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MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
IL SACRIFICIO DI YMIR
COSMOGONIA NORDICA
La sapienza norrena produsse un pensiero cosmogonico di grande suggestione e profondità, una visione mitica attraversata da possenti squarci lirici.

1 - IL GINNUNGAGAP

osì dice la vǫlva:

Al principio era il tempo,
non c'era sabbia né mare
terra non si distingueva
il baratro era spalancato

 

quando nulla esisteva;
né gelide onde;
né cielo in alto:
e in nessun luogo erba.

All'inizio dei tempi non vi era nulla di quanto oggi possiamo vedere intorno a noi. Non c'era la terra né in alto si vedeva il cielo, non c'era il mare bordato di spiagge, non v'erano piante, né erba, né altre creature viventi. Dovunque si spalancava un immenso abisso, un baratro spalancato, vuoto, oscuro e senza forma. Il Ginnungagap.

2 - GLI ÉLIVÁGAR

ra, a nord del Ginnungagap si stendeva una regione oscura e gelida, detta Niflheimr. A sud una regione di fiamme ardenti e di insopportabile calore, il Múspellsheimr.

Al centro del Niflheimr vi era il pozzo di Hvergelmir, da cui sgorgavano con fragore gli undici fiumi primordiali, detti Élivágar. Questi i loro nomi: Svǫl, Gunnþrá, Fjǫrm, Fimbulþul, Slíðr, Hríð, Sylgr, Ylgr, Víð, Leiptr e Gjǫll.

Gli Élivágar giunsero così lontano dalla loro sorgente che il veleno superficiale che li accompagnava s'indurì come scoria di combustione e divenne ghiaccio. Laddove questo ghiaccio si fermò, cadde una pioggerella che divenne brina e ricoprì a strati tutto il Ginnungagap.

La parte settentrionale di Ginnungagap si incrostò di ghiaccio, ma in quella meridionale, percorsa dai caldi venti di Múspellsheimr, il ghiaccio si sciolse e gocciolò. Da queste gocce nacque Ymir, il capostipite della razza dei giganti [jǫtnar].

3 - YMIR

Ymir (✍ 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall]►

l Ginnungagap, come abbiamo visto, era esposto a nord ai gelidi venti che provenivano dal Niflheimr, bagnato dalle piogge e incrostato della brina depositata dagli undici fiumi Élivágar. Il lato meridionale era invece illuminato dai bagliori e dalle scintille provenienti dal Múspellsheimr.

Freddo e tenebre provenivano da Niflheimr, calore e luce dal Múspellsheimr. Tra i due poli, Ginnungagap era mite come l'aria quando non soffia il vento. Allorché la brina s'incontrò con il vento caldo, si sciolse e gocciolò e da quelle gocce viventi si formò la vita, grazie alla forza di Colui che aveva mandato il calore, ed essa prese forma d'uomo.

Costui fu detto Ymir, ma gli jǫtnar lo chiamarono Aurgelmir e da lui discesero le stirpi dei giganti di brina.

Ma le gocce da cui Ymir era nato contenevano le particelle di veleno che erano schizzate dagli Élivágar. Questa è la ragione per cui Ymir era sì, saggio, ma anche malvagio, e malvagi furono tutti i suoi discendenti.

4 - I FIGLI DI YMIR

oiché Ymir era solo, non potendo accompagnarsi con femmine, i suoi figli nacquero da lui per generazione spontanea. Dormendo egli stillò sudore e così gli crebbero sotto la mano sinistra (altri dicono sotto il braccio) un uomo e una donna, mentre uno dei suoi piedi generò accoppiandosi con l'altro un gigante con sei teste (forse da identificarsi con Þrúðgelmir figlio di Aurgelmir).

Ymir e Auðhumla ( 1999-2000)
Boris Koller (1969-), olio su tela.
Offline: [www.boriskoller.com]►

5 - BÚRI E I SUOI DISCENDENTI

uando la brina gocciolò, insieme a Ymir nacque la mucca chiamata Auðhumla. Dalle sue mammelle scorrevano quattro fiumi di latte. E fu da quel latte che Ymir trasse il suo nutrimento.

Auðhumla leccò il sale che incrostava alcune pietre ghiacciate. Il primo giorno, verso sera, portò alla luce i capelli di un uomo, il giorno dopo la testa e il terzo giorno tutta la persona.

Costui si chiamava Búri, era bello d'aspetto, grande e potente. Generò un figlio che si chiamava Borr, il quale prese in moglie Bestla figlia di Bǫlþorn e da lei ebbe tre figli. Il primo si chiamava Óðinn, il secondo Vili e il terzo .

6 - IL SACRIFICIO DI YMIR E LA CREAZIONE DEL MONDO

ice la vǫlva:

Finché i figli di Borr
loro che Miðgarðr
Splendette da sud il sole
allora si ricoprì il suolo

 

trassero su le terre,
vasta formarono.
sulle pareti di pietra;
di germogli verdi.

 E aggiunse Grímnir:

Dalla carne di Ymir
dal suo sangue il mare,
gli alberi dalla chioma,

Dalle sue sopracciglia
Miðgarðr per i figli degli uomini,
furono tutte le tempestose

 

fu fatta la terra,
dalle ossa le montagne;
dal cranio il cielo.

fecero gli dèi benedetti
dal suo cervello
nuvole create.

I figli di Borr, Óðinn, Vili e , uccisero Ymir e trascinarono il suo corpo nel mezzo del Ginnungagap. E da quel corpo essi trassero il mondo, che sollevarono al di sopra dell'abisso. Con la carne dell'antico gigante fecero la terra, e innalzarono le montagne con le sue ossa. Fecero le pietre e i massi con i suoi denti, con le mascelle e con le schegge d'osso. Scagliarono in aria il suo cervello e così vennero le nubi.

Posero al di sopra l'immenso cranio di Ymir e da esso fu tratto il cielo. Ai quattro angoli, a sorreggerlo, furono posti quattro nani: Austri, Vestri, Norðri e Suðri.

Col sangue sgorgato dalle ferite di Ymir, nel quale avevano annegato tutti i giganti, i figli di Borr fecero l'oceano e lo avvinsero strettamente alla terra legandolo intorno come un anello; ed esso pare alla maggior parte degli uomini impossibile da traversare.

Esternamente la terra era circolare e attorno le giaceva il profondo oceano. Al limite della terra, sulle spiagge del mare, i figli di Borr diedero dimora alle stirpi dei giganti discesi da Bergelmir, in quel paese che è l'estremo recinto del mondo.

Per proteggere dai giganti la parte centrale dell'universo, i figli di Borr la circondarono con una possente fortificazione e allo scopo utilizzarono le sopracciglia di Ymir. A quel recinto diedero nome Miðgarðr, «recinto mediano».

Il Miðgarðr fu destinato ad accogliere la stirpe umana.

I figli di Borr uccidono Ymir (✍ 1978)
Giovanni Caselli, illustrazione (Branston 1978)
7 - IL DILUVIO DI SANGUE

uesto ricordava il gigante Vafþrúðnir:

Innumerevoli inverni,           prima che fosse la terra creata,
allora venne Bergelmir alla luce;
questo per primo io rammento:           che lo vidi, quel saggio gigante,
che giaceva su un mulino.

Bergelmir ( 1895)
Lorenz Frølich (1820-1908), illustrazione (Gjellerup 1895)

Nel sangue di Ymir, i tre figli di Borr affogarono tutti i giganti che da lui erano discesi. Unico a salvarsi fu colui che i giganti chiamavano Bergelmir.

Bergelmir era venuto alla luce all'inizio del tempo. Suo padre era Þrúðgelmir, suo nonno Aurgelmir.

Non è chiaro come avesse fatto Bergelmir a salvarsi. Alcuni dicono che Bergelmir si fosse arrampicato insieme a sua moglie in cima a un mulino e così fosse riuscito a scampare al diluvio di sangue. Altri dicono invece che entrambi fuggissero su una barca, forse un rozzo tronco scavato.

Comunque sia andata, Bergelmir e sua moglie, dicono, si salvarono dal massacro e ripararono lontano. Da loro sarebbero discese le stirpi dei giganti di brina, gli jǫtnar.

Fonti

1 Ljóða Edda > Vǫluspá [3] Gylfaginning {5}
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4 {5}]
2 Ljóða Edda > Grímnismál [27-28]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [4-5 | 39]
3 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [30-31]
Ljóða Edda [minora] > Hyndluljóð [33]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]
4 Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [28-29]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]
5 Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]
6 Ljóða Edda > Vǫluspá [4]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [28-29 | 34-35]
Ljóða Edda > Grímnismál [40-41]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [7]
7 Ljóða Edda > Vǫluspá [4]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [35]
Ljóða Edda > Grímnismál [40-41]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [8-9]

I - GAP VAR GINNUNGA

Il Ginnungagap compare per la prima volta nella Ljóða Edda in una preposizione nominale: «il baratro era spalancato» [gap var ginnunga] (Vǫluspá [3]):

Ár vas alda
þars Ymir byggði
vasa sandr né sær,
né svalar unnir;
jǫrð fansk æva
né upphiminn;
gap vas ginnunga,
en gras hvergi.
Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.
Ljóða Edda > Vǫluspá [3]

È impressionante la somiglianza formale di questa strofa con un passo della Wessobrunner Gebet, la «Preghiera di Wessobrunn», un testo in antico alto tedesco composto intorno al 775:

Dat gafregin ih mit firahim iriuuizzo meista.
Dat ero ni uuas noh ufhimil,
noh paum noh pereg ni uuas,
ni [sterro] nohheinig noh sunna ni scein,
noh mano ni liuhta, noh der maręo seo.
Questo appresi tra gli uomini, il sommo prodigio.
Che non era la terra, né il cielo in alto,
non era albero, né monte,
né [stella] alcuna, né il sole splendeva,
né la luna brillava, né il lucente mare.
Wessobrunner Gebet

Entrambi i brani descrivono lo stato caotico precedente la creazione in termini negativi, attestando l'originaria inesistenza di tutti gli elementi che caratterizzano e compongono il nostro universo. È un procedimento piuttosto diffuso nella letteratura sapienziale di ogni tempo e paese, e ha probabilmente i suoi primi esempi nel ṯōhû wā ḇōhû del Bǝrēʾšîṯ e nel kháos esiodeo. Vi sono tuttavia anche delle importanti differenze. L'ebraico ṯōhû wā ḇōhû descrive una terra primordiale, per quanto ancora nello stadio di materia prima, ovvero un mondo già presente ma non ancora foggiato secondo le caratteristiche distinzioni dell'universo che conosciamo. Il kháos si configura invece come stato originario in cui tutte le cose sono già contenute in potenza ma non ancora distinguibili l'una dall'altra.

Al contrario, la concezione scandinava del gap var ginnunga sembra essere meno intellettualizzata delle nozioni ellenico-ebraiche, descrivendo uno spazio vuoto.

La parola Ginnungagap, sembra essere stata forgiata da Snorri a partire dall'espressione «il baratro era spalancato» [gap var ginnunga] (Vǫluspá [3g]). Egli combina il sostantivo gap, «spazio vuoto, interruzione», e il predicato nominale ginnunga, «fauci spalancate», elimina la copula e fa del tutto un unico termine: Ginnungagap. La parola viene citata più volte nel corso del racconto cosmogonico. Nei manoscritti il termine viene scritto sia unito (ginnvngagap) che separato in due parole distinte (ginnvnga gap); l'esatta grafia non ha molta importanza di fronte al fatto che il termine è ovviamente sentito come unitario. Snorri sembra darlo per scontato, ed è difficile capire se il termine preesistesse già in questa forma o se sia stato introdotto dallo stesso autore.

Se nell'incipit del poema eddico, «Al principio era il tempo: | Ymir vi dimorava» [Ár vas alda | Ár vas alda] (Vǫluspá [3a-b]), Ymir veniva configurato quale unico abitante del Ginnungagap prima della creazione dell'universo, Snorri, citando la medesima strofa, la modifica, presentando un incipit diverso ma forse più rigoroso, dove traccia una situazione primordiale che prescinde anche da Ymir: «Al principio era il tempo | quando nulla esisteva» [Ár var alda | það er ekki var] (Gylfaginning [4 {5}]).

L'espressione non va intesa però nel senso che non vi fosse «nulla». Al contrario, come vedremo, Snorri insisterà nell'inserirvi la dicotomia tra Niflheimr e Múspellsheimr, con i fiumi Élivágar che scaturiscono dalla sorgente di Hvergelmir. Il Ginnungagap è un universo primordiale già  molto complesso e differenziato al suo interno. Spazio «vuoto» è qui probabilmente inteso secondo l'idea che, non essendo ancora stato creato il mondo, non vi fosse fisicamente un luogo dove appoggiare i piedi, né al di sopra una chiusa volta del cielo (ricordiamo che nella concezione scandinava, il cielo era una cupola materiale poggiata fisicamente sulla terra). L'universo stesso si configurava come un immenso baratro. In uno scolio ad Adamus Bremensis (Gesta Hammaburgensis Ecclesiæ Pontificum [IV: 39]), la parola <ghimmendegop> viene glossata tramite la locuzione Immane baratrum abyssi. In quest'accezione il Ginnungagap è, ovviamente, l'universo vuoto prima che vi fosse posta la terra, non appena essa venne creata dai figli di Borr, e sembra essere questa l'idea originale dell'universo primordiale nella tradizione nordica. La terra, una volta foggiata a partire dalla materia prima ricavata dal corpo di Ymir, verrà sospesa nel mezzo del Ginnungagap.

Altrove, parlando del frassino Yggdrasill, Snorri afferma che una delle sue radici andasse verso la terra dei giganti di brina «là dove prima c'era il Ginnungagap» [þar sem forðum var Ginnungagap] (Gylfaginning [15]). La notizia è interessante: permette di localizzare, almeno spazialmente, l'antico Ginnungagap con il mondo di Jǫtunheimr. Probabilmente Snorri ha operato tale associazione a partire dall'idea di un Ginnungagap abitato dalla stirpe dei giganti primordiali, prima che la terra fosse creata.

II - COSMOLOGIA PRIMORDIALE: UNA DIALETTICA PER SEPARAZIONE E DISTINZIONE

Al contrario del kháos esiodeo, che si configurava come stato primordiale in cui gli elementi erano presenti in potenza, benché indistinti tra loro, il Ginnungagap viene descritto fin dall'inizio come mondo piuttosto complesso e strutturato al suo interno. Snorri inizia infatti la sua narrazione degli eventi primordiali presentando già la tensione tra i due «mondi» contrapposti, Niflheimr e Múspellsheimr, in cui è diviso il Ginnungagap (Gylfaginning [4-5]).

....Ok þá er sá íss gaf staðar ok rann eigi, þá héldi yfir þannig úr þat er af stóð eitrinu ok fraus at hrími, ok jók hrímit hvert yfir annat allt í Ginnungagap. [...]

 E là dove quel ghiaccio si arrestò e non andò oltre, i vapori levatisi dal veleno gelarono in brina, e la brina si stese sopra ogni altra cosa nel Ginnungagap. [...]

Ginnungagap, þat er vissi til norðrs ættar, fyltisk með þunga ok hǫfugleik íss ok hríms ok inn í frá úr ok gustr. En hinn syðri hlutr Ginnungagaps léttisk móti gneistum ok síum þeim er flugu ór Muspellsheimi. [...] Ginnungagap, nella parte che volge verso il nord, si ricoprì di strati di ghiaccio e di brina, e da esso si levavano bruma e vento, mentre la parte a sud del Ginnungagap ne fu preservata dalla lava e dalle scintille che scaturivano da Múspellsheimr. [...]
Svá sem kalt stóð af Niflheimi ok allir hlutir grimmir, svá var þat er vissi námunda Muspelli heitt ok ljóst, en Ginnungagap var svá hlætt sem lopt vindlaust. Così come il freddo proveniva da Niflheimr insieme a tutto ciò che è temibile, quanto si volgeva verso Múspell era caldo e luminoso e Ginnungagap era mite come aria priva di vento.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

La distinzione in due elementi è, nella sapienza tradizionale, il primo stadio della creazione. L'unità primordiale non ha nulla con cui confrontarsi: la creazione procede dunque per separazione e distinzione di opposti. La prima distinzione, che il racconto di Snorri dà però come originaria e non come progresso dialettico di creazione, è tra nord e sud, tra l'elemento gelido e nebbioso, e quello rovente e infuocato.

Nel caso del mito nordico, il mondo nasce dalla mediazione di Niflheimr e Múspellsheimr. Essi sono sì i poli del freddo e del caldo, ma anche i due principi complementari dalla cui interazione e armonia può avviarsi il processo della creazione. Si potrebbe ancora aggiungere, anche se qui ci avventuriamo in interpretazioni molto azzardate, che Niflheimr e Múspellsheimr siano rappresentazioni del passato e del futuro dell'universo. Il gelo del Niflheimr rappresenta la staticità degli inizi, il ghiaccio che imprigiona la vita agli inizi del tempo, mentre in Múspellsheimr è già compreso, in potenza, l'incendio universale che metterà fine al mondo. I due poli dell'universo presenterebbero contemporaneamente una ricca serie di opposizioni: nord/sud, freddo/caldo, passato/futuro. Il nostro mondo, la «terra di mezzo» [Miðgarðr], è centrale in questa serie di opposizioni cosmiche, sia dal punto di vista spaziale ma soprattutto temporale. La parola germanica per «mondo», che in norreno è verǫld (cfr. tedesco Welt, inglese world), indica letteralmente «il tempo [ǫld] dell'uomo [verr]». È dunque un'idea di mondo in senso temporale. Un concetto che pare strano a noi moderni, che diamo alla parola «mondo» un senso essenzialmente spaziale. Ma in realtà la distinzione è ancora più sottile. Il termine «mondo», in senso tradizionale, ha una realtà metafisica: è lo status di manifestazione degli uomini, caratterizzato dalle categorie di spazio e tempo che caratterizzano la nostra esistenza qui e ora.

L'asse NiflheimrMúspellsheimr (nord/sud, freddo/caldo, passato/futuro) non ha dunque il senso «dimensionale» che noi moderni gli attribuiremmo. Non è una concezione fisica ma metafisica. Esprime realtà teologiche prima ancora che geografiche o storiche. Dobbiamo ricordarci di questo importante punto quando tratteremo della cosmologia norrena e dei nove mondi [nío heimar]. ①

Analogamente, è questo il senso con cui dobbiamo intendere i fiumi Élivágar, i quali scaturivano da Hvergelmir, la «caldaia ruggente», e scorrevano dall'uno all'altro polo dell'universo, mettendo in comunicazione gli opposti princìpi di Niflheimr e Múspellsheimr. È proprio il fluire delle energie attraverso i fiumi cosmici che rende possibile il germogliare della vita, e dunque la nascita di Ymir, che è egli stesso l'universo in forma vivente. Hvergelmir reca molti tratti simili all'antica corrente del mito greco, Ōkeanós. Come tutti i mari, i fiumi e le sorgenti del mondo nascevano dalla corrente circolare di Ōkeanós, e là tornavano infine a ricongiungersi, così nel mito nordico gli Élivágar scaturivano da Hvergelmir per permettere l'interscambio attraverso la terra del gelo e quella del fuoco ②. S'intravede qui il processo dialettico, comune a molte speculazioni cosmogoniche, per cui la realtà nasce dal dispiegarsi della potenza contenuta nell'uno originario (Ginnungagap) dal quale si forma, per scissione interna, la dualità (Niflheimr e Múspellsheimr), da cui poi si arriva al molteplice. Il flusso degli Élivágar permette la mediazione tra i due princìpi, e questo provoca la rottura dell'immobilità primordiale e l'instaurazione del dinamismo vitale.

III - LA VITA DALLE GOCCE VIVENTI: UNA GENESI NORDICA

Il mito della nascita del gigante nel Ginnungagap, laddove il vuoto primordiale è mediato dal gelo del Niflheimr e dal calore del Múspellsheimr, è narrato da Snorri con attenzione e inaspettata delicatezza:

Svá sem kalt stóð af Niflheimi ok allir hlutir grimmir, svá var þat er vissi námunda Muspelli heitt ok ljóst, en Ginnungagap var svá hlætt sem lopt vindlaust. Ok þá er mœttisk hrímin ok blær hitans, svá at bráðnaði ok draup, ok af þeim kvikudropum kviknaði með krapti þess er til sendi hitann ok varð manns líkandi ok var sá nefndr Ymir. En hrímþussar kalla hann Aurgelmi, ok eru þaðan komnar ættir hrímþussa. Così come il freddo proveniva da Niflheimr insieme a tutto ciò che è temibile, quanto si volgeva verso Múspell era caldo e luminoso e Ginnungagap era mite come aria priva di vento. Quando la brina fu investita dal vento caldo, si sciolse e gocciolò e in quelle gocce, grazie alla forza di colui che aveva mandato il calore, nacque la vita ed essa assunse aspetto umano, formando colui che fu chiamato Ymir, ma i giganti di brina lo chiamano Aurgelmir ed è da lui che discende la stirpe dei hrímþursar.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

Scrive Gianna Chiesa Isnardi: «in questa fase l'accento è posto sulla parola vita, il cui formarsi è descritto in una perfetta progressione. Le gocce viventi [kvikudropum], cioè già contenenti in sé in un impulso, incontrandosi con il calore [hitann], ne colgono la spinta che è la forza [krapti] di colui che mandato [sendi] il calore. La vita che ne scaturisce [kviknaði] viene plasmata dalla potenza misteriosa del Creatore in forma d'uomo [mannz lidandi]. Crediamo che una descrizione del silenzioso germogliare della vita non possa essere espressa con maggior efficacia e delicatezza» (Isnardi 1975).

IV - YMIR, IL MORMORANTE

La prima citazione riguardante Ymir, il macroantropo cosmico, proviene dalla Vǫluspá, nella quale il racconto cosmogonico è introdotto, alla terza strofa, da un accenno al gigante primordiale, già presente ed esistente prima che l'universo venisse creato.

Ár vas alda
þars Ymir byggði
vasa sandr né sær,
né svalar unnir;
jǫrð fansk æva
né upphiminn;
gap vas ginnunga,
en gras hvergi.
Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.
Ljóða Edda > Vǫluspá [3]

Il suo nome va forse collegato al sostantivo norreno ymr, «mormorio», o al verbo corradicale ymja, «gridare, ruggire». Tale gigantonimo avrebbe il significato di «mormorante» o «urlante», nell'uno o nell'altro caso con riferimento al concetto mitico della creazione che inizia con l'emissione della prima parola che spezza il silenzio e attua la creazione, annunciando la nascita della vita. Si tenga presente l'importanza che ha la parola [vāc] nella cosmogonia vedica o il verbo di Yahweh in quella ebraica.

A Ymir, come vedremo, il mito deputa numerose funzioni. Egli è innanzitutto il primo essere vivente a venire alla luce, prima ancora della creazione del mondo. Ma è anche il progenitore della stirpe dei hrímþursar, che sarebbe discesa da lui (Gylfaginning [5]), e dunque è l'archetipo primordiale di tutti i giganti (il suo nome è ovviamente ben presente nelle þulur tra i nomi dei giganti). In una versione tradita del mito, sembra Ymir fosse anche il progenitore degli uomini. Inoltre, alla particolare dinamica della sua nascita, dalle acque velenose degli Élivágar, viene fatta risalire la malvagità insita nei hrímþursar, e quindi l'introduzione del male nell'universo. Infine, dal suo sacrificio, sarebbe venuta la materia prima dal quale i figli di Borr avrebbero foggiato l'universo. Nel proseguo vedremo singolarmente i vari motivi legati alla figura di Ymir.

Si noti anche la presenza di un gigante chiamato Hymir, compagno di Þórr in una memorabile battuta di pesca (Hymiskviða | Skáldskaparmál [8]). Nonostante la stretta vicinanza tra i due nomi non sembra però che Hymir possa confondersi con Ymir, anche considerato il diverso contesto in cui si muovono i due personaggi. È indubbio che i codici della Prose Edda abbiamo operato una confusione tra i due personaggi, usando più volte l'ortografia <Ymir> laddove sarebbe stato più corretto <Hymir>. L'uso regolare della forma Hymir nell'Hymiskviða chiarisce ogni perplessità.

V - AURGELMIR, OVVERO, LE ORIGINI DEL MALE

Trattando della nascita di Ymir, Snorri dice che «i hrímþursar lo chiamano Aurgelmir» [en hrímþussar kalla hann Aurgelmi], e aggiunge che la stirpe dei hrímþursar sarebbe discesa da lui. (Gylfaginning [5])

Di un gigante chiamato Aurgelmir si parla nel Vafþrúðnismál, a cui viene assegnata una discendenza curiosa (a meno di non identificare questo Þrúðgelmir con il figlio di Ymir a sei teste, di cui tratta Snorri):

Ǫrófi vetra
áðr væri jǫrð skǫpuð,
þá var Bergelmir borinn,
Þrúðgelmir
var þess faðir,
en Aurgelmir afi.
Innumerevoli inverni,
prima che fosse la terra creata,
allora venne Bergelmir alla luce,
Þrúðgelmir
gli fu padre
e Aurgelmir nonno.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [29]

Questa  equiparazione tra Ymir e Aurgelmir getta una luce inquietante su una strofa del Vafþrúðnismál citata integralmente soltanto nella Prose Edda dove leggiamo questo scambio di domande e risposte:

...Hvaðan Aurgelmir kom
með jǫtna sonom
fyrst, inn fróði jǫtunn?
...Da dove Aurgelmir venne
tra i figli dei giganti
in principio, il sapiente gigante?
Ór Élivagom
stukkoo eitrdropar,
svá óx, unz varð ór jǫtunn;
[þar órar ættir
kómu allar saman,
því er þat æ allt til atalt.]
Fuori dagli Elivágar
schizzavano gocce di veleno,
e crebbero finché ne sortì un gigante.
[Di là le nostre stirpi
vennero tutte del pari originate,
sono per questo progenie perversa.]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [30-31]

Si noti che gli ultimi tre semiversi della strofa [31], qui segnati tra parentesi quadre, mancano del tutto nei due codici della Ljóða Edda, il Codex Regius e il Codex Arnamagnæanus. A riportarli è però sempre Snorri, il quale cita la strofa, finalmente integrale, in Gylfaginning [5]. Vi è tuttavia il dubbio che Snorri stia forzando le proprie interpretazioni. Infatti, una volta stabilita l'equazione tra Aurgelmir e Ymir, egli può appunto attribuire allo stesso Ymir quel che Vafþrúðnismál [30-31] attribuisce ad Aurgelmir. E una volta restituiti ad hoc i versi mancanti della strofa difettiva, Snorri può finalmente attribuire a Ymir stesso l'origine della malvagità insita nella natura dei giganti, con un inciso inquietante:

Hann var illr ok allir hans ættmenn, þá kǫllum vér hrímþursa. Ymir era malvagio e lo era tutta la sua stirpe, che noi chiamiamo dei giganti di brina.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

L'impressione è che Snorri stia portando avanti una sua personale lettura sull'origine del male. Il «peccato originale», nel mondo nordico, non è un risultato del libero arbitrio, ma la conseguenza del fatto che già nelle «gocce viventi» dei fiumi Elivágar, da cui è destinata a sgorgare la vita sono contenute particelle di veleno, tali che tutta la susseguente creazione ne verrà in qualche modo contaminata.  Questo punto è molto importante se pensiamo che il Ymir è, come vedremo, la materia prima da cui verrà attuata la creazione. È attraverso di lui che il male entra nel mondo, per la ragione che il mondo viene tratto fisicamente dal suo corpo e dalle sue membra.

VI - YMIR, L'ERMAFRODITO PROGENITORE

Che Ymir sia progenitore dei giganti lo ribadisce anche un verso degli Eddica Minora, anch'esso citato da Snorri:

...Allir jǫtnar
frá Ymi komnir.
...I giganti tutti
da Ymir provengono.
Ljóða Edda [minora] > Hynðluljóð [33]

Ma visto che Ymir è del tutto solo in universo ancora increato, Snorri spiega che avrebbe generato i suoi figli per partenogenesi, non disponendo di una femmina di gigante con cui accoppiarsi. Un uomo e una donna nascono sotto la sua mano sinistra e, lasciando accoppiare i suoi piedi l'uno con l'altro, Ymir genera un gigante dalle sei teste.

En svá er sagt at þá er hann svaf fekk hann sveita. Þá óx undir vinstri hendi honum maðr ok kona, ok annarr fótr hans gat son við ǫðrum. En þaðan af kómu ættir, þat eru hrímþursar. Così si racconta, che mentre [Ymir] dormiva, si mise a sudare. Sotto la sua mano sinistra crebbero un uomo e una donna, e un piede concepì un figlio con l'altro e da qui discesero le stirpi che divennero i giganti di brina.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [5]

Uccisione di Ymir
Lorenz Frølich (1820-1908), illustrazione.
(Oehlenschläger 1875-1877)

L'uomo e la donna generati da Ymir erano forse, in una versione tradita del mito scandinavo, i due progenitori dell'umanità. L'episodio sembra rappresentare la dualità dei sessi che si forma da una situazione di sessualità indifferenziata, rappresentata da Ymir. Al riguardo è stato anche proposto di leggere l'etimologia del nome di Tvisto (dal protogermanico *tvis- «secondo, doppio») come un riferimento al motivo dell'ermafroditismo primordiale (Branston 1955).

Di ermafroditismo nei tempi primordiali parla anche Plátōn nell'allegoria del Sympósion, dove Aristophánēs dichiara scherzosamente che i primi esseri umani erano attaccati a due a due, a coppie miste o dello stesso sesso. E poiché gli dèi temevano la loro forza, Zeús li tagliò come le metà di una mela, formando un'umanità costituita di maschi e femmine separati. Dopo la divisione, le due parti umane, ognuna desiderosa dell'altra, cercavano di riunirsi, e così nacque il sesso. Anche il mito biblico della creazione di Ḥawwāh dalla costola di Āḏām potrebbe essere interpretato come la separazione in due sessi di un essere primordiale ermafrodito. Anche di Mašī e Mašanī, i membri della prima coppia umana generata da Gāyōmarṯ nel mito iranico, si dice che fossero talmente uniti che era impossibile distinguerli l'uno dall'altra.

Si noti, infine, che l'attività generativa attribuita a Ymir non si sarebbe esaurita con la morte del gigante. La terra stessa, la quale altro non era che carne di pietra, putrefacendo diede origine ai suoi appropriati vermi:

Dvergarnir hǫfðu skipazk fyrst ok tekit kviknan í holdi Ymis ok váru þá maðkar, en af atkvæði guðanna urðu þeir vitandi mannvits ok hǫfðu manns líki... I nani furono creati per primi e presero vita nella carne di Ymir, quindi erano proprio vermi, tuttavia per decisione degli dèi ricevettero la conoscenza del sapere umano e l'aspetto degli uomini...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [14]

VII - AUÐHUMLA, LA VACCA PRIMORDIALE

Snorri riferisce che Ymir trasse il suo primo nutrimento dal latte che sgorgava dalle mammelle della vacca primordiale Auðhumla:

Næst var þat þá er hrímit draup at þar varð af kýr sú er Auðhumla hét, en fjórar mjólkár runnu ór spenum hennar, ok fœddi hún Ymi. Non appena la brina si sciolse, da essa prese forma una vacca, chiamata Auðhumla; quattro fiumi di latte sgorgavano dalle sue mammelle e in questo modo essa nutrì Ymir.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]

«Di che cosa si nutriva la vacca?» chiede ancora Gylfi, e la domanda serve a Snorri per utilizzare Auðhumla come trait-d'union tra il mito di Ymir e quello di Búri.

Hon sleikti hrímsteina þá er saltir váru. Ok hinn fyrsta steinanna er hon sleikti, kom ór steininum at kveldi manns hár, annan dag manns höfuð, þriðja dag var þat allr maðr. Sá er nefndr Búri. Hann var fagr álitum, mikill ok máttigr. Essa leccava le rocce brinate, che erano salate, e nel primo giorno in cui le leccò, da quelle pietre spuntarono a sera i capelli di un uomo, il giorno dopo la testa e il terzo giorno vi fu l'uomo intero. Il suo nome era Búri. Era di bell'aspetto, grande e possente
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]

Da questo momento in poi non si fa più menzione della vacca Auðhumla. Ella è ancora citata nelle þulur, tra i nomi dei buoi [øxna heiti], come «eccelsa tra le vacche».

Kýr heitir skirja,
kvíga ok frenja
ok auðhumbla,
hon es elzt kúa.
La mucca è detta da latte,
giovenca e bovina
e Auðhumla:
essa è eccelsa tra le vacche.
Þulur > Øxna heiti [4]

Il suo nome sembra essere una combinazione del sostantivo maschile auðr, che nel suo significato principale significa «ricchezza», con tutte le implicazioni relative al concetto di abbondanza e fertilità (cfr. gotico auds «felicità», anglosassone eād «ricchezza»), e da un suffisso finale poco chiaro, -umla/-umbla/-humbla, che sembra voglia dire «mucca, vacca».

Ymir e Auðhumla (✍ 1790)
Nicolai Abraham Abilgård (1743-1809)
Statens Museum für Kunst, København (Danimarca).
MUSEO: [Abilgård. Auðhumbla]►

Come aveva già notato Viktor Rydberg, nella seconda metà del XIX secolo, la vacca Auðhumla, che nutre Ymir con il latte che sgorga dalle sue mammelle, ha un preciso parallelo nelle leggende iraniche e vediche. Nella mitologia iranica, infatti, compare Gə̄uš Urvan, la vacca primordiale, che condivide con Gāyōmarṯ il destino di essere sacrificata perché l'universo possa venire creato. Gə̄uš Urvan nacque e morì insieme all'uomo primordiale Gāyōmarṯ, e contribuì alla creazione in quanto, dal suo corpo, si generarono tutte le specie animali. In seguito il miθraismo avrebbe trasformato Gə̄uš Urvan nel toro sacrificato da Miθra per dare origine all'universo.

Al contrario di quanto accade a Gə̄uš Urvan, Auðhumla non è destinata ad essere sacrificata. I testi eddici, al contrario, tacciono completamente sul suo destino. È tuttavia significativo che il motivo della vacca primordiale si affacci, nel medesimo contesto, in due ambiti geografici così lontani tra loro come l'Īrān e la Scandinavia, alle due opposte estremità del dominio indoeuropeo. Lo stesso Rydberg ipotizzava un archetipo comune al mitema della vacca cosmica nelle due culture. (Rydberg 1886)

I quattro fiumi di latte che sgorgano dalle mammelle di Auðhumla, a cui Ymir attinge il suo nutrimento, sono evidentemente rapportabili ai quattro fiumi del paradiso di cui tratta la tradizione biblica, simbolo di perfezione primordiale e di ordine cosmico.

VIII - YMIR E TVISTO: POSSIBILI RELAZIONI TRA SNORRI E TACITUS

Il suggestivo mito di Ymir – il gigante primordiale, nato al principio del tempo, dal cui sacrificio si origina l'universo – ha dato adito, nel corso del tempo, a molte interessanti interpretazioni, e anche a comparazioni con miti omologhi e analoghi pescati in tutto il dominio indoeuropeo, e oltre. Agli inizi dell'Ottocento, Jacob Grimm, nel suo imponente lavoro sulla mitologia teutonica, elencava una serie di composizioni germanico-medievali a carattere religioso, sia in vernacolo che in latino, in cui le parti del corpo di Adamo venivano messi in correlazione con gli elementi del cielo e della terra. Per quanto l'identificazione tra Adamo [Āḏām] e la terra [āḏām] sia importantissima nella speculazione ebraico-cristiana, Grimm notava come tali documenti presentassero dettagli relazionabili col mito cosmogonico norreno. (Grimm 1835)

Tra i molti esempi citati dall'insigne filologo, un passo tratto da Gaufridus Viterbiensis:

'Cum legimus Adam de limo terrae formatum, intelligendum est ex quatuor elementis. mundus enim iste major ex quatuor elementis constat, igne, aere, aqua et terra. humanum quoque corpus dicitur microcosmus, id est minor mundus. Habet namque ex terra carnem, ex aqua humores, ex aere flatum, ex igne calorem. Caput autem ejus est rotundum sicut coelum, in quo duo sunt oculi, tanquam duo luminaria in coelo micant. venter ejus tanquam mare continet omnes liquores. pectus et pulmo emittit voces, et quasi coelestes resonat harmonias. Pedes tanquam terra sustinent corpus universum. Ex igni coelesti habet visum, e superiore aere habet auditum, ex inferiori habet olfactum, ex aqua gustum, ex terra habet tactum. in duritie participat cum lapidibus, in ossibus vigorem habet cum arboribus, in capillis et unguibus decorem habet cum graminibus et floribus. sensus habet cum brutis animalibus. ecce talis est hominis substantia corporea. Poiché leggiamo che Adamo è stato plasmato dal fango, dobbiamo intendere che fu creato dai quattro elementi. Questo mondo più grande è infatti composto di quattro elementi: fuoco, aria, acqua, terra. Anche il corpo umano è detto microcosmo, vale a dire un mondo minore. Infatti riceve la carne dalla terra, gli umori dall'acqua, il respiro dall'aria, il calore dal fuoco. E il suo corpo è rotondo come il cielo, vi sono due occhi: splendono come due luci nel cielo. Il suo ventre contiene tutti i liquidi come il mare. Il petto e il polmoni emettono la voce e risuonano come le armonie celesti. I piedi sostengono il corpo come la terra l'universo. Riceve la vista dal fuoco celeste, riceve l'udito dall'aria superiore, da quella inferiore ha l'olfatto, dall'acqua il gusto, dalla terra il tatto. Ha in comune con le pietre la durezza, ha in comune con gli alberi la durezza delle ossa, la bellezza dei capelli e delle unghie con le piante e i fiori, la sensibilità con gli animali. Ecco, tale è la sostanza corporea dell'uomo.
Goffredo da Viterbo: Pantheon

Trattando di Ymir, molti studiosi non hanno potuto fare a meno di attirare l'attenzione sul mito antropogonico dei Germani continentali, fornito da Tacitus:

Celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur. In antichi poemi, unica loro forma di trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus, progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingævones, i più vicini all'oceano, gli Herminones, stanziati in mezzo, e gli Istævones, cioè tutti gli altri.
Cornelius Tacitus: Germania [2]

Una correlazione tra Ymir e Tvisto appare in effetti doverosa, trattandosi di due esseri primordiali, sorti all'inizio del tempo, entrambi coinvolti in un mito antropogonico. Di Ymir si dice che generò un uomo e una donna sotto le ascelle, e non si può dubitare che si tratti di un racconto tradito della nascita dell'umanità. Figlio di Tvisto è invece Mannus, la cui trasparente etimologia (dal protogermanico *mannaz, a sua volta dalla radice indoeuropea *MAN- «uomo») lo caratterizza come progenitore ed eponimo dell'umanità. Ci si può chiedere se siano due esiti di un medesimo mito o se si tratti due tradizioni originariamente diverse. (Branston 1962)

Al riguardo, Wolfgang Meid ha proposto per il nome di Ymir una controversa etimologia, facendolo derivare da un protogermanico *(j)umijaz «gemello», a sua volta proveniente dall'indoeuropeo *JJO- «gemello» (cfr. sanscrito yama, latino geminus) (Meid 1991). Partendo da questo assunto, Meid è riuscita a giustificare l'assimilazione con il mito antropogonico riferito da Tacitus in Germania [2]. Il nome di Tvisto, infatti, sembra costruito sulla radice protogermanica *tvai- «due», o più esattamente sulla sua forma derivativa *tvis- «secondo, doppio» (cfr. greco dís, latino bis), la quale avrebbe dato tra l'altro l'inglese twin «gemello». Ymir e Tvisto potrebbero dunque essere personaggi omologhi.

L'ipotesi di Meid è debole nel fatto che l'affinità tra Tvisto e Ymir è soltanto apparente. Tvisto è infatti protagonista di un mito antropogonico, essendo il progenitore dell'umanità, laddove, nel caso di Ymir, il motivo antropogonico è secondario, o almeno lo è nella sola versione che ci sia stata tramandata, quella di Snorri. Viceversa, il mito di Ymir è essenzialmente cosmogonico: il suo sacrificio è propedeutico alla creazione dell'universo, laddove Tvisto viene spontaneamente alla luce da una terra già formata e creata. Da questo punto di vista i due personaggi sono del tutto differenti, anzi, addirittura antitetici.

  • Ymir muore prima della nascita dell'universo, creato in seguito al suo sacrificio. Mito cosmogonico.
  • Tvisto nasce dopo la creazione dell'universo, ed è antenato del genere umano. Mito antropogonico.

Il mito di Tvisto sembra più vicino a quello di Búri, anche se, a rigore, non si può escludere che queste tradizioni abbiano un'origine comune, poi viziata da scambi di personaggi e di motivi.

Analizzando i diversi miti di creazione, James P. Mallory ha ritenuto di poter delineare un'originaria antropogonia indoeuropea che prevedeva la compresenza di due gemelli primordiali, l'«Uomo» [*Man-] e il «Gemello» [*Jjo-], di cui il primo avrebbe ucciso il secondo per poi fare utilizzare il suo corpo per creare l'universo. In seguito, «Uomo» sarebbe diventato il progenitore dell'umanità. L'esito che Mallory considerava paradigmatico per la sua ipotesi dei gemelli primordiali, lo individuava nei semidèi vedici Manu e Yama, figli del dio solare Vivasvat (Mārkaṇḍeyapurāṇa). Manu è il noè indiano, il progenitore del genere umano (manu in sanscrito significa «uomo», anch'esso dalla radice indoeuropea *MAN- «uomo»); Yama è il primo uomo è sperimentare la morte e perciò assurto a re dei defunti (yama in sanscrito vuol dire «doppio, gemello, nato due volte, membro di una coppia», derivato dalla radice *JJO- «gemello»). (Mallory 1989)

Date queste promesse, Tvisto e Mannus possono apparire strettamente connessi a Yama e Manu, nel primo caso soltanto semanticamente, nel secondo anche etimologicamente. D'altra parte, è vero che Tacitus non pone Tvisto e Mannus come fratelli, ma come padre e figlio. Ma anche così, traspaiono comunque delle singolari coincidenze genealogiche, in quanto il nome di Tvisto presenta una certa assonanza con quello del vedico Tvaṣṭṛ, l'artefice divino, padre di Saraṇyu e, appunto, nonno di Yama e Manu.

Il mito riferito da Tacitur è forse vicino a quello indiano, ma né l'uno né l'altro, a ben guardare, presentano riscontri cosmogonici, mentre il mito di Ymir è cosmogonico. Infine, Ymir si erge da solo, prima di ogni altra creatura, nel caos primigenio. La sua iniziale solitudine è un dato essenziale per la comprensione del personaggio, ed è arduo trasformarlo – anche forzandone l'etimologia – nel gemello di qualcun altro. Le similarità di Ymir con Yama appaiono decisamente pretestuose.

Con Ymir, decisamente, dobbiamo entrare in un campo affatto diverso: quello del macroantropo primordiale.

IX - BÚRI, IL PROTOANTROPO

Il personaggio di Búri è del tutto ignoto ai canti della Ljóða Edda. In particolare, la Vǫluspá passa direttamente da Ymir a Borr, ignorando del tutto la presenza di Búri. Da questo si può forse dedurre che il mito di Búri appartenesse a una tradizione diversa, del tutto scissa dal maestoso scenario cosmogonico incentrato su Ymir? Non è certamente impossibile, come non è impossibile che sia stato Snorri a cucire insieme due tradizioni differenti.

Búri fa la sua comparsa soltanto nella Prose Edda di Snorri. Qui viene narrata la sua nascita, in un mito suggestivo ambientato nei tempi primordiali, quando l'universo non era che una dicotomia di gelo e fuoco alle due estremità del Ginnungagap. Ma la presenza di Búri non dura molto: ha il solo compito di dare alla luce (non si dice con chi) Borr, padre di Óðinn, Vili e .

Hon sleikti hrímsteina þá er saltir váru. Ok hinn fyrsta steinanna er hon sleikti, kom ór steininum at kveldi manns hár, annan dag manns höfuð, þriðja dag var þat allr maðr. Sá er nefndr Búri. Hann var fagr álitum, mikill ok máttigr. Hann gat son þann er Borr er nefndr. Hann fekk þeirar konu er Bettla hét, dóttir Bölþorns jötuns, ok fengu þau þrjá sonu. Hét einn Óðinn, annarr Vili, þriði Vé. Ok þat er mín trúa at sá Óðinn ok hans brœðr munu vera stýrandi himins ok jarðar. Þat ætlum vér at hann muni svá heita, svá heitir sá maðr er vér vitum mestan ok ágæztan, ok vel megu þér hann láta svá heita. [La vacca Auðhumla] leccava le rocce brinate, che erano salate, e nel primo giorno in cui essa le leccò, da quelle pietre spuntarono a sera i capelli di un uomo, il giorno dopo la testa e il terzo giorno vi fu l'uomo intero. Il suo nome era Búri. Era di bell'aspetto, grande e possente. Generò un figlio chiamato Borr; questi prese in moglie quella donna che si chiamava Bestla, figlia del gigante Bölþorn ed ebbero tre figli. Il primo si chiamava Óðinn, il secondo Vili, il terzo , e io so per verità, che Óðinn e i suoi fratelli saranno i signori del cielo e della terra.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]

Tra parentesi, l'unica altra attestazione del nome di Búri è in una strofa attribuita allo scaldo Þorvaldr blönduskáld e citata da Snorri nello Skáldskaparmál. Il poeta si vanta di aver attinto all'idromele della poesia, attribuita a Óðinn, detto «figlio di Borr, di Búri erede», il che non aggiunge nulla a quanto già sappiamo:

Nú hef ek mart
í miði greipat
burar Bors
Búra arfa.

Ora ne ho preso
molto idromele
del figlio di Borr
di Búri erede.

Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál [9]

D'altra parte, la storia di Búri estratto dalle rocce ghiacciate a opera della vacca Auðhumla, pare essere un doppione del mito della nascita di Ymir dalle acque dei fiumi Elivágar. Sembra quasi che due diverse tradizioni sulla nascita del primo essere (quella di Ymir e quella di Búri) siano convenute insieme nella Prose Edda. In effetti i due personaggi nascono entrambi dagli elementi primordiali e hanno l'identica funzione di dar vita a una progenie senza il concorso femminile (quest'ultimo dettaglio è esplicito per Ymir, ma per quanto riguarda Búri sembra implicito nel contesto). Nulla dunque di più facile che due diversi miti di creazione (o due versioni diverse di uno stesso mito) siano convenuti da direzioni differenti e integrati nella Prose Edda.

Búri ha però un ruolo diverso da quello di Ymir. Appare nel racconto di Snorri unicamente per fornire una paternità a Borr – e quindi un'ascendenza a Óðinn – ma, al contrario di Ymir, non viene sacrificato affinché col suo corpo possa venir creato l'universo (anche se Snorri può aver facilmente adattato il racconto per non creare contraddizioni con il mito di Ymir).

Inoltre, cosa ancora più importante, Ymir è senza dubbio un gigante [jǫtun], mentre Búri viene sempre definito un «uomo» [maðr]. Analogamente, le þulur annoverano Ymir tra gli elenchi dei giganti, ma non Búri, né alcuno della sua discendenza. Affermare che Búri sia un gigante è dunque contrario ai testi. Il mito della sua nascita non è cosmogonico, ma antropogonico e teogonico.

D'altra parte, il nome Búri deriva dal norreno bera «procreare» (cfr. anglosassone byre «figlio», norreno byrð e inglese birth «nascita»), a sua volta da una radice indoeuropea *BʰER- «portare», e andrebbe quindi  forse tradotto con «nato, generato». Ci si può chiedere quanto possa essere significativo il collegamento con l'albanese bur «uomo», quasi che Búri sia stato, in qualche perduta tradizione, il «primo uomo».

Ma torniamo ancora una volta al racconto antropogonico degli antichi Germani fornito da Tacitus:

Celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur. In antichi poemi, unica loro forma di trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus, progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingævones, i più vicini all'oceano, gli Herminones, stanziati in mezzo, e gli Istævones, cioè tutti gli altri.
Cornelius Tacitus: Germania [2]

Molti studiosi, come abbiamo visto, tendono ad equiparare il Tvisto tacitiano a Ymir (Branston 1962 | Meid 1992), ma a ben guardare l'operazione presenta una difficoltà: Tvisto viene detto «nato dalla terra» [terra editum] mentre Ymir viene generato nel Ginnungagap prima della nascita della terra; e anzi, quest'ultima viene creata a partire dal corpo smembrato di Ymir, mentre nulla del genere si narra riguardo a Tvisto. Per quanto è sempre possibile che, nel suo laconico racconto, Tacitus abbia taciuto dei dettagli importanti, bisognerà ammettere, stante i dati alla mano, che Tvisto non è una figura di macroantropo. Il mito che lo riguarda – nella forma in cui ci è stato trasmesso – di nuovo non è cosmogonico ma antropogonico. In conclusione, questo Tvisto «nato dalla terra» è un protoantropo, e rassomiglia molto di più a Búri.

È evidente che si tratta di ipotesi molto traballanti, come fragile è la correlazione tra i due alberi genealogici di Tvisto e di Búri:

Tacitus
Germania

Snorri
Prose Edda

Tvisto

Búri

Mannus

Bórr

*Herminus ÷ *Ingævus  ÷ *Istævus

Óðinn ÷ Vili ÷

Se tra Tvisto e Búri può essere delineato un vago parallelo, nulla sappiamo dire sul rapporto tra Mannus e Bórr. Mannus, a giudicare dalla trasparente etimologia (dal protogermanico *mannaz, dalla radice indoeuropea *MAN- «uomo»), il progenitore dell'umanità. Ma il nome di Bórr ha un significato del tutto diverso, e il personaggio è piuttosto considerato antenato dei principali dèi scandinavi. E con simile difficoltà, *Herminus, *Ingævus ed *Istævus sono antenati eponimi di popolazioni germaniche, mentre Óðinn, Vili e sono tre importanti divinità. Ma è anche vero che, nella mitologia scandinava, Óðinn è considerato antenato di molte stirpi reali (e *Ingævus corrisponde etimologicamente ad Yngvi-Freyr, antenato degli Ynglingar, stirpe reale di Svezia).

X - IL SACRIFICIO DI YMIR

Il principale mito di Ymir, e dunque la ragione cosmogonica della sua presenza, ruota attorno al mito del suo sacrificio. Il maestoso gigante venne infatti ucciso dai figli di Borr, ovvero Óðinn, Vili e , i quali utilizzarono gli elementi e le parti del suo immenso corpo come materia prima per creare l'universo.

Þeir tóku Ymi ok fluttu í mitt Ginnungagap ok gerðu af honum jǫrðina, af blóði hans sæinn ok vǫtnin. Jǫrðin var gǫr af holdinu, en bjǫrgin af beinunum. Grjót ok urðir gerðu þeir af tǫnnum ok jǫxlum ok af þeim beinum er brotin váru. [...] Essi presero Ymir e lo posero nel mezzo del Ginnungagap e da lui fecero la terra, dal suo sangue il mare e le acque. La terra era fatta della sua carne, le rocce delle sue ossa. I sassi e le pietre le crearono dai suoi denti, dai molari, e dalle ossa che erano rotte. [...]
Af því blóði er ór sárum rann ok laust fór, þar af gerðu þeir sjá þann er þeir gerðu ok festu saman jǫrðina ok lǫgðu þann sjá í hring útan um hana, ok mun þat flestum manni ófœra þykkja at komask þar yfir. [...] Del sangue, che dalle sue ferite corse e scaturì fuori, essi fecero il mare, quando formarono e saldarono insieme la terra, e quindi vi disposero attorno il mare come un anello, e sembrerà impossibile a molti uomini andare oltre a esso. [...]
Tóku þeir ok haus hans ok gerðu þar af himin ok settu hann upp yfir jǫrðina með fjórum skautum, ok undir hvert horn settu þeir dverg. [...] Presero anche il suo cranio, ne fecero il cielo e lo posero sopra la terra con quattro angoli, e sotto ciascun angolo posero un nano [a sorreggerlo]. [...]
En fyrir innan á jǫrðunni gerðu þeir borg umhverfis heim fyrir ófriði jǫtna, en til þeirar borgar hǫfðu þeir brár Ymis jǫtuns ok kǫlluðu þá borg Miðgarð. Þeir tóku ok heila hans ok kǫstuðu í lopt ok gerðu af skýin... Ma all'interno della terra essi edificarono un bastione tutt'attorno al mondo, contro l'ostilità dei giganti, usando per il loro recinto le ciglia del gigante Ymir e chiamarono quella rocca Miðgarðr. Presero anche il suo cervello, lo lanciarono in cielo e ne fecero le nuvole...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [8]

Il fatto che il cielo sia stato creato a partire dal cranio di Ymir, è testimoniato da una kenning diffusa nella poesia scaldica, nella quale Ymis haus, «cranio di Ymir», è una erudita metafora che indica la volta celeste. Scrive al riguardo Snorri nello Skáldskaparmál:

Hvernig skal kenna himin? Svá at kalla hann Ymis haus ok þar af jǫtuns... Quali sono le kenningar per il cielo? Lo si può chiamare cranio di Ymir e quindi cranio del gigante...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál [31]

E quindi cita dei versi attribuiti ad Arnórr jarlaskáld (XI sec.) dove, appunto, il cielo viene detto «cranio di Ymir»:

Ungr skjǫldungr stígr aldri
jafnmildr á við skjaldar
þess var grams, und gǫmlum,
gnóg rausn, Ymis hausi.
Nessun giovane sire mai salirà più
d'egli liberal sull'albero di scudi,
sotto il cranio di Ymir vetusto,
fu di tal condottiero grande il fasto.
Snorri Sturluson: Ljóða Edda > Skáldskaparmál [31 {105}]

Ma al ruolo di Ymir quale macroantropo primordiale già avevano accennato alcuni poemi eddici. Nel Vafþrúðnismál, alla domanda «Da dove la terra provenne | e il cielo in alto | in principio, o saggio gigante?», il sapiente Vafþrúðnir risponde:

Ór Ymis holdi
var jǫrð um skǫpuð,
en ór beinom bjǫrg,
himinn ór hausi
ins hrímkalda jǫtuns,
en ór sveita sjór.
Dalla carne di Ymir
fu la terra creata
e dalle ossa i monti;
il cielo dal cranio
del gigante freddo di brina
e dal sangue il mare.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [21]

Lo stesso motivo viene ripetuto nel Grímnismál.

Ór Ymis holdi
var jǫrð um skǫpuð,
en ór sveita sær,
bjǫrg ór beinom,
haðmr ór hári,
en ór hausi himinn.
Dalla carne di Ymir
fu la terra creata
dal sangue il mare,
le montagne dalle ossa,
gli alberi dai capelli,
dal cranio il cielo.
En ór hans brám
gerðo blið regin
miðgarð manna sonom;
en ór hans heila
vóro þau in harðmóðgo
ský ǫll um skǫpuð.
Dalle sue ciglia
fecero gli dèi benedetti
Miðgarðr per i figli degli uomini;
dal suo cervello
vennero le tempestose
nuvole tutte create.
Ljóða Edda > Grímnismál [40-41]

Nell'ordinamento cosmologico, il Miðgarðr è la parte del cosmo corrispondente al nostro mondo, assegnata ai figli degli uomini. La parola garðr in norreno vuol dire «recinto, fortificazione», e la giustificazione sta appunto nel fatto, pure ricordato da Snorri, che tale fortificazione cosmica fu costruita a partire dalle ciglia di Ymir.

XI - DA YMIR AL PURUṢA, IL MITEMA DEL MACROANTROPO

Ymir è il gigante nato prima di ogni altra cosa, il cui sacrificio è necessario per la creazione dell'universo. Il mitema è quello del macroantropo primordiale, il cui corpo è la materia prima da cui deriveranno tutte le cose e le creature del mondo. Universo potenziale e vivente, il macroantropo occupa tutto lo spazio: egli dovrà essere ucciso affinché ogni altra cosa possa esistere.

Gli elementi di questo mitema possono essere rintracciati, a volte condensati insieme, a volte frammentari, in molti sistemi mitologici. Buoni modelli comparativi sono offerti dal mondo indoiranico. In India troviamo innanzitutto il Puruṣa dal tardo vedismo, l'«uomo cosmico» dal cui sacrificio [puruṣamedha] gli dèi crearono l'universo, con i suoi elementi cosmologici e i suoi esseri viventi, originando peraltro un'umanità già separata in caste. Così declama un inno vedico:

Sahasraśīrṣā puruṣaḥ sahasrākṣaḥ sahasrapāt; sa bhūmiṃ viśvato vṛtvāty atiṣṭhad daśāṅgulam. Puruṣa aveva mille teste, mille occhi, mille piedi. Ricopriva tutta la terra da ogni parte e la superava ancora di dieci dita.
Puruṣa evedaṃ sarvaṃ yad bhūtaṃ yac ca bhavyam. [...] Puruṣa è tutto questo universo, sia ciò che è stato, sia ciò che deve ancora essere. [...]
Yat Puruṣeṇa haviṣā devā yajñam atanvata, vasanto asyāsīd ājyaṃ grīṣma idhmaḥ śarad dhaviḥ. Quando gli dèi celebrarono il sacrificio con Puruṣa come oblazione, la primavera fu il burro fuso, l'estate la legna da ardere, l'autunno l'offerta.
Taṃ yajñam barhiṣi praukṣan Puruṣaṃ jātam agrataḥ; tena devā ayajanta sādhyā ṛṣayaś ca ye. Quel Puruṣa, nato ai primordi, essi lo aspersero come vittima sacrificare sullo strame d'erba. Con lui gli dèi, i sādhya e i veggenti compirono il sacrificio.
Tasmād yajñāt sarvahutaḥ sambhṛtam pṛṣadājyam; paśūn tāṃś cakre vāyavyān āraṇyān grāmyāś ca ye. [...] Da quel sacrificio completamente offerto fu raccolto il burro coagulato: esso divenne gli animali, quelli che stanno nell'aria, quelli che stanno nella foresta e quelli che stanno nei villaggi. [...].
Tasmād aśvā ajāyanta ye ke cobhayādataḥ; gāvo ha jajñire tasmāt tasmāj jātā ajāvayah. Da quello nacquero i cavalli e tutti gli animali che hanno denti incisivi sia sopra che sotto; da quello nacquero le vacche; da quello nacquero le capre e le pecore.
Yat Puruṣaṃ vy adadhuḥ katidhā vy akalpayan; mukhaṃ kim asya kau bāhū kā ūrū pādā ucyete. Quando smembrarono Puruṣa, in quante parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi?
Brāhmaṇo 'sya mukham āsīd bāhū rājanyaḥ kṛtaḥ; ūrū tad asya yad vaiśyaḥ padbhyāṃ śūdro ajāyata. La sua bocca diventò il brāhmaṇa, le sue braccia si trasformarono nello kṣatriya, le sue cosce nel vaiśya, dai piedi nacque lo śūdra.
Candramā manaso jātaś cakṣoḥ sūryo ajāyata; mukhād Indraś cĀgniś ca prāṇād vāyur ajāyata. Dalla sua mente nacque la luna; dagli occhi nacque il sole; dalla bocca Indra e Agni; dal respiro nacque il vento.
Nābhyā āsīd antarikṣaṃ śīrṣṇo dyauḥ sam avartata; padbhyām bhūmir diśaḥ śrotrāt tathā lokāṁ akalpayan. Dal suo ombelico ebbe origine l'atmosfera; dalla testa si produsse il cielo; dai piedi la terra; dalle orecchie i punti cardinali. Così gli dèi formarono il mondo.
Ṛgveda [X: 90 - Puruṣasūkta]

Ma il Puruṣasūkta è già un testo piuttosto elaborato. Non offre precisi dettagli mitici che possano permetterci di connettere il Puruṣa all'Ymir scandinavo. Nondimeno siamo finalmente sulla strada giusta ma, per trovare un modello comparativo più arcaico, e più vicino al mito scandinavo, dobbiamo spostarci in Īrān. Qui troviamo la figura di Gāyōmarṯ, «vita mortale», il primo dei viventi, che venne ucciso da Aŋra Mainyu e dal cui corpo si originarono i metalli. Dal seme di Gāyōmarṯ, versato nella terra, spuntò un albero dal quale presero forma un uomo e una donna, Mašī e Mašanī (Bundahišn [XV: 1-3]). Essi corrispondono evidentemente all'uomo e alla donna che sbocciarono spontaneamente sotto le ascelle di Ymir, ed è assai probabile che siano stati proprio costoro, in una versione tradita del mito scandinavo, i progenitori dell'umanità.

Nella sua rielaborazione letteraria, Snorri potrebbe aver minimizzato il dettaglio per non creare contraddizioni con il mito, riferito in seguito, della creazione del primo uomo e della prima donna, creati rispettivamente a partire da un frassino e da un olmo. E il fatto che anche Askr ed Embla abbiano un'origine vegetale, proprio come Mašī e Mašanī, suggerisce che i miti iranici e scandinavi si muovono su un terreno comune.

XII - UN ANTICO MITO ALTERNATIVO DELLA CREAZIONE?

Come abbiamo visto, Ymir, il macroantropo cosmico, compare per la prima volta in letteratura nella Vǫluspá, che introduce il racconto cosmogonico , alla terza strofa, con un accenno al gigante primordiale, già presente ed esistente prima che l'universo venisse creato.

Ár vas alda
þars Ymir byggði
vasa sandr né sær,
né svalar unnir;
jǫrð fansk æva
né upphiminn;
gap vas ginnunga,
en gras hvergi.
Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.
Ljóða Edda > Vǫluspá [3]

Tuttavia, nel citare la medesima strofa, Snorri riporta una differente versione dei primi due semiversi: «Al principio era il tempo | quando nulla esisteva» [Ár var alda | það er ekki var] (Gylfaginning [4 {5}]), quindi senza alcun riferimento a Ymir. È assai probabile che Snorri attinse a una versione della Vǫluspá diversa da quella attestata nei due manoscritti a noi pervenuti.

Inoltre, la stessa Vǫluspá, nel trattare il racconto della creazione del mondo da parte dei figli di Borr (Óðinn, Vili e ), di nuovo non cita Ymir:

Áðr Bors synir
bjǫðum of ypðu,
þeir es Miðgarð
mæran skópu...
Finché i figli di Borr
trassero su le terre,
loro che Miðgarðr
vasta formarono...
Ljóða Edda > Vǫluspá [4]

La cosa è abbastanza curiosa perché, nell'interpretazione fornita da altri poemi eddici, nonché da Snorri, i figli di Borr avrebbero creato il mondo appunto a partire dal corpo di Ymir. Ci si può chiedere se quest'«assenza» sia intenzionalmente dovuta allo stile ellittico del poema o se non ci sia alla base una versione alternativa del mito di creazione.

XIII - UNA TITANOMACHIA NORRENA?

È dal sangue che sgorga copioso dalle ferite di Ymir che, secondo Snorri, si produsse il diluvio nel quale vennero sterminati i giganti primordiali (tranne Bergelmir e sua moglie).

Synir Bors drápu Ymi jǫtun, en er hann fell, þá hljóp svá mikit blóð ór sárum hans at meðr því drekðu þeir allri ætt hrímþursa. I figli di Borr uccisero il gigante Ymir, ma quando egli cadde dalle sue ferite uscì tanto sangue, che in esso affogarono tutta la stirpe dei giganti di brina [...].
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [7]

Il mito del genocidio dei giganti può essere riportato, fatte le dovute cautele, al mitema della titanomachia. I popoli indoeuropei avevano la comune concezione che gli dèi avessero imposto il loro dominio sul mondo solo dopo averlo strappato alla più antica generazione divina.

Nel mondo greco troviamo il confronto che oppose gli dèi della generazione olimpica ai loro progenitori, i Titânes . Nel mondo celtico questa guerra sembra corrispondere, anche se le analogie non sono molto precise, al mito delle due battaglie di Mag Tuired, sostenuta dalle Túatha Dé Danann contro i Fir Bolg e i Fomóire per il possesso e il dominio dell'Irlanda . Nella tradizione romana il mito della titanomachia sembra riapparire, sublimato e trasformato, nel confronto che vede opporsi Romulus e Remus allo zio Amulius; dopo la sconfitta di quest'ultimo, i due fratelli potranno procedere alla fondazione di Roma.

Nel mito nordico sono i tre figli di Borr, ovvero Óðinn, Vili e , gli dèi della nuova generazione, a sconfiggere i giganti primordiali, discendenti di Ymir. Distrutti i giganti, gli dèi creeranno il mondo a partire dal corpo di Ymir e quindi inizierà il loro dominio.

Il fatto che, nel mito scandinavo, i giganti primordiali vengano spazzati via da un alluvione, sembra non avere altre attinenze nella mitologia degli altri popoli indoeuropei. Ma è a quanto pare un mito che faceva parte della tradizione germanica. Tra gli Anglosassoni se ne trova un'eco nel Bēoƿulf, nelle descrizione delle decorazioni runiche dell'elsa della spada rinvenuta da Bēoƿulf nella grotta di Grendel:

On ðǣm ƿæs ōr ƿriten
fyrn-ġewinnes,
syðþan flōd ofslōh,
ġifen ġēotende,
ġīganta cyn;
frēcne ġefērdon;
þæt ƿæs fremde þēod
ēcean Dryhtne;
him þæs ende-lēan
þurh wæteres wylm
Ƿaldend sealde.

C'era su incisa
la storia del conflitto
secolare, di quando
il diluvio distrusse,
la gonfia mareggiata,
la razza dei giganti.
Aveva combinato
cose tremende,
quel popolo straniero
al Signore eterno.
Il saldo del conto
glielo spedì il Padrone
a forza d'acque in fermento.

Bēoƿulf [-]

A cercare un'origine di tale mito non si può fare a meno di riandare al Bǝrēʾšîṯ, dove il diluvio è causato dalla violenza scatenata sulla terra dai giganti, i discendenti dei «figli di Dio» e delle «figlie degli uomini». Ma è difficile capire in quali modi o tempi questa tradizione sia arrivata nel mondo germanico, o non si sia piuttosto sposata con una tradizione preesistente.

XIV - BERGELMIR SUL SUO LÚÐR

Il mito di Bergelmir, il gigante che sfuggì al diluvio di sangue arrampicandosi sul suo mulino, è uno dei più enigmatici – e variamente interpretato – dell'intera filologia eddica. Il nucleo del mito di Bergelmir è riferito nella problematica strofa Vafþrúðnismál [35]:

Ǫrófi vetra
áðr væri iǫrð om skǫpuð,
þá var Bergelmir borinn;
þat ek fyrst um man
er sá inn fróði iǫtunn
var á lúðr um lagiðr.

Innumerevoli inverni,
prima che fosse la terra creata,
allora venne Bergelmir alla luce;
questo per primo io rammento:
che lo vidi, quel saggio gigante,
che giaceva su un lúðr.

Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [35]

La parola lúðr presenta enormi difficoltà di interpretazione, avendo tre possibili significati:

  1. Il termine lúðr ha l'accezione di strumento musicale, corno o tromba, soltanto nei documenti più tardi, nelle saghe scritte in epoca cristiana. Lo troviamo nell'Edda di Snorri, dove si dice che Heimdallr «possiede un corno, chiamato Gjallarhorn» [hann hefir lúðr þann, er Giallarhorn heitir] (Gylfaginning [27]). Ma nella Ljóða Edda il corno di Heimdallr non è mai chiamato lúðr, bensì horn o hljóð. Tuttavia, anche se non si può escludere che la parola lúðr indicasse uno strumento musicale già in epoca scaldica, è ragionevole presumere che non sia questo il significato del termine nel Vafþrúðnismál, in quanto Bergelmir non si può certo essere steso su un corno o una tromba.

  2. La seconda accezione, lúðr quale «madia per la farina» è citato dai più importanti dizionari antico-islandesi. Sembra perfettamente ragionevole che Bergelmir si fosse sdraiato (o rinchiuso) in una madia o in una cassa di legno, anche se il testo non ne rivela le ragioni. Il dizionario di Cleasby e Vigfússon cita il verso del Vafþrúðnismál sotto questa definizione, pur segnalando che «si riferisce a un antico mito perduto». Lo stesso riporta un'interessante espressione: ganga í lúðr, che viene tradotto con «cadere nella madia di qualcuno» [to fall into one's bin], con l'accezione di «contrarre un debito, essere vincolati a qualcuno» [to fall to one's lot]. Curiosamente il verbo lúðra significa «chinarsi, abbassarsi», pare da intendersi come l'atto di chi si china sopra una madia. (Cleasby ~ Vigfússon 1874 | Zoëga 1910).

  3. Il termine lúðr può indicare anche la cassa di una macina o di un mulino, significato che il termine conserva tuttora nella zona sudorientale dell'Islanda, dove indica la macina o il mulino stesso. Col significato di «mulino», lúðr è attestato in diversi poemi antichi, tra cui l'Helgakviða Hundingsbana ǫnnor [2-4], nel quale l'eroe Helgi, cercando scampo da re Hundingr, si mette alla macina travestito da donna e quasi distrugge il lúðr. Il termine si trova inoltre nell'ardua espressione dello scaldo Snæbjǫrn, «mulino delle isole» [eylúðr], che sembra essere una kenning indicante il mælstrǫm, il vortice marino (Skáldskaparmál [33]). Nel Grottasǫngr si trova inoltre il seguente passo, ove il valore di lúðr è inequivocabilmente «mulino» o «macina»:

    Mólu meyjar,
    megins kostuðu,
    váru ungar
    í jǫtunmóði;
    skulfu skaptré,
    skauzk lúðr ofan,
    hraut inn hǫfgi
    hallr sundr í tvau.

    Molivan, fanciulle,
    con sì sforzo immane,
    le giovani cadder
    in furia gigante.
    Il perno tremò,
    si ruppe la cassa [lúðr],
    schiantò in frantumi
    il grande palmento.

    Ljóða Edda [minora] > Grottasǫngr [23]

Se dunque applichiamo quest'ultima accezione al lúðr in Vafþrúðnismál, otteniamo che Bergelmir «giaceva su un mulino». Secondo Viktor Rydberg sarebbe proprio questa l'interpretazione corretta del testo: lezioni meno letterali rischiano di alterarne il significato originale. Nel caso di Bergelmir, l'accezione più significativa è probabilmente la terza. Una volta accettata tale interpretazione, però, non è ancora chiaro per quale motivo Bergelmir si fosse steso sulla macina. Alcuni autori hanno ipotizzato che il gigante venisse addirittura macinato, e hanno voluto vedere in questa immagine l'esito di un perduto mito cosmogonico, nel quale i giganti vennero triturati e trasformati in argilla (Rydberg 1886).

È Snorri a collegare l'enigmatica allusione a Bergelmir nel Vafþrúðnismál con il mito del diluvio di sangue che sterminò la razza dei giganti primordiali, ma ne tradisce sottilmente il senso, affermando che Bergelmir non si fosse semplicemente steso sulla macina, bensì si fosse arrampicato [fór upp] isul mulino stesso, insieme a sua moglie, sfuggendo così all'ondata distruttrice. (Gylfaginning [7])

Synir Bors drápu Ymi iǫtun, en er hann féll, þá hlióp svá mikit blóð ór sárum hans, at með því drekkðu þeir allri ætt hrímþursa, nema einn komst undan með sínu hýski. Hann kalla iǫtnar Bergelmi. Hann fór upp á lúðr sinn ok kona hans ok helzt þar, ok eru af þeim komnar hrímþursa ættir. I figli di Borr uccisero il gigante Ymir, ma quando egli cadde dalle sue ferite uscì tanto sangue, che in esso affogarono tutta la stirpe dei giganti di brina, tranne uno che fuggì con la sua famiglia. Costui i giganti lo chiamano Bergelmir. Si arrampicò sul suo lúðr, sua moglie con lui, e così si salvarono. Da loro sono discese le stirpi dei giganti di brina...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [7]

L'introduzione della moglie del gigante serve a Snorri per giustificare la discendenza dei giganti di brina da Bergelmir. È difficile dire fino a che punto il mito sia stato riletto dallo stesso Snorri, e se sia stato lui a creare un collegamento tra il mito del diluvio di sangue e la scena di Bergelmir sul suo mulino. A meno che Snorri non disponesse di qualche fonte andata perduta, si ha l'impressione che travisi il senso di Vafþrúðnismál [35].

La lettura di Snorri ha indotto i successivi esegeti a forzare ancor più il significato di lúðr finendo con il trasformarlo in una «barca». Nell'Edizione Raseniana della Prose Edda (København 1665), le parole «si arrampicò sul suo lúðr» [fór upp á lúðr sinn] sono emendate in «entrò nella sua barca» [fór á bat sinn]. Per quanto del tutto priva di fondamento, questa interpretazione divenne improvvisamente popolare tra i mitografi, tra i quali si diffuse il malvezzo di tradurre lúðr con «nave» e trasformare Bergelmir in una specie di Nōḥ boreale che naviga sulle onde di sangue su un'arca improvvisata. A metà del XIX secolo, il filologo tedesco Karl Joseph Simrock osservava: «Ci autorizzano a tradurre l'oscuro termine lúðr con «barca» sia il contesto sia la comparazione tra diversi miti» (Simrock 1855). Da qui, la traduzione tedesca di Hugo Gering: «fu posto in salvo nella barca» [im Boote geborgen ward] (Gering 1892), e quella inglese di Rasmus Björn Anderson: «giaceva al sicuro nella sua arca» [safty in his ark lay] (Anderson 1879). Lo stesso De Vries suggeriva che la parola lúðr indicasse probabilmente un «tronco scavato» (De Vries 1961).

Questo è anche il senso adottato nelle due traduzioni italiane dell'Edda di Snorri. Basandosi sull'interpretazione di De Vries, Gianna Chiesa Isnardi ritiene che l'incerta parola lúðr sia forse da intendere come un «tronco scavato», e traduce: «fuggì via con la sua barca» (Isnardi 1975). In una successiva pubblicazione l'autrice insiste sulla giustezza di tale traduzione (Isnardi 1991). Giorgio Dolfini traduce «salì in un tronco cavo» e, dopo aver sottolineato che la traduzione «barca» sia un'attestazione eccezionale del termine lúðr, ipotizza che in questo contesto l'oggetto utilizzato da Bergelmir, pur non essendo in origine un'imbarcazione, venne usato come tale al fine di sfuggire al diluvio di sangue scatenato dai figli di Borr (Dolfini 1975).

Detto questo, è tuttavia necessario ritornare al significato di lúðr come «mulino». Scrivono giustamente Necker e Niedner: «Si è soliti tradurre il termine [lúðr] con «barca» o anche «culla» senza che ve ne sia un giustificato motivo e in contrasto col testo. Niente impedisce di tradurre alla lettera «cassa del mulino» (il vano della macchina su pilastri). È pur vero che non sappiamo come si sia svolto nei particolari l'episodio cui si fa riferimento» (Necker ~ Niedner 1942).

Una volta ammessa, l'interpretazione di lúðr come «mulino» non spiega perché Bergelmir vi si fosse steso o arrampicato. Se non accettiamo il collegamento logico tra quest'episodio e il mito del diluvio di sangue, la scena di Bergelmir aggrappato al suo mulino risulta infatti del tutto problematica. Al riguardo gli studiosi hanno avanzato molte dotte spiegazioni ed escogitato soluzioni affascinanti, anche se il problema è lungi dall'essere risolto.

Ad esempio Clive Tolley appunta la sua attenzione sulla strofa Vafþrúðnismál [29]:

Ǫrófi vetra
áðr væri jǫrð skǫpuð,
þá var Bergelmir borinn,
Þrúðgelmir
var þess faðir,
en Aurgelmir afi.
Innumerevoli inverni,
prima che fosse la terra creata,
allora venne Bergelmir alla luce,
Þrúðgelmir
gli fu padre
e Aurgelmir nonno.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [29]

Qui viene fornita una discendenza di tre giganti primordiali: AurgelmirÞrúðgelmirBergelmir. I tre nomi sono allitterati in -gelmir, termine generalmente connesso al verbo gjalla «rumoreggiare, gridare». È dunque il primo elemento del nome a distinguere i tre giganti: Aurgelmir è composto da aurr «argilla, fango», mentre Þrúðgelmir è composto da þrúðr «potere, forza», corradicale di þróa «prosperare». In quanto a Bergelmir, se i nomi dei tre giganti hanno, come è ragionevole aspettarsi, qualche relazione semantica, la tradizionale etimologia di Bergelmir da bjǫrn «orso» non si giustifica appieno. I primi due nomi appartengono all'ambito della fertilità della terra e anche per quello di Bergelmir ci si può aspettare un'origine maggiormente vicina ai temi del raccolto e della prosperità. Tolley fa notare che in questo caso ber- potrebbe derivare da barr, ricorrendo alla spiegazione di R.D. Fulk per la derivazione dal protogermanico *bariz-/baraz- (Fulk 1989). Dunque Bergelmir potrebbe essere connesso all'orzo e per estensione alle sementi, per cui cui l'aggettivo fróðr «saggio», con cui è definito in Vafþrúðnismál [35], assumerebbe il significato di «fertile». (Tolley 1995)

Se si accetta infine l'interpretazione di «mulino» per il termine lúðr, Bergelmir può dunque divenire un agente della fertilità della terra. Egli non si sarebbe arrampicato su un mulino, ma si steso tra le macine e ridotto in poltiglia, come del resto interpreta Viktor Rydberg. Nel suo imponente studio sui miti nordici, egli interpreta la scena del «gigante macinato» come l'esito di un perduto mito cosmogonico, nel quale la terra venne creata a partire dal corpo di Ymir e degli altri giganti, i quali vennero triturati e trasformati in argilla [aurr] (Rydberg 1886).

D'altronde, il motivo della macinatura di un macroantropo che genera fertilità per altro non è unico, in quanto attestato anche nella cosmogonia di altre culture, come ricordato da Sir James Frazer nel suo monumentale Golden Bough (Frazer 1890). Del resto un tale mito non sarebbe dissimile nello spirito a quello del sacrificio di Ymir, ad opera dei figli di Borr, i quali, usando il suo corpo come materia prima, diedero forma al cielo e alla terra.

Altrettanto interessante, l'ipotesi proposta da Giorgio De Santillana ed Hertha Von Dechend, dove questo «mulino» altro non sarebbe che un'immagine del frassino Yggdrasill, rappresentazione simbolica dell'asse terrestre (De Santillana ~ Von Dechend 1969). Poiché molte indicazioni fanno pensare che gli Scandinavi conoscessero il ciclo della precessione equinoziale (si vedano le possibili interpretazioni del ragnarǫk), si potrebbe supporre al diluvio di sangue – sempre che i due episodi siano interrelati – come al passaggio da un ciclo cosmico al successivo. In questo caso Bergelmir diventerebbe una sorta di guardiano dell'asse cosmico, destinato a chiudere un ciclo del tempo e ad aprire il successivo. Non si può fare a meno di andare al mito celtico, dove troviamo il personaggio di Fintán mac Bóchra intento a salvarsi dal diluvio arrampicandosi in cima a una collina, per poi trasmettere agli uomini del ciclo successivo tutto il suo sapere storico e tradizionale.

Ma si tratta soltanto. Poiché si tratta soltanto del laconico riferimento a un mito ormai irrimediabile perduto, non è possibile aggiungere nulla di certo.

XV - BORR, BESTLA, BǪLÞORN: UN RITRATTO DI FAMIGLIA

Riguardo alla genealogia di  Óðinn e dei suoi fratelli  Vili e , essa è affidata a un passo della Prose Edda:

Hann var fagr álitum, mikill ok máttigr. Hann gat son þann er Borr er nefndr. Hann fekk þeirar konu er Bettla hét, dóttir Bǫlþorns jǫtuns, ok fengu þau þrjá sonu. Hét einn Óðinn, annarr Vili, þriði Vé.

[Búri] generò un figlio chiamato Borr; questi prese in moglie quella donna che si chiamava Bestla, figlia del gigante Bǫlþorn ed ebbero tre figli. Il primo si chiamava Óðinn, il secondo Vili, il terzo .

Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]

Chi sono questi personaggi? Borr, ad esempio, non viene quasi mai citato di per sé stesso, ma solo nell'espressione synir Bors, i «figli di Borr», espressione che intende in realtà Óðinn, Vili e (Vǫluspá [4]). Le fonti non dicono nulla su questo personaggio e non resta agli studiosi che inferire dati a partire dall'etimologia del nome, il quale compare nella lezione <Burr> nel Codex Regius [R] della Ljóða Edda e nel Codex Upsaliensis [U] della Prose Edda, ma è <Borr> nei restanti codici snorriani [Rs | T | W] e nel Codex Arnamagnæanus [A]. Quest'ultima forma sembra derivi dal norreno bora «forare» (cfr. latino forare, tedesco bohren), dunque «[colui che] perfora», forse con riferimento all'attività sessuale. Del resto Borr è il primo individuo delle genealogie mitiche che si unisca a una donna: Bestla, figlia di Bǫlþorn.

Il nome di Bestla manca ancora di un'etimologia attendibile. Può essere avvicinato all'antico frisone böst «amore coniugale». Il nome di Bǫlþorn è traducibile come «spina di male», «spina malvagia», con riferimento alla terza runa del fuþark, la cui forma ricorda appunto una spina di rovo e ha ispirato la lettera latina þ, dallo stesso nome. La lettera þorn è anche chiamata «runa del gigante», in quanto iniziale della parola þurs «gigante».

Poco o nulla sappiamo di Bestla, e ancor meno del suo oscuro genitore, che alcuni studiosi ritengono di poter identificare con Mímir, sebbene non si capisca bene con quale autorità. Entrambi i nomi sono citati in un passo dell'Hávamál, dove Óðinn afferma che Bǫlþorn gli avrebbe insegnato nove canti magici:

Fimbulljóð níu
nam ek af inum frægja syni
Bǫlþorns, Bestlu fǫður.
Nove terribili incantesimi
ricevetti dall'illustre figlio
di Bǫlþorn, padre di Bestla,
Ljóða Edda > Hávamál [140]

Infine, l'espressione «figlio di Bestla» compare in letteratura come una kenning riferita a Óðinn. Al riguardo, Snorri ricorda una strofa del poema Vellekla «penuria d'oro» di Einarr skálaglamm (Skáldskaparmál [10]), che così recita:

Þvíat fjǫlkostigr flestu
flestr ræðr við son Bestlu,
tekit hefi ek morðs til mærðar,
mæringr en þú færa.
Poiché molti campioni assai meno
di te riescon sovente vincenti
contro il figlio di Bestla, un encomio,
in poema di guerra, ho composto.
Einarr skálaglamm: Vellekla

...dove l'espressione «riuscire vincenti contro il figlio di Bestla» può significare «prevalere in battaglia», «vincere una guerra».

XVI - VILI E VÉ, GLI EVANESCENTI FRATELLI DI ÓÐINN

Come abbiamo visto, nei racconti cosmogonici, Óðinn non compare mai da solo, ma come elemento di una triade insieme ai suoi fratelli Vili e . I nomi di questi due enigmatici personaggi sembrano far di loro dei concetti astratti personificati: il sostantivo vili è infatti «volontà, voglia, desiderio», mentre vé, pur significando in origine «casa, dimora», ha assunto il senso di «sacralità, santità» (un plurale véar è attestato in Hymiskviða [39] nel significato di «santi», cioè «dèi»).

Si noti che, in una fase prescritturale dell'antico nordico, i nomi dei tre fratelli allitteravano tra loro: *Vóð- ~ Vili ~ Vé, e quindi con il significato di «ebbrezza, volontà e santità».

Vili e sono presentati da Snorri col racconto della loro nascita, quali figli di Borr e della gigantessa Bestla:

Hann fekk þeirar konu er Bettla hét, dóttir Bǫlþorns jǫtuns, ok fengu þau þrjá sonu. Hét einn Óðinn, annarr Vili, þriði Vé. Ok þat er mín trúa at sá Óðinn ok hans brǿðr munu vera stýrandi himins ok jarðar. [Borr] prese in moglie quella donna che si chiamava Bestla, figlia del gigante Bǫlþorn ed ebbero tre figli. Il primo si chiamava Óðinn, il secondo Vili, il terzo , e io so per verità, che Óðinn e i suoi fratelli saranno i signori del cielo e della terra.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6]

Si noti la netta dichiarazione della loro preminenza e potenza: i tre fratelli sono destinati ad essere i «signori del cielo e della terra» [stýrandi himins ok jarðar]. E in effetti, nei capitoli successivi, ai «figli di Borr» vengono attribuiti l'uccisione di Ymir, con la conseguente creazione dell'universo (Gylfaginning [7-8]), e quindi viene ad essi attribuita la costruzione dell'ordine cosmico e astronomnico (Gylfaginning [8]), e infine la creazione della prima coppia umana (Gylfaginning [9]).

Tuttavia è solo in Gylfaginning [6], che Vili e sono citati per nome. Nelle altre occorrenze essi vengono raccolti, insieme a Óðinn, nella locuzione Bors synir, «figli di Borr», e le varie imprese creative sono attribuite collettivamente a questa triade. Dopodiché anche i Bors synir scompaiono dalla Prose Edda e i racconti successivi si focalizzano sul solo Óðinn.

Almeno in teoria, tutto ciò dovrebbe darci una certa sicurezza sul fatto che la locuzione Bors synir, citate in altre fonti, si riferisca a Óðinn, Vili e . È il caso del rapido accenno che la Vǫluspá fa del racconto della creazione, dove si dice:

Áðr Bors synir
bjǫðum of ypðu,
þeir es Miðgarð
mæran skópu...
Finché i figli di Borr
trassero su le terre,
loro che Miðgarðr
vasta formarono...
Ljóða Edda > Vǫluspá [4]

Se non ché la stessa fonte, pochi versi più tardi, attribuisce la creazione della prima coppia umana, Askr ed Embla, a una triade affatto diversa, formata da Óðinn, Hǿnir e Lóðurr (Vǫluspá [17-18]). La stessa impresa era attribuita da Snorri ai Bors synir, e lo scambio ci lascia nel dubbio se interpretare Vili e come epiteti o aspetti di Hǿnir e Lóðurr.  Ma a Vili e , senza alcun dubbio, si riferisce un altro poema eddico, il Lokasenna, quando riporta un risvolto malizioso che ha per protagonisti i due fratelli di Óðinn:

Þegi þú, Frigg,
þú ert fjǫrgyns mær
ok hefir æ vergiǫrn verit,
er þá Véa ok Vilja
léztu þér, Viðris kvæn,
báða i baðmn um tekit.
Sta' zitta, Frigg!
Tu sei la figlia di Fjǫrgynn
e sempre hai avuto sete di uomini,
come quando e Vili,
entrambi, tu donna di Viðrir,
hai accolto tra le tue braccia.
Ljóða Edda > Lokasenna [26]

I dettagli dell'adulterio che Frigg avrebbe compiuto con Vili e vengono narrati da Snorri nel racconto pseudostorico della Ynglingasaga. Seppure evemerizzati e trattati come vicende reali della remota antichità, gli antichi racconti mitologici sono chiaramente riconoscibili. Snorri narra:

Óðinn átti tvá brǿðr, hét annarr Vé, en annarr Vili; þeir brǿðr hans stýrðu ríkinu, þá er hann var í brottu. Þat var eitt sinn, þá er Óðinn var farinn langt í brott ok hafði lengi dvalzt, at Ásum þótti ǫrvænt hans heim; þá tóku brǿðr hans at skipta arfi hans, en konu hans Frigg géngu þeir báðir at eiga. En litlu síðar kom Óðinn heim, tók hann þá við konu sinni. Óðinn aveva due fratelli: uno si chiamava , l'altro Vili. Questi fratelli governavano il regno quando gli era lontano. Avvenne una volta che egli era partito e aveva indugiato lontano così a lungo che un suo ritorno parve agli Æsir assai improbabile. Allora i fratelli presero a dividersi la sua eredità ed entrambi andarono a possedere Frigg, la sposa di lui. Ma poco dopo Óðinn giunse a casa; egli riprese la moglie a sé.
Snorri Sturluson: Ynglingasaga [3]

Più tardi, quando narra della migrazione che portò gli  Æsir – che in questo testo sono un popolo storico – dalla Scizia alla Scandinavia, Snorri afferma che Óðinn lasciò i fratelli Vili e al governo di Ásgarðr [þá setti hann brǿðr sína Vé ok Vila yfir Ásgarð], prima di intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato a diventare il dio dei popoli del nord Europa (Ynglingasaga [5]).

La fonte principale dell'Ynglingasaga di Snorri è un poema attribuito a Þjóðólfr ór Hvíni (inizi IX sec.), l'Ynglingatal, dove in realtà Vili e non compaiono mai. Nel corso dello stesso poema, però, Óðinn è definito, con semplice kenning, «fratello di Vili» [Vilja bróður]. Sono versi che cita anche Snorri, trattando della morte di un mitico re svedese chiamato Vanlandi:

En á vit
Vilja bróður
vitta véttr
Vanlanda kom...
Un essere magico
il fratello di Vili
a visitare
Vanlandi mandò...
Þjóðólfr ór Hvíni: Ynglingatal [3]

Vi è anche la possibilità che Vili e siano da considerare delle emanazioni dello stesso Óðinn, delle personificazioni dei suoi poteri creatori. Del resto la penetrazione del cristianesimo, alla fine del periodo vichingo, cioè proprio al tempo in cui i miti norreni venivano messi per iscritto, avrebbe suggerito la creazione come prodotto della volontà divina. Non è nemmeno da escludere un avvicinamento al concetto cristiano della Trinità, come già abbiamo visto nella triade Hár ~ Jafnhár ~ Þriði che compare nella cornice della Gylfaginning.

Bibliografia

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  • GERING 1892. Die Edda. Die Lieder der sogenannten älteren Edda, traduzione di Hugo Gering. Bibliographisches Institut, Liepzig/Vienna 1892, 1927.
  • GJELLERUP 1895. Karl Gjellerup, Den ældre Eddas Gudesange. P.G. Philipsens Forlag, København 1895.
  • ISNARDI 1975. Snorri Sturluson, Edda di Snorri, a cura di Gianna chiesa Isnardi. Rusconi, Milano 1975.
  • ISNARDI 1977. Leggende e miti vichinghi, a cura di Gianna Chiesa Isnardi. Rusconi, Milano 1977.
  • ISNARDI 1991. Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici. Longanesi, Milano 1991.
  • KOCH 1987. Bēowulf, a cura di Ludovica Koch. Einaudi, Torino 1987.
  • NECKEL ~ NIEDNER 1925. Gustav Neckel, Felix Niedner, Die jüngere Edda mit dem sogenannten ersten grammatischen Traktat. In: Thule, XX. Jena 1925.
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  • POLIA 1983. Mario Polia, Völuspá. I detti di colei che vede. Il Cerchio, Rimini 1983.
  • RYDBERG 1886. Viktor Rydberg, Undersökningar i germanisk mythologi. Adolf Bonnier, Stockholm 1886. → ID., Teutonic Mythology. Gods and Goddesses of the Northland. Norrœna Society, London 1889.
  • SCARDIGLI ~ MELI 1982. Il canzoniere eddico, a cura di Piergiuseppe Scardigli, traduzione di Marcello Meli. Garzanti, Milano 1982.
  • SIMROCK 1855. Karl Joseph Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie. Bonn 1855, 1869.
  • ZOËGA 1910. Geir T. Zoëga, A coincise Dictionary of Old Icelandic. 1910.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti, Stefano Mazza e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 04.04.2004
Ultima modifica: 25.05.2016
 
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