglingatál [29]
Orkneyjnga saga [1]
Supplementum Historiæ Norvegicæ [c1]
Hversu Noregr byggðist
8 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [36-37]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [18]

I - UNA COSMOGONIA ESIODEA NELLE TERRE BOREALI

Il mito della notte e del giorno, Nótt e Dagr, riportato da Snorri in Gylfaginning [10], sembra essere una cosmogonia ben distinta da quella in cui figurano Ymir e i figli di Borr. Questa storia è un masso erratico che giunge da qualche lontanissimo passato per finire infine fissato per sempre nell'opera di Snorri. I personaggi di Nǫrfi, Nótt e Dagr sono citati innanzitutto in un passo della Ljóða Edda, dove leggiamo:

Dellingr heitir,
hann er Dags faðir,
en Nótt var Nǫrvi borin;
ný ok nið
skópo nýt regin
ǫldom at ártali.
Dellingr si chiama
colui che fu il padre di Dagr,
e Nótt da Nǫrfi nacque;
luna piena e luna nuova
crearono gli dèi propizi
per segnare agli uomini il tempo.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [25]

Snorri conosceva sicuramente questa strofa, ma si ispirò evidentemente anche a fonti oggi scomparse, perché fornisce una genealogia assai più complessa, introducendo altri personaggi, oltre a quelli qui citati, come Auðr, Annarr e Naglfari, i quali compaiono unicamente nella Prose Edda.

Nǫrfi eða Narfi hét jǫtunn er bygði í Jǫtunheimum. Hann átti dóttur er Nótt hét. Hon var svǫrt ok døkk sem hon átti ætt til. Hon var gipt þeim manni er Naglfari hét. Þeira sonr hét Uðr. Því næst var hon gipt þeim er Annarr hét. Jǫrð hét þeira dóttir. Síðarst átti hana Dellingr, var hann Ása ættar. Var þeira sonr Dagr. Var hann ljóss ok fagr eptir faðerni sínu. Nǫrfi o Narfi si chiamava un gigante che abitava in Jǫtunheimr. Egli aveva una figlia, che si chiamava Nótt, la quale era scura di carnagione e nera di capelli, come si addiceva alla sua stirpe. Ella era moglie di un uomo chiamato Naglfari. Loro figlio fu Auðr. In seguito fu sposata a uno che si chiamava Annarr. La loro figlia si chiamò Jǫrð. Infine ebbe Dellingr, che era della stirpe degli Æsir. Loro figlio fu Dagr. Egli era luminoso e bello come suo padre.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [10]

In questo mito, Nótt, figlia di Nǫrfi, viene data in sposa successivamente a tre enigmatici personaggi:

  1. Da Naglfari ha il figlio Auðr.

  2. Da Annarr la figlia Jǫrð.

  3. Da Dellingr il figlio Dagr.

Chi sono questi personaggi? Iniziamo da Nǫrfi, di cui sappiamo soltanto che sia un gigante primordiale, padre di Nótt. Il personaggio è anche citato in un passo dell'Alvíssmál, dove leggiamo:

Segðu mér þat, Alvíss,
ǫll of rǫk fira
vǫrumk, dvergr,at vitir,
hvé sú nótt heitir,
in Nǫrvi kennda,
heimi hverjum í?
Rispondimi, Alvíss,
ogni cosa conosci,
tu, dvergr, del destino degli uomini:
come chiama la notte,
la figlia di Nǫrfi,
in ogni mondo?
Ljóða Edda > Alvíssmál [29]

L'etimologia di queto nome è poco chiara e anche il dizionario antico-islandese si limita a riportare, alla voce Narfi, la laconica dicitura «nome proprio», peraltro attestato in alcuni toponimi, come Narfa-eyrr in Islanda (Cleasby ~ Vigfússon 1874). Viktor Rydberg riconduce molti nomi simili nel dossier di Nǫrfi, di fatto dilatando il numero di lezioni possibili (Rydberg 1886). Tuttavia, molte delle ricorrenze da lui citate, si riferiscono a Narfi figlio di Loki, il cui rapporto di onomimia con Nǫrfi è forse soltanto un refuso di Snorri. Anche il Narfi citato da Egill Skallagrímsson nell'ultima strofa del Sonatorrek è il figlio di Loki (l'espressione «sorella di Narfi» [Njǫrva nipt] indica infatti la dea Hel, al cui regno il poeta si sente irresistibilmente attratto). Infine, il Neri che citato quale «congiunto» delle Nornir in Helgakviða Hundingsbana in fyrri [4], non ha probabilmente nulla a che vedere con il nostro personaggio.

Ma passiamo a Nótt e Dagr, che sono ovviamente la «notte» e il «giorno». Che la prima sia detta madre del secondo è indicativo di un pensiero filosofico che vede le tenebre come primitive rispetto alla luce. Si tratta di un motivo noto a molte cosmogonie, presente tra l'altro nello stesso Bǝrēʾšîṯ. Jǫrð è invece la «terra» (cfr. anglosassone eorde/eorþe, inglese earth, tedesco Erde), che in seguito ricomparirà quale madre del dio del tuono Þórr. Si noti che nel mito del sacrificio di Ymir, la terra viene creata dalla carcassa del macroantropo sacrificato, mentre in questa tradizione Jǫrð è figlia di Nótt.

Tutta questa cosmogonia è assai simile, nel tono e negli intenti, a quella fornita da Hēsíodos nella Theogonía. Alcuni degli attori in gioco sono gli stessi. Nótt è chiaramente da mettere in correlazione all'antica dea greca Nýx, la «notte dalle nere ali». La filiazione della terra dalla notte si trova in diverse tradizioni elleniche. Nei miti orfici, ad esempio, l'unione tra Nýx e suo padre Érōs, aveva prodotto la dea-terra G e il dio-cielo Ouranós. Ma se è possibile stabilire delle connessioni analogiche tra la cosmogonia norrena e quella greca, più complesso e delicato è cercare di provare una relazione precisa tra l'una e l'altra tradizione.

Nondimeno, alcuni autori ci hanno provato. L'inglese Brian Branston, in un suo vecchio studio, ha cercato di forzare l'etimologia di molti dei nomi norreni al fine di stabilire precisi paralleli tra le due cosmogonie (Branston 1955). Ad esempio, ha avvicinato Auðr (il cui nome vuol dire innanzitutto «ricchezza» ma, come aggettivo, «deserto, vuoto, desolato») al concetto di kháos esiodeo, al ṯōhû wā ḇōhû, la terra «informe e vuota» dei primissimi versetti del Bǝrēʾšîṯ, e lo ha interpretato quindi come «spazio», con un preteso rimando al greco aithḗr, «etere». In quanto a Naglfari, personaggio dall'etimologia poco chiara (il suo nome sembra composto da nagl, «unghia», e fari, «viaggiatore»), viene collegato da Branston a un'idea di tenebra e oscurità, e tradotto col discutibile «oscurante». Quasi automatica, su questa base, la correlazione tra Naglfari e il greco Érebos.

Annarr «secondo» è probabilmente da identificare con lo stesso Óðinn, stando a una curiosa affermazione di Snorri, secondo il quale «la terra [Jǫrð] fu sua figlia e sua moglie»:

Jǫrðin var dóttir hans ok kona hans. Af henni gerði hann hinn fyrsta soninn, en þat er Ásaþórr. Honum fylgði afl ok sterkleikr, þar af sigrar hann ǫll kvikvendi. La terra [Jǫrð] fu sua figlia e sua moglie. Da essa [Óðinn] ebbe il primo figlio, che è Ásaþórr: lo accompagnano virtù e forza, e per questo egli vince su tutti gli altri esseri viventi.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [9]

In tal caso, però, Branston ritiene che la figura di Óðinn/Annarr si sia sovrapposta a una figura ancora più antica quale originario sposo di Nótt.

Assai interessante il terzo marito di Nótt, Dellingr, che deriva il suo nome da un deglingr «aurora, alba». Snorri afferma appartenga alla stirpe degli Æsir. Esso è pure citato più volte nella Hervarar saga ok Heiðreks, dove è utilizzato come formula di introduzione a molti indovinelli proposti da Gestumblindi a re Heiðrekr. La formula è la seguente:

Hvat er þat undra,
er ek úti sá
fyr Dellings durum?
Quale portento
vidi per via
davanti alle porte di Dellingr?
Hervarar saga ok Heiðreks [X]

Poiché Dellingr è il padre del giorno, Dagr, è probabile che l'espressione «davanti le porte di Dellingr» [fyr Dellings durum] vada interpretata come «sul far del mattino», «all'alba».

Branston ne interpreta abbastanza giustamente il nome come «luminoso» e lo riconduce – forzando nuovamente le etimologie – all'antico dio-cielo indoeuropeo *DʲĒW- > *DEJW-. Si tratterebbe, secondo il nostro autore, di un epiteto che avrebbe preso vita indipendente, più che di un personaggio a sé stante. È allora possibile, su questa base, che Naglfari esprima un concetto antitetico, tale che si possa in tal caso ricondurlo al cielo notturno. La pretesa opposizione tra Dellingr e Naglfari, seguendo questa linea di pensiero, viene assimilata da Branston a quella che a Roma sussisteva tra Iuppiter e Veiovis, il cielo nel suo aspetto diurno e luminoso quanto in quello magico e notturno.

La conclusione di Branston è che i tre sposi di Nótt siano in realtà tre aspetti di uno stesso personaggio (il «cielo», diurno e notturno), il quale si unì alla «notte» dando origine all'«etere», alla «terra» e al «giorno». Egli ricorda, a questo punto, che nella Theogonía di Hēsíodos, Nýx si unì a suo fratello Érebos e da lui ebbe, Hēméra, il «giorno», e Aithḗr, l'«etere». (Branston 1955)

Egli stesso fornisce, nel suo libro, un parallelo tra le due cosmogonie:

Detto questo, bisogna però ammettere che tale parallelo è molto fragile. Come abbiamo visto, le interpretazioni di alcuni dei nomi è forzata. Etimologicamente, Naglfari non ha nulla a che vedere con l'«oscurità», e Auðr non ha niente a che fare con l'«etere» o lo «spazio». La loro assimilazione con Érebos e Aithḗr è dunque fuorviante.

II - IL SOLE E LA LUNA... E I LORO CARRI

Solvognen (±1400 a.C.)
Carro solare ritrovato a Trundholm (Danimarca), risalente all'età del bronzo.

Una caratteristica del pensiero cosmologico dei popoli indoeuropei era la concezione del sole e della luna che si muovevano in cielo su carri trainati da cavalli. Troviamo quest'idea in luoghi lontani tra loro come la Grecia e l'India. Che fosse ben radicata anche nell'antichità dei popoli germanici lo dimostra, secoli prima dei monumenti letterari del Medioevo scandinavo, il famoso carro solare [solvognen] ritrovato a Trundholm, in Danimarca, e risalente all'età del bronzo (circa 1400 a.C.).

Tali carri solari e lunari, nelle varie mitologie dove sono attestati, hanno aurighi appositamente incaricati di permettere ai due astri di percorrere il loro cammino giornaliero e notturno. Talvolta, anzi, come nella mitologia greca, insorge confusione tra l'astro stesso e il suo auriga. Qualcosa del genere avviene anche nella mitologia nordica, dove il sole e la luna vennero a confondersi, in epoca tarda, con la fanciulla e il ragazzo che guidavano rispettivamente il carro solare e quello lunare. Per i Germani, infatti, come anche per Slavi e Balti, il sole [Sól] è femminile e la luna [Máni] maschile.

Nella più antica versione del mito, quella riferita nel Vafþrúðnismál, il sole e la luna (Sól e Máni) sono figli di Mundilfǿri, e non c'è dubbio che qui si parli proprio dei due astri:

Hvaðan máni um kom,
svá at ferr menn yfir,
eða sól it sama.
Da dove la luna è venuta,
lei che sugli uomini va,
e il sole ugualmente?
Mundilfæri heitir,
hann er mána faðir
ok svá Sólar it sama;
himin hverfa
þau skolo hverjan dag
ǫldom at ártali.
Mundilfǿri si chiama
colui che fu il padre della luna
e del sole ugualmente;
il cielo percorreranno
quei due ogni giorno
per segnare agli uomini il tempo.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [22-23]

Ma Snorri complica le cose quando ci narra che Mundilfǿri non fu padre tanto del sole e della luna, quanto di due ragazzi che vennero chiamati Sól e Máni poiché erano talmente belli da essere paragonabili al sole e alla luna.

Sá maðr er nefndr Mundilfǿri er átti tvau bǫrn. Þau váru svá fǫgr ok fríð at hann kallaði annat Mána en dóttur sína Sól, ok gipti hana þeim manni er Glenr hét. En guðin reiddusk þessu ofdrambi ok tóku þau systkin ok settu upp á himin, létu Sól keyra þá hesta er drógu kerru sólarinnar, þeirar er guðin hǫfðu skapat til at lýsa heimana af þeiri síu er flaug ór Muspellsheimi. [...]. Máni stýrir gǫngu tungls ok ræðr nýjum ok niðum. Hár disse: «Un uomo che si chiamava Mundilfǿri ebbe due figli. Essi erano così belli e gentili che egli chiamò suo figlio Máni e sua figlia Sól e diede questa in sposa a quell'uomo che si chiamava Glenr. Ma gli dèi si adirarono per questa insolenza, presero i due fratelli e li posero in cielo, costringendo Sól a cavalcare quei cavalli che tirano il carro del sole, che gli dèi avevano creato per illuminare il mondo con quella favilla che era sfuggita dal Múspellsheim. [...]. Máni dirige il corso della luna e governa le sue fasi.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [11]

Mundilfǿri è un personaggio che appartiene a un'antichità portentosa: sembra logico presumere che la versione del Vafþrúðnismál sia la più vicina al mito originale e che Snorri abbia in realtà editato una confusione riguardo agli astri stessi e ai loro aurighi. Il nome stesso di questo personaggio presente delle ambiguità sconcertanti e viene di solito interpretato come «viaggiatore del tempo», «[colui che] muove il tempo», «[colui che] si muove secondo movimenti determinati» (Gering 1892 | Isnardi 1975 | Isnardi 1991). Si veda al riguardo la scheda filologica.

Schedario: [Mundilfǿri | Sól | Máni | Glenr]

III - I DESTRIERI DI SÓL

I nomi dei cavalli del sole, Árvakr e Alsviðr, «[colui che] si sveglia presto» e il «tutto ardente», sono citati innanzitutto tra nell'elenco dei «nomi dei destrieri» [hesta heiti], nelle þulur. Nel Grímnismál si parla anche del «riparo di ferro» [ísarnkol] posto sotto i petti dei cavalli in modo da ripararsi dal bagliore del sole.

Árvakr ok Alsviðr,
þeir skolo upp heðan
svangir sól draga;
en und þeira bógóm
fálo blíð regin
æsir, ísarnkol.
Árvakr e Alsviðr,
da qui devono trascinare
faticosamente il sole;
ma sotto i loro petti
nascosero gli dèi
Æsir, un riparo di ferro.
Ljóða Edda > Grímnismál [37]

Nel Sigrdrífumál troviamo un elenco di «posti» dove sono incise delle rune, tra cui nelle orecchie di Árvakr e sulle cose di Alsviðr.

Á skildi kvað ristnar,
þeim er stendr fyr skínandi goði,
á eyra Árvakrs
ok á Alsvinns hófi,
á því hvéli, er snýsk
undir reið Hrungnis,
á Sleipnis tǫnnum
ok á sleða fjǫtrum.
Caratteri incisi su scudi, disse,
per chi dirimpetto s'erga dinanzi al dio splendente,
sulle orecchie di Árvakr,
sugli zoccoli di Alsviðr,
anche sulla ruota che gira
sotto il carro di Hrungnir,
sui denti di Sleipnir,
sulle corregge della slitta.
Ljóða Edda > Sigrdrífumál [15]

Ma è Snorri a definire nei dettagli il mito di Sól e Máni, usando come fonte il brano prima riportato del Grímnismál e aggiungendo qualche dettaglio:

En guðin [...] tóku þau systkin ok settu upp á himin, létu Sól keyra þá hesta er drógu kerru sólarinnar, þeirar er guðin hǫfðu skapat til at lýsa heimana af þeiri síu er flaug ór Muspellsheimi. Þeir hestar heita svá: Árvakr ok Alsviðr. En undir bógum hestanna settu guðin tvá vindbelgi at kǿla þá, en í sumum frǿðum er þat kallat ísarnkol. Ma gli dèi [...] presero i due fratelli e li posero in cielo, costringendo Sól a cavalcare quei cavalli che tirano il carro del sole, che gli dèi avevano creato per illuminare il mondo con quella favilla sfuggita dal Múspellsheimr. Quei cavalli si chiamano Árvakr e Alsviðr, sotto le cui spalle gli dèi hanno messo due otri di vento per rinfrescarli, che in qualche cronaca sono dette ísarnkol.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [11]

Una curiosità del carro del sole, riferita dalle fonti scandinave, era la necessità di disporre di appositi ripari che difendessero i cavalli e il loro auriga dal calore solare. In Grímnismál [37] si parla di uno strumento chiamato ísarnkol, nascosto sotto i petti dei cavalli. Secondo Zoëga, ísarnkol deriva da ísarn «ferro» – che più spesso si trova nella forma contratta járn – e da kol, che sarebbe una forma di kaldr «freddo», col senso complessivo di «ferro freddo» (Zoëga 1910). Snorri propone di vedere nell'ísarnkol un «otre di vento» [vinbelgr], cioè una specie di mantice, ossia un utensile che produce aria. Sia Giorgio Dolfini che Gianna Chiesa Isnardi presumono che il mantice stesso sia fatto di ferro (Isnardi 1975 | Dolfini 1975). Ma più di un dubbio sorge sul fatto che una poema alto-medievale come l'Edda potesse citare uno strumento così specifico, tanto più che i mantici nell'antichità non erano fatti con parti di ferro: pare che fossero veri e propri otri o bisacce di pelle. Non è un caso che persino il termine italiano «mantice» derivi dal latino medievale manticum, ovvero «borsa, bisaccia». È molto probabile che questo ísarnkol fosse, almeno in origine, un riparo metallico, forse in analogia con lo scudo Svalinn che in Grímnismál [38] è detto proteggere l'intera terra dal fulgore solare (senza di esso, infatti, i monti brucerebbero e il mare evaporerebbe).

IV - IL VOLTO DELLA LUNA: AVVENTURE DI DUE BAMBINI CHE ANDAVANO AL POZZO

Jack and Jill

Che Bil e Hjúki siano collegati alla luna [Máni], è cosa ovvia. Detto questo, gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato da dare al mito riportato da Snorri in Gylfaginning [11]. Secondo il racconto di Snorri, Bil e Hjúki erano sorella e fratello. Máni li aveva rapiti mentre si recavano ad attingere acqua al pozzo, affinché lo aiutassero nella regolazione delle fasi lunari. Snorri non amplia molto il suo racconto ma ci fornisce non solo il nome del pozzo (Byrgir), ma addirittura quello del secchio (Sǿgr) e del bastone (Símul) portati dai due bambini. Ma chi sono costoro? E che cosa vi è dietro il loro rapimento da parte di Máni?

Generalmente le interpretazioni storiche hanno visto nel racconto di Snorri un mito eziologico di qualche caratteristica o attività lunare. Gli studiosi si sono perlopiù divisi nell'interpretare i due fanciulli come rappresentazione dei canali lunari (Thorpe 1851), o come gli agenti delle fasi della luna. In particolare, Bil e Hjúki potrebbero essere le personificazioni della luna calante e della luna crescente (Holtsmark 1945).

L'ipotesi più probabile è che Bil e Hjúki, col loro bastone e il loro secchio, siano le immagini paraidoliche che gli antichi scandinavi vedevano nel disco della luna piena. Snorri insiste sul fatto che la loro presenza sul disco lunare sia visibile dalla terra [svá sem sjá má af jǫrðu]. L'ipotesi viene suggerita per la prima volta da Jacob Grimm, il quale ricorda che, fino a tempi piuttosto recenti, gli svedesi vedevano sul volto della luna piena due persone che trasportano un secchio appeso a un bastone. Il grande filologo ottocentesco riteneva che il mito del rapimento di Bil e Hjúki fosse tipico della Scandinavia e non necessariamente estendibile a tutti i popoli germanici. (Grimm 1835)

Il racconto di Bil e Hjúki, ignoto alla Ljóða Edda, ha un'aria indiscutibilmente popolana, e forse già i vichinghi lo raccontavano ai loro bambini nelle notti di luna piena. È possibile che Snorri lo abbia attinto non tanto dalla letteratura mitologica, bensì da tradizioni o canti popolari. Indubitabilmente, però, ha lasciato tracce nelle tradizioni folkloristiche.

Bil ok Hjúki sono infatti Jack and Jill della popolare filastrocca inglese, che andarono a prendere acqua al pozzo in cima alla collina ma poi caddero e rotolarono giù con tutto il secchio (Branston 1955). La filastrocca fu pubblicata per la prima volta nel 1765 nelle Mother Goose's Melody di John Newbery (1713-1767). Non si fa alcuna menzione alla luna, e il rapimento pare sostituito da un solenne quanto incomprensibile capitombolo. L'apparente mancanza di senso è in realtà rivelatrice dell'antichità della vicenda, non più compresa già al tempo in cui era scaduta a filastrocca popolare. Nella versione italiana, Jack and Jill sono diventati, con una certa assonanza, Cecco e Gina. Riportiamo, a titolo di curiosità, la filastrocca nell'originale inglese e la sua versione italiana:

Jack and Jill went up the hill
to fetch a pail of water;
Jack fell down, and broke his crown,
and Jill came tumbling after.

Cecco e Gina vanno al pozzo
che sta in cima alla collina.
Cade Cecco, cade il secchio,
dietro a lor rotola Gina.

Then up Jack got, and home did trot,
as fast as he could caper.
They put him to bed, and plastered his head,
with vinegar and brown paper.

Quando a casa ritornò,
Cecco al letto si ficcò
e con un impiastro in testa
passò a letto anche la festa!

Filastrocca popolare [#10266]

Sempre secondo Grimm, l'immagine di Bil e Hjúki si sarebbe in seguito trasformata, in ambiente cristiano, nella tradizionale figura paraidolica dell'«uomo nella luna», immaginato con un fascio di rovi sulle spalle e una scure in mano. Forse questi è da identificare con Viðfinnr, padre di Bil e Hjúki (Branston 1955).

Schedario: [Bil | Hjúki]

V - IL VOLTO DELLA LUNA: STORIA DI UN UOMO CHE LAVORAVA NEI GIORNI DI FESTA

Personaggio ancor più enigmatico, Viðfinnr, padre di Bil e Hjúki, è stato prudentemente identificato con l'Uomo della Luna, che nel folklore popolare si diceva fosse stato mandato sulla luna come punizione per aver fatto legna di domenica (Branston 1955). Si tratta forse, come già Bil e Hjúki, di un'altra figura la cui immagine paraidolica si può indovinare, con un po' di fantasia, sulle ombre del disco lunare. L'«uomo nella luna», ha a sua volta il suo archetipo in quell'anonimo personaggio biblico che ebbe la malaugurata idea di andare a far legna di sabato, nel libro dei «Numeri»:

Factum est autem, cum essent filii Israel in solitudine et invenissent hominem colligentem ligna in die sabbati [...]. Dixitque Dominus ad Moysen: «Morte moriatur homo iste; obruat eum lapidibus omnis turba extra castra». Cumque eduxissent eum foras, obruerunt lapidibus; et mortuus est, sicut praeceperat Dominus.

I figli d'Israele erano ancora nel deserto quando trovarono un uomo che raccoglieva legna di sabato. [...]. Il Signore disse a Mosè: «Muoia quell'individuo: tutta la comunità lo lapidi con pietre fuori dall'accampamento». E la comunità lo condusse fuori dall'accampamento, lo lapidarono con pietre e morì nel modo che il Signore aveva ordinato a Mosè.

Bǝmiḏbār [XV, -]

In Dante, il personaggio è lo stesso Qayîn, idea tuttora presente nella tradizione popolare italiana.

Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda:
Inferno [XX, -]
Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?
Paradiso [II, -]

Nel Paradiso, Dante si chiede addirittura quale sia la  natura delle macchie scure sul volto della Luna che, dalla Terra, paiono come l'immagine di Qayîn. La risposta che egli stesso si fornisce è che quelle macchie dipendano dalla diversa densità della Luna stessa.

Nella tradizione medievale, l'«uomo nella luna» veniva raffigurato mentre trasportava una scure, un pesante cespuglio spinoso (la legna che aveva raccolto di domenica), una lanterna (si supponeva fosse andato a far legna di notte sperando che nessuno lo vedesse) e, chissà perché, un cane. La figura è formata dal Maria Serenitatis, Tranquilitatis e Fœcunditatis. Il fastello spinoso corrisponde al Mare Vaporum e al Lacus Somniorum. La lanterna è forse il cratere Tycho, il cane è visto nel Mare Crisium.

Con tutti questi accessori, l'«uomo della luna» appare nel dramma rappresentato da Bottom e dalla sua compagnia di scalcinati teatranti nel Sogno di Shakespeare. L'attore chiamato a impersonare il «chiaro di luna» così si presenta:

All that I have to say, is to tell you, that the Lanthorne is the Moone; I, the man in the Moone; this thorne bush, my thorne bush; and this dog, my dog. Tutto quel che avevo da dirvi è che la lanterna rappresenta la luna, che io sono l'uomo nella luna, che questo fastello di spine è il mio fastello di spine e che questo cane è il mio cane.

William Shakespeare: Midsummer Night's Dream [Atto V]

Detto questo, bisogna però ammettere che di Viðfinnr non sappiamo praticamente nulla, e che il suo unico collegamento con il mondo lunare è dato dall'essere padre di Bil e Hjúki, i due fanciulli le cui immagini erano stagliate sul disco lunare. È forse la possibile etimologia del suo nome, Viðfinnr «mago del bosco», ad aver suggerito l'associazione allo sventurato taglialegna che si era messo in testa di lavorare la domenica? I dati, come si vede, sono molto incerti, e l'interpretazione è fragilissima.

Schedario: [Viðfinnr]

VI - UN RITORNO ALLE FIABE: I LUPI NELLA MITOLOGIA NORRENA

I lupi, oggi animali in via d'estinzione e per questo protetti in molti paesi, costituivano nella Scandinavia medievale un serio pericolo per gli uomini e per gli animali domestici. Non c'è dunque da stupirsi se questi magnifici animali fossero considerati esseri malvagi e perversi, intelligenti come gli uomini e vicini alle forze distruttive della natura. In questa veste, i lupi sono stati ereditati dalle fiabe della tradizione popolare, come ad esempio in Cappuccetto Rosso.

La mitologia nordica è ricca di questi esseri famelici, crudeli, spesso neppure distinti dai giganti se non per la forma esteriore. Venivano addirittura inseriti nei miti cosmologici ed escatologici, e ad alcuni di essi veniva attribuito un ruolo di primo piano nella distruzione del mondo.

Il lupo Hati è detto figlio di Hróðvitnir «lupo famoso» in due fonti: Gylfaginning [12] e Grímnismál [39], e Hróðvitnir non è altri che il lupo Fenrir, come veniamo a sapere da una scena in cui il dio Týr risponde a Loki:

Handar em ek vanr,
en þú Hróðrsvitnis,
bǫl er beggja þrá;
ulfgi hefir ok vel,
er í bǫndum skal
bíða ragnarǫkrs.
Io una mano ho perso
ma tu Hróðvitnir
penoso rimpianto per entrambe le cose.
Né è contento il lupo
che incatenato deve
attendere ragnarǫk..
Ljóða Edda > Lokasenna [39]

Il riferimento è ovviamente alla leggenda, narrata da Snorri (Gylfaginning [34]) dove Týr, perdette la sua mano per permettere agli dèi di incatenare Fenrir. La Vǫluspá ci informa in molti punti che Fenrir si sarebbe liberato nel giorno di ragnarǫk, e nel corso dell'ultima battaglia avrebbe ucciso Óðinn.

Non è certo invece se Mánagarmr «lupo della luna» sia da identificare con Hati. In realtà Gylfaginning [12], l'unica fonte che citi Mánagarmr, pare distinguerlo nettamente da Hati. Come lupi divoratori del sole e della luna, Skoll, Hati e Mánagarmr appartengono a quella vasta categoria di mostri cosmici, conosciuti alle mitologie di tutto il mondo e responsabili delle eclissi.

VII - LA «FAMIGLIA DEL FREDDO»

Val la pena soffermarsi su quella che possiamo chiamare, secondo la felice definizione di Henrik Schück, la «famiglia del freddo» (Schück 1906). Si tratta della stirpe del gigante Fornjótr, il cui nome è stato interpretato come «antico gigante» o «primo possessore [della terra]» (Isnardi 1977 | Isnardi 1991). Le tradizioni che riguardano costui e la sua stirpe, tuttavia, non ci vengono da testi mitologici ma da saghe storiche o pseudostoriche, dalle quali tuttavia è forse possibile ricostruire qualche sorta di antica genealogia di creature elementali.

La tradizione più completa è trasmessa dall'incipit della Orkneyjnga saga, «Saga degli uomini delle Orcadi», dove leggiamo:

Fornjótr hefir konungr heitit. Hann réð fyrir Gotlandi, er kallat er Finnland ok Kvenland. Þat er fyrir austan hafsbotn þann, er gengr til móts við Gandvík; þat kǫllum vér Helsingjabotn. Fornjótr átti þrjá syni. Hét einn Hlér, er vér kǫllum Ægi, annarr Logi, þriði Kári. Hann var faðir Frosta, fǫður Snæs ins gamla. Hans sonr hét Þorri...

C'era un re di nome Fornjótr. Egli regnava sul Gotland e su quelle terre chiamate Finnland e Kveland, che si estendono a oriente del Gandvík, golfo che noi chiamiamo di Helsingjabotn. Fornjótr aveva tre figli. Il primo si chiamava Hlér, che noi chiamiamo Ægir, il secondo Logi e il terzo Kári. Questo fu il padre di Frosti, il padre di Snær inn gamli, il «vecchio». Il figlio di questi si chiamava Þorri...

Orkneyjnga Saga [1]

Con maggiori dettagli, troviamo la medesima genealogia riferita nel trattato Hversu Noregr byggðist, «Come la Norvegia fu popolata»:

Fornjótr hét maðr. Hann átti þrjá sonu. Var einn Hlér, annarr Logi, þriði Kári. Hann réð fyrir vindum, en Logi fyrir eldi, Hlér fyrir sjó. Kári var faðir Jǫkuls, fǫður Snæs konungs, en bǫrn Snæs konungs váru þau Þorri, Fǫnn, Drífa ok Mjǫll. Þorri var konungr ágætr. Hann réð fyrir Gotlandi, Kvenlandi ok Finnlandi.

Un uomo si chiamava Fornjótr; aveva tre figli. Il primo si chiamava Hlér, il secondo Logi e il terzo Kári. Questi governava sui venti, Logi sul fuoco, Hlér sul mare. Kári era il padre di Jǫkull, padre di re Snær. I figli di Snær erano Þorri, Fǫnn, Drífa e Mjǫll. Þorri fu un eccellente sovrano. Regnava sul Gotland, il Kvenland e il Finnland.

Hversu Noregr byggðist

In una fonte latina medievale, il Supplementum Historiæ Norvegicæ, troviamo questo passo:

Ferniotus, rex Finlandiæ filios tres habuit: Logie, flamma, creditus in ignem imperium gerere. Hic alias ob præstantiam formæ Halogiæ: excelsa flamma dictus est, a quo Hálogaland [...]. Káre ventus, creditus idem à cæcis ethnicis in divorum numero ut Æolus quidam ventis præesse; Hlǿr idem etiam Ægier dictus est mare. Creditus post fata ut alter Neptunus maris dominium habere.

Fornjótr, re di Finlandia ebbe tre figli: Logi, «fiamma», del quale si ritiene abbia il dominio sul fuoco. Costui è altrimenti detto, per la particolare bellezza, Hálogi, «eccelsa fiamma», da cui Hálogaland [...]. Kári, «vento», che i ciechi abitanti del luogo ritengono nel consesso degli dèi preposto ai venti come quel certo Æolus. Allo stesso modo il mare è detto Hlér e anche Ægir. Si ritene che dopo la morte abbia il dominio dei mari come un altro Neptunus.

Supplementum Historiæ Norvegicæ [c1]

Quest'ultimo testo ci assicura anche, esplicitamente, che Frosti e Jǫkull siano la stessa persona, una personificazione del gelo, rendendo coerenti le genealogie sopra fornite: «Frostus [...] alias Iøcull, à gelu sic dictus». (Isnardi 1977)

È evidente che Fornjótr e i suoi discendenti siano esseri mitologici, creature legate agli elementi. I tre figli di Fornjótr, cioè Ægir, Logi e Kári, sono legati rispettivamente al mare, al fuoco e al vento, elementi che essi governano o con i quali sono identificati tout-court. I figli di Kári, poi, hanno nomi che li connettono alla sfera del freddo: Frosti «gelo» (detto Jǫkull «ghiacciaio»), Snær «neve», Þorri «mese del quarto vento» (cioè il mese da gennaio e febbraio, anche se l'etimologia rimane incerta), Fǫnn «nevischio», Mjǫll «neve fresca», Drífa «tormenta di neve». Si tratta di personaggi allegorici, figure di giganti primordiali che rappresentano l'inverno e i suoi elementi, in tutta la loro potenza e ostilità.

Il fatto che le fonti definiscano Fornjótr e i suoi discendenti come degli antichi sovrani finni, non è probabilmente motivo di stupore. Nelle saghe, il Finnland è visto come la terra del gelo primordiale, patria di maghi e sciamani dai poteri potentissimi. È questa la versione che ci fornisce lo stesso Snorri nella Ynglinga saga, in due episodi che si svolgono nelle lontane regioni finniche.

Nel primo di essi, Vanlandi, durante un viaggio nel Finnland, sposa Drífa figlia di Snær (qui nella tarda ortografia Snjár), ma in seguito la abbandona per tornare in Sviþjóð; lei gli lancia allora un potente incantesimo facendolo morire (Ynglinga saga [13]). Nel secondo episodio, un discendente di Vanlandi, re Agni, scende in battaglia contro Frosti, un capo dei Finnar. Frosti cade nello scontro e Agni prende prigionieri i suoi due figli, Logi e Skjálf. Skjálf viene violentata da Agni, ma in seguito si vendica facendo ubriacare il re e quindi impiccandolo nel sonno.

Þat var eitt sumar, er Agni konungr fór með her sinn á Finnland, gékk þar upp ok herjaði. Finnar drógu saman lið mikit ok fóru til orrostu. Frosti er nefndr hǫfðingi þeirra. Varð þar orrosta mikil, ok fékk Agni konungr sigr; þar féll Frosti ok mikit lið með honum. Agni konungr fór herskildi um Finnland, ok lagði undir sik, ok fékk stórmikit herfang. Hann tók ok hafði með sér Skjálf, dóttur Frosta, ok Loga bróður hennar. Un'estate re Agni si era recato nel Finnland col suo esercito e, sbarcato, s'era dato al saccheggio. I Finni raccolsero una grossa truppa, dando battaglia. Il loro capo si chiamava Frosti. Si accese un furioso combattimento, e re Agni ottenne la vittoria. Cadde là Frosti e molti uomini con lui. Re Agni saccheggiò il Finnland, lo sottomise e fece grandissimo bottino. Catturò e tenne presso di se Skjálf, figlia di Frosti, e Logi suo fratello.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [19]

Se nella Ynglinga saga, Logi è detto essere figlio di Frosti, Snorri non dimentica tuttavia che egli era considerato figlio di Fornjótr. Più tardi, trattando della tragica morte di re Óláfr Trételgja nell'incendio della propria casa, egli cita un passo tratto dall'Ynglingatal di Þjóðólf or Hvínir, dove, in una kenning, il fuoco è chiamato «figlio di Fornjótr» (Ynglingatal [29] | Ynglinga saga [43]).

In quanto alle due Edda, esse ci riferiscono soprattutto le leggende riguardanti Ægir, dio del mare. Esso è presente in due poemi eddici, l'Hymiskviða e il Lokasenna, dove è rappresentato nella veste di birraio degli dèi. Nella stessa veste egli appare nel secondo libro dell'Edda di Snorri, lo Skáldskaparmál, in cui è anzi proprio il convivio divino alla sua corte, con Ægir che domanda al dio-poeta Bragi l'origine delle kenningar, a offrire l'occasione per Snorri di raccontare le leggende che sono alla base delle metafore scaldiche.

Schedario: [Fornjótr | Ægir | Logi | Kári | Frosti]

VIII - EXCURSUS SU ÆGIR

Nei testi eddici. Ægir è presentato innanzitutto come il birraio degli dèi. La sua apparizione più importante, o per lo meno quella che più di ogni altra ha contribuito a delineare la fisionomia del personaggio, sembrano essere le prime tre strofe dell'Hymiskviða. Non avendo da bere nel corso di un banchetto, gli dèi tirano le sorti e appurano che presso la dimora di Ægir avrebbero trovato abbastanza birra. Costui, bruscamente interpellato da Þórr afferma tuttavia di non disporre di un calderone abbastanza grande per fare da bere a tutti gli Æsir. La ricerca di un calderone adatto è appunto l'argomento del poema.

Ár valtívar
veiðar námu
ok sumblsamir,
áðr saðir yrði,
hristu teina
ok á hlaut sáu;
fundu þeir at Ægis
ǫrkost hvera.
Una volta, gli dèi degli uccisi
presero selvaggina
ed ebbero voglia di bere
prima di mangiare a sazietà.
Scrollarono i hlaut-teinar
e scrutarono il sangue:
trovarono da Ægir
sufficienti calderoni.
Sat bergbúi
barnteitr fyr
mjǫk glíkr megi
miskorblinda;
leit í augu
Yggs barn í þrá:
«Þú skalt ásum
oft sumbl gera».
Sedeva l'abitatore dei monti,
lieto come un fanciullo, lì fuori.
Molto somigliava al figlio
di Miskorblindi.
Lo fissò negli occhi,
sfidandolo, il figlio di Yggr:
Tu dovrai agli Æsir
offrire spesso da bere”.
Önn fekk jǫtni
orðbæginn halr,
hugði at hefndum
hann næst við goð,
bað hann Sifjar ver
sér færa hver,
«þanns ek ǫllum ǫl
yðr of heita.»
Fu infastidito lo jǫtnar
da quell'insolente
e pensò di vendicarsi
subito contro gli dèi.
Chiese all'uomo di Sif
di procurargli un calderone:
affinché birra per tutti
io possa preparare!”.
Ljóða Edda > Hymiskviða [1-3]

Qui Ægir viene detto essere un «gigante» [jǫtunn] ma non vi è alcun riferimento al mare. Anzi, il personaggio è chiamato un «abitatore dei monti» [bergbúi]. Il testo dice inoltre che Ægir somigliasse a un certo «figlio di Miskorblindi». Non sappiamo chi sia questo personaggio (il nome vuol dire «cieco nella nebbia»), ma si tratta probabilmente di un altro riferimento al mondo dei giganti.

La chiusa del poema generalizza la vicenda spiegando come, dopo i fatti narrati nel testo, gli Æsir istituirono l'uso di riunirsi una volta all'anno a bere birra presso Ægir:

...En véar hverjan 
vel skulu drekka 
ǫlðr at Ægis 
eitrhǫrmeitið. 
...Ora i santi dèi
potranno bere
ǫl presso Ægir,
nella stagione che uccide il serpente.
Ljóða Edda > Hymiskviða [39]

Il convito presso Ægir è già diventato abitudine presso gli dèi, nel poema eddico successivo (secondo l'ordine in cui i poemi sono ordinati nel Codex Regius), il Lokasenna. Il redattore del codice premette infatti al poema un prologo che lo connette idealmente al Hymiskviða, e scrive:

Ægir, er ǫðro nafni hét Gymir, hann hafði búit ásom ǫl, þá er hann hafði fengit ketil inn micla, sem nú er sagt. Ægir, che con altro nome è detto Gymir, ottenuto il calderone, aveva preparato la birra per gli dèi, come ora è stato detto.
Ljóða Edda > Lokasenna [prologo]

Nel poema, Ægir viene citato più volte, ma quasi sempre in riferimento alla Ægis hallir, le «sale di Ægir» dove gli dèi si sono riuniti a bere birra. Nel corso del dialogo, Ægir viene interpellato soltanto nell'ultima strofa, quando Loki gli dice che non vi sarà un altro festino dopo questo (Lokasenna [65]).

Ægir è ancora citato nel Grímnismál, dove si parla della sua panca e della sua taverna, anche se il senso generale della strofa rimane oscuro:

Svipom hefi ek nú ypt
fyr sigtíva sonom,
við þat skal vilbjǫrg vaka;
ǫllom ásom
þat skal inn koma
Ægis bekki á,
Ægis drekko at.
Il volto ho innalzato
dinanzi ai figli degli dèi vittoriosi,
con ciò si desterà la sospirata salvezza;
per tutti gli Æsir,
e questo verrà
sulla panca di Ægir,
nella taverna di Ægir.
Ljóða Edda > Grímnismál [45]

Su questa linea, si può citare una kenning citata dal poeta Egill Skallagrímsson, che in una sua composizione definisce Ægir «fabbro di birra» [ǫlsmiðr] (Sonatorrek [8]).

Nella sua Prose Edda, Snorri afferma che Ægir fosse un uomo [maðr] esperto in pratiche magiche, e affida al suo dialogo con Bragi la spiegazione delle kenningar e delle metafore poetiche che è l'argomento dello Skáldskaparmál. Qui egli esordisce dando interessanti notizie sul personaggio:

Einn maðr er nefndr Ægir eða Hlér, hann bjó í ey þeiri er nú er kǫlluð Hlésey. Hann var mjǫk fjǫlkunnigr. Un uomo era chiamato Ægir o Hlér, il quale abitava in quell'isola che ora è chiamata Hlésey ed era molto esperto di magia.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál [1]

Sappiamo così che Ægir era chiamato anche Hlér e che la sua dimora era l'isola di Hlésey (Hlés ey «isola di Hlér»), cioè l'attuale isola di Læsø, a est dello Jutland (Danimarca). Nel proseguo del testo, contrariamente a quanto avviene nei poemi eddici, è Ægir a raggiungere la dimora degli dèi, ad Ásgarðr, dove verrà invitato a bere birra presso gli Æsir.

Con l'equazione Ægir = Hlér (e quindi con riferimento all'isola di Hlésey) si crea finalmente un legame di Ægir con il mare (hlér significa «oceano»: si pensi al riguardo al dio irlandese dell'oceano Lér). Snorri, trattando le sjávarkenningar, le metafore scaldiche per indicare il mare, fa continuo riferimento ad Ægir e ci fornisce, peraltro, i nomi delle sue nove figlie:

Hvernig skal sæ kenna? Svá at kalla hann Ymis blóð, heimsǿkir goðanna, verr Ránar, faðir Ægis dǿtra, þeira er svá heita: Himinglæva, Dúfa, Blóðughadda, Hefring, Uðr, Hrǫnn, Bylgja, Bára, Kólga; land Ránar ok Ægis dǿtra ok skipa ok sæskips heita, kjalar, stála, súða, sýju, fiska, ísa, sækonunga leið ok brautir, eigi síðr hringr eyjanna, hús sanda ok þangs ok skerja, dorgar land ok sæfugla, byrjar.  Quali sono le kenningar per il mare? Lo si può chiamare sangue di Ymir, visitatore degli dèi, marito di Rán, padre delle figlie di Ægir, i cui nomi sono Himinglæva, Dúfa, Blóðughadda, Hefring, Uðr, Hrǫnn, Bylgja, Bára, Kólga; terra di Rán e delle figlie di Ægir, delle navi e dei termini per le navi marine, della chiglia, della polena, delle assi e del fasciame, dei pesci, del ghiaccio; strada e sentiero dei re del mare; parimenti anello delle isole, casa delle sabbie, delle alghe e degli scogli, terra degli arnesi da pesca, degli uccelli marittimi e dei venti.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál [33]

Il collegamento tra Ægir e il mare viene sottolineato in altre fonti: il Supplementum Historiæ Norvegicæ [c1], la Orkneyinga saga [1], e il Hversu Noregr byggðist, dove il nostro personaggio viene detto essere uno dei tre figli del re di Finnland, Fornjótr. Che questo legame con il mare fosse un tratto originario di Ægir sembra testimoniato dalla presenza di alcune kenningar diffuse nella poesia norrena. Ad esempio, in un poema veteroeddico l'onda è chiamata «figlia di Ægir» [Ægis dottir] (Helgakviða Hundingsbana in fyrri [29]); analogamente, sempre lo scaldo Egill Skallagrímsson definisce anche Ægir «fratello delle tempeste» [vágs brœder] (Sonatorrek [8]), sottolineando il suo legame col mare.

Nell'Hervarar saga ok Heiðreks, le onde vengono chiamate tanto «fanciulle di Hlér» [Hlés brúðir] quanto «amate di Ægir» [Ægis ekkjur]. Ægir è parimenti nominato in alcune kenningar dove, in base alla sua parentela con Kári e Logi, il vento e il fuoco vengono detti «fratello di Ægir» [bróður Ægis] (Skáldskaparmál [35-36]).

Bibliografia

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BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti, Luca Taglianetti e Stefano Mazza.
Creazione pagina: 04.04.2004
Ultima modifica: 23.03.2016
 
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