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MITI GERMANICI
LA VǪLUSPĮ
ALLE ORIGINI DELLA CONOSCENZA
Apriamo la nostra rassegna dei miti norreni con la bellissima profezia della vǫlva, che in poche strofe evoca l'intera sapienza nordica, dalla creazione del mondo alla sua distruzione.
MITI - COSMOGONIA E COSMOLOGIA
Indice
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Fonti
Bibliografia
La vǫlva

Illustrazione di Carl Larsson, per l'edizione svedese dell'Ljóša Edda curata da Fredrik Sanders (1893).

1 - ÓŠINN E LA VǪLVA

edeva fuori della sua dimora, la vǫlva, quando il vecchio Yggjungr le giunse dinanzi e in lei fissņ lo sguardo, senza parlare.

― Che cosa vuoi sapere? Perché mi metti alla prova? ― sbottņ la vǫlva. ― Io so tutto, Óšinn! So dove Heimdallr ha nascosto il suo corno sotto quel sacro albero che si leva nell'aria tersa nel cielo. E so di quello scrosciare d'acque argillose alle sua radici, lą dove hai pagato il tuo pegno. Io so dove hai nascosto l'occhio tuo, Óšinn! Nella famosa sorgente di Mķmisbrunnr, lą dove Mķmir beve mjǫšr ogni mattino! E tu, ne sai forse di pił?

Óšinn riconobbe il dono profetico della vǫlva e le donņ anelli e collane; le diede saggi consigli e le conferģ la verga della profezia. Gli occhi di lei vedevano oltre i confini del mondo, nel passato pił profondo e nel futuro pił remoto. Non esisteva nei Nove Mondi [nķo heimar] creatura che pił di lei sapesse spingere il suo sguardo lontano.

Ella si levņ e chiese silenzio. Poi cominciņ a profetare. E questo č il suo canto.

2 - LA GRANDE PROFEZIA

scolto io chiedo a tutte le sacre stirpi umane, figli maggiori e minori di Heimdallr!

«Tu vuoi, Valfǫšr, che io narri compiutamente le antiche storie del mondo, quelle che ricordo innanzi alle altre. Ebbene, io ricordo i giganti, nati in principio, che mi generarono e mi allevarono. Ricordo nove mondi, e un immenso albero le cui nove radici li penetrano e li sostengono. Quando tempo volgeva agli inizi, solo Ymir viveva. Non c'era la sabbia e non c'era il mare, non c'erano le fredde onde, non si distingueva la terra né vi era un cielo che la sovrastasse. Dovunque si spalancavano gli abissi e in nessun luogo cresceva erba. Finché, un giorno, i figli di Borr innalzarono le terre, loro che crearono il vasto Mišgaršr. Il sole splendette da sud sui fondali rocciosi e allora il suolo si riempģ di verdi germogli.

«Il sole, compagno alla luna, stese la mano destra verso l'orlo del cielo. Il sole non sapeva dov'era la sua corte, le stelle non conoscevano la loro dimora, la luna era ignara del suo potere. Allora gli dči andarono ai troni del giudizio, le sante divinitą, e in assemblea deliberarono. Diedero un nome alla notte e alle fasi lunare, al mattino e al mezzogiorno, al pomeriggio e alla sera, e iniziarono cosģ a contare gli anni.

«Si riunirono gli Ęsir nel campo di Išavǫllr, e qui innalzarono altari e templi, accesero i fuochi e forgiarono tenaglie e altri utensili, e crearono cosģ tante ricchezze che non tra loro non vi mai penuria d'oro. Ricchi e felici, essi giocavano a scacchi in quella corte, fino a quando giunsero da Jǫtunheimr tre fanciulle, figlie di giganti possenti oltre ogni immaginazione.

«Allora gli dči andarono ai troni del giudizio, le sante divinitą, e in assemblea deliberarono. Bisognava decidere chi dovesse creare le schiere dei nani dal sangue di Brimir e dagli ossi di Blįinn. Móšsognir era il pił eccellente fra tutti i nani e il secondo era Durinn. Molti nani furono tratti dalla terra e fu loro data figura umana: Nżi e Nķši, Noršri, Sušri, Austri, Vestri, Alžjófr, Dvalinn, Nįr, Nįinn, Nķpingr, Dįinn, Bķvǫrr, Bįvǫrr, Bǫmburr, Nóri, Įnn e Įnarr, Įi, Mjǫšvitnir. Veigr e Gandįlfr, Vindįlfr, Žrįinn, Žekkr e Žorinn, Žrór, Vitr e Litr, Nįr e Nżrįšr; i nani – Reginn e Rįšsvišr – come dovevo ho enumerato. Fili, Kili, Fundinn, Nįli, Heptivili, Hannarr, Svķurr, Frįr, Hornbori, Fręgr e Lóni, Aurvangr, Jari ed Eikinskjaldi. Ma bisogna che riveli agli uomini anche quelli della stirpe di Dvalinn, su su fino a a Lofarr, loro che arrancarono dal suolo roccioso di Aurvangar fino a Jǫruvellir. Dunque c'erano allora Draupnir, Dólgžrasir, Hįr, Haugspori, Hlévangr, Glói, Skirvir, Virvir, Skįfišr, Įi. Įlfr e Yngvi, Eikinskjaldi, Fjalarr e Frosti, Finnr e Ginnarr. Questa lista degli antenati dei nani sarą ricordata a lungo, finché vivranno gli uomini.

«E poi finalmente tre ęsir tornavano a casa, quando trovarono in terra Askr ed Embla, il frassino e l'olmo, senza forze e senza destino. Non possedevano respiro, né anima, non avevano calore vitale, non facevano gesti né il loro aspetto era gentile. Óšinn dette loro il destino, l'anima la fornģ Hǿnir, e dette Lóšurr l'aspetto gentile e il colorito.

«Io so che si innalza un frassino, chiamato Yggdrasill. Si erge sempre verde, dalle fonti di Uršarbrunnr, alto tronco lambito da acque argillose. Dai suoi rami le rugiade piovono sulle valli. Da quelle acque che si stendono sotto l'albero vengono tre fanciulle di grande saggezza. Ha nome Uršr la prima, Veršandi l'altra, Skuld la terza. Incidono rune sulle tavole, decidono la vita e stabiliscono le sorti degli uomini.

«Io ricordo il primo scontro che vi fu nel mondo, quando gli dči urtarono Gullveig con le lance e le dettero fuoco nelle sale di Hįr. L'arsero tre volte, tre volte ella rinacque ed č ancora viva! L'avevano chiamata «splendente», ed era un'indovina esperta in profezie. Veniva nelle case e con le sue magiche verghe, cariche di sinistro potere, incantava i sensi e abbindolava le spose malvagie. Allora gli dči andarono ai troni del giudizio, le sante divinitą, e in assemblea deliberarono. Discussero se gli Ęsir avessero dovuto pagare un tributo o se invece avessero diritto a un risarcimento. Óšinn scagliņ la sua lancia e iniziņ la prima guerra che mai si vide nel mondo. I Vanir infransero le palizzate di legno e invasero la cittą degli Ęsir. Allora gli dči andarono ai troni del giudizio, le sante divinitą, e in assemblea deliberarono. Si chiesero chi avesse immesso il male sulla terra e chi avesse dato Freyja, la sposa di Óšr, ai giganti. Si alzņ allora Žórr, colmo di rabbia. Non attese un istante quando venne a conoscenza di tali misfatti. Furono rotti solenni giuramenti e infranti i pił sacri patti che avevano tra loro suggellato.

«Io vedo le Valkyrjur venire da lontano, cavalcando verso il popolo dei Goti. Skuld tiene lo scudo, la seconda č Skǫgul, vi sono poi Gunnr, Hildr, Gǫndul e Geirskǫgul. Queste sono le fanciulle di Herjan, che cavalcano attraverso la terra, le Valkyrjur.

«Io vedo per Baldr approntarsi un sanguinoso sacrificio, vedo l'occulto destino preparato per il figlio di Óšinn. Cresceva ritto sui campi, esile e bello, un ramoscello di vischio. Da quel fragile legno venne fabbricata una lancia dolorosa e fatale. Hǫšr la scagliņ. Vįli, nato prima del tempo, era vecchio di una notte quando si accinse al combattimento. Non si lavņ le mani né si pettinņ il capo finché non riuscģ a trascinare sul rogo l'assassino del fratello. Ma Frigg pianse in Fensalir il dolore di tutta la Valhǫll. E tu, ne sai forse di pił? Vedo giacere legato, sotto il bosco di Hveralund, un'infausta figura che rassomiglia a Loki. Sigyn siede lą, accanto al suo sposo, per nulla entusiasta di lui. E tu, ne sai forse di pił?

«Scroscia da oriente un fiume di daghe e di spade, attraverso valli gelide come il veleno: lo chiamano Slķšr. Si trova a nord, nelle Nišavellir, la corte d'oro della stirpe di Sindri; ma un'altra corte si trova in Ókólnir, č la sala da birra del gigante Brimir. Ma io vedo una terza sala, nascosta dal sole, in Nįstrandir. Ha le porte rivolte a nord. Attraverso il buco del tetto piovono gocce di veleno: il tetto č formato da dorsi intrecciati di serpenti. Io vedo giungere in quel luogo, dopo aver guadato insidiosi torrenti, uomini spergiuri, assassini e seduttori. Lą Nķšhǫggr succhia i cadaveri e il lupo ne sbrana le carni. E tu, ne sai forse di pił?

«Una vecchia siede in oriente, nella foresta di Jįrnvišr, e lą alleva i lupi, stirpe di Fenrir. Da quelle belve una verrą in forma di gigante a distruggere il sole. Si nutre della vita degli uomini votati alla morte, insanguina le case degli dči. Nelle estati che verranno la luce del sole si farą oscura, ci attendono tempi di tradimento. E tu, ne sai forse di pił?

«Siede laggił sul colle e suona l'arpa, il lieto Eggžér, che custodisce le mandrie delle gigantesse. Canta vicino a lui nel bosco degli uccelli un gallo dalle penne rosse, il suo nome č Fjalarr. Ma canta presso gli Ęsir un altro gallo, Gullinkambi, il quale ridesta gli eroi nella dimora di Herjafǫšr. E un terzo gallo, rosso come la fuliggine, canta sotto terra, nelle sale di Hel. Feroce latra Garmr dinanzi a Gnipahellir: i lacci si spezzeranno e il lupo correrą. Io ho molta sapienza: scorgo da lontano il terribile destino che incombe sugli dči.

«Si colpiranno i fratelli e si uccideranno l'un l'altro, saranno dimenticati i legami di parentela. Violenza e perversione riempiranno il mondo. Tempo di asce e di spade, si frantumeranno gli scudi: tempo di vento e di lupi, e il mondo crollerą. Non vi sarą un uomo che vorrą risparmiarne un altro.

«Si agitano i giganti, figli di Mķmir; mentre il possente suono del Gjallarhorn annuncia il compiersi del destino. Č Heimdallr a soffiare nel corno, intanto che Óšinn parla con la testa di Mķmir. L'antico frassino Yggdrasill trema e scricchiola quando i giganti si liberano. Tutti son presi da terrore, sulla strada degli inferi, ché il fuoco di Surtr sta per inghiottirli. Che cosa incombe sugli Ęsir? Che cosa incombe sugli elfi? Rintrona tutto Jǫtunheimr, gli dči sono riuniti in assemblea. I nani, signore delle rocce, si ergono dinanzi alle porte di pietra e gemono di terrore. E tu, ne sai forse di pił? Feroce latra Garmr dinanzi a Gnipahellir: i lacci si spezzeranno e il lupo correrą. Io ho molta sapienza: scorgo da lontano il terribile destino che incombe sugli dči.

«Viene da oriente Hrymr, il re dei giganti, reggendo lo scudo innanzi a sé. Furioso si attorce Jǫrmungandr, immane serpente che scuote le onde. L'aquila stride e strazia i cadaveri. Salpa Naglfar, la nave dei morti. Ma un'altra nave salpa da est, č quella che conduce sul mare le schiere di Mśspell. Loki ne regge il timone. L'armata dei mostri avanza e il lupo č in testa. Da sud viene Surtr ammantato di fiamme. Gli dči si ergono a difesa con le spade accese dal sole. Si spaccano le rocce, si accasciano le gigantesse, gli uomini intraprendono l'ultimo viaggio, il cielo si schianta. Ed ecco, viene a Frigg un altro dolore, quando Óšinn va a combattere col lupo (e Freyr, uccisore di Beli, si muove contro Surtr). Cade cosģ lo sposo di Frigg. Ma ecco, viene Vķšarr, figlio di Óšinn, ad affrontare la belva che divora carogne. Con tutt'e due le mani le conficca la spada fino al cuore, e cosģ vendica il padre. Ed ecco arriva Žórr, il famoso figlio di Fjǫrgyn, a contrastare Jǫrmungandr. Furibondo colpisce il difensore di Mišgaršr, poi indietreggia di nove passi e crolla. Il sole si oscura, sprofonda la terra nelle acque, le stelle scompaiono dal firmamento. Il vapore sibila con il fuoco e le fiamme si innalzano a sfiorare il cielo. Feroce latra Garmr dinanzi a Gnipahellir: i lacci si spezzeranno e poi il lupo correrą. Io ho molta sapienza: scorgo da lontano il terribile destino che incombe sugli dči.

«E vedo ancora una volta affiorare la terra dal mare, novellamente verde. Scrosciano le cascate, vola in alto l'aquila, lei che dai monti va a caccia di pesci. Si ritrovano gli Ęsir in Išavǫllr e discorrono di quel possente serpente che stava stretto intorno al mondo; si ricordano delle grandi imprese dei tempi passati e di Óšinn che tutte conosceva le rune. E lą ritroveranno nell'erba quelle meravigliose scacchiere d'oro che anticamente avevano posseduto. Seppure non seminati, i campi produrranno messi. Scomparirą ogni male e farą ritorno Baldr. Baldr e suo fratello Hǫšr, felici dči guerrieri, abiteranno le vittoriose rovine dell'antica casa di Óšinn. Tu ne sai forse di pił? Vedo ergersi una corte ricoperta d'oro, ancora pił bella del sole, alta nel cielo, a Gimlé. Lģ abiteranno schiere di valorosi e saranno felici in eterno.

«Ma alla fine di ogni cosa verrą al suo regno Colui che dall'alto governa ogni cosa. E il drago di tenebra, Nķšhǫggr, quel serpe scintillante, viene dai monti Nišafjǫll e vola sulla pianura portando sotto le sue ali i corpi dei morti.

Abbiamo qui riportato, in forma di racconto, la Vǫluspį o «Profezia della veggente» adattata alle esigenze della prosa. Č un brano troppo importante perché si potesse affrontare la materia nordica senza averlo ben presente. La si consideri per ora una sorta di presentazione generale: le singole strofe verranno riprese e analizzate man mano che procederemo nel nostro racconto, attraverso gli affascinanti meandri della mitologia scandinava.
3 - CONGEDO

"La Veggente" - Disegno di autore sconosciutouesta fu la profezia che la vǫlva lanciņ agli uomini e agli dči. Un canto aspro, difficile, veloce e irto di enigmi. Profonda conoscenza richiederą l'interpretarlo.

Ma in poche coppie di semiversi, quanta sapienza! L'intero universo vi č racchiuso, dal baratro abissale alla creazione del mondo, dalla distruzione alla sua rinascita. Spazio e tempo fittamente intrecciati l'uno all'altro... fino al giudizio finale.

E in questi versi fragorosi e possenti, la vǫlva aveva ricordato dell'antica etą aurea e di come la guerra tra Ęsir e Vanir le avesse messo fine portando il male nel mondo. Aveva ben avvertito che i destini tutti sono in mano alle Nornir, riunite intorno alla sorgente di Uršarbrunnr. Aveva districato i fili del dramma del mondo, che s'ingarbugliavano intorno al fatale episodio dell'uccisione di Baldr, e seguendoli attraverso il tempo, aveva mostrato come questi fatti avrebbero portato il mondo a cadere nelle tenebre degli ultimi giorni. La vǫlva aveva ancora additato giganti e lupi, anime dannate e serpenti, i nemici che avrebbero annientato l'universo in quello che sarebbe stato il giorno di ragnarǫk. Ma aveva insieme dischiuso una speranza, mostrando come la ciclicitą del tempo avrebbe un giorno riportato il mondo, oltre il fuoco purificatore, in una restaurata etą felice...

E non appena ebbe narrato tutte queste cose, la vǫlva si inabissņ nella terra.

Fonti
1-3 Ljóša Edda > Vǫluspį [passim]
I - CHI ERA LA VEGGENTE?

Hljóšs bišk, esordisce la veggente. «Ascolto io chiedo», con formula solenne e imperiosa, ché tra poco la grande profezia svolgerą i fili del tempo e scioglierą i nodi del destino. Č probabilmente la stessa formula che veniva utilizzata nel žing, nelle assemblee vichinghe, per imporre il silenzio e richiamare l'attenzione dei presenti, e che riecheggia con forza l'antica formula omerica kéklute óphr' éipō «ascoltate affinché io dica» (Polia 1983).

A chiedere silenzio in questa assemblea universale č una donna. Una veggente.

La parola norrena per «veggente» č vǫlva, talora tradotta con «sibilla» o «indovina». Il nome deriva da vǫlr, termine tecnico che indicava la verga della profezia, il bastone a sezione rotonda usato per la divinazione, a sua volte proveniente dalla radice indoeuropea *WEL- (cfr. gotico welta «bastone»). Letteralmente vǫlva significa «colei che porta il bastone». Sorge spontaneo il parallelo con la figura etrusco-latina del divinatore munito del lituus (Polia 1983).

Č dunque vǫlva un sostantivo, non un nome proprio. Difficile capire chi sia realmente questa veggente e in quale contesto vada collocata nel mito nordico. La stessa Vǫluspį č, in molti passi, talmente oscura ed enigmatica, che tradurla significa necessariamente interpretarla.

Questo č tanto pił vero quando si cerca di inserire la Vǫluspį nell'economia del mito nordico. Ci si puņ infatti chiedere: chi č la vǫlva? In che rapporti č con Óšinn e gli altri dči? E a che punto del racconto del mito ella lancia la sua profezia? Ad esempio, il racconto dell'uccisione di Baldr [31-35], va interpretato come fosse una visione profetica o, com'č forse pił probabile, la memoria di un tempo passato? Non č facile rispondere a queste domande. Il testo originale alterna continuamente dalla prima alla terza persona e sapere che si tratta di un procedimento comune alla tradizione epica germanica non ci aiuta molto. Rimane il dubbio se questo continuo passaggio tra «io» e «lei» faccia parte delle parole effettivamente attribuite alla vǫlva o se sia un'altra persona a riferirci il racconto della profezia alternando il discorso diretto e quello indiretto.

Anche quando parla di sé stessa la vǫlva č straordinariamente laconica e gli interrogativi che solleva sono pił di quelli che risolve.

Ein sat hon śti,
žįs enn aldni kom
yggiungr įsa
ok ķ augu leit.
«Hvers fregniš mik?
hvķ freistiš mķn?
Alt veitk, Óšinn,
hvar auga falt
ķ enum męra
Mķmis brunni;
drekkr miǫš Mķmir
morgin hverian
af veši Valfǫšrs.
Vituš ég enn eša hvat?»
Sola sedeva di fuori
quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Ęsir
e la fissņ negli occhi.
«Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óšinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mķmisbrunnr!
Mķmir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valfǫšr.
Che altro tu sai?»
Ljóša Edda > Vǫluspį  [28]

Questa breve descrizione della vǫlva, che sedeva sola «di fuori» [śti], va forse messo in relazione con certe descrizioni presenti negli antichi testi, dove i veggenti erano presentati desti nella solitudine notturna intenti a scrutare i fati. Yggjungr «molto spaventoso» č epiteto di Óšinn, il cui irresistibile potere magico [kraptr] ispirava il terrore. Egli guarda la vǫlva «negli occhi» [ķ augu], senza parlare, forse per provarne il potere. Guardare negli occhi una persona significava subirne il fascino o esserne a propria volta affascinati. La vǫlva riconosce Óšinn e comprende subito lo scopo della visita: «Che cosa vuoi sapere? Perché mi metti alla prova» Sa che la visita di Óšinn puņ essere fatale, come lo fu al gigante Vafžrśšnir con cui il dio ingaggiņ una gara di sapienza. Ma la vǫlva sostiene lo sguardo del dio e gli rivela di conoscere il suo pił geloso segreto: egli ha dato in pegno un occhio al saggio Mķmir, custode della fonte della sapienza di Mķmisbrunnr.

Ma vediamo la strofa successiva:

Valši henni Herfǫšr
hringa ok men;
fé spiǫll spaklig
ok spįganda;
sį vķtt ok of vķtt
of verǫld hveria.
Per lei Herfǫšr scelse
anelli e collane,
sagge parole di ricchezza
e la verga della profezia:
vede lontano lei, e al di lą
in ogni mondo.
Ljóša Edda > Vǫluspį  [29]

Anche qui la traduzione non č facile e quella che abbiamo mostrato č, per certi versi, ipotetica. Secondo la nostra traduzione, Óšinn (qui Herfǫšr «Padre degli eserciti»), avrebbe dato alla vǫlva (1) anelli e collane, (2) sagge parole di ricchezza, (3) la verga della profezia [spįgandr]. Ma emendando spįgandr in spį ganda e adottando l'interpretazione del Neckel, che sembra chiarire lo scopo della visita di Óšinn alla vǫlva, la strofa diventerebbe cosģ: «Herfǫšr le diede anelli e collane, ottenne [in cambio] sagge parole di ricchezza e profezie [ottenute tramite] la verga» (Neckel 1908, Polia 1983).

Ma č in questo episodio che Óšinn č venuto a chiedere alla vǫlva di lanciare il suo canto profetico? Č l'interpretazione che abbiamo seguito per la narrativa di questo capitolo, ma altri interpreti ritengono che Óšinn avesse invece richiamato in vita la vǫlva dal regno dei morti per permetterle di profetare. Questa interpretazione si regge sull'ultimissimo semiverso del testo, che si chiude con le laconiche parole:

Nś mun hon sǫkkvask E ora lei si inabissa.
Ljóša Edda > Vǫluspį  [66]

Si ritiene che a inabissarsi sia appunto la veggente, anche se in molte traduzioni hon «ella» viene emendato con hann «egli» e l'inabissamento finale viene riferito al serpente Nķšhǫggr di cui parla l'ultima strofa della Vǫluspį. Ma che possa essere la veggente (e non il drago) a inabissarsi, č forse giustificato dal poema Baldrs Draumar, dove si narra di come Óšinn fosse sceso nel regno dei morti e con un canto magico avesse tratto fuori una morta vǫlva dal suo tumulo affinché interpretasse i funesti sogni che affliggevano Baldr. Non c'č naturalmente alcuna indicazione che la vǫlva dei Baldrs Draumar sia la stessa della Vǫluspį, ma non c'č nemmeno motivo di escluderlo.

I problemi legati all'interpretazione della Vǫluspį sono legioni, ma fanno indubbiamente parte del grande fascino di questo antico e meraviglioso poema sapienziale della paganitą scandinava.

Schedario: [Vǫlva]
Fonti: [Vǫluspį: La profezia della veggente]

Bibliografia

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  • SIJMONS Barend: Lieder der Edda. Halle 1906.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asterķōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 04.04.2004
Ultima modifica: 31.01.2012
 
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