| I - LA
TERMINOLOGIA DEL DIVINO NEL MONDO NORDICO Il
dizionario norreno contempla molte parole per indicare gli «dči». La
terminologia presenta diverse sfumature, che portano dall'indefinitezza della
potenza soprannaturale al carattere personale della divinitą.
Il termine generale per «dio», rimasto in epoca cristiana, č goš/gošir
(al singolare e al plurale), parola originariamente neutra, forse a indicare
un'idea generale del numinoso e, in seguito, forse per influsso cristiano,
passata al maschile. Parallelamente goši č anche il termine norreno che
indica il sacerdote consacrato alle divinitą; l'equivalente femminile gošin
ha unicamente il significato tecnico di «sacerdotessa». Questa radice *gož,
caratteristica lingue germaniche (cfr. gotico guž, norreno goš,
tedesco Gott, inglese god), sembra derivare, secondo l'etimologia
pił convincente, da una radice indoeuropea *GʰEU-/*GʰU- che in sanscrito e in avestico connota il
campo semantico inerente l'invocazione o l'implorazione rivolta agli dči
(Vignola 1949); la parola goš andrebbe
dunque intesa come «[colui a cui] si sacrifica», «[colui che] č invocato»
(Isnardi 1991).
Se la parola *gož > goš «dio» č un'innovazione delle lingue
germaniche, il norreno ha parallelamente conservato, con la parola tķvar
«dči», un termine derivato dalla radice indoeuropea *DEJW-
«celeste»(a sua volta formazione aggettivale di *DʲĒW-
«cielo») e attestato in varie
forme in tutte le lingue correlate (sanscrito devaḥ, greco theos,
latino deus). Questa parola č etimologicamente collegata all'antico
concetto del dio celeste, indicando negli dči secondo idee che rimontano alle
concezioni religiose degli antichi indoeuropei gli abitatori del cielo. In
norreno, il termine tķvar č soltanto plurale, essendo il singolare il
nome proprio del dio Tżr (anche se poi in
poesia si presentano delle kenningar dove altre divinitą sono segnalate
con espressioni tipo «Tżr
della lancia» [Óšinn]o «Tżr del carro» [Žórr]). Accanto a tķvar si trovano in
poesia composti come sigtķvar «dči di vittoria», skitķvar «dči
che assalgono» o valtķvar «dči dei caduti in battaglia»
(Isnardi 1991).
Corradicale di tķvar, ma mediato attraverso il celtico, č il termine
dķar che, nella rielaborazione evemeristica dei miti nordici operata da
Snorri nella Ynglinga saga [2 | 4 | 6],
designa i dodici sacerdoti supremi che nell'antico
Įsgaršr presiedevano al sacrificio e al
giudizio. Il termine č attestato anche in una kenning dello scaldo di
origine irlandese Kormakr Ǫgmundarsson, ben conosciuto da Snorri. Nello stesso
testo, Snorri dą ai dodici sacerdoti anche il nome di drótnar «signori,
principi». (Isnardi 1991)
Attestato soltanto al plurale č il termine reginn «dči» (che compare
ad esempio nel composto ragnarǫk
«destino degli dči»). Connesso etimologicamente al gotico ragin
«decisione», indica negli dči le potenze che determinano gli eventi del mondo e
del tempo. Anche qui, composti quali ginnreginn «dči potenti»,
uppreginn «dči eccelsi» e žrymreginn «dči del frastuono [della
battaglia]» non sono altro che creazioni poetiche.
(Isnardi 1991)
Altra definizione di divinitą č nella parola plurale véar «dči»,
legata presumibilmente al termine vé «luogo consacrato», dunque col senso
di «esseri legati alla sfera del sacro» (cfr. il nome del dio
Vé). Anche i termini band/bǫnd e
hapt/hǫpt, il cui significato letterale č «laccio, catena», vengono
utilizzati in poesia per indicare la divinitą, nell'accezione di forza
soprannaturale che «vincola» il destino dell'uomo e delle creature del mondo.
Rimangono, a indicare gli dči, due importanti termini:
Ęsir e
Vanir. Il primo sembra sembra avere un
significato pił generale del secondo, ma l'uno e l'altro designano due distinti
gruppi divini fortemente caratterizzati in senso funzionale, rispettivamente
legati a due luoghi della geografia mitica, e cioč la cittą celeste di
Įsgaršr, di cui sarebbero appunto
abitanti gli Ęsir, e la terra di
Vanaheimr, da cui proverrebbero i
Vanir. La distinzione tra
Ęsir e
Vanir č l'argomento di questo saggio. |
| II -
ĘSIR E VANIR: DEFINIZIONI E RAPPORTI RECIPROCI
La pił importante caratteristica del sistema teologico scandinavo č che i
principali ruoli divini sono ripartiti tra due gruppi divini, gli
Ęsir e i
Vanir. Il significato della
coesistenza degli dči Ęsir e degli
dči Vanir costituisce lo scoglio
fondamentale della nostra interpretazione del mito norreno, da cui deriva ogni
possibile impostazione attribuibile a tale mitologia. I testi antichi non ci
forniscono una descrizione esplicita delle differenze tra
Ęsir e
Vanir, né viene mai sottolineata
un'opposizione ontologica (cioč inerente a una qualche distinzione nella
rispettiva natura) tra i due gruppi. Per comprendere la natura degli
Ęsir e dei
Vanir, sia singolarmente che
reciprocamente, č necessario confrontare le occorrenze nei miti delle due stirpi
divine e il carattere dei personaggi appartenenti all'una o all'altra stirpe.
Gli Ęsir sono citati
frequentemente nelle due Edda e nelle altre
fonti mitologiche, ma raramente sono caratterizzati in qualche modo specifico.
In genere il termine
ęsir non viene utilizzato come il nome proprio di una stirpe
divina, ma come un sostantivo dal significato generico di «dči». D'altronde i
Vanir sono citati solo tre volte nella
Prose Edda
di Snorri, senza ulteriori dettagli. Č evidente che Snorri riteneva che i suoi
lettori conoscessero i Vanir e non
riteneva necessario dilungarsi in inutili spiegazioni.
Tutto quello che si evince da queste avare annotazioni č che i
Vanir furono un popolo a sé stante,
separato dagli Ęsir, contro i quali
un tempo combatterono una guerra. La nostra unica fonte sul conflitto tra
Ęsir e
Vanir consiste in quattro strofe
affannose della
Vǫluspį [21-24],
una sola delle quali ci presenta i due etnonimi in esplicita contrapposizione
tra loro:
Brotinn vas boršveggr
borgar įsa,
knįttu vanir vķsgpį
vǫllu sporna. |
Infranto il riparo di legno
della cittą degli Ęsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo. |
|
Ljóša Edda
>
Vǫluspį [24] |
Che vi sia una voluta contrapposizione č rivelato dalla scelta delle parole:
l'ignoto poeta usa la locuzione «cittą degli
Ęsir» [borgar įsa] in luogo del
toponimo Įsgaršr per sottolineare un
esplicito contrasto tra gli Ęsir e
i Vanir. Questo č l'unico passo di
tutta la letteratura mitologica scandinava in cui viene delineato un
parallelismo tra Ęsir e
Vanir e i due gruppi divini sembrano
venir posti su un medesimo piano. Si tratta di una scelta di significato che
perņ non comparirą pił in tutti i poemi eddici. Anche Snorri, nella
Prose Edda, trattando della guerra tra
Ęsir e
Vanir e del successivo patto di
pace, sembra ignorare la contrapposizione dialettica tra le due stirpi e, pił
volte nel testo, oppone i Vanir non
agli Ęsir, ma a un pił generico
«dči». La sua scelta di parole č assai rivelatrice:
| Žat vįru upphǫf til žess,
at gošin hǫfšu ósętt viš žat fólk, er Vanir heita. |
Tutto iniziņ quando gli dči
[gošin] ebbero un conflitto con il popolo [fólk] che si chiama dei
Vanir. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Skįldskaparmįl [2] |
Nel presente contesto, Snorri non assegna ai
Vanir un rango divino, né concede loro
lo stesso rango degli Ęsir. Al
contrario, parla di un popolo [fólk] che entrņ in conflitto con gli dči [gošin].
In effetti, anche nel passo precedentemente citato della
Vǫluspį,
non vi era alcuna indicazione che i Vanir
fossero essi stessi delle divinitą: č semplicemente l'equilibrio dei versi a
contrapporli agli Ęsir. Su queste
basi non si puņ sostenere che i Vanir
fossero vere e proprie divinitą; furono piuttosto un popolo soprannaturale che
combatté contro gli dči, ed erano abbastanza potenti da riuscire a espugnare le
fortificazioni divine.
In questo passo, «dči» [gošin] non č certamente utilizzato come
sinonimo di Ęsir. Se costoro sono
detti «dči» [gošin], lo sono soltanto in contrapposizione con il «popolo»
[fólk] dei Vanir, ai quali
evidentemente Snorri non concede un rango divino, o comunque il medesimo rango
degli Ęsir. In effetti, nel passo
precedentemente citato della
Vǫluspį, non vi era alcuna indicazione che
i Vanir fossero essi stessi delle
divinitą: č semplicemente l'equilibrio dei versi a contrapporli agli
Ęsir. Anche in seguito, Snorri sembra
utilizzare la parola
ęsir in senso
peculiare, intendendo con essa gli dči appartenenti all'entourage di
Įsgaršr, e
non in contrapposizione ai
Vanir.
Trattando del passaggio del vanr
Njǫršr nella comunitą įsgaršiana, Snorri
fa un uso delle parole assai rivelatore, affermando che occasionalmente anche un
vanr puņ essere definito un įss.
| Inn žriši įss er sį er
kallašr, er Njǫršr [...]. Eigi er Njǫršr įsa ęttar. Hann var upp fęddr ķ
Vanaheimi, en Vanir gķslušu hann gošunum ok tóku ķ mót at gķslingu žann, er
Hęnir heitir. Hann varš at sętt meš gošunum ok Vǫnum. |
Il terzo įss č
chiamato Njǫršr. [...].
Njǫršr non č della stirpe degli
Ęsir. Č stato allevato nel
Vanaheimr, ma i
Vanir lo diedero in ostaggio agli dči
[gošunum] e presero in cambio in ostaggio colui che si chiama
Hnir. Egli divenne il segno di
riconciliazione fra gli dči [gošunum] e i
Vanir. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [23] |
Anche qui i Vanir non vengono
confrontati con gli Ęsir, ma con
gli «dči» [gošunum]. I Vanir
diedero Njǫršr in ostaggio «agli dči»;
Njǫršr fu il simbolo di riconciliazione
tra i Vanir e «gli dči». Č
certamente vero che gli Ęsir sono
chiamati gošin «dči» per antonomasia; ma se anche i
Vanir fossero stati delle divinitą, o
per lo meno delle divinitą al livello degli
Ęsir, Snorri avrebbe scelto
diversamente le sue parole. Il fatto che i
Vanir vengono invece opposti a un generico «dči» fa capire che, almeno
ai tempi di Snorri, i Vanir non
fossero considerati delle divinitą vere e proprie. Semmai lo furono a un livello
diverso, pił specifico e specializzato.
Com'č evidente, Snorri utilizza il termine ęsir in modo molto ampio.
Quando ci presenta Njǫršr, afferma che
sia «il terzo įss» [inn žriši įss], per subito dopo spiegare che «Njǫršr non č della stirpe degli
Ęsir» [eigi er Njǫršr įsa ęttar].
Dunque, pur essendo presentato come un įss,
Njǫršr č detto discendere da una stirpe
diversa da quella degli Ęsir,
essendo un vanr. La contraddizione soltanto apparente č dovuta alle
varie sfumature di significato della parola įss/ęsir, se intesa in senso
generico, quale sinonimo di «divinitą», o in senso specifico, come nome proprio
di una stirpe di dči.
In senso stretto gli ęsir sono infatti le divinitą che discendono da
Óšinn, ma, per estensione, il termine
viene impiegato per indicare tutti gli dči che risiedono in
Įsgaršr. Nel canone degli
Ęsir fornito da Snorri
(Gylfaginning [20-35]),
compaiono indifferentemente divinitą di stirpe odinica, come
Žórr,
Baldr, Hǫšr,
Vķšarr,
Vįli, ma anche alcuni vanir, quali
Njǫršr ,
Freyr e
Freyja, i quali si sono trasferiti in
Įsgaršr in qualitą di ostaggi, vengono parimenti chiamati ęsir. In
effetti fanno parte del gruppo degli «ęsir» tutti coloro che sono entrati
a far parte della comunitą divina di
Įsgaršr. Alcune donne sono diventate įsynjur attraverso il
matrimonio, come Sif,
Nanna e
Išunn, la cui origine non viene mai chiarita; come
Rindr, che in certe fonti risulta essere
una principessa rutena; o come Geršr e
Skaši, che sono figlie di giganti. Ma
sono considerati «ęsir» anche degli individui la cui origine non sembra
avere nulla a che vedere con gli dči, quali ad esempio il perfido
Loki. Il termine ęsir indica dunque,
in senso generale, gli dči; pił specificatamente, quegli dči che dimorano nell'Įsgaršr.
Al contrario, i Vanir non
vengono mai segnalati come dči, anche se alcuni di essi, come
Njǫršr e i suoi figli
Freyr e
Freyja, sono delle divinitą di non trascurabile importanza. Ma questi tre,
pur essendo di stirpe vanica, sono esplicitamente elencati da Snorri nel numero
degli Ęsir. La conclusione che
Njǫršr e i suoi figli siano considerati
dči non perché discendano dei Vanir,
ma in quanto siano stati accolti tra gli
Ęsir. Epiteti come il Vanadķs
«dea dei Vanir»
attribuito a Freyja
(Gylfaginning [35]), o il Vanagoš
«dio dei Vanir»
attribuito invece a Njǫršr e
Freyr (Skįldskaparmįl
[16-17]), sembrano confermare l'eccezionalitą della statura divina per
coloro che appartengono alla stirpe vanica.
Anche se nella saggistica si tratta generalmente di
Ęsir e
Vanir come di due distinte classi di
divinitą, č pił probabile che le due stirpi vadano localizzate su due differenti
livelli. Soltanto gli Ęsir sono
veri e propri dči: i Vanir sembrano
piuttosto da collocare al livello di divinitą minori o di esseri soprannaturali,
quali gli elfi [Įlfar], con i quali
č stata anche suggerita una possibile identificazione. In effetti, dei due
etnonimi, soltanto ęsir č interscambiabile con gošin «dči»; al
contrario, vanir richiede di formare composti con goš o dķs.
Dunque, il termine Vanir si
applica esclusivamente ai membri di una specifica etnia di esseri
soprannaturali, non necessariamente di natura divina, che dimorano nel
Vanaheimr. Il termine
Ęsir indica in senso generico gli dči
tout court, in senso specifico quegli dči di stirpe odinica che dimorano
in Įsgaršr, a cui si associa un
variegato entourage di personaggi di diversa provenienza che hanno
stretto con essi vincoli di vario tipo. L'uso asimmetrico che viene fatto dei
due termini puņ essere agevolmente messo in relazione con alcuni tratti delle
rispettive societą: gli Ęsir
costituiscono una societą aperta, endogamica, in cui i contratti matrimoniali
avvengono di preferenza fuori dal gruppo; i
Vanir costituiscono invece una societą
chiusa, gelosa delle proprie caratteristiche, esogamica, in cui i contratti
matrimoniali vengono stipulati tra consanguinei, spesso anche tra fratelli
carnali.
L'assimilazione tra Ęsir e
Vanir, e quindi una distinzione
dialettica tra i due gruppi, sembra piuttosto rimontare al periodo in cui,
tramontata la religione germanica, si cominciarono a rileggere gli antichi miti
dal punto di vista storicistico. All'epoca di Snorri, l'Islanda vantava una
solida letteratura storiografica, inaugurata un secolo prima da Sęmund Sigfśsson
(1056-1133) e Ari Žorgilsson (1067-1148) e destinata a dar vita all'imponente
fenomeno letterario delle saghe. Da buon cristiano, Snorri non credeva alla
veritą letterale dei racconti mitologici che narra nella sua
Edda,
come esplicita nel
Formįli del libro dove, rifacendosi
all'interpretazione evemeristica in voga ai suoi tempi, parla degli
Ęsir come di un'antica popolazione
originaria delle regioni lungo il fiume Don, che in seguito si sarebbe
trasferita in Scandinavia, dando origine al proprio culto e alla religione
germanica. Snorri seguģ quest'interpretazione nella
Ynglinga saga, nella quale egli escluse qualsiasi ordine di idee
soprannaturale e riscrisse i racconti mitici in chiave storica. Gli dči,
trasformati in condottieri dell'antichitą, vennero spostati dal cielo alla
terra; le loro imprese furono definite storicamente. In questo contesto,
Ęsir e
Vanir furono posti, sģ, su un medesimo
piano, ma soltanto perché era l'unico possibile: quello di due antiche
popolazioni che combatterono tra loro una guerra e poi stipularono un patto di
pace.
| Óšinn fór meš her į hendr
Vǫnum, en žeir uršu vel viš ok vǫršu land sitt, ok hǫfšu ymsir sigr; herjušu
hvįrir į land annarra ok geršu skaša. En er žat leiddist hvįrumtveggjum, lǫgšu
žeir milli sķn sęttarstefnu, ok geršu friš ok seldust gķslar. |
Óšinn partģ con l'esercito per combattere
i Vanir, ma essi resistettero bene
e difesero la loro terra. La vittoria toccņ un po' agli uni un po' agli altri:
gli uni e gli altri saccheggiarono il paese avversario arrecando danni. Quando
ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono
scambiandosi ostaggi. |
| Snorri
Sturluson: Ynglinga saga [4] |
Anche se č indubbio che in questo testo siano pervenuti molti dettagli
importanti sulla mitica battaglia degli dči di
Įsgaršr contro il potente popolo del
Vanaheimr, resta il fatto che la
pesante lettura evemeristica abbia irrimediabilmente inquinato i rapporti che
nel mito originale intercorrevano tra le due popolazioni soprannaturali. Ridotti
al livello umano, Ęsir e
Vanir vengono ad avere un medesimo
rango, quello degli esseri mortali. Ma questa interpretazione non ricalca
necessariamente la situazione originale. Č anzi probabile che la
specializzazione della parola Ęsir
quale etnonimo di una specifica stirpe divina, opposta a quella dei
Vanir, sia sorta soltanto nel periodo
in cui cominciava l'interpretazione dei miti in senso storico e in cui gli dči
cessavano di essere dči per diventare popolazioni umane A nostro parere, si puņ
parlare di un uso specifico del termine
Ęsir soltanto a partire delle opere storiche; č una visione che
appartiene soltanto alla rielaborazione evemeristica di Snorri e degli altri
storici islandesi, compiuta al tempo in cui gli antichi dči non avevano pił
credito e rimasta in piedi fin quasi ai nostri giorni. |
| IV -
ĘSIR E VANIR: LA TEORIA STORICISTICA La
presenza di due panthea distinti nella teologia scandinava č stata
variamente interpretata dagli studiosi. Una prima ipotesi, popolare per tutta la
prima metą del XX secolo e non ancora completamente tramontata, sosteneva che la
compresenza di due distinti gruppi di divinitą, gli
Ęsir e i
Vanir, avesse ragioni storiche legate
alle migrazioni delle genti germaniche nel nord Europa e al loro confronto con
le popolazioni autoctone. Tale interpretazione aveva radici molto profonde,
giacché rimontava appunto a opere «storiche» come la
Ynglinga saga [4] di Snorri o la Gesta dei
re dei Danesi [I: VII] di Sassone Grammatico, in cui si trattava di
Ęsir e
Vanir nei termini di due popolazioni
della remota antichitą.
Era stato per amore della tradizione scaldica se Snorri aveva sentito la
necessitą di fissare le narrazioni mitologiche nella sua
Edda,
affinché non andassero perdute, ma da buon cristiano egli non credeva alla
veritą letterale di quei racconti, come esplicita nel prologo del suo libro.
Analogamente, nella Ynglinga saga, egli
riscrisse i racconti mitici in chiave storica. All'epoca di Snorri, l'Islanda
vantava una solida letteratura storiografica, inaugurata un secolo prima da
Sęmund Sigfśsson (1056-1133) e Ari Žorgilsson (1067-1148) e destinata a dar vita
all'imponente fenomeno letterario delle saghe. Nel prologo dell'Edda e
nella Ynglinga saga, Snorri seguģ
l'interpretazione evemeristica in voga ai suoi tempi. Escludendo qualsiasi
ordine di idee soprannaturale, egli trasferģ le vicende mitiche alla realtą
storica. Gli dči, trasformati in condottieri dell'antichitą, vennero spostati
dal cielo alla terra; le loro imprese furono definite storicamente. In questo
contesto, Ęsir e
Vanir furono posti su un medesimo
piano: quello di due antiche popolazioni che combatterono tra loro una guerra e
poi stipularono un patto di pace.
| Óšinn fór meš her į hendr
Vǫnum, en žeir uršu vel viš ok vǫršu land sitt, ok hǫfšu ymsir sigr; herjušu
hvįrir į land annarra ok geršu skaša. En er žat leiddist hvįrumtveggjum, lǫgšu
žeir milli sķn sęttarstefnu, ok geršu friš ok seldust gķslar. |
Óšinn partģ con l'esercito per combattere
i Vanir, ma essi resistettero bene
e difesero la loro terra. La vittoria toccņ un po' agli uni un po' agli altri:
gli uni e gli altri saccheggiarono il paese avversario arrecando danni. Quando
ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono
scambiandosi ostaggi. |
| Snorri
Sturluson: Ynglinga saga [4] |
Anche se č indubbio che in questo testo siano pervenuti molti dettagli
importanti sulla mitica battaglia degli dči di
Įsgaršr contro il potente popolo del
Vanaheimr, resta il fatto che la
pesante lettura evemeristica abbia irrimediabilmente inquinato i rapporti che
nel mito originale intercorrevano tra le due popolazioni soprannaturali. Ridotti
al livello umano, Ęsir e
Vanir veniva ad avere un medesimo
rango, l'unico possibile, quello degli esseri mortali. Ma questa interpretazione
non ricalca necessariamente la situazione originale. Č anzi probabile che la
specializzazione della parola
ęsir quale etnonimo di una specifica stirpe
divina, opposta a quella dei Vanir,
sia sorta soltanto nel periodo in cui cominciava l'interpretazione dei miti in
senso storico e in cui gli dči cessavano di essere dči per diventare popolazioni
umane in mezzo ad altre popolazioni umane. A nostro parere, si puņ parlare di un
uso specifico del termine Ęsir
soltanto a partire delle opere storiche; č una visione che appartiene soltanto
alla rielaborazione evemeristica di Snorri e degli altri storici islandesi,
compiuta al tempo in cui gli antichi dči non avevano pił credito e rimasta in
piedi fin quasi ai nostri giorni.
In particolare, Snorri, dopo aver ricordato la guerra tra
Ęsir e
Vanir, aveva poi narrato di come gli
Ęsir avessero intrapreso una lunga
migrazione che dalla natģa Scizia li avrebbe portati nel Nord Europa.
| I žann tķma fóru Rśmverja
hǫfšingjar vķša um heiminn, ok brutu undir sik allar žjóšir, en margir
hǫfšingjar flżšu fyrir žeim śfriši af eignum sķnum. En fyrir žvķ at Óšinn var
forspįr ok fjǫlkunnigr, žį vissi hann, at hans afkvęmi mundi um noršrhįlfu
heimsins byggja. Žį setti hann bršr sķna Vé ok Vila yfir Įsgarš; en hann fór,
ok Dķar allir meš honum ok mikit mannfólk. Fór hann fyrst vestr ķ Garšarķki, ok
žį sušr ķ Saxland. Hann įtti marga sonu; hann eignašist rķki vķša um Saxland, ok
setti žar sonu sķna til landsgęzlu. Žį fór hann noršr til sjįvar ok tók sér
bśstad ķ ey einni: žar heitir nś Óšinsey ķ Fjóni. |
A quel tempo gli imperatori
di Roma si spinsero per il mondo sottomettendo tutti i popoli. Molti capi
fuggirono dai loro territori a causa di queste guerre. Ma
Óšinn, perché era veggente e mago, seppe
che la sua discendenza avrebbe popolato la metą settentrionale del mondo. Allora
pose i suoi fratelli Vé e
Vķlir a capo di
Įsgaršr, ed egli se ne andņ e tutti i
dķar con lui e una folta schiera di uomini. Prima si diresse a ovest
attraverso il Garšarķki [Russia] e di lģ a sud nel Saxland [Sassonia, nord-ovest
della Germania]. Aveva
molti figli. Divenne padrone di regni in molti luoghi in Sassonia e vi pose a
difesa i suoi figli. Poi si diresse a nord verso il mare e stabilģ la propria
residenza in un'isola; quel luogo che oggi si chiama Óšinsey in Fión [Odense, nell'isola di Fionia]. |
| Snorri
Sturluson: Ynglinga saga [5] |
Analogamente, nel Prologo alla sua
Edda, Snorri fa provenire gli
Ęsir dalla Turchia [Tyrkland] e
precisamente dalla cittą omerica di Troia.
| Óšinn hafši spįdóm ok svį
kona hans, ok af žeim vķsindum fann hann žat at nafn hans mundi uppi vera haft ķ
noršrhįlfu heims og tignat um fram alla konunga. Fyrir žį sǫk fżstisk hann at
byrja ferš sķna af Tyrklandi ok hafši meš sér mikinn fiǫlša lišs, unga menn ok
gamla, karla ok konur, ok hǫfšu meš sér marga gersemliga hluti. En hvar sem žeir
fóru yfir lǫnd, žar var įgęti mikit af žeim sagt, svį at žeir žóttu lķkari gušum
en mǫnnum. Ok žeir gefa eigi staš feršinni, fyrr en žeir koma noršr ķ žat land
er nś er kallat Saxland. Žar dvalšisk Óšinn langa hrķš ok eignašisk vķša žat
land. |
Óšinn aveva il dono della preveggenza e
cosģ sua moglie, e da tale conoscenza essi seppero che il suo nome sarebbe stato
glorificato nella metą settentrionale del mondo, superando in fama tutti gli
altri re. Perciņ egli fu desideroso di partire dal Tyrkland [Turchia], e fu accompagnato
da una moltitudine di gente: giovani e vecchi, uomini e donne, tutti portando
con sé una gran quantitą di oggetti preziosi. E mentre attraversavano le terre
del mondo, molte cose favolose venivano dette di loro, persino che fossero pił
simili agli dči che agli uomini. Il loro viaggio non si concluse finché non
furono giunti, a nord, nella terra che č ora chiamata Saxland [Sassonia]. Lą
Óšinn rimase per lungo tempo e prese
possesso di un vasto territorio. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Prologo [4a] |
Questo modo di intendere il mito era ancora in voga agli inizi del '900,
quando Bernhard Salin propose un'interpretazione letterale dell'«invasione degli
Ęsir» quale č appunto narrata da
Snorri nella Ynglinga saga e nel
Prologo
dell'Edda
(Salin 1904). Tale interpretazione, per quanto
variata e alleggerita in molti modi, rimase per molti anni il modello
comunemente accettato dalla maggior parte degli studiosi della religione
scandinava: il racconto di Snorri (compreso l'episodio della guerra tra gli
Ęsir e i
Vanir e della loro riconciliazione),
avrebbe conservato, seppur deformato, il ricordo di autentici avvenimenti
storici. Si riteneva insomma che gli antenati dei Germani fossero effettivamente
migrati dal Mar Nero alla Scandinavia e qui avessero lottato contro una
popolazione autoctona. Gli Ęsir
sarebbero stati gli dči degli invasori germanici, i
Vanir gli dči adorati dalle genti
autoctone della Scandinavia. Si spiegava cosģ la compresenza di due panthea
nella religione scandinava come il risultato dalla fusione di due distinte
tradizioni mitologiche, e il racconto della lotta e della riconciliazione tra
Ęsir e
Vanir come la trasposizione mitica di
un antico conflitto storico, conclusosi con un compromesso e con la fusione dei
due popoli.
Questa idea dominņ gli studi sulla religione germanica per tutta la prima
metą del XX secolo. Alcuni ritenevano che tali avvenimenti andassero localizzati
intorno al IV secolo o pił tardi. Scriveva Bruno Vignola: «Questo concetto della
divisione delle divinitą in classi diverse e avverse tra loro č naturalmente una
creazione posteriore all'etą del paganesimo comune. Nella guerra dei
Vanir [...] si potrebbe vedere il
riflesso di una lotta culturale fra i seguaci di una fede antica e quelli di una
nuova religione straniera: forse l'immigrazione del culto di
Óšinn dalla Svezia, avvenuta certamente
prima dell'800, ove era gią antica l'adorazione di
Freyr, e il conseguente adattamento e la
fusione dei due culti» (Vignola 1949).
Ma parallelamente la maggior parte degli studiosi era persuasa che il
racconto snorriano della migrazione degli
Ęsir e della guerra contro i Vanir
rispecchiasse avvenimenti pił antichi, se non addirittura l'invasione dei popoli
indoeuropei nei territori del nord Europa. I bellicosi
Ęsir sarebbero stati gli dči degli
indoeuropei, mentre i Vanir,
divinitą pił pacifiche e di carattere agricolo, sarebbero stati gli dči delle
popolazioni neolitiche preesistenti. Gli archeologi avevano addirittura additato
i possibili rappresentanti preistorici delle due culture: il Megalithenvölk
«popolo dei megaliti» e lo Streitaxtvölk «popolo delle doppie asce». Cosģ
scriveva Ernst Philippson: «La differenza tra la religione dei
Vanir e la religione degli
Ęsir č fondamentale. La religione dei
Vanir era la pił antica, autoctona,
prodotto della civiltą agricola. La religione degli
Ęsir era la pił recente, espressione
di un'epoca pił virile, guerriera, anche pił spirituale. Agli osservatori romani
era sfuggito l'abisso che vi č tra queste due rappresentazioni, ma il paganesimo
ne era conscio: la leggenda dei Germani del nord relativa alla guerra dei
Vanir ne č la prova».
(Philippson 1953)
Ma in seguito altri esegeti, tra cui Jan De Vries e Georges Dumézil,
cominciarono a notare un'unitą intrinseca nei rapporti tra
Ęsir e
Vanir. I due gruppi non sembravano,
per cosģ dire, artificialmente incollati l'uno sull'altro, ma erano i termini
complementari di una struttura unitaria. Non si trattava dunque di due
panthea distinti ma di un pantheon di natura duale. Il mito della
guerra tra le due stirpi semplicemente ne giustificava la coesistenza.
Un'analisi pił fine, basata sulla comparazione con miti omologhi, mostrņ in
seguito come entrambi i termini di questo pantheon avessero una medesima
origine di matrice indoeuropea (De Vries 1957 | Dumézil
1959). Dumézil ha indicato nel corso di un'intera carriera dedicata
alla comparazione dei miti molti esempi omologhi tratti da vari sistemi
mitologici, a dimostrare che la struttura del pantheon germanico apparteneva in
realtą al pił antico pensiero mitico indoeuropeo. Tratteremo questi argomenti
quando racconteremo nei dettagli il mito della guerra tra
Ęsir e
Vanir. Adesso ci preme analizzare il
carattere delle due stirpi divine, separatamente e congiuntamente. |
| V -
GLI ĘSIR: ANALISI FUNZIONALE Quanto sappiamo del
carattere e della natura degli Ęsir
(in senso specifico) non puņ che derivare dall'analisi dei suoi nomi pił famosi,
specificatamente Óšinn
Tżr e Žórr.
I centri di interesse di questi tre dči bastano in effetti a caratterizzare il
gruppo degli Ęsir nel loro
complesso. Vediamoli rapidamente (a ciascuno di loro sarą in seguito dedicato un
capitolo specifico: quello che ora ci interessa č definire la classe di divinitą
a cui appartengono).
Óšinn č il dio stregone, padre e
signore degli dči, detentore della scienza runica e conoscitore delle cose
profonde. Č il viandante, colui che conosce le strade del mondo, l'ospite
inatteso che si presente alle porte delle case chiedendo un riparo per la notte.
Č il signore della guerra, che combatte utilizzando le arti della stregoneria e
lascia serpeggiare il terrore negli eserciti, colui che decide le sorti in
battaglia il patrono dei guerrieri vittoriosi e dei caduti [VEDI]. Quella di
Tżr č una invece figura assai sbiadita:
rimane comunque un dio guerriero, che stabilisce la vittoria in battaglia, una
figura virile, ardita, invocata dagli uomini di coraggio. Ma anche un dio di
grande saggezza, che stando alle fonti
archeologiche presiede all'assemblea [žing], anche se poi Snorri dice
che non č considerato propizio alle riconciliazioni tra gli uomini. Rimane
Žórr, il dio del tuono, armato di
martello, il nemico dei giganti a cui il suo furore [móšr] a volte lo
rende straordinariamente simile. Dio atmosferico, la sua azione č violenta e
rapida come la tempesta: č il protettore delle classi non aristocratiche, degli
uomini liberi e dei proprietari terrieri, i cui campi sono irrigati dalla
pioggia che egli porta. Ma non si tratta di un dio della feconditą ma,
essenzialmente, di un vigilatore dei confini, di un protettore dell'ordine
cosmico, di un acerrimo nemico delle forze del caos.
Gią da queste tre figure si comincia a delineare i settori del sacro su cui
gli Ęsir hanno il loro patronato.
Non si tratta di un gruppo omogeneo. Óšinn
č un dio-vento, legato alla magia e alla sapienza,
Tżr uno sbiadito dio-cielo, legato al
diritto e alla legge, Žórr un dio-tuono,
protettore dell'ordine cosmico. Tutti e tre si interessano di attivitą
guerriere, ma in maniera molto diversa: Óšinn
combatte con la magia e con l'astuzia, Tżr
garantendo le norme del combattimento, Žórr
con la furia e la violenza. Óšinn č il
patrono dei nobili [jįrlar], Žórr
dei proprietari terrieri [bndr]. I loro interessi gravitano insomma in
quelle che, nella tripartizione di Georges Dumézil, sono la prima e la seconda
funzione, le quali nel mondo germanico appaiono fuse tra loro
(De Vries 1970). I rapporti interni tra i
principali degli Ęsir e le omologie
con personaggi analoghi e omologhi di altri panthea indoeuropei sono
stati attentamente analizzati dal grande studioso francese: ne tratteremo quando
si parlerą delle singole divinitą. Gli Ęsir
appaiono dunque specializzati nelle funzioni magico-sacrali, nel campo del
diritto e della legge, nel mantenimento dell'ordine e in tutte le declinazioni
dell'attivitą bellica. (Dumézil 1959)
Al contrario, il campo d'azione dei
Vanir č diverso da quello caratteristico degli
Ęsir. I tre vanir che
conosciamo, Njǫršr,
Freyr e
Freyja, sono innanzitutto dei dispensatori di ricchezza e di pace, patroni
della feconditą e del piacere sensuale, legati tanto alla terra che produce le
messi quanto al mare che arricchisce i naviganti. Essi appartengono
evidentemente alla terza funzione duméziliana. Dunque, la compresenza in
Įsgaršr di divinitą
Ęsir e
Vanir č finalizzata al completamento
funzionale del pantheon scandinavo, che č formato da entrambi i gruppi.
In tal caso il mito della guerra tra le due stirpi divine e della loro
riconciliazione, non č la causa della coesistenza di
Ęsir e
Vanir, ma la sua giustificazione
mitica. |
| VII -
I VANIR: ETIMOLOGIA Maschile singolare vanr,
plurale vanir.
Il nome dei Vanir č probabilmente da
connettere a una radice indoeuropea *WEN-, che ha il senso di «tendere,
aspirare» e quindi «desiderare, amare». Troviamo la stessa radice nel sanscrito
vanati «amare» e nel nome della dea romana Venus
(da cui i derivati venustas e venerari); nelle lingue germaniche
abbiamo il gotico winja «pascolo», l'anglosassone wine e il
norreno vinr «amico», e probabilmente anche il sassone wanum che
nell'Hēliand
significa «splendente» (Vignola 1949, Isnardi 1991). |
| VIII
- I VANIR: ANALISI FUNZIONALE Quel poco che sappiamo
sui Vanir deriva dal carattere di
coloro che appartengono a questa stirpe. Conosciamo con certezza soltanto tre
nomi vanici: quelli di Njǫršr e dei suoi
due figli Freyr e
Freyja. E tutt'e tre sono vanir
passati in Įsgaršr e quindi assimilati
agli Ęsir.
Il loro campo d'azione č diverso da quello caratteristico degli
Ęsir. I tre vanir che
conosciamo sono innanzitutto dei dispensatori di ricchezza, patroni della
feconditą e del piacere (Freyr e
Freyja), della pace (Freyr), e sono legati tanto alla terra che
produce le messi (Njǫršr e
Freyr), quanto al mare che arricchisce i
naviganti (Njǫršr)
(Dumézil 1959). Non si puņ non sottolineare che l'unico altro nome vanico
conosciuto sempre che sia corretta l'interpretazione di
Vǫluspį
[21-22] sia
Gullveig «potenza dorata», colei che
condusse gli Ęsir alla coscienza
del valore dell'oro, gettando le basi dell'aviditą e della bramosia di
ricchezze.
Dei Vanir č inoltre nota la
profonda conoscenza delle pratiche magiche e di capacitą divinatorie: č detto
che quando Freyja venne accolta tra gli
Ęsir, essa insegnasse loro
quest'arte che era nota soprattutto tra le sacerdotesse (Ynglinga
saga [4]). Si trattava di una forma di magia che comportava
comportamenti sconvenienti [ergi] per i maschi (Ynglinga
saga [7]), nella fattispecie pratiche di travestitismo e
omosessualitą (Loki accusa esplicitamente
Óšinn di praticare questo tipo di magia,
in Lokasenna [24]). Ma i
Vanir erano noti per i loro disinvolti
costumi sessuali: tra loro l'incesto era una pratica comune.
Njǫršr era infatti sposato con la
propria sorella, da cui aveva avuto i suoi due figli; d'altra parte sappiamo che
Freyr e
Freyja avevano avuto tra loro rapporti sessuali (Lokasenna
[32]).
I Vanir sono divinitą dai tratti
molto omogenei, legati alla ricchezza, alla bellezza, al desiderio sensuale e
all'amore. Tutte qualitą della terza funzione, come ha sottolineato a pił
riprese Dumézil. Per quanto alcune caratteristiche li pongano nel campo della
magia (ma come abbiamo visto si tratta di una magia femminile, con forti
connotazioni sessuali), i Vanir
sono esseri legati alla terra, alla feconditą e all'accrescimento delle
ricchezze. Se tutti gli Ęsir
principali sono divinitą guerriere, nessuno dei
Vanir lo č
(Dumézil 1959). Ci sembra anzi significativo il fatto che
Freyr cedette la sua spada per amore.
Sappiamo che a Freyja spettava metą dei
caduti in battaglia, ma la sua figura non aveva implicazioni guerriere, bensģ si
poneva prepotentemente nella sfera del fato.
L'opposizione degli Ęsir ai
Vanir appare dove questi ultimi
vengono caratterizzati quali appartenenti alla terra, mentre, gli
Ęsir sono i signori del cielo. Questa
distinzione risulterebbe evidente, secondo la Isnardi, nell'episodio eddico in
cui si dice che certi vanir osservarono dal basso la dea
Gnį (della stirpe degli
Ęsir) che cavalcava in alto nell'aria (Isnardi 1991).
| Hon į žann hest, er renn
lopt ok lǫg, er heitir Hófvarpnir. Žat var eitt sinn er hon reiš at vanir
nǫkkvorir sį reiš hennar ķ loptinu. |
Ella [Gnį] va su quel destriero che corre per aria e
per mare, chiamato Hófvarpnir. Una volta mentre cavalcava, uno dei
Vanir vide la sua corsa attraverso
l'aria. Allora disse cosģ: |
«Hvat er žar flżgr,
hvat žar ferr
eša at lofti lķšr?» |
Chi vola in alto?
Cos'č che corre
e in aria sfreccia? |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [35] |
|
| IX
- ĘSIR E VANIR: SPECIALIZZAZIONI FUNZIONALI IN UN SISTEMA UNITARIO
A questo punto possiamo tornare all'ipotesi, mai completamente tramontata,
per cui i Vanir sarebbero stati le
divinitą dei popoli autoctoni del nord Europa e gli
Ęsir gli dči degli invasori
indoeuropei che li avrebbero sopraffatti. Si puņ davvero parlare del pantheon
nordico come di una struttura formata da un substrato vanico e di un adstrato
asico?
Pur prescindendo dal fatto che la storia č fatta di migrazioni e invasioni e
che la religione dei popoli č soggetta a continui scambi culturali, innovazioni
e rielaborazioni teologiche, in questo caso la risposta č quasi sicuramente no.
Nel suo importantissimo studio del '59, Georges Dumézil si riallaccia alla
teoria, gią proposta da O. Höfler e Jan De Vries, e dimostra che il pantheon
nordico č unitario ed equilibrato nella sua ripartizione in
Ęsir e
Vanir e che non vi č alcuna necessitą
di invocare invasioni storiche per spiegarne la struttura duale.
(De Vries 1957, Dumézil 1959)
Dumézil nota innanzitutto che in molti documenti antichi gli dči dei Germani
vengono enunciati e invocati secondo enumerazioni a tre termini che abbracciano
l'insieme delle tre funzioni e in cui gli
Ęsir precedono i Vanir. In
genere la tripartizione segue lo schema Óšinn
~ Žórr ~
Freyr. A volte, al terzo posto, possono comparire congiuntamente
Freyr e
Njǫršr. Pił raramente,
Freyr lascia il posto a
Freyja. Questo schema č piuttosto
frequente e riappare in circostanze cosģ varie, e in parti cosģ diverse del
mondo scandinavo, che Dumézil ritiene possa rispecchiare una struttura
significativa. Egli stesso ne riassume alcuni degli esempi principali.
(Dumézil 1959)
Il pił noto si trova forse in Adamo di Brema, il quale, negli ultimi tempi
del paganesimo, riferģ di alcune caratteristiche della religione pagana
praticata nel tempio di Uppsala, in Svezia, e che si riassumeva visibilmente nei
tre idoli che, fianco a fianco, si trovavano nell'edificio, offrendo ai credenti
una varietą di devozioni. Si tratta di un brano di importanza capitale per la
nostra conoscenza della religione scandinava:
| In hoc templo, quod totum
ex auro paratum est, statuas trium deorum veneratur populus, ita ut
potentissimus eorum Thor in medio solium habeat triclinio; hinc et inde locum
possident Wodan et Fricco. Quorum significationes eiusmodi sunt: Thor, inquiunt,
praesidet in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbresque, serena et fruges
gubernat. Alter Wodan, id est furor, bella gerit, hominique ministrat virtutem
contra inimicos. Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus.
Cuius etiam simulacrum fingunt cum ingenti priapo. Wodanem vero sculpunt
armatum, sicut nostri Martem solent; Thor autem cum sceptro Iovem simulare
videtur. [...] |
In quel tempio, tutto ornato
d'oro, il popolo adora tre statue di dči; Žórr,
il pił potente, che siede nel mezzo, con
Óšinn alla sua destra e Freyr. alla
sua sinistra. Questi dči hanno i seguenti significati:
Žórr, dicono, č il signore dell'aria e
governa il tuono e il fulmine, il vento e la pioggia, il bel tempo e le messi.
Il secondo, Óšinn, che č il furore,
conduce le guerre e fornisce all'uomo il valore contro i nemici. Il terzo,
Freyr, procura ai mortali la pace e la
voluttą. L'idolo di questi č munito di un enorme fallo.
Óšinn viene raffigurato armato, come il
nostro Mars; col suo scettro, Žórr sembra
imitare Iuppiter. [...] |
| Omnibus itaque diis suis
attributos habent sacerdotes, qui sacrificia populi offerant. Si pestis et famis
imminet, Thorydolo lybatur, si bellum, Wodani, si nuptiae celebrandae sunt,
Fricconi. |
Essi hanno dei sacerdoti
adibiti a tutti i loro dči, che a essi presentano i sacrifici del popolo. Se vi
č pericolo di peste o di carestia, fanno un'offerta all'idolo di
Žórr; per la guerra, a
Óšinn; e se vi sono delle nozze da
celebrare, a Freyr. |
| Adamo di
Brema: Storia degli arcivescovi della chiesa di
Amburgo [IV: 26-27] |
Le indicazioni di Adamo di Brema pongono dei problemi, circa i particolari
delle specializzazioni divine, sia per il posto d'onore qui riconosciuto a
Žórr, divinitą a cui comunque gli svedesi
furono sempre devoti. Quel che bisogna notare, tuttavia, č che il brano descrive
in modo eccellente questa struttura teologica tripartita, formata da due ęsir,
che si occupano del cielo, del furore poetico e della guerra, e un vanr
dalla forte caratterizzazione itifallica, che si occupa della feconditą,
dell'amore sensuale e dei matrimoni.
Triadi siffatte sono spesso ricordate nella mitologia. Ad esempio, tocca
proprio a Óšinn,
Žórr e
Freyr accaparrarsi i tre tesori divini forgiati dai nani: dapprima
Óšinn riceve l'infallibile lancia
Gungnir,
Žórr la chioma d'oro che avrebbe poi
consegnato a sua moglie Sif, e
Freyr la nave volante
Skķšblašnir. Di seguito,
Óšinn ottiene l'anello magico,
Žórr il martello
Mjǫllnir, che sarą l'arma prediletta
delle sue battaglie, e Freyr il cinghiale
dalle setole d'oro Gullinbursti
(Skįldskaparmįl [44]).
I tre dči ricompaiono insieme anche nelle strofe conclusive della
Vǫluspį [53-56]: č infatti di loro e solo di loro che la
Vǫlva descrive i duelli supremi e la
morte nella battaglia escatologica.
D'altronde, come notava Dumézil, anche se siamo poco informati sulle liturgie
scandinave, alcuni documenti ci informano che questa triade presiedeva anche
alle maledizioni pił solenni. Nella Egils saga
Skallagrķmssonar, al momento di abbandonare la Norvegia per
l'Islanda, il guerriero e poeta Egill, dopo aver invocato collettivamente gli
dči sotto i nomi di bǫnd e gošir, maledice re Eirķkr Blóšųx che lo
ha spogliato dei suoi beni e costretto a questo esilio:
Svį skyldi goš gjalda,
gram reki bǫnd af lǫndum,
reiš sé rǫgn ok Óšinn,
rö́n mķns féar hö́num;
folkmżgi lįt flżja,
Freyr ok Njǫršr, af jǫršum,
leišisk lofša strķši
landö́ss, žanns vé grandar. |
Che lo ricompensino gli dči, il re,
lo caccino le potenze [rǫgn] del paese,
i numi e Óšinn si infurino,
col ladro delle mie ricchezze!
Lo facciano scappare, l'oppressore del popolo,
Freyr e
Njǫrdr, dalle sue terre!
Che gli porti odio, a quel nemico degli uomini,
l'ase del paese [Žórr], al violatore dei
santuari! |
| Egils
saga Skallagrķmssonar [56] |
La stessa struttura si trovava anche in un poema eddico, dove
Skķrnir, servitore di
Freyr, nel cercare di convincere la
ritrosa Geršr a concedersi al suo
padrone, l'aveva minacciata in questi termini:
Reišr er žér Óšinn,
reišr er žer Įsabragr,
žik skal Freyr fijįsk... |
Ira ti viene da Óšinn,
ira ti viene dal migliore degli Ęsir [Žórr],
ti sarą Freyr eterno nemico... |
|
Ljóša Edda
> Skķrnismįl [24] |
Č curioso che in entrambi i testi, Žórr
sia designato con una perifrasi, forse perché la menzione esplicita del suo nome
rischierebbe, se si tiene conto di certe tradizioni, di provocare l'apparizione
immediata del dio. Oltre a questi, Dumézil elenca molti altri esempi, tra cui
anche delle invocazioni magiche conservate nel folklore scandinavo. Si sottende
dunque una classificazione dello spettro divino in diverse aree di
specializzazione del sacro, di cui una appartiene di diritto ai
Vanir, sicché l'invocazione simultanea
di due ęsir e un vanr viene a coinvolgere in qualche modo l'intera
sfera funzionale.
In tal modo i due gruppi non sembrano forzatamente messi insieme, ma sono i
due termini complementari di una struttura unitaria. Non si tratta dunque di due
panthea distinti ma di un unico pantheon. La coesistenza in
Įsgaršr di divinitą
Ęsir e
Vanir non č il risultato di un
incidente storico ma l'effettiva struttura originale del pantheon scandinavo. Il
mito della guerra tra le due stirpi divine č derivativo: non č la causa della
coesistenza di Ęsir e
Vanir, ma semplicemente la sua
giustificazione. |
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| BIBLIOGRAFIA ► |
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