MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
I NOVE MONDI
COSMOLOGIA NORDICA
Le speculazioni vichinghe sull'universo ci restituiscono una cosmologia di straordinaria complessità. Nove mondi che riassumono in sé tutte le manifestazioni dell'essere, sostenuti e alimentati da un immenso frassino, percorsi da un sistema fluviale che unisce il cielo e la terra.
1 - L'UNIVERSO

alle convulse vicende della creazione, culminate col sacrificio di Ymir, era sorto, al di sopra delle abissali profondità del Ginnungahiminn, un nuovo ordine universale, istituito e regolato dagli Æsir. Dal corpo smembrato di Ymir era sorto un intero universo, la cui volta celeste era stata ricavata dal cranio dell'antico gigante. Il sole e la luna, Sól e Máni, gli donavano luce e calore, segnando il computo del tempo. Circondava l'universo un oceano esterno [úthaf] nato dal diluvio di sangue che aveva messo fine alla razza dei giganti primordiali.

Al centro dell'universo vi era il Miðgarðr, il «recinto interno», dove dimoravano gli uomini, figli di Askr ed Embla. Gli dèi vi avevano innalzato intorno un baluardo costruito con le ciglia di Ymir, così da proteggere il mondo degli uomini dagli jǫtnar, i giganti di brina, discendenti di Bergelmir. Questi abitavano nell'Útgarðr, il «recinto esterno», ai confini del mondo, sulle rive dell'oceano cosmico.

Gli dèi, gli álfar, i dvergar e tutte le creature dimoravano in altri mondi, nei più profondi abissi sotterranei o in inaccessibili regioni del cielo. Vi erano molti mondi, che i più sapienti dicevano essere in numero di nove. Gli Élivágar, i fiumi cosmici che scaturivano dalla sorgente di Hvergelmir, scorrevano per tutti questi mondi, collegandoli tra loro in un flusso ininterrotto e costante.

Vita e sostegno dell'universo era il grande frassino Yggdrasill, il cui tronco era l'asse che collegava terra, cielo e abissi, i cui rami ricoprivano il firmamento e le cui tre radici raggiungevano rispettivamente il mondo degli dèi, quello dei giganti e quello dei morti.

2 - «NOVE MONDI RICORDO»

ove mondi ricordo» aveva affermato la vǫlva nel principiare il suo canto profetico. Ella si riferiva alle nove regioni dell'universo. Su quali esse siano esattamente, dove siano localizzate nello spazio e come siano disposte, non c'è uniformità di vedute. Forse nemmeno i più saggi tra gli uomini sanno rispondere a questo quesito.

Alcuni tuttavia così argomentano:

  1. Il primo dei nove mondi è Miðgarðr, il «recinto mediano», posto al centro dell'universo; vi dimorano i figli degli uomini.
  2. Il secondo mondo è Ásaheimr, da dove provengono gli Æsir. Vi si trova la città di Ásgarðr, con i suoi templi e palazzi. Il suo re è Óðinn. Si crede sia posto nel cielo, anche se alcuni storici dicono si trovasse da qualche parte a oriente, in Asia.
  3. Il terzo mondo è Vanaheimr, la terra dei Vanir. Anche se non si hanno dati precisi, pare si trovi ad occidente di Ásaheimr.
  4. Il quarto mondo è Jǫtunheimr: è il regno degli Jǫtnar. Viene posto a oriente, talora a settentrione, comunque agli estremi confini del mondo, in Útgarðr.
  5. Il quinto mondo è Álfheimr. Vi dimorano i Ljósálfar. Pare si trovi non lontano dall'Ásaheimr.
  6. Il sesto mondo è lo Svartálfaheimr, che si trova nel sottosuolo. Vi dimorano i Dvergar e i Døkkálfar.
  7. Il settimo mondo è il gelido e nebbioso Niflheimr localizzato nel settentrione, anche se a volte pare venga situato negli abissi. È uno dei mondi più antichi e faceva parte, in origine, del Ginnungagap.
  8. L'ottavo mondo è l'ardente Múspellsheimr, che pure agli inizi faceva parte del Ginnungagap. Questa regione brucia e arde, ed è insopportabile agli stranieri che non hanno avuto colà la loro origine. Vi dimorano i giganti di fuoco e il guardiano che siede ai suoi confini ha nome Surtr.
  9. Il nono e ultimo mondo è il regno di Hel. Si trova nella zona più profonda e buia dell'universo, caratterizzata da gelo, pioggia, umidità e nebbia. Vi vanno a stare le anime di coloro che non muoiono in battaglia. Sotto, si trova Niflhel, l'«inferno nebbioso»; le anime dei malvagi, dopo essere transitate da Hel, sembra si dirigano in quel luogo.
3 - IL REGNO DEGLI DÈI

opo aver creato l'universo, gli Æsir si recarono in un luogo remoto al centro del mondo e, sulla cima di inaccessibili montagne, innalzarono una fortezza: essa è detta Ásgarðr, anche se in seguito gli uomini la chiamarono «Troia».

In Ásgarðr gli dèi innalzarono le loro dimore, edificarono molti edifici e magnifici templi, e in questo luogo essi si recarono a vivere con le loro famiglie. Non appena la costruzione di Ásgarðr fu terminata, Óðinn nominò dodici dèi che, insieme a lui, sarebbero stati i governatori della fortezza. Questo avvenne in un luogo posto al centro della cittadella, chiamato Íðavǫllr, il «campo del vortice» che, a giudicare dal nome, sembra confermare quanto si dice, che cioè Ásgarðr si trovi al centro perfetto del mondo, presso l'asse attorno a cui ruotano i cieli. Da quel luogo provengono tutte le decisioni riguardanti il destino e il governo del mondo.

Dove sorga Ásgarðr, non lo sappiamo. Si narra che re Gylfi vi sia giunto dopo un lungo cammino e che ivi abbia appreso i segreti delle cose antiche: ma in quali terre egli abbia diretto i suoi passi e quali montagne abbia valicato, non è stato tramandato. Alcuni storici, giocando su una facile etimologia, sostengono che Ásgarðr si trovi in Asíá, a est del fiume Tanais [il Don], in una terra chiamata Ásaheimr o Ásaland. Questi storici affermano che da quel luogo gli Æsir si sarebbero mossi e sarebbero infine giunti nei paesi nel nord della terra da alcuni chiamata Evrópá, e da altri Eneá, dove avrebbero stabilito dei regni e fondato le dinastie reali di Danmǫrk, Nóregr e Svíþjóð, ma questa è una spiegazione che non convince i più accorti mitografi.

Dicono altri che la città di Ásgarðr, con i suoi meravigliosi palazzi, si trovi in cielo e sia collegata alla terra con l'ásbrú, il ponte arcobaleno. Sappiamo infatti che esistono molti cieli: al di sopra del nostro, verso sud, si trova un secondo cielo chiamato Andlangr; al di sopra di questo vi è un terzo cielo detto Víðbláinn, che è quello supremo; nella parte di questo cielo che volge a meridione si trova la meravigliosa sala di Gimlé. Nel giorno di ragnarǫk, quando il cielo e la terra saranno spazzati via, Gimlé resisterà al fuoco distruttore e accoglierà gli uomini buoni e giusti. Ma chi abiti in quei luoghi tanto alti e remoti nemmeno gli dèi lo sanno: essi ritengono vi dimorino soltanto i Ljósálfar.

Miðgarðr e Ásgarðr (✍ 1978)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)
4 - I CONFINI DEL MONDO

e Ásgarðr sorge al centro del mondo, i confini dell'universo sono definiti dall'oceano esterno [úthaf]. Questo luogo, posto fuori del bastione levato a proteggere il «recinto mediano» di Miðgarðr, si chiama Útgarðr «recinto esterno». Qui dimorano i giganti di brina, il cui sovrano è Hrímr.

Re di Útgarðr è Útgarðaloki.

Nell'oceano esterno, Óðinn gettò il serpente Jǫrmungandr. Ma questo, a contatto con le acque vivificatrici dell'úthaf, crebbe a dismisura, finché le sue spire circondarono tutto il mondo, e ritorcendosi su sé stesso, si morse la coda. In tal modo Jǫrmungandr segna il confine tra il mondo e l'abisso cosmico, essendo esso stesso l'estremo limite dell'universo. Onde per cui è detto anche Miðgarðsormr «serpente di Miðgarðr».

Quando nel giorno di ragnarǫk, Jǫrmungandr si leverà per piombare sul mondo, le onde dell'úthaf romperanno i loro limiti e si rovesceranno sulla terra, inondandola e sterminando il genere umano. Allora il serpente sputerà così tanto veleno che ne saranno spruzzati tutto il cielo e la terra.

Fonti
1 Ljóða Edda > Vǫluspá
Ljóða Edda > Grímnismál
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning
2 Ljóða Edda > Vǫluspá [2]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [43]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning
3 Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [9 | 14 | 17]
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [2]
4 Ljóða Edda > Vǫluspá [50 | 56]
Ljóða Edda > Hymiskviða [21-24]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34 | 46-48 | 51]
I - UNA LISTA DEI NOVE MONDI

«Nove mondi» [nío heimar] è una locuzione utilizzata nella poesia sapienziale norrena a indicare la totalità delle manifestazioni che costituiscono l'universo. La parola heimr, che si traduce generalmente con «mondo», riassume in sé i significati di «patria, territorio, dimora, casa» (cfr. tedesco Heimat o inglese home).

Nel canto di apertura della Ljóða Edda, la vǫlva, dopo aver chiesto attenzione «a tutte le sacre stirpi», esordisce con questa importantissima strofa:

Níu mank heima,
níu í viði,
mjǫtvið mæran
fyr mold neðan.

Nove mondi ricordo
nove sostegni,
e l'albero misuratore, eccelso
che penetra la terra.

Ljóða Edda > Vǫluspá [2]

E in un altro canto, il gigante Vafþrúðnir così vanta la sua sapienza al suo ospite:

Nío kom ek heima
fyr Níflhel neðan,
hinig deyja ór heljo halir.

Giunsi nei nove mondi
fino al Niflhel in basso,
presso Hel, dove vanno i morti.

Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [43]

Quali siano questi «nove mondi», dove vadano localizzati e in quali direzioni dello spazio, non è chiaro, anche perché i testi non forniscono una precisa elencazione degli stessi. L'elenco «canonico» dei nove mondi, quello che troviamo nei libri di divulgazione e nei siti di cultura nordica, non appartiene alle fonti ma è stato compilato dagli studiosi mettendo insieme i nomi delle varie regioni cosmiche citate nelle due Edda. Vi è comunque, tra studiosi e appassionati, un certo consenso nell'elencare così i nove mondi:

  1. Ásaheimr (il mondo degli Æsir)
  2. Álfheimr (il mondo degli Álfar)
  3. Miðgarðr (il mondo degli uomini)
  4. Jǫtunheimr (il mondo degli Jǫtnar)
  5. Vanaheimr (il mondo dei Vanir)
  6. Niflheimr (il mondo della nebbia)
  7. Múspellsheimr (il mondo del fuoco)
  8. Svartálfaheimr (il mondo dei Døkkálfar e dei Dvergar)
  9. *Helheimr (il mondo dei morti)

Questi mondi sarebbero a loro volta disposti nello spazio nelle varie direzioni cardinali, oltre che impilati lungo un asse diretto dal cielo agli inferi. Piergiuseppe Scardigli fornisce un possibile schema, in gran parte speculativo, che potrebbe essere rappresentato così (Scardigli 1982):

Questa ipotesi cosmologica presenta però un certo numero di difficoltà, prima tra tutti quella, ovvia, che nessuna fonte ci presenta una lista così precisa e ordinata dei nove mondi, né delle direzioni in cui questi vadano localizzati. I nomi da noi elencati vengono semplicemente e continuamente citati nelle due Edda, in contesti tra loro differenti, come nomi di varie regioni cosmiche dell'universo, senza che però essi vengano specificatamente designati quali «mondi».

II - IL RECINTO MEDIANO

L'universo secondo il pensiero cosmologico scandinavo

In questo tentativo di rappresentazione dell'universo scandinavo, il cosmo è racchiuso in una sorta di bolla sferica, sostenuta dal frassino Yggdrasill. Ásgarðr è qui posta in cima a una montagna al centro del disco di Miðgarðr, che è a sua volta circondato dall'anello formato dal serpente Jǫrmungandr. Si riconoscono il ponte Bifrǫst e, in profondità, i fiumi Élivágar.

La più antica visione cosmologica sembra essere orizzontale. È l'immagine della terra rappresentata come un disco, circondata tutto intorno da un oceano cosmico [úthaf]. In questa struttura si realizza una sorta di opposizione dentro ↔ fuori: se al centro vi è il mondo che gli dèi hanno creato e affidato alle stirpi umane, man mano che ci si inoltra verso la periferia l'ordine lascia il posto a un ambiente sempre più selvaggio e ostile, inteso come un perdurare, ai confini del cosmo, del caos primordiale. Questa visione era forse condizionata dall'ambiente in cui vivevano gli antichi Scandinavi: gli insediamenti, rari e distanti gli uni dagli altri, erano stabiliti soltanto nelle regioni meridionali della Svezia e lungo le coste della Norvegia. Il nord-est era un territorio inospitale e selvaggio: il gelo aumentava man mano che si procedeva verso settentrione, gli inverni si facevano più scuri e freddi, i mari si riempivano dei lastroni di ghiaccio staccati dalle banchise polari. Gli esseri che si immaginava vivessero in questi luoghi remoti erano incarnazioni di elementi primordiali, forze che si opponevano all'ordine imposto dagli dèi ed erano state respinte ai confini del mondo: troll, dèmoni, giganti di ghiaccio.

Non c'è dunque da stupirsi se veniva usato, a indicare il mondo della manifestazione umana, un termine come Miðgarðr. Questa parola significa letteralmente «recinto mediano», nel senso di «spazio all'interno di un recinto». Non vi è dunque soltanto una nozione di centralità, ovvia conseguenza dell'esperienza umana che tende a porsi al centro del proprio sistema di coordinate psicologiche, ma anche una nozione di luogo raccolto a difesa. Infatti, mentre quasi tutti i nomi dei nove mondi sono caratterizzati dalla parola -heimr «casa, patria, mondo», Miðgarðr è un composto in -garðr. Questo termine in genere viene tradotto con «recinto» (cfr. tedesco Garten «giardino», inglese yard «cortile» e garden «giardino», danese e svedese gård «cortile, fattoria»), anche se vi è contenuta la connotazione di una fortificazione atta a proteggere un villaggio o un centro urbano, e quindi è altrettanto traducibile con «fortezza» (cfr. paleoslavo gorodŭ «fortezza», da cui russo grad «città» e cèco hrad «castello»; lituano gardas, žardas «recinto, fortificazione»). Il Miðgarðr si configura come una vera e propria fortezza: il mito narrato nelle due Edda afferma che gli dèi, allorché uccisero il primordiale gigante Ymir e crearono il mondo col suo corpo, utilizzarono le ciglia del gigante per innalzare attorno alla terra degli uomini una sorta di bastione, atto a contenere e proteggere gli esseri umani dai giganti che abitavano ai confini del mondo. (Gylfaginning [8]).

Leggiamo nella Vǫluspá:

Áðr Bors synir
bjǫðum of ypðu,
þeir es Miðgarð
mæran skópu...
Finché i figli di Borr
innalzarono le terre,
loro che Miðgarðr
vasto fondarono...
Ljóða Edda > Vǫluspá [4]

E nel Grímnismál:

En ór hans brám
gerðo blið regin
miðgarð manna sonom...
Dalle sue sopracciglia
fecero gli dèi benedetti
Miðgarðr per i figli degli uomini...
Ljóða Edda > Grímnismál [41]

Il Miðgarðr è appunto un garðr, uno spazio delimitato da un bastione. La «creazione» del Miðgarðr si configura dunque come la delimitazione di uno spazio. Più che un'operazione demiurgica, è un'opera di fondazione.

È evidente che le strutture cosmologiche riflettono la visione del mondo dei popoli che le creano. Come i popoli altaici immaginano l'universo simile ad una yurta, la visione cosmologica norrena riflette la concezione di un mondo dove la vita umana è in perenne lotta contro gli elementi naturali e dove i vincoli di lealtà e amicizia sono validi soltanto nell'ambito della tribù, mentre all'esterno non c'è che da aspettarsi ostilità e inimicizia. Possiamo immaginare gli antichi villaggi scandinavi, protetti da alte palizzate di legno, all'interno delle quali la tribù andava a rifugiarsi ogni volta che un pericolo la minacciava e in cui trascorreva i lunghi e bui mesi invernali. Analogamente, il mondo umano, il Miðgarðr, veniva immaginato come un'immensa fortezza, e i giganti rappresentano le forze elementali, caotiche, primordiali, che premevano ai confini dell'universo, desiderose di invadere e infrangere questa bolla di ordine istituito dagli dèi. 

Il mondo, nelle più antiche visioni cosmologiche, si scindeva, almeno orizzontalmente, in una sorta di opposizione dentro ↔ fuori. Dentro vi era il Miðgarðr, il luogo sicuro «dentro il recinto». Fuori vi era l'Útgarðr, il luogo «fuori del recinto», sulle rive dell'oceano esterno, dove dimoravano i giganti di brina. Sembra essere questa la più antica nozione cosmologica, anche se in seguito si dirà che il mondo dei giganti, Jǫtunheimr, si trovasse da qualche parte ad oriente oppure, in altre fonti, a settentrione. Il toponimo Útgarðr ricomparirà nella Prose Edda come il paese dei giganti dove si recarono un giorno Þórr e Loki in una delle loro più celebri avventure (Gylfaginning [45]).

Una possibile cartina della più arcaica cosmologia norrena potrebbe essere la seguente:

In questa visione, abbiamo il mondo immaginato come un disco circondato dall'oceano cosmico [úthaf]. Il Miðgarðr, il mondo degli uomini, ne è la parte centrale. L'Ásgarðr, il regno degli dèi, è probabilmente localizzato al centro del Miðgarðr, sulla cima di altissime montagne. L'Útgarðr, il recinto perimetrale, regno di mostri e giganti, si trova all'esterno del Miðgarðr.

In realtà la cosmologia orizzontale è assai più sofisticata di quanto non appaia da queste note, e non si può ridurla a uno schema tanto semplicistico. In Snorri, Þórr e i suoi compagni attraversano il mare prima di arrivare a Útgarðr, ed è solo qui che Þórr prova a sollevare il serpente Jǫrmungandr, trasformato in gatto. Analogamente, nei miti recandosi presso Hymir o Geirrǫðr, Þórr alterna tragitti per terra e per mare. Gli addentellati cosmologici sono perciò assai più complessi. Rimandando a uno studio comparatistico assai più dettagliato, è però evidente la cosmologia nordica collocava oltre il mare la terra esterna di Útgarðr, così come altri regni mitici, quali la terra dell'immortalità di Guðmundr e quella di Geirrǫðr, ricordate anche in Saxo Grammaticus (Gesta Danorum [VIII]); analoga rappresentazione si ha per Trollebotten, la terra favolosa del folklore e delle ballate, situata all'interno di un golfo posto oltre l'oceano boreale. (Haavio 1965)

III - UN MONDO PER GLI DÈI

Se la visione orizzontale dell'universo scandinavo era quella di un disco dove un bastione separava il mondo interno, abitato dagli uomini, da quello esterno, caratterizzato dal caos e abitato dai giganti, quella verticale sembrava essere più complessa. In seguito, la moltiplicazione delle regioni cosmiche portò all'assegnazione di un mondo ai vari esseri soprannaturali: un mondo per gli elfi, uno per i nani, uno per i morti, uno per i giganti, e via dicendo.

Invano cercheremmo nelle fonti più antiche un riferimento diretto a un mondo assegnato agli dèi. Di una terra degli Æsir non si parla mai espressamente nella Ljóða Edda. Si suppone che l'ascoltatore sappia perfettamente dove dimorino gli dèi, e perciò non ci si dilunga in inutili descrizioni. Troviamo solo riferimenti vaghi e allusioni, come per esempio nel Grímnismál, dove leggiamo:

Land er heilagt
er ek liggia sé
ásom ok álfom nær....

Sacra è la terra
ch'io stendersi vedo
agli Æsir e agli Álfar vicina...

Ljóða Edda > Grímnismál [4]

Fonte più dettagliata è la Prose Edda di Snorri, la quale ci narra che gli dèi abitavano in una fortezza chiamata Ásgarðr e ci elenca minutamente i palazzi e le terre che ne facevano parte ①. Se i nomi di questi palazzi e terre Snorri le trae dalla Ljóða Edda, e più precisamente dalla lista delle dimore divine riportata nel Grímnismál [4-17], una visione ordinata della città di Ásgarðr la troviamo soltanto nella sintesi operata dallo stesso Snorri nella Prose Edda. Nei trentacinque carmi della Ljóða Edda, infatti, la città di Ásgarðr viene nominata solo due volte e sempre senza alcuna spiegazione.

Ma dove si trovava questa terra divina? Dove sorgeva Ásgarðr?

Sembra che la fortezza di Ásgarðr, venisse immaginata come una ricca corte costruita dagli dèi, subito dopo la creazione del mondo e degli uomini, in un luogo non definito situato al centro della terra. Così testimonia Snorri in un passo della Prose Edda, dove racconta:

Þar næst gerðu þeir sér borg í miðjum heimi er kǫlluð er Ásgarðr. Þat kǫllum vér Tróia. Þar byggðu goðin ok ættir þeira, ok gerðust þaðan af mǫrg tíðendi ok greinir bæði á jǫrðu ok í lofti. Poi [i figli di Borr] costruirono per loro, nel centro del mondo, una rocca che fu chiamata Ásgarðr, che noi chiamiamo «Troia». Là abitano gli dèi e le loro stirpi e da allora molti avvenimenti e vicissitudini sono accaduti sia in cielo che in terra.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [9]

Compare dunque l'immagine di una fortificazione che si leva sulla cima di qualche vetta inaccessibile, al centro del Miðgarðr, una cittadella inerpicata su rupi scoscese, difesa da immensi bastioni, le cui mura e i cui palazzi toccano le nuvole. Questa concezione della dimora degli dèi vista come una città arroccata in cima a una montagna cosmica è condivisa da altre tradizioni mitologiche: i Greci videro il loro pantheon sul monte Ólympos, mentre le divinità degli Indiani dimorano sui monti Meru e Kailasa. Nel racconto che fa da cornice alla Prose Edda, vediamo il re svedese Gylfi intraprendere un lungo viaggio e raggiungere Ásgarðr a piedi ②. Questo racconto presenta elementi arcaici che lo rendono prezioso indicatore, se non di una vera e propria visione cosmologica, almeno di un certo modo di intendere una relazione tra il nostro mondo e quello degli dèi.

Ma detto questo, molti dettagli più o meno allusivi fanno capire, al contrario, che Ásgarðr si trovi nel cielo. Le due Edda parlano dei cavalli degli dèi e delle Valkyrjur in grado di galoppare nell'aria, di dèi e dee che indossano vestiti di piume per volare negli altri mondi, di un ponte arcobaleno che collega la terra al cielo. Più volte Snorri, parlando di Ásgarðr e dei palazzi e delle terre che ne fanno parte, afferma si trovino in cielo. «Grandi cose tu sai dire del cielo» [mikil tíðindi kanntu að segja af himnum] afferma re Gylfi e, al suo desiderio di conoscere altri dettagli dei luoghi che si troverebbero lassù, Hár gli svela le meraviglie delle dimore divine. Ásgarðr si troverebbe dunque «nel cielo», anche se forse si tratta soltanto del cielo in quanto luogo posto sulla cima di una vetta altissima e inaccessibile.

Ma Ásgarðr è di nuovo un termine composto in -garðr. Quindi una fortezza, un bastione, una città. Vi è qui un riferimento al mito della costruzione delle mura di Ásgarðr (Gylfaginning [42]) ③. Ma non si può ancora parlare di un vero e proprio «mondo» degli dèi.

In effetti il termine Ásaheimr non appartiene ai testi mitologici ma viene introdotto da Snorri nel racconto evemeristico della Ynglinga saga dove, però, nel momento stesso in cui viene enunciato, cessa di essere nozione cosmologica e viene inserito in un contesto geografico, trasformandosi in una regione posta nella «grande Svezia» [Svíþjóð inn mikla], cioè la Scizia, a oriente del fiume Don [Tanais o Tanakvísl], di cui Ásgarðr sarebbe appunto la capitale. Il racconto trova la sua giustificazione nell'etimologia popolare secondo il quale l'etnonimo Æsir derivi dal toponimo Asíá «Asia».

Fyrir austan Tanakvísl í Asíu var kallað Ásaland eða Ásaheimr en hǫfuðborgin, er í var landinu, kǫlluðu þeir Ásgarð. En í borginni var hǫfðingi sá er Óðinn var kallaður. La terra ad oriente di Tanakvísl in Asíá era detta Ásaland o Ásaheimr, e la capitale del paese fu detta Ásgarðr. Nella fortezza c'era un capo che si chiamava Óðinn.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [2]

Ma in questo testo Snorri agisce come storico e non come mitografo; il mito viene evemerizzato e razionalizzato. Gli dèi sono trasformati in un popolo storico che dall'Asia passerà nel nord Europa, dove fonderà le dinastie reali di Danimarca, Svezia e Norvegia. Si tratta di una tradizione molto diffusa nei testi storici di epoca cristiana: la ritroviamo nel Formáli alla Prose Edda, nel Sǫrla þáttr (la cui fonte è la Ynglinga saga) e nel testo intitolato Upphaf allra frásagna «Inizio di tutte le narrazioni» (xiv secolo), oltre che in Saxo Grammaticus (Gesta Danorum). Questi testi non sono da prendere come fonte di una originale tradizione mitologica.

IV - I LUOGHI DEL CIELO

Nella Prose Edda, parlando dei regni degli dèi, della città di Ásgarðr e dei palazzi che vi s'innalzano, Snorri afferma che essi si trovino «nel cielo». Abbiamo detto che forse ci si riferisce semplicemente a qualche luogo elevato, probabilmente localizzato in cima a qualche montagna che sorgerebbe (come afferma sempre Snorri) nel centro di Miðgarðr. Anche il mondo degli Álfar si troverebbe «nel cielo», e per giunta non lontano da quello degli dèi (Grímnismál [4]).

Ma il cielo vero e proprio, l'azzurra volta che ci sovrasta, che come sappiamo fu ricavata dagli dèi dal cranio di Ymir, è a sua volta un luogo dalla struttura complessa e articolata. Vi spicca innanzitutto il nome di un luogo chiamato Gimlé di cui ci dà notizia Snorri in diversi punti della sua opera come del luogo escatologico destinato ad accogliere i giusti dopo la fine del mondo. La Prose Edda localizza questo luogo nel sud del cielo:

Á sunnanverðum himins enda er sá salr er allra er fegrstr ok bjartari en sólin, er Gimlé heitir. Hann skal standa þá er bæði himinn ok jǫrð hefir farisk, ok byggja þann stað góðir menn ok réttlátir of allar aldir. Nella parte meridionale del cielo c'è quella sala, più bella e più splendente del sole, che si chiama Gimlé. Essa resisterà quando cielo e terra saranno entrambi caduti e ivi abiteranno gli uomini buoni e giusti di tutte le epoche.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [17]

La fonte di Snorri, dichiarata nel testo, è un passo tratto da una delle strofe più suggestive della Vǫluspá, là dove si trattano le questioni escatologiche del mito scandinavo:

Sal sér hon standa
sólu fegra,
golli þakðan,
á Gimléi;
þar skulu dyggvar
dróttir byggva
ok of aldrdaga
ynðis nióta.

Vede lei una corte levarsi
del sole più bella,
d'oro ricoperta,
in Gimlé.
Lì abiteranno
schiere di valorosi
ed eternamente
gioiranno felici.

Ljóða Edda > Vǫluspá [64]

Ma dove si trova Gimlé? È di nuovo Snorri a spiegarlo. Dopo aver citato la strofa summenzionata della Vǫluspá, egli torna a dare la parola ai suoi narratori e spiega:

Svá er sagt at annarr himinn sé suðr ok upp frá þessum himni, ok heitir sá himinn Andlang[r], en hinn þriði himinn sé enn upp frá þeim, ok heitir sá Víðbláinn , ok á þeim himni hyggjum vér þenna stað vera. En ljósálfar einir hyggjum vér at nú byggvi þá staði. Così è detto, che un altro cielo si trovi a sud, al di sopra di questo, chiamato Andlangr; ma ancora sopra a questi c'è il terzo cielo, che si chiama Víðbláinn. In questo cielo noi crediamo che si trovi quella dimora, ma solo i Ljósálfar, noi pensiamo, fino a ora vi abitano
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [17]

Questa è la versione fornitaci da tre dei quattro codici dell'Prose Edda, ovvero i codici Rs W T. Non così U. il Codex Uppsaliensis presenta un'interessante variante: «È detto che sopra questo [cielo], a mezzodì, c'è un altro cielo, ed è chiamato questo mondo Víðbláinn, e che un terzo sta al di sopra di quello e si chiama Ǫndlangr». Che questo codice inverta l'ordine del secondo e del terzo cielo (Ǫndlangr è una variante grafica di Andlangr) è un particolare di scarsa importanza: la cosa curiosa è che il secondo cielo (Andlangr in Rs W T, Víðbláinn in U) è definito «cielo» [himinn] nei primi tre codici [Rs W T], ma «mondo» [heimr] nel quarto codice [U]. Quest'uso della parola «mondo» al posto della parola «cielo» non è certo un caso, essendo attestato in diversi altri punti del medesimo codice U. Ora, anche se i codici Rs W T formano un gruppo compatto e sono ritenuti vicini alle intenzioni dell'autore (l'edizione critica dell'Edda di Snorri è basata infatti sul codice Rs), rimane il fatto che il codice U sia il manoscritto più antico dei quattro: le sue varianti sono degne della massima attenzione.

È eccessivo considerare i termini «cielo» [himinn] e «mondo» [heimr] come sinonimi, ma è evidente che ci stiamo muovendo in un ordine di idee che affonda nelle più antiche concezioni cosmologiche delle popolazioni nordiche, germaniche in particolare. Come vedremo dettagliatamente nella pagina successiva , la cosmologia scandinava sembra avere molti punti in contatto con le concezioni sciamaniche ampiamente diffuse tra i popoli uralici e altaici stanziati lungo tutta la fascia settentrionale dell'Eurasia, dalla Finlandia alla Siberia. L'idea di una serie di mondi celesti e ipoctoni, impilati verticalmente gli uni sugli altri, procedendo sia dalla terra sia verso il cielo che dalla terra verso gli inferi, è diffusissima tra tutti i popoli boreali, dove è compito degli sciamani salire o scendere attraverso l'asse che attraversa tutti i livelli dell'essere (asse che nella cosmologia germanica corrisponde al frassino Yggdrasill), interagendo con gli spiriti-guardiani che vi regnano, al fine di ottenere privilegi e favori. A seconda delle versioni, si passa dai sette cieli dei Tatari, ai diciassette dei Teleuti ai trentatré dei Soioti. Ugualmente vi sono altrettanti livelli inferi, che sprofondano nel sottosuolo. Il livello della manifestazione umana, il nostro mondo, è centrale rispetto alla teoria di livelli celesti e ipoctoni. Il numero di livelli celesti contemplati dalle cosmologie più comuni è comunque di sette o nove. Sette cieli rimandano forse a speculazioni sui sette pianeti (modello cosmologico che i popoli altaici avevano probabilmente desunto dalle concezioni del Vicino Oriente), nove cieli vanno verosimilmente spiegati con un simbolismo del 3 × 3. Sebbene per Uno Harva una cosmologia con sette piani celesti sia più antica di una a nove, ha probabilmente ragione Mircea Eliade nel sostenere che quest'ultima sia in realtà più arcaica, e che la concezione di un mondo celeste a sette piani debba dipendere da un influsso delle figurazioni del Vicino Oriente o dell'India (Harva 1938 | Eliade 1950). ②

L'idea, radicata tra i popoli altaici, secondo cui i vari livelli cosmici fossero popolati via via da esseri astrali, animali archetipi, spiriti, dèi, anime in attesa di nascere, anime di defunti, e fossero poste sotto il dominio di uno spirito-signore, ha un suo equivalente nelle concezioni nordiche dei «cieli» o «mondi» abitati da varie specie di esseri soprannaturali. Æsir, Vanir, Álfar, Jǫtnar, Dvergar e spiriti dei morti, hanno ciascuno un proprio mondo.

È dunque possibile interpretare i due mondi degli Álfar, che le fonti chiamano Álfheimr e Svartálfaheimr, alla luce di quanto abbiamo appena detto sulla cosmologia altaica. Si tratta probabilmente di un residuo di idee connesse al mitologema dei mondi celesti e ipoctoni. Sulla localizzazione dei due mondi elfici ci dà infatti notizia Snorri in Gylfaginning [17], dove afferma esserci «in cielo» un luogo chiamato Álfheimr, dove vive il popolo dei Ljósálfar (gli «elfi chiari»), mentre i Døkkálfar (gli «elfi scuri») abiterebbero sotto terra. Analogamente, parlando di Gimlé, posto nel cielo Víðbláinn, Snorri afferma sia popolato dai Ljósálfar (Gylfaginning [17]).

V - L'INGOMBRANTE PATRIA DEI VANIR

Sul Vanaheimr non si può dire molto. Il mondo dei Vanir è citato una sola volta, con questo nome, nella Prose Edda, anche se la sua esistenza è implicita nella Vǫluspá e in altri testi della Ljóða Edda.

Di una sua posizione geografica si parla unicamente nel racconto evemeristico della Ynglinga saga, dove il Vanaheimr è una regione posta nella «grande Svezia» [Svíþjóð inn mikla], cioè la Scizia, lungo il corso del fiume Don [Tanais]. Il brano di Snorri restituisce quel senso del meraviglioso tipico dei trattati di geografia medievale:

Í Svíþjóð eru stórhéruð mǫrg. Þar eru og margs konar þjóðir og margar tungur. Þar eru risar og þar eru dvergar, þar eru blámenn og þar eru margs konar undarlegar þjóðir. Þar eru og dýr og drekar furðulega stórir. Úr norðri frá fjǫllum þeim er fyrir utan eru byggð alla fellur á um Svíþjóð, sú er að réttu heitir Tanaís. Hún var forðum kǫlluð Tanakvísl eða Vanakvísl. Hún kemur til sjávar inn í Svartahaf. Í Vanakvíslum var þá kallað Vanaland eða Vanaheimur. Sú á skilur heimsþriðjungana. Heitir fyrir austan Asía en fyrir vestan Evrópa. La Scizia comprende vaste regioni con molte razze di popoli e molte lingue; vi abitano giganti, nani e negri e parecchie specie di popoli meravigliosi; vi si trovano animali e draghi straordinariamente grandi. Da nord, da quelle montagne che sono al di là di tutte le zone abitate, scorre in Scizia un fiume che correttamente si chiama Tanais [Don]. Anticamente questo fiume era detto Tanakvísl o Vanakvísl. Esso sfocia nello Svartahaf [Mar Nero]. Presso Vanakvísl era la terra detta Vanaland o Vanaheimr. Questo fiume divide le tre regioni del mondo: ad est c'è l'Asíá, a ovest l'Evrópá.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [1]

Mappamondo a «O-T».
British Library. Ms. C-5933-06; Royal 12 F. IV; f.135v.

Da un manoscritto delle Etymologiæ di Isidorus Hispaliensis custodito nella British Library, un bellissimo mappamondo medievale, con l'orbe terrestre suddiviso in Asia, Africa ed Europa. I bracci della T rappresentano in senso orario: il Nilo, il Mediterraneo e il Mar Nero.

La concezione del mondo tripartito, esemplificata al famoso mappamondo «O-T», è tipica degli atlanti medievali e rimonta a Isidoro di Siviglia, dove i confini tra Asia, Africa ed Europa erano segnati (in senso orario) dal Nilo, il Mediterraneo e il Mar Nero, i quali disegnavano sul mappamondo una sorta di croce a «T», inscritta nella «O» disegnata tutta intorno dall'Oceano esterno. Che Snorri avesse ben presente questa concezione geografica, è dimostrato anche dal Formáli alla sua Edda, testo assai vicino ai primi capitoli della Ynglinga saga [1]. Le montagne «che sono al di là di tutte le zone abitate», di cui qui si parla, sono i mitici monti Rifei (forse una visione mitizzata della catena degli Urali), che erano considerate l'estremo baluardo della terra con l'oceano artico. Il fiume Don [Tanais], che qui viene considerato un'estensione del Mar Nero [Svartahaf], permette a Snorri di fare un bisticcio di parole tra Tanakvísl e Vanakvísl, e quindi di inventarsi una collocazione per il Vanaheimr, che si troverebbe appunto presso questo fiume. Poiché più sotto il testo afferma che l'Ásaland o Ásaheimr si trovi a oriente del fiume (scelta che permette a Snorri di giocare sulla paraetimologia tra Æsir e Asíá), sembra di capire che il Vanaheimr sia invece localizzato a occidente.

Tuttavia, se anche alcuni testi di divulgazione pongono il Vanaheimr a occidente (come anche nello specchietto di Scardigli sopra riportato) non è soltanto in ossequio all'interpretazione del testo pseudo-storica della Ynglinga saga, ma anche perché – fragile conclusione – l'ovest è l'unico punto cardinale che rimane che rimane fuori una volta assegnati il Niflheimr a nord, Múspellsheimr a sud e Jǫtunheimr a oriente.

Certamente, le precisazioni geografiche appartenevano alle posteriori speculazioni degli eruditi come Snorri, non al più antico livello di elaborazione mitologica.

Schedario: [Ásaheimr | Vanaheimr | Jǫtunheimr]►

VI - DUE MONDI PER UNA DICOTOMIA ELFICA

Di una terra abitata dagli Álfar tratta innanzitutto il Grímnismál, che introduce il novero delle dodici dimore degli Æsir [4-7] con questo laconico helmingr, da cui sembra di capire che il regno elfico non fosse lontano da quello divino:

Land er heilagt
er ek liggja sé
ásom ok álfom nær...

Sacra è la terra
ch'io stendersi vedo
agli Æsir e agli Álfar vicina...

Ljóða Edda > Grímnismál [4] 

Álfheimr vine però citato con questo nome nella strofa successiva del poema, dove viene elencato come una delle dodici dimore degli Æsir e, come tale, viene attribuito a Freyr:

Álfheim Frey
gáfo i árdaga
tívar at tannfé.

Álfheimr a Freyr
donarono in principio
gli dèi per il suo primo dente.

Ljóða Edda > Grímnismál [5] 

La festa del primo dente [tannfé] veniva celebrata allorché a un neonato spuntava il primo dentino. Ben fortunato può dunque dirsi Freyr, ad aver ricevuto un così magnifico dono quando ancora era in culla. Di tale leggenda, però, come di un legame di Freyr con Álfheimr, non abbiamo altre notizie in tutta la letteratura norrena.

Per avere notizie più dettagliate sul mondo di Álfheimr dobbiamo rifarci al solito Snorri. Alla domanda di Gylfi, su quali luoghi vi siano in cielo, Hár tratta innanzitutto di Álfheimr e afferma fosse abitato da una specifica categoria di álfar, i Ljósálfar o «elfi chiari». Al proposito, Snorri traccia un contrasto con i Døkkálfar o «elfi scuri», che vivevano invece sotto terra.

Margir staðir eru þar göfugligir. Sá er einn staðr þar er kallaðr er Álfheimr. Þar byggir fólk þat er Ljósálfar heita, en Døkkálfar búa niðri í jörðu, ok eru þeir ólíkir sýnum ok miklu ólíkari reyndum. Ljósálfar eru fegri en sól sýnum, en Døkkálfar eru svartari biki.

Molti gloriosi posti esistono [in cielo]. Vi è un luogo chiamato Álfheimr, dove abita quel popolo detto dei Ljósálfar; sotto terra abitano invece i Døkkálfar, che sono dissimili dai primi nell'apparenza, ma ancor più nella realtà. I Ljósálfar sono più belli d'aspetto del sole, mentre i Døkkálfar sono più neri della pece.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [17]

Non viene qui detto come si chiami questo mondo sotterraneo dei Døkkálfar. In un altro capitolo, però, Snorri parla di un luogo chiamato Svartálfaheimr, «mondo degli elfi neri», dove afferma abitino alcuni nani:

Allfǫðr þann er Skírnir er nefndr, sendimaðr Freys, ofan í Svartálfaheim til dverga nǫkkurra ok lét gera fjǫtur þann er Gleipnir heitir.

Allfǫðr mandò il messaggero di Freyr, che si chiama Skírnir, giù nello Svartálfaheimr, presso certi nani dai quali fecero forgiare il laccio che si chiama Gleipnir.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]

Il confronto tra i due passi permette una serie di agevoli identificazioni. Ad esempio, il termine Svartálfar non compare mai da solo, ma sempre come primo elemento del composto Svartálfaheimr; non vi è tuttavia alcuna ragione per presumere che gli Svartálfar, «elfi neri», siano diversi dai Døkkálfar, «elfi scuri». E poiché lo Svartálfaheimr si trova «giù» [ofan í], dice Snorri, intendendo senza dubbio il sottosuolo, mondo dove dimorano i nani, si può inferire che i Døkkálfar o Svartálfar altro non siano che i nani stessi, e che lo Svartálfaheimr sia il loro mondo.

Il contrasto con lo Svartálfaheimr sembra confermare il dato che Álfheimr, per contrasto, debba essere collocato in alto, dettaglio già suggerito dallo Grímnismál, che elencava la terra degli elfi accanto alle dimore divine. Ma che i Ljósálfar vivessero in cielo ci è confermato da un'ulteriore notizia, sempre riferita da Snorri, su un terzo cielo, chiamato Víðbláinn, anch'esso detto dimora degli «elfi chiari»:

Svá er sagt at annarr himinn sé suðr ok upp frá þessum himni, ok heitir sá himinn Andlangr, en hinn þriði himinn sé enn upp frá þeim, ok heitir sá Víðbláinn, ok á þeim himni hyggjum vér þenna stað vera. En Ljósálfar einir hyggjum vér at nú byggvi þá staði.

Così è detto, che un altro cielo si trovi a sud, al di sopra di questo, chiamato Andlangr; ma ancora sopra a questi c'è il terzo cielo, che si chiama Víðbláinn. In questo cielo noi crediamo che si trovi quella dimora, ma solo i Ljósálfar, noi pensiamo, fino a ora vi abitano.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [17]

Non ne sappiamo abbastanza, purtroppo, per identificare Álfheimr con Víðbláinn.

Dopo la fine del paganesimo, il concetto di un mondo degli elfi perdurò a lungo nel folklore, ma non più come parte di un regno divino e quindi non più inserito in una teologia celeste, bensì come mondo terrestre, per quanto soprannaturale, parallelo e separato da quello degli uomini. In diverse ballate popolari in medio inglese, perlopiù provenienti dal nord dell'Inghilterra o dalla Scozia, compare una regina degli esseri incantati, definita Queen of Elphame. Questo termine, che si ritiene derivato da un anglosassone *Ælfham, è il mondo incantato delle creature fatate e soprannaturali, ragion per cui viene tradotto in inglese corrente con Elfland (Elvenland) o addirittura Fairyland. Leggiamo nella ballata Thomas the Rhymer:

Hail to thee Mary, Queen of Heaven!
For thy peer on earth could never be.

O no, O no, Thomas she said,
That name does not belang to me;
I am but the queen o' fair Elfland,
That am hither come to visit thee
.
“Salve a te, Maria, Regina del Cielo!
Pari a te non c'è sulla Terra!”
“No, no, Thomas” disse ella,
“quel nome non mi appartiene;
io sono la regina del fatato Elfland,
e sono venuta a farti visita”.
Child's Ballads > [37] Thomas the Rhymer

Anche in alcune fiabe inglesi viene citato questo mondo degli elfi. In Childe Rowland, ad esempio, l'Elfland viene descritto in maniera piuttosto oscura e sinistra (Jacob 1890).

VII - IL GHIACCIO DELLE ORIGINI

In quanto all'opposizione tra Niflheimr e Múspellsheimr, di cui abbiamo trattato altrove ①, la presenza di queste due regioni primordiali, nel novero dei nío heimar, è giustificato dal fatto che questi due antichissimi mondi continuarono a esistere quali regioni cosmiche molto tempo dopo la creazione dell'universo. In particolare, il gelido mondo di Niflheimr non viene mai nominato nella Ljóða Edda. Per tale ragione, lo si ritiene un composto linguistico più recente, per quanto non vi sono dubbi che sottenda a una rappresentazione cosmologica più arcaica. È infatti attestato quasi unicamente nella Prose Edda di Snorri, nei cui primi capitoli viene definito come uno dei mondi primordiali che si distinsero dal Ginnungagap, agli inizi del tempo. In tale fonte, viene anche definito come il luogo in cui si trovava la sorgente di Hvergelmir:

Fyrr var þat mǫrgum ǫldum en jǫrð var skǫpuð, er Niflheimr var gǫrr, ok í honum miðjum liggr bruðr sá er Hvergelmir heitir, ok þaðan af falla þær ár er svá heita...

Erano quei giorni antichi, prima che la terra avesse forma, quando fu creato il Niflheimr, al cui centro era una sorgente chiamata Hvergelmir da cui sgorgavano i fiumi che così si chiamano...

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4]

Subito dopo, però, Snorri afferma che esisteva un mondo ancora più antico, il Múspellsheimr, che colloca a sud. L'informazione, permette di disegnare un universo caratterizzato da una situazione dipolare, distinto nel rovente Múspellsheimr a meridione e il gelido Niflheimr collocato, per contrasto, a settentrione. Situazione chiarita dallo stesso Snorri:

Svá sem kalt stóð af Niflheimi ok allir hlutir grimmir, svá var þat er vissi námunda Muspelli heitt ok ljóst, en Ginnungagap var svá hlætt sem lopt vindlaust.

Così come il freddo proveniva da Niflheimr insieme a tutto ciò che è temibile, quanto si volgeva verso Múspell era caldo e luminoso e Ginnungagap era mite come aria priva di vento.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

La definizione è significativa. Niflheimr è il luogo da cui viene il freddo, insieme a «tutto ciò che è temibile» [allir hlutir grimmir]. È dunque un mondo raggelato, ostile, sinistro. Il fatto che sia collocato a settentrione, lo caratterizza con le nozione di oscurità, nebbia e gelo. Nell'antico mondo scandinavo, il nord era la direzione da cui proveniva la cattiva sorte; si dice che la casa di Hel avesse le porte «che dànno a nord» [ok horfa í norðr dyrr] Gylfaginning [52], mentre gli edifici innalzati degli uomini avevano solitamente le porte rivolte a sud, direzione in cui volgeva il corso diurno del sole e da cui provenivano tutti gli influssi vitali e benigni.

Nonostante ciò, anzi, forse proprio a causa di ciò, è proprio nello spazio centrale del Ginnungagap, dove si mediano le opposte polarità di Niflheimr e Múspellsheimr, che si costituiscono le basi ambientali per lo scaturire della prima vita e sorge il gigante primordiale Ymir (Gylfaginning [5]). Per quanto Snorri abbia inizialmente definito il Niflheimr come uno dei due poli del Ginnungagap, egli tornerà in seguito a citare a questo luogo, estraendolo dai tempi primordiali e facendone uno dei mondi della cosmologia scandinava, non del tutto distinto, come vedremo, dal regno diHel.

Oltre che in Snorri, il Niflheimr viene anche citato nel Rafnagaldr Óðins, un poema piuttosto tardo (Bugge pensa risalga al xvii secolo), redatto in stile eddico. Poiché Álfrǫðull, «gloria degli elfi», è uno dei nome poetici del sole, il passo – assai dibattuto – sembra indicare il cammino notturno del sole che, passando a nord, illumina il Niflheimr:

Riso raknar,
rann álfraudull,
nordr at niflheim
nióla sótti.
Sorgono le potenze
nella dimora di Álfrǫðull,
verso nord, in Niflheimr
ha cacciato la notte.
Ljóða Edda > Rafnagaldr Óðins [26]

VIII - MÚSPELLSHEIMR: IL FUOCO DELL'APOCALISSE

Niflheimr e Múspellsheimr sono localizzati – almeno nella configurazione primordiale dell'universo – l'uno nel gelido settentrione, l'altro nell'ardente meridione. Essi non rappresentano soltanto i poli cosmici del freddo e del caldo ma, forse, sono anche le figurazioni del passato e dell'avvenire dell'universo: il ghiaccio da cui emerse Ymir al principio dei tempi e il fuoco nel quale i figli di Múspell [Múspellsmegir o Múspellssynir] bruceranno l'universo nell'ecpirosi finale.

Niflheimr e Múspellsheimr hanno dunque notazioni cosmiche che li pongono lungo un asse temporale, lungo una linea escatologica. In un certo senso, Niflheimr e Múspellsheimr segnano la freccia del tempo. In questo si distinguono dagli altri mondi, i quali semplicemente esistono nel tempo. Ma nella cosmologia germanica, tempo e spazio hanno nozioni diverse da quelle che noi moderni attribuiamo loro. Stiamo parlando di un sistema semantico in cui la stessa parola «mondo», verǫld (letteralmente «età degli uomini»), ha un senso temporale, in quanto epoca della manifestazione umana.

Il toponimo Múspellsheimr è costruito sullo straordinario termine mūspilli/múspell, attestato in antico basso tedesco, sassone e norreno, il cui significato sembra essere «incendio universale». Sebbene variamente interpretata dai filologi, pare che l'etimologia di questa parola sia mista, derivando dal latino mundus «mondo» e dal norreno spilla «distruggere», ove la [n] di mundus sarebbe caduta in analogia agli infissi nasali dei temi verbali presenti, secondo un fenomeno comune sia al latino che all'antico nordico; cfr. norreno standa (pres.) → stóð (perf.) e latino tundo (pres.) → tutudi (perf.) (Gordon 1927). Múspellsheimr sarebbe dunque il «mondo dell'incendio universale», strano toponimo che compone insieme un termine di senso temporale (múspells-) e uno di senso spaziale (-heimr).

Il termine mūspilli compare per la prima volta in un poemetto in antico alto tedesco contenuto in un manoscritto latino risalente alla prima metà del ix secolo. La composizione, considerata uno dei principali monumenti della letteratura tedesca medievale, tratta dei tempi finali, del giudizio universale, della lotta tra Elia e l'Anticristo e dell'incendio universale che distrugge il mondo. Il suggestivo titolo Mūspilli, assegnato al poemetto dal suo scopritore e primo editore, Johann Andreas Smeller nel 1832, deriva appunto da uno dei versi del poema:

...Prinnit mittilagart
sten ni kistentit.
verit denne stuatago in lant,
verit mit diu vuiru
viriho uuison:
dar ni mac denne mak andremo
helfan vora demo muspille.
...Brucerà la terra,
non resterà ferma alcuna pietra;
verrà allora sulla terra il giorno del castigo,
verrà col fuoco
a visitare gli uomini:
allora nessun parente
potrà aiutare l'altro nel mūspilli.
Mūspilli [-]

Il termine mūspilli è un hápax legomenon nella letteratura antico-alto-tedesca, ma compare due volte in sassone, nel Hēliand. La prima ricorrenza definisce esplicitamente il mūtspelli come «la fine di questo mondo» [endi thesaro uueroldes].

Thot sculun sia her uuahsan forth
thia forgripanun gomon,
so samo so thia guodun man,
antthat mutspelles megin,
endi thesaro uueroldes,
obar man ferit.
Tuttavia gli uomini dannati
continueranno a vivere qui,
tal quale gli uomini buoni,
finché la potenza del mūtspelli,
la fine di questo mondo,
coglierà gli uomini.
Hēliand [-]

Nella seconda ricorrenza, il giorno di mūtspelli è detto «l'ultimo di questo mondo» [thie lezto theses liohtes] (il sassone lioht è letteralmente «luce», ma anche «vita» e «mondo»).

Mutspelli cumid
an thiustria naht,
all so thiof farit
darno mid is dadion,
so cumit thie dag mannon,
thie lezto theses liohtes,
so it err thesa liudi ni uuitun...
Il mūtspelli viene
nella cupa notte;
come il ladro procede
nascostamente nelle sue azioni,
così viene per gli uomini quel giorno,
l'ultimo di questo mondo,
senza che la gente lo sappia prima...
Hēliand [-]

Occasionale in Germania, la parola múspell è invece regolarmente impiegata nella letteratura in lingua norrena, e dunque in un contesto mitologico. È raramente presente in forma pura, ma compare quasi sempre in due composti: Múspells heimr, «mondo di Múspell», e Múspells megir (o Múspells synir), «figli di Múspell».

La più antica occorrenza è nella Vǫluspá, in una scena proiettata alla fine dei tempi, nel ragnarǫk, dove la parola è collegata a lýðr «popolo, gente».

Kjǫll ferr austan,
koma munu Múspells
um lǫg lýðir,
en Loki styrir.
Una chiglia avanza da est:
verranno di Múspell
sul mare le genti,
e Loki tiene il timone.
Ljóða Edda > Vǫluspá [51]

In norreno, la parola múspell non indica la combustione finale del mondo, come avveniva nella letteratura tedesca, ma caratterizza un popolo che interverrà nei tempi finali. Il termine compare solo un'altra volta nella Ljóða Edda, dove fa la sua apparizione nel composto Múspells megir, «figli di Múspell» (Lokasenna [42]), con analogo significato.  Costoro entrano a far parte di un'ottica cosmologica, in quanto, con la distruzione del ponte Bifrǫst, dovranno spezzare il legame tra cielo e terra, mossa evidentemente indispensabile per poi distruggere l'universo.

Da queste due occorrenze, sarebbe arduo comprendere chi o cosa indichi la parola Múspell. Dal contesto potrebbe trattarsi tanto di un luogo (di cui i Múspells lýðr sarebbero gli abitanti) quanto di un personaggio (di cui i Múspells megir sarebbero forse i figli). E non sono mancati esegeti che hanno voluto interpretare la parola Múspell come nome di persona. In tal caso, sarebbe forse stato un gigante in una fase perduta della mitologia scandinava; o forse un epiteto dello stesso Surtr, al quale il mito escatologico attribuisce l'incendio universale. In realtà nulla fa pensare che sia mai esistito un personaggio così chiamato. Che la parola Múspell indichi un luogo mitico sembra invece confermato dalla Prose Edda di Snorri.

Il termine Múspell compare regolarmente nella Prose Edda in Snorri, dove è legato tanto a un luogo mitico quanto al popolo che lo abita. Il termine non è limitato soltanto ai tempi escatologici, ma lo troviamo riferito anche ai tempi primordiali. Snorri esordisce infatti descrivendo il heimr, «mondo», di Múspell come uno dei due poli in cui, all'inizio del tempo, era caratterizzato il baratro di Ginnungagap. Questo aveva nel lato settentrionale il gelido Niflheimr, ma a meridione, dice Snorri, vi era un mondo ancora più antico:

Fyrst var þó sá heimr í suðrhálfu er Muspell heitir. Hann er ljóss ok heitr. Sú átt er logandi ok brennandi, er hann ok ófœrr þeim er þar eru útlendir ok eigi eigu þar óðul.

 Ma prima di ogni cosa vi fu quel mondo, a sud, chiamato Múspell. È luminoso e caldo, questo paese che arde e divampa, impervio agli stranieri e a coloro che non vi sono nati.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4]

Questo mondo di Múspell assume subito dopo un ruolo importante nel processo creativo dell'universo. Nello spazio centrale del Ginnungagap, dove si mediano le opposte polarità di Niflheimr e Múspellsheimr, si costituiscono le basi ambientali per il sorgere della prima vita, e sorge il gigante primordiale Ymir (Gylfaginning [5]).

Ginnungagap, þat er vissi til norðrs ættar, fyltisk með þunga ok hǫfugleik íss ok hríms ok inn í frá úr ok gustr. En hinn syðri hlutr Ginnungagaps léttisk móti gneistum ok síum þeim er flugu ór Muspellsheimi. Ginnungagap, nella parte che volge a nord, si ricoprì di strati di ghiaccio e di brina, e da esso si levarono bruma e vento, mentre la parte a sud del Ginnungagap ne fu preservata dalla lava e dalle scintille che scaturivano da Múspellsheimr.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

Più tardi, Snorri fa provenire le stelle dalle scintille del Múspellsheimr. «Poi [gli dèi] presero scintille e fiammelle, che correvano libere, e furono lanciate fuori dal Múspellsheimr [...], sia in alto che in basso, affinché illuminassero cielo e terra» [Þá tóku þeir síur ok gneista þá er lausir fóru ok kastat hafði ór Muspellsheimi [...], bæði ofan ok neðan til at lýsa himin ok jǫrð] (Gylfaginning [8]). Medesima è l'origine del sole, «che gli dèi avevano creato per illuminare il mondo con quella favilla sfuggita dal Múspellsheimr» [þeirar er guðin hǫfðu skapat til at lýsa heimana af þeiri síu er flaug ór Muspellsheimi] (Gylfaginning [11]).

Terminato il processo creativo, il termine Múspell torna ad assumere valenze escatologiche. A questo punto Snorri comincia da un lato a parlare dei Múspells megir (o Múspells synir), i «figli di Múspell» i quali, nel giorno di ragnarǫk, arriveranno sui loro destrieri, distruggeranno il ponte Bifrǫst sotto il loro tremendo galoppo (Gylfaginning [13] | cfr. Fáfnismál [29]), e  causeranno tra l'altro la morte di Freyr (Gylfaginning [37]), impossibilitato a difendersi senza la sua spada.

La battaglia escatologica è descritta da Snorri nel cinquantunesimo capitolo della sua Edda. Come già attestato nella Vǫluspá, le schiere dei Múspells megir (o Múspells synir) interverranno nel ragnarǫk, guidate da Surtr. Si uniranno all'esercito dei giganti di brina e a quello di Hel, e tutti insieme attaccheranno il mondo e gli dèi.

Í þessum gný klofnar himinninn ok ríða þaðan Muspellssynir. Surtr ríðr fyrst, ok fyrir honum ok eptir bæði eldr brennandi. Sverð hans er gott mjǫk, af því skínn bjartara en af sólu. En er þeir ríða Bifrǫst þá brotnar hon, sem fyrr er sagt. Muspellsmegir sœkja fram á þingvǫll er Vígríðr heitir, þar kemr ok þá Fenrisúlfr ok Miðgarðsormr. Þar er ok þá Loki kominn ok Hrymr ok með honum allir hrímþursar, en Loka fylgja allir Heljar sinnar. En Muspellssynir hafa yfir sér fylking, er sú bjǫrt mjǫk. In questo frastuono il cielo si fenderà e avanzeranno allora i figli di Múspell. Surtr cavalcherà per primo, con un fuoco ardente davanti e dietro di lui; la sua spada è formidabile, da essa emana un chiarore più brillante del sole. Quando cavalcheranno su Bifrǫst essi lo demoliranno, com'è stato detto in precedenza. Le schiere di Múspell avanzeranno fino al campo chiamato Vígríðr, ove arriveranno anche il lupo Fenrir e il Miðgarðsormr. Anche Loki giungerà insieme a Hrymr e con lui tutti i giganti di brina, ma sarà a Loki che tutti i seguaci di Hel si uniranno. I figli di Múspell formeranno invece una legione separata e sarà molto luminosa.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [51]

E sarà proprio Surtr, guardiano di Múspellsheimr e condottiero delle sue schiere, ad avere il ruolo finale nel ragnarǫk: sarà lui a scatenare le fiamme che arderanno il cielo e la terra, riconducendo così l'escatologia norrena al motivo ecpirotico che avevamo già trovato nel Mūspilli e nel Hēliand.

Due sole volte nella sua opera Snorri utilizza il termine Múspell a indicare direttamente un toponimo, senza impiegarlo come complemento di specificazione. Nella prima ricorrenza, Snorri confronta i due mondi contrapposti di Niflheimr e Múspellheimr, e dice: «Così come il freddo proveniva da Niflheimr [...], quanto si volgeva verso Múspell era caldo e luminoso» [Svá sem kalt stóð af Niflheimi [...], svá var þat er vissi námunda Muspelli heitt ok ljóst] (Gylfaginning [4]).

Nella seconda ricorrenza, Múspell è il luogo dove è ormeggiata Naglfar, la nave fatta con le unghie dei morti.

...en Naglfari er mest skip, þat er á Muspell. ...Ma è Naglfar la nave più grande, che sta in Múspell.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [43]

Quest'ultimo inciso conferma quanto avevamo letto in Vǫluspá [51]: apparterrebbe dunque a Naglfar la chiglia che recherà le genti di Múspell alla battaglia escatologica.

IX - INFERNI GELATI, INFERNI NEBBIOSI

Poiché Niflheimr e Múspellsheimr segnano la freccia del tempo, ovvero, rispettivamente, le origini e la fine dell'universo, non ci si stupirà di apprendere che il Niflheimr è legato a un'altra «direzione escatologica», questa volta diretta verso il basso, verso il mondo dei morti.

In un passo della Prose Edda, il Niflheimr viene infatti descritto come il luogo in cui si trova la sorgente di Hvergelmir, dalla quale si dipartono tutti i fiumi cosmici. Il frassino Yggdrasill, stando a Snorri, vi attinge una delle sue tre radici:

Þrjár rætr trésins halda því uppi ok standa afarbreitt. Ein er með ásum, en ǫnnur með hrímþursum, þar sem forðum var Ginnungagap. In þriðja stendr yfir Niflheimi, ok undir þeiri rót er Hvergelmir, en Níðhǫggr gnagar neðan rótina. Tre radici sostengono l'albero e si estendono per spazi incredibili: una va fra gli Æsir, mentre un'altra fra i giganti di brina, là dove prima c'era il Ginnungagap. La terza sta sotto Niflheimr; sotto questa radice si trova Hvergelmir, e Níðhǫggr la rosicchia da sotto.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [15]

Qui Snorri sta citando un passo tratto dal Grímnismál, dove in realtà leggiamo:

Þriár rætr
standa á þriá vega
undan aski Yggdrasils;
Hel býr undir einni,
annarri hrímþursar,
þriðio mennzkir menn.
Tre radici
si estendono in tre direzioni
sotto il frassino Yggdrasill;
Hel sotto l'una dimora,
sotto l'altra i giganti di brina,
sotto la terza gli esseri umani.
Ljóða Edda > Grímnismál [31]

Il confronto tra i due brani è significativo perché ci permette di associare il regno di Hel al Niflheimr, o per lo meno ci suggerisce che, all'epoca di Snorri, i due luoghi fossero in qualche modo confusi tra loro. Se in Prose Edda [4-5] il Niflheimr veniva genericamente collocato a nord (o per meglio dire, veniva opposto al Múspellsheimr, il quale si trovava a sud), lo troviamo ora assegnato all'abisso sotterraneo e in qualche modo identificato con il mondo dei morti. Poco dopo, Snorri dirà esplicitamente che la dea dell'oltretomba aveva la propria dimora nel Niflheimr:

Hel kastaði hann í Niflheim ok gaf henni vald yfir níu heimum, at hon skyldi skipta ǫllum vistum með þeim er til hennar váru sendir, en þat eru sóttdauðir menn ok ellidauðir. Hon á þar mikla bólstaði ok eru garðar hennar forkunnar hávir ok grindr stórar. [Óðinn] gettò quindi Hel nel Niflheimr e le diede il potere sopra i nío heimar, affinché ripartisse tutte le dimore fra coloro che venivano da lei mandati, i quali sono gli uomini morti per malattia o di vecchiaia. Laggiù ella dispone di un vasto territorio, le sue mura sono altissime e i suoi cancelli enormi.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]

Questo punto sembra confermato dalla notizia secondo la quale l'Helvegr, la «via di Hel» era orientata verso settentrione, dunque nella direzione in cui doveva trovarsi Niflheimr, ma anche nella direzione infera. «In basso e nord si trova la via di Hel» [en niðr ok norðr liggr Helvegr] spiega Móðguðr a Hermóðr, quando questi si reca a recuperare Baldr dal regno dei morti (Gylfaginning [49]). In una sola frase si fondono entrambe le nozioni: il mondo dei morti si trova dunque «in basso e a nord».

Non vi è dunque una distinzione precisa tra i mondi il Niflheimr e il regno di Hel: il primo è assegnato al settentrione, ma è pure collocato negli inferi: il secondo è posto negli inferi, ma è orientato a nord. Sono entrambi dei mondi caratterizzati dal freddo, dall'oscurità, dalla nebbia, dalla pioggia e dall'umidità. D'altronde il settentrione era considerato direzione infausta, opposta al cammino del sole, dunque lato segnato dal gelo e dalle tenebre. Il Niflheimr coincide con il corso notturno del sole, che diventa così il sole dei morti. Il Niflheimr e il regno di Hel sono entrambi dei mondi caratterizzati dal freddo, dall'oscurità, dalla nebbia, dalla pioggia e dall'umidità. Tendono a sfumare l'uno nell'altro e addirittura a confondersi in una nozione che pare riassumerli entrambi: il Niflhel, l'inferno nebbioso.

Al contrario del Niflheimr, che non compare mai nei canti mitologici della Ljóða Edda, il Niflhel è citato in Vafþrúðnismál [43], dove viene definito come la dimora dei morti ed è posto nell'abisso inferiore. È probabile che costituisca una più antica rappresentazione dello stesso Niflheimr.

Parlando del destino dei defunti, Snorri afferma:

...En vándir menn fara til Heljar ok þaðan í Niflhel. Þat er niðr í inn níunda heim. Gli uomini malvagi andranno invece da Hel e da lì nel Niflhel, che si trova laggiù nel nono mondo.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3]

E in un altro passo, già citato, il gigante Vafþrúðnir afferma di essere andato dovunque:

Nío kom ek heima
fyr Níflhel neðan,
hinig deyja ór heljo halir.

Giunsi nei nove mondi
fino al Niflhel in basso,
presso Hel, dove vanno i morti.

Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [43]

Dunque vi è un luogo ancora più infero di Niflheimr, ed è il Niflhel. Difficile definirne la natura. Dal testo di Snorri sembra di capire che alcune categorie dei defunti – probabilmente le anime dei malvagi – siano soggette a una seconda morte, dovendo andare nel Niflhel passando attraverso il regno di Hel (Isnardi 1991). È curioso notare come, nel mondo nordico, le pene infernali siano caratterizzate dal gelo e dall'oscurità. Pare evidente che, nel freddo mondo boreale, il calore del fuoco fosse cosa piuttosto gradita agli uomini; ragione per cui – contrariamente a quanto accadde nel mondo cristiano – non venne mai associato al castigo ultraterreno.

La cosmografia norrena riguardo al regno dei morti è molto complessa e articolata: la tratteremo nei dettagli in un apposito capitolo. Per ora basti sottolineare che non vi è una distinzione precisa tra questi mondi gelidi, dove il settentrione sfuma – astronomicamente – con la nozione delle profondità infere.

Bibliografia

  • BRANSTON Brian, Gods of the North. Thames & Hudson, London 1955. → ID. Gli dèi del nord. Mondadori, Milano 1991.
  • BRANSTON Brian, Gods & Heroes from Viking Mythology. Eurobook, London 1978. → ID., Dèi e eroi della mitologia vichinga. Mondadori, Milano 1981.
  • BUGGE Sophus, Studier over de nordiske Gude- og Heltesagns Oprindelse. Kristiania [Oslo] 1881.
  • CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Guðbrandur, An Icelandic-English Dictionary. Oxford, 1874.
  • DE VRIES Jan, Altgermanische Religionsgeschichte. De Gruyter, Berlin 1957.
  • ELIADE Mircea, Le chamanisme et les techniques archaïques de l’extase. Payot, Paris 1950. → ID., Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi. Mediterranee, Roma 1974.
  • HAAVIO 1965. Martti Haavio, Bjarmien vallan kukoistus ja tuho. Historiaa ja runoutta. → ID., Splendore e scomparsa del regno di Biarmia. Vocifuoriscena, Viterbo 2015.
  • HARVA [HOLMBERG] Uno Nils Oskar, Die religiösen Vorstellungen der altaischen Völker. Söderström, Helsinki 1938.
  • ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: SNORRI Sturluson, Edda di Snorri. Rusconi, Milano 1975.
  • ISNARDI Gianna Chiesa, I miti nordici. Longanesi, Milano 1991.
  • POLIA Mario, Völuspá. I detti di colei che vede. Il Cerchio, Rimini 1983.
  • SCARDIGLI Piergiuseppe [cura] ~ MELI Marcello [trad.], Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano 1982.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 21.03.2005
Ultima modifica: 26.05.2016
 
POSTA
© BIFRÖST
Tutti i diritti riservati