MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
HVERGELMIR
I FIUMI DELL'UNIVERSO
È sistema cosmico, quello scandinavo, in cui un groviglio di fiumi scorre dal cielo sulla terra, dalla terra agli inferi, permettendo un continuo flusso e interscambio tra tutti i livelli dell'essere. E Hvergelmir è la profonda e antica sorgente che li alimenta.
L'idea della sorgente di Hvergelmir può essere sorta dallo spettacolo dei geyser di cui è ricca l'Islanda.

1 - HVERGELMIR

n Niflheimr, il mondo del gelo e della nebbia, si trova la sorgente di Hvergelmir, il calderone primordiale da dove tutte le acque principiano il loro cammino. Da essa erano scaturiti, al principio del tempo, gli undici antichissimi fiumi detti Élivágar, dai cui ghiacci, scioltisi nel calore del Múspellheimr, era sorto il gigante Ymir. Questi i loro nomi: Svǫl, Gunnþrá, Fjǫrm, Fimbulþul, Slíðr, Hríð, Sylgr, Ylgr, Víð, Leiptr e Gjǫll. Ancora oggi da Hvergelmir sgorgano tutti i fiumi che scorrono nel cielo, nella terra e negli inferi.

Dicono che Hvergelmir sia alimentata dalle gocce che scorrono giù dalle corna del cervo Eikþyrnir, il quale si trova nella Valhǫll e si nutre delle foglie dell'albero Léraðr. Alla stessa sorgente arriva una delle tre radici del frassino Yggdrasill, e da sotto essa viene rosa da Níðhǫggr e dagli altri serpenti.

2 - I FIUMI COSMICI

lcuni fiumi fuoriescono dal caldaio di Hvergelmir e giungono in cielo, dove scorrono fragorosi attorno alle dimore degli dèi. Questi i loro nomi: Síð e Víð, Sekin ed Ekin, Svǫl e Gunnþrá, Fjǫrm e Fimbulþul, Rin e Rennandi, Gipul e Gǫpul, Gǫmul e Geirvimul. A questo vanno probabilmente aggiunti i fiumi Þyn e Vin, Þǫll e Hǫll, Gráð e Gunnþráin. Anche il fiume Þund scorre rumoreggiando attorno a Valhǫll.

Altri fiumi scendono nel mondo degli uomini e da qui scrosciano fino al mondo dei morti. Questi i loro nomi: Vína, Vegsvinn e Þjóðnuma, Nýt e Nǫt, Nǫnn e Hrǫnn, Slíðr e Hríð, Sylgr e Ylgr, Víð e Ván, Vǫnd e Strǫnd, Leiptr e Gjǫll.

Qualcosa si può aggiungere su questi ultimi: lo Slíðr arriva da oriente, traversando valli di veleno, e nelle sue acque scorrono lame di spade e pugnali. Il Ván (o Vn), nasce dalla bava del lupo Fenrir, il quale giace incatenato con le fauci tenute spalancate dalla lama di una spada. Il fiume Gjǫll, infine, scorre fino ai cancelli di Helheimr; lo scavalca il ponte Gjallarbrú, coperto d'oro, a cui sta a guardia la fanciulla Móðguðr. Su questo ponte passò al galoppo Hermóðr quando venne a chiedere a Hel di restituire Baldr.

Tra i fiumi infernali vi è ancora da citare Vaðgelmir, che devono guadare gli uomini che mentono o altercano tra loro.

Bisogna infine ricordare, nel computo dei fiumi, il Kǫrmt, l'Ǫrmt e i due Kerlaugar, che Þórr è costretto a guadare a piedi ogni giorno, quando si reca in assemblea con gli dèi, poiché il ponte Bifrǫst andrebbe in fiamme sotto le ruote del suo carro.

3 - ÍFING E ALTRI CONFINI

rattando dei fiumi cosmici non bisogna tacere di Ífing, il quale divide la terra degli dèi da quella dove dimorano i figli dei giganti. Come Óðinn spiegò al saggio Vafþrúðnir, le acque di questo fiume scorreranno libere fino alla fine del tempo senza mai gelare: esse segnano un confine invalicabile che tiene eternamente lontane le forze della distruzione.

È dunque probabile che il fiume Ífing sia lo stesso úthaf, il mare che circonda il mondo. Che anche le acque oceaniche provenissero dalla sorgente di Hvergelmir sembra testimoniato dal fatto che, a quanto dicono, il gigante Hymir dimorasse ai confini del cielo, «a oriente degli Élivágar». Ma quel che si stendeva non lungi dalla casa di Hymir era in effetti l'úthaf, il mare esterno, sul quale uscì in barca Þórr per pescare il serpente Jǫrmungandr.

FONTI
1 Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4 | 15-16 | 39]
2 Ljóða Edda > Vǫluspá [36]
Ljóða Edda > Grímnismál [21 | 26-29]
Ljóða Edda > Reginsmál [3-4]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [15 | 39 | 49]
3 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [31]
Ljóða Edda > Hymiskviða [5]
I - IL SISTEMA FLUVIALE DELL'UNIVERSO

La tradizione scandinava sembra molto interessata a descrivere una sorta di imponente idrografia mitologica, un complesso sistema di fiumi che fuoriescono dalla sorgente primordiale di Hvergelmir per scorrere dal mondo degli dèi a quello degli uomini e, da questo, fin negli inferi. Il loro ruolo fondamentale, nel sistema mitologico, è quello di garantire il flusso dell'esistenza a ogni livello dell'universo.

Snorri attribuisce alla sorgente di Hvergelmir la scaturigine di quei fiumi primordiali, gli Élivágar, «onde tempestose», le cui acque furono la culla della prima vita (Gylfaginning [4]). Abbiamo già visto come Hvergelmir, la «caldaia ruggente», recasse molti tratti simili all'antica corrente del mito greco, Ōkeanós, il fiume che circonda il mondo, a cui Omero si riferiva come «origine degli dèi» (Ilías [XIV, ]) e «origine di tutte le cose» (Ilías [XIV, ]). Come tutti i fiumi cosmici della tradizione scandinava scaturivano da Hvergelmir, così nel mito greco tutti i mari, i fiumi e le sorgenti del mondo nascevano dalla corrente circolare di Ōkeanós, e là tornavano a ricongiungersi.  ①

Questo mitema delle acque abissali può essere fatto risalire addirittura all'Apsû babilonese. ②

Il sistema scandinavo dei fiumi cosmici trova un ottimo riscontro a quello della tradizione mitologico-filosofica greca, dove un certo numero di fiumi celesti, terreni e ipoctoni scorreva dal cielo alla terra, dal mondo materiale al cosmo sottile, unendo tutti i piani di esistenza in un'unica struttura metafisica. Una splendida descrizione di questa idrografia mitica la troviamo nell'ultimo discorso di Sōkrátēs nel Phaídōn:

Nelle zone interne [della Terra] vi sono molte regioni, alcune più profonde e più vaste di quella che abitiamo noi, altre di minor profondità ma di maggiore estensione. Tutte queste regioni comunicano tra loro attraverso gallerie più o meno larghe. Vi sono cunicoli profondi attraverso i quali una quantità d'acqua passa da una regione all'altra come in grandi fiumi perenni, sotterranei e immensi, che portano acque calde e fredde; e molti fiumi di fuoco e anche molti di fango, ora più liquido, ora più denso [...]. E tutti questi fiumi sboccano in quelle regioni e le colmano dove, di volta in volta, la corrente li riversa; e la causa di tutti questi fiumi che vanno su e giù è data da un movimento pendolare sotterraneo dovuto al fatto che fra le tante voragini della terra, ce n'è una, la più vasta, che la perfora da parte a parte, quella di cui parla Hómēros quando dice: molto lontano, dove sotterra c'è un baratro immenso, quella che non solo lui, ma anche altri poeti, chiamano Tártaros. In questo baratro confluiscono tutti i fiumi per poi, nuovamente, defluire e ciascuno di essi assume un proprio aspetto a seconda la natura del terreno che attraversa. Il motivo per cui tutte queste acque correnti piombano in questo baratro e né tornano a sgorgare è che questa gran massa d'acqua non ha né un fondo né una base ma resta come sospesa e ondeggia, quindi, su e giù. [...].
Quando l'acqua si ritira verso l'emisfero detto meridionale, affluisce, attraverso la terra, nei bacini di laggiù e li riempie come canali d'irrigazione; quando, invece, defluisce da lì e irrompe nel nostro emisfero, scorre nei canali attraverso la terra giungendo fin dove riesce a scavarsi una strada e colma i bacini che son qui, e forma mari, laghi, fiumi e sorgenti. Da qui, nuovamente, tutte quelle acque si inabissano nella terra e, dopo aver percorso giri ora più brevi ora più lunghi e numerosi, si riversano ancora nel Tártaros; alcune molto più in giù del punto da cui erano sgorgate, altre meno, ma sempre tutte si gettano in un punto più basso di quello da cui prima erano scaturite. Talvolta irrompono dalla parte opposta, altre volte dalla medesima. Ve ne sono, poi, alcune che, dopo aver circondato la terra con uno o più giri, a spirale, come serpenti penetrano così in profondità da sfociare, poi, nel punto più basso del Tártaros. [...].
In conclusione ve ne sono tanti di fiumi d'ogni specie e molto grandi e tra questi, soprattutto quattro, di cui il più grande, che scorre all'esterno, vien chiamato Ōkeanós. Dalla parte opposta, e con un corso contrario, c'è l'Achérōn che attraversa regioni desertiche e poi prosegue sotto terra per giungere alla palude acherusiade dove si raccolgono le infinite anime dei morti che dopo quel certo tempo a loro destinato, più o meno lungo, vengono restituite alla luce per incarnarsi in esseri viventi. Il terzo fiume sgorga tra questi due e, dopo un breve percorso, si riversa in una grande pianura arsa tutta da un fuoco violento e forma una palude più grande del nostro mare, tutta ribollente d'acqua e di fango; da qui scorre circolarmente, torbido e fangoso e, sempre sotto terra, volge a spirale il suo corso e giunge, dopo aver attraversato diverse zone, alle estreme rive della palude acherusiade ma senza mescolarsi alle sue acque; e dopo molti altri giri sotterranei, si getta in un punto del Tártaros che è più in basso. Questo è il fiume che chiamano Pyriphlegéthōn che riversa sulla terra torrenti di lava dovunque trovi uno sbocco. Di fronte gli scaturisce il quarto fiume che dilaga, a quanto si dice, in una regione spaventosa e selvaggia, dal colore blu cupo, che chiamano stigia, e Stýx si chiama la palude che esso forma con le sue acque. Qui riversandosi, da quelle acque acquista terribile violenza, poi s'inabissa e scorre a spirale, in senso contrario al Pyriphlegéthōn, fino a toccare, dalla parte opposta, le sponde della palude acherusiade; ma nemmeno questo fiume vi mescola le sue correnti e, dopo aver compiuto un largo giro, si getta nel Tártaros dalla parte opposta al Pyriphlegéthōn. Il suo nome, così almeno lo chiamano i poeti, è Kōkytós.
Plátōn: Phaídōn [111c-113c]

Una lettura completa del testo platonico rivela che tali fiumi uniscono in un unico sistema metafisico il cielo che la terra e le sue più oscure profondità, garantendo il continuo interscambio tra gli archetipi del cosmo celeste e le creature del mondo materiale, oltre a costituire il flusso delle anime dal cielo alla terra e dalla terra al cielo. La tradizione scandinava, per quanto possa apparire meno intellettualizzata e meditata di quanto non sia la versione consegnataci dal pensiero filosofico greco, deriva sicuramente da una medesima matrice.

Che tale pensiero affondi nella più remota antichità, d'altronde, sembra testimoniarlo la comparazione con miti omologhi diffusi tra molti popoli diversi. La presenza di un simile mitema in Īrān fa pensare a un motivo di origini indoeuropee. Qui si narra infatti del Vourukaa, il mare primordiale che è sorgente di tutte le acque fluviali (a loro volta incarnate nella yazata Arǝdvī Sūra Anāhita) che scorrono dal cielo alla terra e dalla terra agli inferi, giungendo in tutti i sette karvąr («climi, continenti, mondi») dell'universo. Così si legge in un passo dell'Avestā:

Masitąm dūrāṯ frasrūtąm ýā asti avavaiti masō ýaθa īspå imå āpō ýå zǝmā paiti fratačiñti ýā amavaiti fratačaiti hukairyāṯ hača barǝzaŋhaṯ aoi zrayō ouru-kaṣ̌ǝm. [Arǝdvī Sūra Anāhita], con una massa [d'acqua] che si sente da lontano, che da sola è uguale per volume a tutte le acque che scorrono sulla terra, che scende precipitosa giù con potenti rivoli dalla cima dello Hukairya fino al mare Vourukaa.
Ýaozǝñti īspe karanō zrayā ouru-kaaya ā īspō maiδyō ýaozaiti ýaṯ hīš aoi fratačaiti ýaṯ hīš aoi fražgaraiti arǝdvī sūra anāhita, ýeŋ́he hazaŋrǝm airyanąm hazaŋrǝm apaγžāranąm, kasčiṯča aēṣ̌ąm airyanąm kasčiṯča aēṣ̌ąm apaγžāranąm čaθβarǝ-satǝm ayarǝ-baranąm hvaspāi naire barǝmnāi. Tutti i golfi nel Vourukaa sono agitati quando essa precipita, da tutto il centro del mare si alzano zampilli quando Arǝdvī Sūra Anāhita vi si getta veloce dentro, quando ella vi si tuffa schiumeggiante, ella, di cui sono migliaia i fiumi tributari e migliaia gli sbocchi emissari, e ognuno come s'immette o scorre via, è come facesse una galoppata lunga quaranta giorni percorsi da un cavaliere provetto.
Aiŋ́håsča mē aēvaŋhå āpō apaγžārō ījasāiti īspāiš aoi karṣ̌vąn ýāiš hapta... Il principale emissario e sbocco di quest'unica acqua va lontanissimo, dividendosi in tutti i sette karvąr...
Avestā > Yasna [LXV: 3-5]
II - IL COMPUTO DEI FIUMI

È indubbio il fatto che gli Scandinavi considerassero il novero dei fiumi scaturiti da Hvergelmir come un importante elemento della loro sapienza mitologica, dedicando a essi tre strofe del Grímnismál:

Eikþyrnir heitir hjǫrtr,
er stendr á hǫllo Herjafǫðrs
ok bítr af Læraðs limom;
en af hans hornom
drýpr i Hvergelmi,
þaðan eigo vǫtn ǫll vega.
Eikþyrnir si chiama il cervo
che si erge sulla sala di Herjafǫðr
e bruca le fronde del Læraðr.
Dalle sue corna
cadono gocce in Hvergelmir,
da cui prendono le acque ogni via.
Síð ok Víð,
Sækin ok Ækin,
Svǫl ok Gunnþró,
Fjǫrm ok Fimbulþul,
Rín ok Rennandi,
Gipul ok Gǫpul,
Gǫmul ok Geirvimul,
þær hverfa um hodd goða,
Þyn ok Vin,
Þǫll ok Hǫll,
Gráð ok Gunnþorin.
Síð e Víð,
Sekin ed Ekin,
Svǫl e Gunnþrá,
Fjǫrm e Fimbulþul,
Rín e Rennandi,
Gipul e Gǫpul,
Gǫmul e Geirvimul,
questi scorrono accanto ai tesori divini.
Þyn e Vin,
Þǫll e Hǫll,
Gráð e Gunnþráin.
Vína heitir enn,
ǫnnor Vegsvinn,
þriðja Þjóðnuma,
Nyt ok Nǫt,
Nǫnn ok Hrǫnn,
Slíð ok Hrið,
Sylgr ok Ylgr,
Víð ok Ván,
Vǫnd ok Strǫnd,
Gjǫll ok Leiptr,
þær falla gumnom nær,
en falla til heilar heðan.
Vína si chiama l'uno,
il secondo Vegsvinn,
il terzo Þjóðnuma,
Nýt e Nǫt,
Nǫnn e Hrǫnn,
Slíðr e Hríð,
Sylgr e Ylgr,
Víð e Ván,
Vǫnd e Strǫnd,
Gjǫll e Leiptr,
questi scendono presso gli uomini
e precipitano poi nel regno dei morti.
Ljóða Edda > Grímnismál [26-28]

In questo testo i fiumi vengono distinti in due categorie: la prima strofa elenca quelli che scorrono accanto alle case degli dèi, la seconda quelli che scendono nel mondo degli uomini e di lì si recano nel regno dei morti. Lo stesso canto riferisce nella strofa successiva che il dio Þórr ogni giorno deve guadare alcuni fiumi per recarsi all'assemblea divina, e questi così si chiamano: Kǫrmt, Ǫrmt e i due Kerlaugar.

Nella sua Edda, Snorri fornisce due liste dei fiumi cosmici. Nella prima (Gylfaginning [4]) elenca gli undici Élivágar, i fiumi primordiali scaturiti all'inizio del tempo dalla sorgente di Hvergelmir, dalle cui acque ghiacciate sarebbe sorto il gigante Ymir.

Fyrr var þat mǫrgum ǫldum en jǫrð var skǫpuð, er Niflheimr var gǫrr, ok í honum miðjum liggr bruðr sá er Hvergelmir heitir, ok þaðan af falla þær ár er svá heita: Svǫl, Gunnþrá, Fjǫrm, Fimbul, Þul, Slíðr ok Hríð, Sylgr ok Ylgr, Víð, Leiptr. Gjǫll er næst Helgrindum. Erano quei giorni antichi, prima che la terra avesse forma, quando fu creato il Niflheimr, al cui centro era una sorgente chiamata Hvergelmir da cui sgorgavano i fiumi che così si chiamano: Svǫl, Gunnþrá, Fjǫrm, Fimbulþul, Slíðr e Hríð, Sylgr e Ylgr, Víð e Leiptr. Gjǫll è il più prossimo ai cancelli di Hel.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4]

La seconda lista viene fornita in un contesto non più limitato ai tempi primordiali (Gylfaginning [39]). Compaiono alcuni nomi già presenti nel novero degli Élivágar, mentre altri vengono aggiunti qui per la prima volta:

Þá mælti Hár: «Enn er meira mark at of hjǫrtinn Eirþyrni, er stendr á Valhǫll ok bítr af limum þess trés, en af hornum hans verðr svá mikill dropi at niðr kemr í Hvergelmi, en þaðan af falla ár þær er svá heita: Síð, Víð, Sekin, Ekin, Svǫl, Gunnþró, Fjǫrm, Fimbulþul, Gipul, Gǫpul, Gǫmul, Geirvimul, þessar falla um ásabygðir. Þessar eru enn nefndar: Þyn, Vin, Þǫll, Bǫll, Gráð, Gunnþráin, Nýt, Nǫt, Nǫnn, Hrǫnn, Vína, Veg, Svinn, Þjóðnuma.» Quindi disse Hár: «Ancora più notevole è il cervo Eikþyrnir: anche lui si trova in Valhǫll e bruca i rami dell’albero. Dalle sue corna stillano tantissime gocce che cadono in Hvergelmir e da qui nascono i fiumi che così si chiamano: Síð, Víð, Sekin, Ekin, Svǫl, Gunnþrá, Fjǫrm, Fimbulþul, Gipul, Gǫpul, Gǫmul, Geirvimul. Questi ultimi scorrono attorno alla dimora degli Æsir. Si annoverano ancora questi: Þyn, Vin, Þǫll, Hǫll, Gráð, Gunnþráin, Nýt, Nǫt, Nǫnn, Hrǫnn, Vína, Vegsvinn, Þjóðnuma
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [39]

Non conosciamo la fonte da cui Snorri attinse la prima lista degli undici Élivágar; la seconda lista è però chiaramente tratta dal Grímnismál di cui, anzi, sembra una parafrasi in prosa. Egli ha anche interpretato il poema eddico classificando in maniera lievemente diversa i vari fiumi. Tra quanti scorrono attorno alle dimore degli dèi egli cita soltanto dodici dei primi quattordici fiumi elencati nella strofa [27], lasciando fuori i due chiamati Rín e Rennandi. I sei fiumi che chiudono la strofa (Þyn, Vin, Þǫll, Hǫll, Gráð e Gunnþráin) vengono invece classificati da Snorri tra quanti scendono tra gli uomini e poi vanno nel regno dei morti, in sostituzione dei tre (Vína, Vegsvinn e Þjóðnuma) che aprono la strofa [28], che Snorri pone invece in coda (nei manoscritti snorriani il Vegsvinn è anzi scisso in Veg e Svinn). Questo fa pensare che Snorri disponesse di una versione del poema diversa da quella che ci è stata tramandata, cosa che potrebbe anche spiegare perché, nella nostra versione del Grímnismál, i sei fiumi finali della strofa [27] si trovino elencati dopo la nota che ne fornisce la destinazione.

Della maggior parte di tali fiumi non conosciamo che il nome. Due di questi appartengono alla geografia reale, e sono il Rín (il Reno) e il Vína (la Dvinà), evidentemente passati dal mondo terrestre alla geografia mitica. Solo di pochi altri fiumi le fonti ci forniscono qualche avaro dettaglio.

Il fiume Ván, ad esempio, risulta formarsi dalla bava che scorre dalla bocca di Fenrir, tenuta spalancata da una spada conficcata di traverso tra le sue fauci (Gylfaginning [39]). Il fiume Gjǫll (da gjallar «risonante»), che nel brano sopra citato Snorri aveva detto scorrere presso i cancelli di Helheimr (Gylfaginning [4]), ritorna nell'episodio in cui Hermóðr scende negli inferi per chiedere la restituzione di Baldr, e qui vengono aggiunti diversi dettagli: apprendiamo che il fiume scorra attraverso valli profonde e oscure e che lo scavalchi un ponte d'oro chiamato Gjallarbrú. A guardia vi è una fanciulla chiamata Móðguðr, la quale appare perplessa nell'udire il ponte gemere sotto il peso di Hermóðr e del suo cavallo, mentre il giorno prima il ponte non aveva emesso tanto baccano quando vi erano transitate ben cinque schiere di morti (Gylfaginning [49]).

Al fiume Slíðr è invece dedicata una breve strofa nella Vǫluspá, dove si dice:

Á fellr austan
of eitrdala
sǫxum ok sverðum,
Slíðr heitir sú.
Scroscia un fiume da oriente
per valli di gelido veleno,
con pugnali e con spade,
Slíðr è chiamato.
Ljóða Edda > Vǫluspá [36]

Questo motivo del fiume che porta nella sue corrente lame di spade sembra appartenere alla più antica tradizione germanica. Ne troviamo una traccia in un episodio narrato da Saxo Grammaticus, in cui re Hadingus viene rapito da una donna misteriosa e trasportato nel mondo sotterraneo, dove ha modo di assistere a scene straordinarie e portentose. «Proseguendo, si imbatterono in un fiume dal corso veloce e dall'acqua bluastra, che trascinava in un rapido turbinio armi di vario genere, e in un ponte per attraversarlo» [Progressique præcipitis lapsus ac liventis aquæ fluvium diversi generis tela rapido volumine detorquentem eundemque ponte meabilem factum offendunt] (Gesta Danorum  [I: viii, 14]). Si tratta naturalmente dello Slíðr, o comunque di un fiume caratterizzato dal medesimo motivo.

La tradizione scandinava fornisce indicazioni di altri fiumi mitici non compresi negli elenchi sopra riportati. È il caso del misterioso fiume infernale Vaðgelmir, che le anime sono costrette a guadare le anime dei litigiosi e dei bugiardi, e qui si è anche voluto vedere un influsso di concetti cristiani (Isnardi 1991).

Ofrgjǫld fáa
gumna synir,
þeir er Vaðgelmi vaða;
ósaðra orða,
hverr er á annan lýgr,
oflengi leiða limar.
Un contrappasso duro
meritano i figli dei mortali
che guadano Vaðgelmir.
Chi contro un altro mentisce
con parole non vere
poi soffrirà le conseguenze a lungo
Ljóða Edda > Reginsmál [4]

Schedario: [Svǫl | Gunnþrá | Fjǫrm | Fimbulþul | Slíðr | Hríð | Sylgr | Ylgr | Víð | Leiptr | Gjǫll]►

III - I FIUMI DEL CIELO

Abbiamo visto che i fiumi cosmici scorrono dal cielo alla terra, dalla terra agli inferi, solcando i vari mondi e passando indisturbati tra gli e gli altri. Essi fluiscono attraverso l'intero universo senza trovare ostacoli o barriere, unendo tutti i livelli dell'essere in un unico e immenso sistema cosmologico. Che questi fiumi non fossero «fiumi» in senso ordinario, sembra piuttosto evidente: ci stiamo piuttosto muovendo, come hanno mostrato Giorgio De Santillana ed Hertha Von Dechend, in un ordine di idee che trascende quello puramente geografico: per localizzare tali fiumi dobbiamo sollevarci a una sfera cosmica, forse astronomica, sicuramente metafisica. (De Santillana ~ Von Dechend 1969)

A un'attenta lettura, i poemi eddici rivelano molti indizi sull'effettiva natura di questi fiumi, o per lo meno di alcuni di essi. Ad esempio, in una strofa dal Fáfnismál, si parla di quando, nel giorno di ragnarǫk, Surtr e i figli di Múspell tenteranno di dare l'assalto ad Ásgarðr. Sotto il peso dei loro cavalli, tuttavia, il ponte arcobaleno andrà a pezzi e i destrieri saranno costretti ad avanzare nuotando.

...Bilrǫst brotnar,
er þeir á brott fara,
ok svima í móðu marir.
...Bilrǫst s'infrange
nel momento in cui essi partono
e nuotano i cavalli nella corrente.
Fáfnismál [15]

Poiché il ponte Bifrǫst/Bilrǫst unisce la terra al cielo, ci si può chiedere quali siano queste «correnti» che i figli di Múspell sono costretti a guadare in groppa ai loro cavalli. Si direbbe che il testo stia parlando di fiumi che scorrono nell'aria. Questa strofa del Fáfnismál va forse messa in relazione con quel passo del Grímnismál dove si dice che a Þórr è precluso il transito sul ponte Bifrǫst perché anch'egli – come i giganti ai quali il dio del tuono assomiglia così tanto – lo manderebbe in pezzi qualora osasse passarvi sopra col suo carro. Per tale ragione, quando gli dèi si recano in assemblea, egli è costretto a procedere a piedi e passare a guado alcuni fiumi: il Kǫrmt, l'Ǫrmt e i due Kerlaugar.

Kǫrmt ok Ǫrmt
ok Kerlaugar tvær,
þær skal Þórr vaða
hverjan dag
er hann dæma ferr
at aski Yggdrasils,
þvíat Ásbrú
brenn ǫll loga,
heilǫg vǫtn hlóa.
Kǫrmt e Ǫrmt
e i due Kerlaugar,
questi deve Þórr guadare
ogni giorno
quando si reca al consiglio
presso il frassino Yggdrasill,
altrimenti l'ásbrú
brucerebbe tutto in fiamme,
le acque sacre ribollirebbero.
Grímnismál [29]

Queste note indicano, se mai ce ne fosse bisogno, che i «fiumi» della cosmologia norrena appartengono a un ordine di idee che abbraccia l'intera impalcatura dell'universo. Lo stesso Bifrǫst non è una semplice «strada» sospesa nell'aria, ma un vero e proprio ponte che scavalca fiumi celesti e correnti cosmiche, altrimenti ardui da attraversare. Ma dobbiamo ancora parlare del fiume Þund...

Schedario: [Kǫrmt | Ǫrmt | Kerlaugar | Þund | Þjóðvitnir]►

IV - L'ENIGMA DEL ÞUND: PUÒ UN PESCE ESSERE UN PONTE?

Del fiume Þund tratta una delle più enigmatiche strofe del Grímnismál:

Þýtr þund,
unir þjóðvitnis
fiskr flóði í;
árstraumr
þikkir ofmikill
valglaui at vaða.
Il Þund rumoreggia,
nuota di «Þjóðvitnir
il pesce» nell'onda.
Il vortice
si mostra periglioso
al guado della Valhǫll.
Ljóða Edda > Grímnismál [21]

Che il Þund sia un fiume sembra evidente dal contesto della strofa, e tale interpretazione è accettata dalla maggior parte degli studiosi. È infatti scritto che sia pericoloso guadarne i flutti per raggiungere la Valhǫll. Si tratta probabilmente delle medesime correnti che i figli di Múspell sono costretti ad attraversare a nuoto se vogliono arrivare ad Ásgarðr, una volta infranto il ponte Bifrǫst.

Questo fiume Þund è citato soltanto in un'altra fonte, il poco noto Bergbúaþáttr, un poema scaldico del xiii secolo, dove leggiamo:

Þytr var of Þundar Glitni. C'è del fragore nel Glitnir del Þund.
Bergbúaþáttr [4]

Questa strofa, ricorda Eysteinn Björnsson, viene convenzionalmente intesa come «c'è del fragore sulle montagne». Glitnir è la dimora dove il dio Forseti promana i suoi giudizi, e il «Glitnir del Þund» [Þundar Glitni] viene interpretato come «la dimora del fiume», una kenning per indicare le «montagne», anche se esistono altre interpretazioni. La caratteristica principale del Þund sembra essere il fragore. Sia il Grímnismál che il Bergbúaþáttr associano al fiume la medesima forma verbale þýtr/þytr, presente indicativo del verbo þjóta «rumoreggiare». In norreno questo verbo indicava indifferentemente l'ululato dei lupi, il sibilo del vento o lo scroscio delle onde, coprendo l'intero spettro uditivo. Il nome stesso del fiume, Þund, è legato alla radice germanica per «tuono» (cfr. inglese thunder). Di conseguenza, Eysteinn ritiene che il Þund non sia un vero e proprio fiume, bensì – nella metafora cosmologica del poema – l'atmosfera stessa, percorsa dal turbine del vento e rimbombante del fragore dei tuoni. (Eysteinn Björnsson 2000)

Il problema, a questo punto, sia cercare di comprendere che cosa sia il «pesce di Þjóðvitnir» [þjóðvitnis fiskr] che nuota nelle onde vorticose del Þund. Non è facile interpretare questa kenning, tra le più astruse della letteratura norrena. Il nome Þjóðvitnir è infatti un hápax legómenon, e non compare in nessun altro testo. In sé significa «lupo del popolo», e quando si parla di un lupo, il pensiero degli studiosi corre subito a Fenrir, e questa è l'interpretazione generalmente accettata. Disgraziatamente, però, nient'altro ci permette di ricondurre Þjóðvitnir a Fenrir. Il solo accenno al lupo non basta, anche considerando quanti personaggi mitologici portano nomi teriofori pur non essendo delle belve (ad esempio Mjǫðvitnir «lupo dell'idromele» è un nano). In conclusione, nonostante le molte ipotesi, il problema sollevato da questa strofa non è mai stato spiegato efficacemente.

Un'elegante soluzione riguardo a questa strofa è stata presentata ultimamente da Eysteinn Björnsson, il quale ritiene che il «pesce di Þjóðvitnir» sia il ponte Bifrǫst, che arriva in cielo scavalcando le difficili e turbinose correnti del fiume Þund; e che Þjóðvitnir sia un epiteto di Heimdallr, il guardiano del ponte arcobaleno. Infatti, il termine vitnir, prima di specializzarsi nel senso di «lupo», significava letteralmente «[colui che ha] i sensi aguzzi» (da vit «sensi»), mentre il prefisso þjóð-, nei nomi maschili, può fungere da accrescitivo. Così interpretato, l'epiteto Þjóðvitnir si adatterebbe perfettamente a Heimdallr, il quale era in grado di scorgere qualsiasi cosa fino a cento leghe di distanza, e di percepire il rumore dell'erba che cresceva sulla terra o quello della lana sul dorso delle pecore. Accettata l'equazione Þjóðvitnir = Heimdallr, tuttavia, rimane il problema di come giustificare l'interpretazione della kenning sul «pesce di Þjóðvitnir» e spiegare come un pesce possa essere in realtà un ponte. Lo stesso Eysteinn ammette che questo punto del ragionamento è un po' più fragiòe, ma ricorda come in norreno (e in islandese moderno) la coda del pesce e la testa del ponte siano indicate con la medesima parola, sporðr (cfr. brúar sporði «l'estremità del ponte», in Sigrdrífumál [16]).

Dunque, la strofa di Grímnismál [21], descriverebbe il difficile transito verso la Valhǫll. Il passaggio è sbarrato dal Þund, il fragoroso fiume che scorre tra la terra e il cielo, forse un'ipostasi dell'atmosfera stessa, percorsa dal vento e rimbombante per i tuoni. Le sue correnti sono difficili e vorticose; guadarle è pericoloso. Per passare oltre il Þund e giungere alla Valhǫll è necessario percorrere il ponte Bifrǫst (il «pesce di Þjóðvitnir») fino alla rocca del cielo, Himinbjǫrg, laddove sta di guardia Heimdallr (cioè Þjóðvitnir). Non è un caso che le strofe successive del poema seguitino a tracciare il cammino verso la Valhǫll. Alla strofa [22] siamo infatti ai cancelli di Valgrind, e alla [24] eccoci nel grande salone. (Eysteinn Björnsson 2000)

Schedario: [Kǫrmt | Ǫrmt | Kerlaugar | Þund | Þjóðvitnir]►

V - FIUMI COME CONFINI E BARRIERE

Secondo la Isnardi, i fiumi cosmici hanno la funzione di separare i mondi per impedire che l'ordine cosmico sia minacciato e che le potenze del male invadono il mondo degli uomini e quello degli dèi (Isnardi 1991). Ciò in realtà non sembra potersi dire per la maggior parte dei fiumi cosmici, i quali si limitano a scorrere attraverso l'intero universo, né tantomeno per i fiumi infernali, destinati a essere guadati dalle anime dei morti quando addirittura non vi siano ponti che permettano di scavalcarli.

L'unica fiume presentato come barriera o confine tra i mondi è Ífing, del quale è detto:

Ífing heitir á,
er deilir með jǫtna sonom
grund ok með goðom;
opin renna
hón skal um aldrdaga,
verðrat íss á á.
Ífing si chiama il fiume
che divide tra i figli dei giganti
la terra e tra gli dèi.
Libero scorrerà
fino alla fine dei tempi:
non gelerà mai quel fiume.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [16]

Tale fiume ha evidentemente la funzione di confine, elemento di separatore tra il mondo degli dèi e quello dei giganti. Il fatto che non possa mai gelare avvalora l'assimilazione do Ífing al mare, anzi, all'oceano esterno [úthaf] che in alcune fonti pare faccia appunto da confine tra il Miðgarðr e il mondo dei giganti (Útgarðr o Jǫtunheimr). Ci si può chiedere se il mito scandinavo considerasse l'oceano esterno come parte delle acque sgorgate da Hvergelmir. Questo avrebbe un suo senso in relazione al mito greco, dove in Ōkeanós si fondevano le nozioni di sorgente primordiale delle acque e di oceano che circonda il mondo.

L'unica indicazione in tal senso, ci arriva dall'Hymiskviða, nel quale si narra di come Þórr arrivasse «a oriente degli Élivágar», dove si trovava la casa del gigante Hymir, e lì giunto, salpasse in barca sull'úthaf, l'oceano esterno, nel tentativo di pescare il serpente Jǫrmungandr.

Schedario: [Kǫrmt | Ǫrmt | Kerlaugar | Þund | Þjóðvitnir]►

BIBLIOGRAFIA

  • ALBERTI 2004. Avestā, a cura di Arnaldo Alberti. Utet, Torino 2004.
  • BRANSTON 1991. Brian Branston, Gods of the North. Thames & Hudson, London 1955. → Brian Branston, Gli dèi del nord. Mondadori, Milano 1991.
  • BRANSTON 1978. Brian Branston, Gods & Heroes from Viking Mythology. Eurobook, London 1978. → Brian Branston, Dèi e eroi della mitologia vichinga. Mondadori, Milano 1981.
  • CLEASBY ~ VIGFÚSSON 1874. Richard Cleasby, Guðbrandur Vigfússon, An Icelandic-English Dictionary. Oxford, 1874.
  • DE SANTILLANA ~ VON DECHEND 1969. Giorgio De Santillana, Hertha von Dechend, Hamlet's Mill. Gambit, Boston 1969. → Giorgio De Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Adelphi, Milano 1983 [1990].
  • DE VRIES 1957. Jan De Vries, Altgermanische Religionsgeschichte. De Gruyter, Berlin 1957.
  • EYSTEINN 2000. Eysteinn Björnsson, When is a fish a bridge? In: Jörmungrund. Reykjavík 2000.
  • ISNARDI 1975. Snorri Sturluson, Edda di Snorri, a cura di Gianna Chiesa Isnardi. Rusconi, Milano 1975. Tea 2003.
  • ISNARDI 1977. Leggende e miti vichinghi, a cura di Gianna Chiesa Isnardi. Rusconi, Milano 1977.
  • ISNARDI 1991. Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici. Longanesi, Milano 1991.
  • POLIA 1983. Mario Polia, Völuspá. I detti di colei che vede. Il Cerchio, Rimini 1983.
  • SCARDIGLI ~ MELI 1982. Il canzoniere eddico, a cura di Piergiuseppe Scardigli e di Marcello Meli. Garzanti, Milano 1982.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 21.01.2007
Ultima modifica: 04.02.2016
 
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