| I -
IL FRASSINO YGGDRASILL L'albero
Yggdrasill č l'axis mundi del
cosmo norreno, il grande frassino che si leva al centro dell'universo e
rappresenta la continuitą e la vita stessa dei nove mondi. Esso sorge nell'asse
nel cosmo, le sue radici attingono alle sorgenti pił antiche e profonde
dell'universo e con i suoi rami sostiene e copre tutti i nove mondi.
Che di tali mondi mondi, del resto, il frassino sia l'asse portante e il
sostegno, lo annuncia la vǫlva
all'inizio del canto profetico, in quella stessa strofa dove ella fornisce il
numero dei mondi che compongono il cosmo, mettendoli in correlazione se la
delicatissima traduzione č corretta con i nove «sostegni» forniti dall'albero
stesso:
Nķu mank heima,
nķu ķ viši,
mjǫtviš męran
fyr mold nešan. |
Nove mondi ricordo
nove sostegni,
e l'albero misuratore, eccelso
che penetra la terra. |
|
Ljóša Edda
> Vǫluspį [2] |
Non si puņ tacere che il brano sia di ardua traduzione. Secondo
l'interpretazione condivisa dalla maggior parte degli studiosi, quel nķu ķ
viši si riferirebbe appunto ai «nove sostegni» dei mondi (cfr. višjur
«radici, travi» < višr «bosco, legna»); non mancano perņ le voci
dissenzienti: alcuni pensano che la frase sia da leggere nķu ķviši «nove
specie di creature»; Sir George W. Cox č riandato all'antico svedese invižir
e ha interpretato, un po' fantasiosamente, «l'insieme di tutti gli esseri, del
mondo dei vivi e del mondo dei morti». In tutti i casi si tratta di una visione
dell'universo riassunto nella sua stabilitą e nella sua totalitą
(Cox 1870).
Altri dettagli sul frassino Yggdrasill
e sulla fauna che dimora tra le sue radici e nei suoi rami, vengono aggiunti
nella
Vǫluspį [18] e poi nel
Grķmnismįl [35-36]. A queste fonti
si ispirņ Snorri per darci quella che č la pił ampia e meticolosa descrizione
che possediamo su questo importantissimo locus della mitologia nordica.
Snorri ci presenta Yggdrasill come la
«sede pił santa degli dči» [helgistašurinn gošanna], dicendo:
| Žį męlti Gangleri: «Hvar er hǫfušstašrinn eša
helgistašrinn gošanna?» |
Quindi parlņ Gangleri:
«Dove si trova la residenza principale o pił sacra per gli dči?» |
| Hįr svarar: «Žat er at aski Yggdrasils. Žar skulu gošin
eiga dóma sķna hvern dag.» |
Rispose Hįr:
«Si trova presso il frassino di
Yggdrasill. Lą gli dči devono tenere il loro consiglio ogni giorno». |
| Žį męlti Gangleri: «Hvat er at segja frį žeim staš?» |
Quindi parlņ Gangleri:
«Cosa c'č da dire di questo luogo?» |
| Jafnhįr segir: «Askrinn er allra trjį mestr ok beztr.
Limar hans dreifast um heim allan ok standa yfir himni.» |
Allora disse
Jafnhįr: «Il frassino č di tutti gli alberi il pił grande e il migliore; i
suoi rami si allungano per tutto il mondo, fin sopra il cielo. » |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning
[13] |
Dopodiché Snorri passa a descrivere le sorgenti a cui
attingono le radici del frassino e le molte creature che dimorano tra le sue
radici, tra i suoi rami e nella sua chioma. Le fonti a cui esso attinge sono
essenzialmente quelle sopra riportate: Snorri non aggiunge quasi nulla ma
chiarisce quanto era riferito nella
Ljóša Edda.
|
|
II - SULLE TRACCE DELL'ALBERO COSMICO
L'immagine di un albero sacro, anche se non necessariamente un albero
cosmico, sembra ben conosciuto ai popoli germanici. Molte antiche fonti parlano
di alberi oggetto di venerazioni e luogo di sacrifici umani, alberi posti
accanto a templi o sorgenti. Č il caso della colonna
Īrminsul adorata dai Sassoni in un luogo sacro nella foresta di
Teutoburgo [fanum et lucum eorum famosus Irminsul], abbattuta da Carlo
Magno nel 772 e che, nelle posteriori relazioni, č descritta come una
rappresentazione dell'asse universale che sorreggeva tutte le cose [universalis
columna, quasi sustinens omnia]. Č anche il caso del grande albero sacro che
si levava vicino al tempio di Uppsala, di cui ci informa un importante scolio ad
Adam Bremensis:
| Prope templum est arbor maxima late ramos extendens,
ęstate et hyeme semper virens: cuius illa generis site nemo scit. Ibi etiam est
fons ubi sacrificia paganorum solent exerceri et homo vivus immergi. Qui dum non
invenitur ratum erit votum populi. |
Accanto al tempio vi č un albero che molto protende i
suoi rami, sempre verde d'estate e d'inverno: di che specie sia nessuno lo sa.
Lą vi č anche una fonte presso cui si praticano sacrifici pagani e un uomo vi
viene immerso vivo. Se torna a galla č segno che i desideri degli uomini saranno
soddisfatti. |
| Adam
Bremensis: Gesta Hammaburgensis Ecclesię Pontificum
[IV: 26 (scholium 134)] |
Opportunamente, Brian Branston ha messo in relazione lo
scolio di Adam Bremensis con vari estratti dai testi eddici, mostrando che
l'immagine dell'albero sacro di Uppsala gią contiene in sé stesso tutti gli
elementi che vengono attribuiti al grande frassino
Yggdrasill. Come l'albero di Uppsala,
infatti, il frassino Yggdrasill
cresceva accanto a un tempio, la
Valhǫll, dal cui tetto la capra Heišrśn
ne brucava i rami (Grķmnismįl [25]); inoltre era
anch'esso un albero sempreverde e sorgeva presso la sorgente di
Uršarbrunnr (Vǫluspį [18]); da questi dati, a Branston pare evidente che
l'albero sacro di Uppsala fosse una rappresentazione del frassino mitico
(Branston 1955).
Dunque, se l'immagine di un albero cosmico sembra diffusa tra molti popoli
germanici, dove anzi č un elemento cosmologico di straordinaria importanza,
bisogna ammettere che essa sembra stranamente assente dal resto delle mitologie
europee. Ci si puņ dunque chiedere per quale tramite i Germani abbiano assunto
questo mitema dell'albero cosmico. La risposta č abbastanza semplice e condivisa
dalla maggior parte degli studiosi.
Se il mitema dell'albero cosmico č raro tra le popolazioni indoeuropee, esso
č, al contrario, assai diffuso tra le genti uraloaltaiche. L'immagine appartiene
a una comune concezione sciamanica che troviamo attestata, a est, fino alla
Siberia. L'albero cosmico č non solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma
anche il tramite attraverso il quale lo sciamano č in grado di uscire dal nostro
mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Tra i
Finni troviamo l'imponente figurazione presente nel secondo runo del
Kalevala,
nell'immagine di un albero immenso il cui tronco si erge fino al cielo e i cui
rami coprono tutta la terra
①, anche se Paolo Emilio Pavolini
nega l'attinenza tra le due immagini, almeno in questo caso (Pavolini 1910).
Ora sembra assodato che in origine, le terre del nord Europa, dalla Russia
alla Scandinavia, fossero occupate da genti di lingua ugrofinnica. I popoli
indoeuropei giunsero in quelle ragioni soltanto a partire dal I millennio a.C.
Nel corso dei secoli i Germani si sarebbero insediati nel sud della Svezia e
lungo tutta la costa sudoccidentale della Norvegia, contendendo le regioni
interne e settentrionali ai Finni, che vi erano ancora stabilmente insediati
fino a tempi piuttosto recenti. Non vi č nulla di strano se, fin dall'epoca
della sua formazione, la mitologia germanica settentrionale abbia inglobato
molte idee di matrice finnica.
Gli studiosi hanno puntualmente fatto notare molti elementi di sciamanesimo
nella religione scandinava, che sembrano attingere al mondo uraloaltaico. Ad
esempio, Óšinn possiede molti tratti che
rimandano al mondo dello sciamanesimo: la sua conoscenza dei canti magici,
l'impiego di una forma di estasi stregonesca, la capacitą di trasformarsi in
uccello o altro animale. La figura di Óšinn,
in origine una sorta di dio-vento sulla scolta del Vāta
indiano, sembra essersi sviluppata su un ordine di idee congruente a quello del
frassino Yggdrasill: si ricordi il
mito del sacrificio del dio, riferito in
Hįvamįl [138-141], in cui
Óšinn rimase per nove giorni appeso all'albero cosmico, trafitto da una
lancia, al fine di impossessarsi del potere delle rune
②. L'albero cosmico viene qui inteso come
albero della sapienza, e ricordiamo che con le sue radici esso attingeva tanto
alla fonte del destino (Uršarbrunnr)
quanto, appunto, alla fonte della sapienza (Mķmisbrunnr).
Da un altro punto di vista, il sacrificio di
Óšinn ricorda da vicino le iniziazioni
sciamaniche, ed ecco dunque che ritorniamo di nuovo al mondo uraloaltaico. Il
termine Yggdrasill significa
«destriero del terribile», dove Yggr
«terribile» č appunto epiteto di Óšinn.
Ci si riferisce qui ai sacrifici umani che venivano tributati in onore di
Óšinn, le cui vittime venivano appunto
impiccate ai rami degli alberi e trafitte con lance. «Destriero degli impiccati»
č una kenning, in veritą un tantino sinistra, a indicare l'albero usato
in guisa di forca.
| Meno significativa l'ipotesi esaminata da Mannhardt e poi ripresa da
Branston, secondo cui l'albero cosmico avrebbe una connotazione sessuale,
rappresentando il membro maschile eretto, come fonte della procreazione. Dunque
l'associazione dell'albero e della sorgente avrebbe una connotazione
pene/vagina, sul modello delle figurazioni indł dove il liṅgaṃ č
associato alla yoni. (Branston 1955) |
|
| III
- L'ALBERO COSMICO E LA SUA FAUNA Ma il grande frassino
Yggdrasill, presenta ancora, a
caratterizzarlo, una strana e ricca fauna insediata nelle radici, nel tronco e
tra i rami. Una fauna non sempre benevola che, anzi, a tratti sembra quasi
minacciare la stabilitą e l'integritą del grande albero. Le fonti sapienziali
norrene si dilungano a enumerare tutte queste creature, di cui vengono dati i
nomi e spiegata la natura.
La fonte principale č, ancora una volta, il
Grķmnismįl, dove leggiamo:
Ratatoskr heitir ķkorni,
er renna skal
at aski Yggrdrasils;
arnar orš
hann skal ofan bera
ok segia Nķšhǫggvi nišr. |
Ratatoskr si chiama
lo scoiattolo
che correrą
sul frassino Yggdrasill;
dell'aquila le parole
dall'alto porterą
e le riferirą a Nķšhǫggr in basso.
|
Hirtir ero ok fiórir,
žeirs af hęfingar į
gaghįlsir gnaga:
Dįinn ok Dvalinn,
Dśneyrr ok Duražrór. |
Ci sono poi i cervi, quattro
che i pił alti ramoscelli (?)
tendendo il collo brucano.
Dįinn e
Dvalinn,
Dśneyrr e
Duražrór. |
Ormar fleiri
liggia under aski Yggdrasils
en žat uf hyggi hverr ósvišra apa:
Góinn ok Móinn,
žeir ero Grafvitnis synir,
Grįbakr ok Grafvǫllušr,
Ófnir ok Svįfnir
hygg ek at ę skyli
meišs kvisto mį. |
Serpenti numerosi
stanno sotto il frassino Yggdrasill,
pił di quanti credino gli insavi;
Góinn e
Móinn,
(sono di Grafvitnir i figli)
Grįbakr e
Grafvǫllušr,
Ófnir
e Svįfnir
sempre dovranno, io credo,
rodere i rami dell'albero. |
|
Ljóša Edda
>
Grķmnismįl [32-34] |
Lo stesso poema parla altrove della capra
Heišrśn che dal tetto di
Valhǫll bruca le fronde dell'albero
Lęrašr, che si crede essere un altro
nome del frassino Yggdrasill (Grķmnismįl [25]).
Anche Snorri riferisce di queste creature (Gylfaginning [16]), che trae dalla medesima fonte aggiungendo ancora
qualche dettaglio:
| Margt er žar af at segja. Ǫrn einn sitr ķ limum
asksins, ok er hann margs vitandi, en ķ milli augna honum sitr haukr, sį er
heitir Vešurfǫlnir. Ķkorni sį, er heitir Ratatoskr, renn upp ok nišr eptir
askinum ok berr ǫfundarorš milli arnarins ok Nķšhǫggs, en fjórir hirtir renna ķ
limum asksins ok bķta barr. Žeir heita svį: Dįinn, Dvalinn, Duneyrr, Duražrór.
En svį margir ormar eru ķ Hvergelmi meš Nķšhǫgg, at engi tunga mį telja. |
C'č molto da dire. Un'aquila siede sui rami del
frassino; essa conosce molte cose e in mezzo ai suoi occhi sta quel falco che si
chiama Vešrfǫlnir. Lo scoiattolo che
si chiama Ratatoskr corre su e gił per
il frassino e riporta le calunnie fra l'aquila e
Nķšhǫggr, mentre quattro cervi corrono
per i rami del frassino e brucano le foglie. Essi si chiamano
Dįinn,
Dvalinn,
Duneyrr,
Duražrór. Ci sono
poi cosģ tanti serpenti dentro a
Hvergelmir insieme a Nķšhǫggr, che
nessuna lingua puņ contarli. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [16] |
Apprendiamo, grazie a Snorri, che non sono semplici parole ma
vere e proprie maldicenze, quelle che si scambiano tra loro l'aquila appollaiata
tra i rami del frassino e il serpente
Nķšhǫggr agguattato tra le sue radici, grazie ai buoni uffici dello
scoiattolo Ratatoskr, «dente che
perfora», che corre su e gił lungo il tronco dell'albero per riportare
giudiziosamente all'uno gli insulti dell'altro; secondo la Isnardi, alla figura
di questo scoiattolo sarebbe affidato il compito di far sģ che l'antagonismo fra
cielo e terra, fra spirituale e materiale, fra bene e male abbia corso
ininterrotto (Isnardi 1991). Ci sfugge perņ la
ragione del fatto che l'aquila abbia tra gli occhi un falco (tanto pił che del
falco conosciamo il nome, Vešrfǫlnir,
mentre quello dell'aquila lo ignoriamo).
 |
| La capra Heišrśn bruca le fronde del
Lérašr |
|
Dal manoscritto SĮM 66 (XVIII sec.), Istituto
Įrni Magnśsson, Reykjavķk (Islanda). [MUSEO] |
Di tutte le creature che affollano questo zoo arboreo che č il frassino
Yggdrasill, le fondamentali sembrano
essere tuttavia il serpente Nķšhǫggr
che ne rode le radici e l'aquila che ha il suo nido tra i rami. Insieme con il
frassino, questi esseri formano un'immagine mitica di straordinaria antichitą
che troviamo attestata in molte e diverse tradizioni, fin dalle epoche pił
remote. La pił antica arriva a noi addirittura dal tempo dei Sumeri; nel
racconto intitolato Gilgame, Enkidu e gli inferi
si narra dell'albero H̬uluppu,
sacro a Inanna, infestato da tre orribili esseri:
un serpente restio a ogni incantesimo si attorceva tra le sue radici, la
spettrale fanciulla Lilitu dimorava nel suo tronco
e l'uccello tempesta Imdugud aveva il nido nella
sua chioma. Inanna chiamņ
Gilgame che le sgombrņ l'albero dalle tristi creature. Il parallelo con
la fauna del frassino Yggdrasill č
evidente. Peccato che, a parte tracciare una vaga omologia, non si possa fare di
pił. Il parallelo sumerico non ci illumina sul motivo germanico, e viceversa.
Anche l'immagine biblica dell'albero della conoscenza del bene e del male,
con il serpente che gli scivola accanto, ha certamente pił di un debito con il
medesimo mitema; effettivamente qui manca l'aquila, ma si possono chiamare in
causa i serafini con le spade fiammeggianti che si ergono a guardia dell'albero
della vita. D'altronde la diffusione di tale mitema sembra essere universale. Lo
ritroviamo attestato persino in America: gli Aztechi seppero di aver trovato una
nuova patria quando videro un'aquila posata su un cactus con un serpente tra gli
artigli. Lģ si fermarono e fondarono Tenochtitlįn (raccomandiamo di esaminare
attentamente lo stemma al centro della bandiera messicana).
Queste sono indicazioni di un simbolismo remotissimo, risalente con ogni
probabilitą alle origini stesse della cultura umana e che, in un modo o
nell'altro, č stato ereditato in maniera diversa dalle diverse culture. Non
sappiamo, e certamente non sapremo mai, cosa simboleggiassero in origine questi
animali, perché troviamo proprio un serpente tra la radici dell'albero (simbolo
di immortalitą? si potrebbero tracciare infiniti paralleli con la leggenda di
Gilgame) e un'aquila tra le sue fronde (č forse a
guardia dell'albero? si puņ qui pensare a certi motivi del
Kalevala o persino della Bibbia).
Nel mondo germanico questi animali vennero interpretati come simboli della
fragilitą e dell'instabilitą dell'ordine cosmico, in quanto con la loro
presenza, con il loro continuo rodere, mangiare, brucare a tutti i livelli del
grande frassino, e dunque in tutte le manifestazioni dell'essere, essi
minacciano la stabilitą dell'universo, conducendolo inesorabilmente verso il
ragnarǫk.
|
| IV -
L'ALBERO COSMICO: RAPPRESENTAZIONE ASTRONOMICA Le rappresentazioni
grafiche del frassino Yggdrasill
hanno sempre qualcosa di goffo. Gli illustratori si trovano invariabilmente a
disagio nel rappresentare quel tronco che attraversa il cosmo, quegli immensi
rami che coprono i cieli, le tre radici che raggiungono gli opposti angoli
dell'universo e naturalmente tutta la strana fauna
cervi e capre, aquile e serpenti insediata a tutti i livelli del
grande frassino, brucando, rodendo e divorando.
L'impressione č che Yggdrasill sia
la figurazione, in forma dendrica, di qualche antica concezione cosmologica. I
vari elementi di questo mitema arboreo, i dettagli curiosi della strana fauna
che lo affolla e certe notazioni quasi inesplicabili, come il motivo delle tre
radici che si diramano in tre direzioni diverse per attingere ad altrettante
sorgenti primordiali, non sembrano delle aggiunte stravaganti, ma suggeriscono
la presenza di idee assai meditate sull'universo e le forze che lo governano. Il
frassino Yggdrasill, nella sua
geometria, obbedisce a qualche tipo di logica interna che non č soltanto quella
di un albero grande quanto l'universo, ma di un supporto cosmologico,
rappresentato in forma di albero, che avvolge, racchiude e fornisce all'universo
una struttura. La chiave che ci permette di decifrare questa imponente visione
cosmologica č andata perduta, anche se molti elementi possono tuttora suggerirci
una serie di idee complesse e avvincenti.
Esaminiamo il motivo delle tre radici e diamo un'occhiata ai testi. La fonte
principale č il
Grķmnismįl [31],
dove leggiamo:
Žriįr rętr
standa į žriį vega
undan aski Yggdrasils;
Hel bżr undir einni,
annarri hrķmžursar,
žrišio mennzkir menn. |
Tre radici
si estendono in tre direzioni
sotto il frassino Yggdrasill;
Hel sotto l'una dimora,
sotto l'altra i giganti di brina,
sotto la terza gli esseri umani. |
|
Ljóša Edda
>
Grķmnismįl [31] |
Questo brano č stato ripreso da Snorri nella sua
Prose Edda,
ampliandolo, facendo qualche lieve modifica e aggiungendo alcuni interessanti
dettagli. Val la pena riportarlo integralmente:
| Žrjįr rętr trésins halda žvķ uppi ok standa
afarbreitt. Ein er meš įsum, en ǫnnur meš hrķmžursum, žar sem foršum var
Ginnungagap. In žrišja stendr yfir Niflheimi, ok undir žeiri rót er Hvergelmir,
en Nķšhǫggr gnagar nešan rótina. En undir žeiri rót, er til hrķmžursa horfir,
žar er Mķmisbrunnr, er spekš ok manvit er ķ fólgit, ok heitir sį Mķmir, er į
brunninn. Hann er fullr af vķsindum, fyrir žvķ at hann drekkr ór brunninum af
horninu Gjallarhorni. [...]. Žrišja rót asksins stendr į himni, ok undir žeiri
rót er brunnr sį er mjǫk er heilagr er heitir Uršarbrunnr. Žar eiga gošin
dómstaš sinn. |
Tre radici sostengono l'albero e si estendono per spazi
incredibili: una va fra gli Ęsir,
mentre un'altra fra i giganti di brina, lą dove prima c'era il
Ginnungagap. La terza sta sotto
Niflheimr; sotto questa radice si
trova Hvergelmir, e
Nķšhǫggr la rosicchia da sotto. Sotto
questa radice, che si dirige verso i giganti di brina, c'č
Mķmisbrunnr, ove sono conservate
saggezza e intelligenza. Si chiama Mķmir
colui che possiede la fonte. Egli č pieno di sapienza, poiché beve dal pozzo con
il corno Gjallarhorn. [...]. La
terza radice del frassino sta in cielo e sotto a essa si trova quella sorgente,
altamente sacra, che si chiama
Uršarbrunnr, ove gli dči tengono il loro consiglio. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [15] |
La prima differenza tra i due testi, com'č evidente, č
relativa ai luoghi dove le tre radici sono dirette.
 |
| Il frassino Yggdrasill |
|
A suo modo, un elegante tentativo di figurazione
delle direzioni prese dalle radici del frassino, da un vecchio libro di
divulgazione. |
Č possibile che la differenza tra le due versioni sia dovuta al fatto che le
distinzioni tra i vari mondi non siano cosģ nette come piacerebbe agli
interpreti moderni. Helheimr e
Niflheimr sono spesso confusi l'uno
con l'altro; mentre Įsgaršr, in alcune
rappresentazioni, era innalzata sulle montagne al centro di
Mišgaršr. Ma non bisogna commettere
l'errore di considerare le distinzioni tra le due fonti come sostanziali
divergenze geografiche: vi č sicuramente alla base una stessa visione
cosmologica ed č questa che dobbiamo sforzarci di penetrare; non dimentichiamo,
inoltre, che nel compilare la
Prose Edda, Snorri aveva sottomano i poemi della
Ljóša Edda.
Č evidente che le tre radici si dirigono in tre direzioni che non sono quelle
della terra, quanto piuttosto tre distinte manifestazioni dell'essere: la prima
si dirige nelle profonditą abissali, la seconda verso i confini del mondo, la
terza su nel cielo.
Il problema č piuttosto disegnare un albero le cui tre radici vadano in
direzioni tanto bizzarre. Nel suo lavoro sulla mitologia nordica, Viktor Rydberg
si sforzņ in tutti i modi di dare a queste radici una degna collocazione, ma
senza risultati degni di nota (Rydberg 1889). Il
punto č che Rydberg cercava di ancorare quelle radici all'interno di un
diagramma terrestre e questo gli impedģ di trovare dei modelli convincenti. Come
hanno dimostrato Giorgio De Santillana ed Hertha Von Dechend nel loro
monumentale studio, il frassino
Yggdrasill č una rappresentazione cosmica e la sua natura č assolutamente e
squisitamente astronomica (De Santillana
÷ Von Dechend 1969).
E questo non solo in senso spaziale ma anche e soprattutto temporale.
Bisogna mettersi nell'ottica di una cosmografia antropocentrica, in cui
l'asse cielo-terra-inferi era essenzialmente l'asse zenitale, diviso in tre
regioni dai tropici celesti. A nord del Tropico del Cancro vi č la volta
celeste, dimora degli dči (che potremmo chiamare
Įsaheimr). Sotto il Tropico del
Capricorno, l'emisfero celeste meridionale, invisibile dalle regioni boreali,
ovvero la dimora dei morti (Helheimr o
Niflheimr), sotto la quale si trovava
quell'abisso d'acqua presente nelle pił antiche figurazioni mitologiche
① e che tra gli Scandinavi č
esemplificato dal pozzo di Hvergelmir.
La fascia celeste compresa tra i due tropici, dove giace l'eclittica e si
trovano i segni zoodiacali, č il «recinto esterno», il mondo dei giganti di
brina (Śtgaršr o
Jǫtunheimr).
Se i moderni interpreti pongono
Jǫtunheimr a est ②, č perché
nei testi si trova scritto che Žórr si
reca in quella direzione ogni volta che va in
Jǫtunheimr a combattere i giganti. Il
senso in realtą č sottilmente diverso e soltanto un'attenta analisi comparata
dei vari miti ci aiuta a comprenderlo. Žórr
č essenzialmente una figura di «dio-tuono», omologa all'eroe zoodiacale greco
Hēraklźs, nel quale a sua volta sono confluiti
motivi antichissimi, gią presenti nell'epopea di Gilgame.
Ciņ che accomuna questi tre personaggi (Gilgame,
Hēraklźs e Žórr)
č un viaggio che li porta a uscire dal mondo per entrare nell'oceano zoodiacale.
Nella storia di Gilgame l'uscita si trova ai confini orientali del mondo, lą
dove gli uomini-scorpione custodivano le immense porte del monte
Māu, oltre la quale si trova il giardino edenico
di Utu, la sala da birra di
Siduri e quindi, l'oceano cosmico che solo la barca del sole puņ
attraversare. Nel mito riferito da Snorri ne
Gylfaginning [45], Žórr e i
suoi compagni si recano nel lontano oriente, attraversano un corso d'acqua e
quindi, dopo aver varcato delle immense porte, arrivano a
Śtgaršr, dove si trova la grande sala
da birra del gigante Śtgaršaloki. Che
questo luogo sia situato ai confini del mondo č ulteriormente dimostrato dal
fatto che una sezione di Jǫrmungandr,
il serpente che avvolge il mondo, passa attraverso la sala di
Śtgaršaloki, tanto che
Žórr (al quale per incanto č stato fatto
credere che il serpente sia un gatto) viene sfidato a sollevarlo.
Le porte che Gilgame varca attraversando il
monte Māu, i cancelli che
Žórr attraversa da oriente per arrivare
sulle rive dell'oceano cosmico, e le «colonne» che
Hēraklźs oltrepassa a occidente quando intraprende un analogo viaggio
sulla barca del sole, rappresentano, da un punto di vista astronomico, le porte
equinoziali, i punti per i quali l'eclittica si incrocia con l'equatore celeste.
Śtgaršr, il mondo che si erge oltre il
Mišgaršr, cioč il baluardo che
protegge il mondo degli uomini, č in effetti il cielo zoodiacale; i giganti non
sono soltanto i rimasugli del caos primordiale ma anche, come
Krónos e i Titānes greci, i signori di un'etą
precedente a quella degli dči che oggi reggono l'universo.
Dunque il frassino Yggdrasill
viene a essere una rappresentazione sia dell'asse cosmico che dell'intera
armatura della sfera celeste. Le tre «radici» sono le tre direzioni che
dall'asse arrivano rispettivamente ai due poli (nord e sud) della sfera celeste
e, verso oriente, al punto equinoziale. Un'analisi pił raffinata e purtroppo
altamente ipotetica potrebbe aiutarci a capire le parole della vǫlva,
lą dove essa dice:
Nķu mank heima,
nķu ķ viši,
mjǫtviš męran
fyr mold nešan. |
Nove mondi ricordo
nove sostegni,
e l'albero misuratore, eccelso
che penetra la terra. |
|
Ljóša Edda
> Vǫluspį [2] |
Probabilmente i nove mondi, con i loro sostegni, e l'albero dalle tre radici
che li penetra e li sostiene, fanno parte di un sistema astronomico ancora pił
complesso. Ricordiamo il brano in cui Snorri parla dei molti cieli che si levano
sopra il nostro. Ma č un'analisi che sfugge alle nostre capacitą e, temiamo, non
vi siano pił le basi per operare una simile ricostruzione del pensiero
cosmologico degli antichi Scandinavi.
|
V - LE
RADICI DELL'ALBERO, LE SORGENTI DELL'UNIVERSO
 |
| Cosmografia nordica |
|
In questo diagramma, il frassino
Yggdrasill cresce al di sopra della
volta del cielo (si noti i quattro nani che sorreggono quest'ultima), forse nel
tentativo di dare una localizzazione alle radici (Gordon ÷ Taylor 1956) |
Le «radici», oltre a essere direttrici astronomiche, hanno un significato
ancora pił profondo. Ricordiamo dove esse vanno ad attingere: la prima radice,
quella che scende in basso, penetrando nell'Helheimr o nel
Niflheimr, arriva al pozzo di
Hvergelmir, la sorgente primordiale
di tutte le acque, espressione norrena di quel che fu l'Apsū
presso i Babilonesi. I fiumi Élivįgar
che si protendono da Hvergelmir
rappresentano il flusso delle energie che fluiscono dalla sorgente primordiale
delle acque, luogo originario della creazione, e lģ rifluiscono dopo aver
attraversato tutto l'universo. Che il frassino
Yggdrasill pianti una radice in quel
pozzo profondo, partecipando in una certa misura alla sua energia creativa, č
indice della natura primordiale e originaria del grande albero.
La seconda radice, quella che si protende verso i confini dell'universo, l'Śtgaršr, il grande cerchio zoodiacale, va
ad attingere alla sorgente Mķmisbrunnr,
dove, dice Snorri, «stanno nascoste sapienza e conoscenza». Questa č la sorgente
a cui sta a guardia la testa di Mķmir: per
attingere un sorso di quell'acqua, Óšinn
dovette lasciare nella sorgente il suo occhio; sembra anche che
Heimdallr dovette lasciarvi il suo
orecchio (Vǫluspį [27]). Che una radice del frassino venga ad attingere
qui č significativo del fatto che l'albero partecipi in qualche modo alla
sapienza delle cose antiche e segrete; forse si puņ capire, da questo dettaglio,
per quale ragione Óšinn dovette
sacrificarsi, appendendosi ai rami del frassino, per impadronirsi del
significato e del potere delle rune. Il frassino
Yggdrasill č anche albero della
conoscenza.
La terza radice, che nel canto eddico si protende verso il mondo degli uomini
ma che, secondo Snorri, andrebbe «su in cielo», va ad attingere alla sorgente
Uršarbrunnr. Questo č il luogo
sommamente santo dove ogni giorno gli dči si riuniscono nel žing,
l'assemblea divina. Presso Uršarbrunnr
stanno le tre Nornir, le fanciulle
che decidono i destini di tutti gli uomini: esse si chiamano
Uršr,
Veršanši e Skulld. Ma
Uršarbrunnr č, come dice il nome
stesso, la «sorgente del destino» (norreno uršr, anglosassone wyrd).
E cosģ, il frassino Yggdrasill
attinge ancora a quella sorgente fatale e misteriosa da cui viene segnato il
passato e il futuro dell'universo.
Queste note possono aiutarci a capire quanti significati, e quanto profondi,
si intersecano in quest'immagine cosmica del grande frassino
Yggdrasill, l'albero che regge
l'universo, gli infonde vita e sapienza e, in qualche modo, ne segna il passato
e il futuro. Albero cosmico, albero della creazione e albero della conoscenza,
il frassino Yggdrasill č anche albero
del tempo e del destino. Il tempo, nel pensiero germanico, non č soltanto lo
svolgersi delle ore, dei giorni e degli anni, lungo una linea che dal passato
procede verso il futuro; il tempo non č un semplice contenitore di eventi, ma č
esso stesso lo svolgersi di quegli eventi. Tempo e destino sono una sola cosa
ineluttabile. Come sappiamo bene, i vichinghi erano estremamente fatalisti: «se
cosģ č destinato a essere, nessuno puņ opporsi» affermano spesso i personaggi
delle saghe.
|
| VI -
L'ALBERO COSMICO: RAPPRESENTAZIONE TEMPORALE In un passo che qui
riportiamo per la terza volta, il frassino
Yggdrasill viene indicato con una
parola molto strana: mjǫtvišr.
Nķu mank heima,
nķu ķ viši,
mjǫtviš męran
fyr mold nešan. |
Nove mondi ricordo
nove sostegni,
e l'albero misuratore, eccelso
che penetra la terra. |
|
Ljóša Edda
> Vǫluspį [2] |
Questa parola č una delle pił delicate dell'intera letteratura mitologica
norrena: noi l'abbiano resa con «albero misuratore», da «albero [višr]
delle misure [mjǫt]». Quest'ultima parola č connessa col norreno meta
«misurare», da cui mjǫtušr «giudice, governatore, dispensatore del fato»
(cfr. gotico mitan, antico alto tedesco mezzan, tedesco messen,
anglosassone metan «misurare»; ma anche latino medeor «misuro» e
meditari «meditare»).
Come abbiamo visto, il frassino
Yggdrasill č l'immagine stessa del cosmo: č l'asse attorno a cui ruotano i
cieli, le cui radici definiscono i tre «climi» celesti: il cielo propriamente
detto, il cielo zoodiacale, e il cielo oceanico che si stende sotto il mondo. Ma
questa sfera celeste non č un tutt'uno statico, ma un insieme in perenne
movimento, un immenso orologio-bussola le cui lancette scandiscono
incessantemente i rapporti tra lo spazio e il tempo. Non vi č alcuna volontą a
dirigere questi giri immani delle stelle attorno all'asse centrale, del sole e
dei pianeti lungo la fascia zoodiacale: č una forza meccanica, irresistibile,
priva di volontą. Ed č una legge superiore a cui sono soggetti persino gli dči.
In questo senso il frassino Yggdrasill
č l'immagine del cosmo, il perno intorno al quale viene misurato il tempo e
intorno al quale si decreta il destino dell'universo. Com'č noto, la mitologia
nordica si regge su una concezione in cui l'universo č destinato a essere creato
e annientato nei limiti di un tempo cosmico prestabilito, al fin del quale esso
verrą disintegrato nel ragnarǫk.
A misurare questo tempo č appunto il mjǫtvišr, l'«albero misuratore», il
grande frassino Yggdrasill, la cui
terza radice val la pena ricordarlo attinge nella sorgente del destino, in
Uršarbrunnr.
Il passo di un poema eddico lega l'immagine dell'albero cosmico a una strana
idea di fragilitą:
Askr Yggdrasils
drżgir erfiši
meira enn menn viti:
hiǫrtr bitr ofan,
en į hlišo fśnar,
skeršer Nķšhǫggr nešan. |
Il frassino Yggdrasill
sopporta pene
pił grandi di quanto gli uomini sappiano:
il cervo lo bruca in alto,
da un parte marcisce
lo rode Nķšhǫggr da sotto. |
|
Ljóša Edda
>
Grķmnismįl [35] |
E ribadisce Snorri:
| Enn er žat sagt, at nornir žęr, er byggja viš
Uršarbrunn, taka hvern dag vatn ķ brunninum ok meš aurinn žann, er liggr um
brunninn, ok ausa upp yfir askinn, til žess at eigi skuli limar hans tréna eša
fśna. |
Si dice inoltre che quelle
Nornir che abitano a
Uršarbrunnr ogni giorno attingono
l'acqua dalla fonte insieme all'argilla che si trova intorno a essa e la
spargono sopra il frassino, affinché i suoi rami non secchino o marciscano. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [16] |
Dunque scopriamo d'un tratto che il frassino
Yggdrasill non č cosģ stabile come ci
si potrebbe aspettare: non solo č attaccato da serpenti e altre creature, ma
marcisce su un lato tanto che le Nornir
sono costrette a spalmargli sul tronco acqua mista ad argilla. A che cosa si
deve quest'immagine dell'albero cosmico che potrebbe crollare?
Abbiamo gią messo in relazione il frassino
Yggdrasill con l'immensa quercia che
compare nel secondo runo del
Kalevala, della quale č registrato il
crollo. Anche riguardo al misterioso
Sampo, anch'esso presente nel
Kalevala, il cui coperchio č la volta del
cielo e le cui tre radici si svolgono in tre direzioni diverse, si parla di
scardinamento e distruzione. De Santillana e la Von Dechend, nel loro studio,
hanno riportato il mitema dello scardinamento dell'asse cosmico al fenomeno
della precessione degli equinozi, movimento celeste scoperto ufficialmente
da Hķpparchos di Nķkaia nel II secolo a.C., per cui il prolungamento dell'asse
terrestre nel cielo non č fisso, ma si muove impercettibilmente, percorrendo un
cerchio completo in 25˙920 anni. (De Santillana ÷ Von Dechend 1969)
Abbiamo visto che Žórr andava a oriente
per arrivare all'oceano cosmico: non perché tale oceano non circondasse
effettivamente il mondo da tutti i lati, ma perché il passaggio dal nostro mondo
all'oceano zoodiacale non puņ che avvenire attraverso le porte equinoziali, i
punti dove l'equatore celeste e l'eclittica si incontrano. Questi punti, come
sappiamo, sono dominati da una specifica costellazione, che č la costellazione
zoodiacale attraverso la quale sorge il sole nell'equinozio di primavera. Questa
regolaritą non č perņ valida nei tempi lunghi: il movimento di precessione non
solo sposta l'asse terrestre dal polo celeste, ma porta le costellazioni dello
zoodiaco a retrocedere lungo l'eclittica, cosicché a intervalli di circa duemila
e cento anni, troviamo un nuovo segno zoodiacale ad accogliere il sorgere del
sole nell'equinozio di primavera.
Questo fenomeno č visto, nella visione cosmologica, come uno scardinamento
dell'asse terrestre e il ristabilimento di un nuovo asse. Il
ragnarǫk č il momento nel quale il
vecchio universo viene abbattuto e viene stabilito uno nuovo universo, dopodiché
il mondo ricomincia daccapo. Č in pratica l'argomento della
Vǫluspį.
Nelle speculazioni mitiche, la durata del movimento precessionale di 25˙920 anni viene legato a una precisa numerazione
sessagesimale le cui cifre ricompaiono incessantemente nel calcolo delle čre
cosmiche in molte tradizioni del mondo, dalla Mesopotamia all'India alla
Scandinavia. Ora, 25˙920 : 60 = 432. E 432 č
un numero significativo in questo tipo di calcoli. Ad esempio, nella
Babyloniakį di Bḗrōssos, il tempo che questi
concedeva ai re antidiluviani di Bābilu, dalla creazione al diluvio, era
proprio di 432.000 anni, mentre nella mitologia indiana la durata di un ciclo
cosmico [māhāyuga] č esattamente di 4˙320˙000 anni.
Che gli antichi scandinavi conoscessero il fenomeno della precessione degli
equinozi lo provano alcuni versi relativi al
ragnarǫk, dove riaffiora una
precisa numerologia legata a queste cifre. Ad esempio, nel
Grķmnismįl č svelato il numero degli
einherjar che nel giorno
dell'Ultima Battaglia andranno ad affrontare il lupo
Fenrir:
Fimm hśndruš dura
ok um fiórom tųgom,
svį hygg ek at Vallhǫllo vera;
įtta hundruš einheria
ganga senn ór einom durom,
žį er žeir fara at vitni at vega. |
Cinquecento porte
e ancora quaranta
credo vi siano nella Valhǫll;
ottocento einherjar
usciranno insieme da ciascuna porta
quando andranno a battersi col lupo. |
|
Ljóša Edda
>
Grķmnismįl [24] |
La difficoltą del calcolo č che hśndruš in norreno indicava
originariamente il «centinaio» di dodici decine e solo in epoca tarda la parola
venne usata per indicare il «centinaio» di dieci decine. Dunque, se si intende
l'hśndruš uguale a centoventi, seicentoquaranta sono le porte di
Valhǫll e novecentosessanta gli
einherjar che usciranno da
ciascuna di esse (640 × 960 = 614˙400); ma se si intende l'hśndruš uguale a
cento, cinquecentoquaranta sono le porte di
Valhǫll e ottocento gli
einherjar che usciranno da
ciascuna di esse (540 × 800 = 432˙000). Questo secondo calcolo, se corretto,
riporterebbe la cifra alle considerazioni sopra esposte sulla durata dei cicli
cosmici. Ma di questi dettagli parleremo pił agevolmente nella sezione
STUDI.
|
Bibliografia
- BRANSTON Brian: Gods of the North.
Thames & Hudson, Londra 1955. → ID. Gli dči del nord.
Mondadori, Milano 1991.
- BRANSTON Brian: Gods & Heroes from Viking Mythology.
Eurobook, Londra 1978. → ID. Dči e eroi della mitologia
vichinga. Mondadori, Milano 1981.
- BUGGE Sophus: Studier over de nordiske Gude- og
Heltesagns Oprindelse. Christiania [Oslo] 1881.
- CLEASBY Richard ÷ VIGFŚSSON Gudbrand: An
Icelandic.English Dictionary. Oxford, 1874.
- DE SANTILLANA Giorgio ÷ VON DECHEND Hertha:
Hamlet's Mill. Boston 1969. → ID.: Il mulino
di Amleto. Adelphi, Milano 1983 [1990].
- COX Sir George William: Mythology of Arian Nations.
Londra, 1870.
- DE VRIES Jan: Altgermanische Religionsgeschichte.
1957.
- GORDON Eric Valentine:
An introduction
to old norse. Oxford
University Press, Oxford 1927 [1956].
- ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Edda di Snorri.
Rusconi, Milano 1975.
- ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Leggende e miti
vichinghi. Rusconi, Milano 1977.
- ISNARDI Gianna Chiesa: I miti nordici.
Longanesi, Milano 1991.
- PAVOLINI Paolo Emilio [traduzione italiana e note]:
Kalevala: Poema nazionale finnico. Remo Sandron, Milano 1910.
- POLIA Mario: Vǫluspį: I detti di colei che vede.
Il Cerchio, Rimini 1983.
- RYDBERG Viktor: Undersǫkningar i germanisk
mythologi. Stoccolma 1886. → ID.: Teutonic
Mythology: Gods and Goddesses of the Northland. New York 1889.
- SCARDIGLI Piergiuseppe [cura] ÷ MELI Marcello [trad.]:
Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano 1982.
|
|
BIBLIOGRAFIA ► |
|