BIBLIOTECA

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
LJÓÐA EDDA

VÖLUS

LA PROFEZIA DELLA VEGGENTE
Schema
VÖLUSPÁ - Saggio
VÖLUSPÁ - Testo
Note
Bibliografia
 
Titolo Völuspá, «Profezia della Veggente »
Genere Poema gnomico-sapienziale
Voci Monologo
Lingua Norreno
Epoca
Composizione:
Redazione:
  Inizio X secolo
XIII-XIV secolo

Manoscritti

[R] Reykjavík, Stofnun Árna Magnússonar. Codex Regius, ms. GKS 2365 4to
[H] Copenhagen, Det Arnamagnæanske Institut. Haukbók, ms. AM 544 4to

LJÓÐA EDDA
VÖLUS
LA PROFEZIA DELLA VEGGENTE
La völva [Gróa ed Heiðr]

Illustrazione di Carl Larsson, per l'edizione svedese dell'Edda poetica curata da Fredrik Sanders (1893).

Il poema

La Völuspá è il gioiello dell'Edda poetica, il primo dei due monologhi che aprono il grande canzoniere. Opera di un poeta islandese di vigoroso talento, ancorché pagano, vissuto probabilmente intorno alla prima metà del X secolo, la Völuspá si configura come la visione di una sinistra profetessa [Völva] che Óðinn ha evocato affinché riveli per intero la sapienza nordica, i segreti delle cose primordiali e i destini del mondo. E così, in una sessantina di strofe, la Veggente disegna la creazione dell'universo, racconta dell'età dell'oro e della guerra che oppose gli Æsir ai Vanir, narra della morte di Baldr, vola dalle fonti del destino ai dirupi infernali, dalle radici del frassino Yggdrasill ai confini del mondo, per concludersi col terrificante racconto della distruzione, e quindi della rinascita, dell'universo. La Völuspá si configura insomma come una vera e propria summa mythologiæ scandinava. Tra balenii epocali e schegge d'apocalisse, è senza alcun dubbio uno più bei poemi mitologici di ogni tempo e di ogni paese.

Le redazioni

La Völuspá è giunta a noi conservata in due manoscritti: il Codex Regius (XIII sec.), che è il manoscritto più importante dell'Edda poetica, e l'Hauksbók di Hauk Erlendsson (prima metà del XIV secolo). Le due versioni divergono in alcuni dettagli e nell'organizzazione delle strofe (62 contro 59). Terza importante fonte della Völuspá è l'Edda in prosa, che Snorri scrisse ispirandosi in buona parte al poema, riportando integralmente 30 strofe e citandone indirettamente altre 16; anche qui vi sono delle interessantissime varianti. Sembra che Snorri avesse sottomano una versione della Völuspá più precisa di quelle a nostra disposizione, ragion per cui le varianti del testo che egli fornisce sono preziosissime.

L'esegesi

Detto questo, bisogna doverosamente aggiungere che la Völuspá non è un testo di semplice approccio. La comprensione è resa ardua dal fatto che le varie scene non vengono narrate, ma piuttosto evocate, e sempre con accenni rapidi ed ermetici. Se la Profezia non ci è completamente oscura è soltanto grazie all'Edda in prosa di Snorri Sturluson, che col suo racconto preciso e dettagliato ci rende chiari molti passaggi che altrimenti sarebbero stati incomprensibili. Infatti, quelle strofe della Völuspá per cui non abbiamo riferimenti rimangono in buona parte enigmatiche.

La Völuspá presenta una lunga serie di passi problematici, su cui sono state proposte infinite congetture e interpretazioni. Si ha l'impressione, probabilmente esatta, che la Völuspá sia in molti passi «corrotta» (per usare un aggettivo caro ai filologi dell'Ottocento). Tali corruttele sono però più facili da individuare che da emendare, ragione per cui molte delle «letture» che si sono succedute in oltre un secolo di critica filologica sono il risultato delle interpretazioni personali dei vari autori e non sono necessariamente aderenti alle effettive intenzioni del testo. La critica moderna è molto più cauta nell'emendare, integrare, spostare i passi più problematici. Nella sezione antologica, abbiamo segnato, nelle note al testo, soltanto alcuni dei punti più delicati del lavoro filologico. D'altra parte, dar conto puntualmente di ogni difficoltà di lettura avrebbe richiesto un apparato critico molto più ingombrante e complicato, ben al di là delle nostre possibilità e capacità.

Genere e metrica

La Völuspá è essenzialmente un poema gnomico o sapienziale, in quanto diretto all'esposizione delle cose profonde, alla conoscenza degli eventi primordiali e del destino finale del mondo. È un genere comune a diversi altri testi eddici, tra cui la Vafþrúðnismál e il Grímnismál. Questi tre testi, presi insieme, costituiscono un'ideale enciclopedia della sapienza mitologica nordica.

Il metro della Völuspá è il fornyrðislag o «metro epico», il più comune della poesia nordica. Ogni strofa è composta da quattro «versi pieni», ciascuno costituito a sua volta di due semiversi. In questa pagina, per ragioni grafiche, i «versi lunghi» sono stati spezzati e i due semiversi posti su righe differenti; in altre parole, le singole strofe, originariamente formate di quattro versi, appaiono qui disposte su otto righe, ciascuna corrispondente a un semiverso. Ecco, per confronto, la versificazione rigorosa della strofa [1]:

Hljóðs biðk allar          helgar kindir,
meiri ok minni          mögu Heimdallar;
vildu at, Valföðr,          vel fyr teljak
forn spjöll fira,          þaus fremst of man.

Edizioni italiane

  • Voluspa < DI LEESTHAL Olga Gogala [cura]: Canti dell'Edda. UTET, Torino 1939.
  • Profezia della Veggente < MASTRELLI Alberto [cura]: L'Edda: carmi norreni < «Classici della religione». Sansoni, Firenze 1951, 1982.
  • Profezia della Veggente < SCARDIGLI Piergiuseppe [cura]: Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano 1982.
  • POLIA Mario: Völuspá: I detti di colei che vede. Il Cerchio, Rimini 1983.
LJÓÐA EDDA
VÖLUS
LA PROFEZIA DELLA VEGGENTE
    VÖLUSPÁ LA PROFEZIA DELLA VEGGENTE  
         
Richiesta di ascolto

1

Hljóðs biðk allar
helgar kindir,
meiri ok minni
mögu Heimdallar;
vildu at, Valföðr,
vel fyr teljak
forn spjöll fira,
þaus fremst of man.

Ascolto io chiedo a tutte
le sacre stirpi,
maggiori e minori
figli di Heimdallr.
Tu vuoi che io, o Valföðr,
compiutamente narri
le antiche storie degli uomini
quelle che prima ricordo.

Nota
Ymir 2 Ek man jötna
ár of borna,
þás forðum mik
fædda höfðu;
níu mank heima,
níu íviði,
mjötvið mæran
fyr mold neðan.
Ricordo i giganti
nati in principio,
quelli che un tempo
mi generarono.
Nove mondi ricordo
nove sostegni
e l'albero misuratore, eccelso,
che penetra la terra.
Nota
  3 Ár vas alda
þars Ymir byggði
vasa sandr né sær,
né svalar unnir;
jörð fansk æva
né upphiminn;
gap vas ginnunga,
en gras hvergi.
Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.
Nota
La creazione del mondo 4 Áðr Bors synir
bjöðum of ypðu,
þeir es Miðgarð
mæran skópu;
sól skein sunnan
á salar steina;
þá vas grund gróin
grænum lauki.
Finché i figli di Borr
trassero su le terre,
loro che Miðgarðr
vasta formarono.
Splendette da sud il sole
sulle pareti di pietra;
allora si ricoprì il suolo
di germogli verdi.
Nota
  5 Sól varp sunnan,
sinni mána,
hendi enni hægri
of himinjöður;
sól þat né vissi,
hvar hon sali átti;
stjörnur þat né vissu,
hvar þær staði áttu;
máni þat né vissi,
hvat hann megins átti.
Con forza da sud il sole,
compagno della luna,
stese la mano destra
verso l'orlo del cielo;
il sole non sapeva
dov'era la sua corte,
le stelle non sapevano
dov'era la loro dimora,
la luna non sapeva
qual era il suo potere.
Nota
  6 Þá gengu regin öll
á rökstóla,
ginnheilög goð,
ok gættusk of þat:
Nótt ok niðjum
nöfn of gáfu,
morgin hétu
ok miðjan dag,
undorn ok aptan,
árum at telja.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
alla notte e alle fasi lunari
nome imposero;
al mattino dettero un nome
e al mezzogiorno,
al pomeriggio e alla sera
per contare gli anni.
 
L'età dell'oro 7 Hittusk æsir
á Iðavelli,
þeirs hörg ok hof
hátimbruðu;
afla lögðu,
auð smíðuðu,
tangir skópu
ok tól gerðu.
Convennero gli Æsir
in Iðavöllr,
loro che altari e templi
alti innalzarono;
focolari accesero,
crearono ricchezze,
tenaglie fabbricarono,
ingegnarono utensili.
Nota
  8 Teflðu í túni,
teitir váru,
vas þeim véttergis
vant ór gulli,
unz þríar kómu
þursa meyjar,
ámátkar mjök,
ór Jötunheimum.
Nel cortile giocavano a scacchi;
erano ricchi:
non sentivano affatto
mancanza d'oro.
Fino a quando tre giunsero,
fanciulle di giganti
oltremisura possenti,
da Jötunheimr.
Nota
La creazione dei nani 9 Þá gengu regin öll
á rökstóla,
ginnheilög goð,
ok gættusk of þat,
hvárt skyldi dverga
dróttir skepja
ór Brimis blóði
ok ór Bláins leggjum.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi dovesse dei nani
le schiere foggiare
dal sangue di Brimir
e dagli ossi di Bláinn.
Nota
  10 Þar vas Móðsognir
mæztr af orðinn
dverga allra,
en Durinn annarr;
þeir manlíkun
mörg of gerðu
dverga í jörðu,
sem Durinn sagði.
Móðsognir era
il più eccellente
fra tutti i nani
e Durinn era secondo.
Là, d'aspetto umano,
molti furono fatti,
nani dalla terra;
come Durinn diceva.
 
  11 Nýi ok Níði,
Norðri, Suðri,
Austri, Vestri,
Alþjófr, Dvalinn,
Bívörr, Bávörr,
Bömburr, Nóri,
Ánn ok Ánarr,
Ái, Mjöðvitnir.
Nýi e Níði,
Norðri, Suðri,
Austri, Vestri,
Alþjófr, Dvalinn,
Bívörr, Bávörr,
Bömburr, Nóri,
Ánn e Ánarr,
Ái, Mjöðvitnir.
Nota
  12 Veigr ok Gandálfr,
Vindálfr, Þráinn,
Þekkr ok Þorinn,
Þrór, Vitr ok Litr,
Nár ok Nýráðr,
nú hefk dverga,
Reginn ok Ráðsviðr,
rétt um talða.
Veigr e Gandálfr,
Vindálfr, Þráinn,
Þekkr e Þorinn,
Þrór, Vitr e Litr,
Nár e Nýráðr,
ordunque i nani,
Reginn e Ráðsviðr,
doverosamente ho enumerato.
Nota
  13 Fili, Kili,
Fundinn, Náli,
Heptivili,
Hannarr, Svíurr,
[Nár ok Náinn
Nípingr, Dáinn,
Billingr, Brúni,
Bíldr ok Búri,]
Frár, Hornbori,
Frægr ok Lóni,
Aurvangr, Jari,
Eikinskjaldi.
Fili, Kili,
Fundinn, Náli,
Heptivili,
Hannarr, Svíurr,
[Nár e Náinn
Nípingr, Dáinn,
Billingr, Brúni,
Bíldr e Búri,]
Frár, Hornbori,
Frægr e Lóni,
Aurvangr, Jari,
Eikinskjaldi.
Nota
  14 Mál es dverga
í Dvalins liði
ljóna kindum
til Lofars telja,
þeir es sóttu
frá salarsteini
aurvanga sjöt
til Jöruvalla.
È tempo che i nani
della stirpe di Dvalinn,
ai figli degli uomini,
fino a Lofarr enumeri.
Loro che arrancarono
dal suolo roccioso,
dimora di Aurvangar,
fino a Jöruvellir.
Nota
  15 Þar vas Draupnir
ok Dólgþrasir,
Hár, Haugspori,
Hlévangr, Glói,
[Dóri, Óri,
Dúfr, Andvari, ]
Skirvir, Virvir,
Skáfiðr, Ái,

C'era a quel tempo Draupnir
e Dólgþrasir,
Hár, Haugspori,
Hlévangr, Glói,
[Dóri, Óri,
Dúfr, Andvari,]
Skirvir, Virvir,
Skáfiðr, Ái,

Nota
  16 Álfr ok Yngvi,
Eikinskjaldi,
Fjalarr ok Frosti
Finnr ok Ginnarr;
þat mun æ uppi,
meðan öld lifir,
langniðja-tal
til Lofars hafat.
Álfr e Yngvi,
Eikinskjaldi,
Fjalarr e Frosti
Finnr e Ginnarr.
Sarà ricordata a lungo
finché gli uomini vivranno
questa lista degli antenati
fino a Lofarr.
Nota
La creazione degli uomini 17 Unz þrír kómu
ór því liði
öflgir ok ástkir
æsir at húsi,
fundu á landi
lítt megandi
Ask ok Emblu
örlöglausa.
Finalmente tre vennero
da quella stirpe,
potenti e belli,
æsir, a casa.
Trovarono in terra,
senza forze,
Askr ed Embla,
privi di destino.
Nota
  18 Önd þau né áttu,
óð þau né höfðu,
lá né læti
né litlu góða;
önd gaf Óðinn,
óð gaf Hǿnir,
lá gaf Lóðurr
ok litu góða.
Non possedevano respiro
né avevano anima,
non calore vitale, non gesti
né colorito.
Il respiro dette Óðinn,
l'anima dette Hǿnir,
il calore vitale dette Lóðurr
e il colorito.
Nota
Le Norne 19 Ask veitk standa,
heitir Yggdrasill
hár baðmr, ausinn
hvíta auri;
þaðan koma döggvar
þærs í dala falla;
stendr æ of grænn
Urðar brunni.
So che un frassino s'erge
Yggdrasill lo chiamano,
alto tronco lambito
d'acqua bianca di argilla.
Di là vengono le rugiade
che piovono nelle valli.
Sempre s'erge verde
su Urðarbrunnr.
 
  20 Þaðan koma meyiar
margs vitandi
þríar ór þeim sæ,
es und þolli stendr;
Urð hétu eina,
aðra Verðandi,
skáru á skíði,
Skuld ena þriðju.
Þær lög lögðu,
þær líf köru,
alda börnum,
örlög seggja.
Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.
Nota
Gullveig 21 Þat man hon folkvíg
fyrst í haimi,
es Gullveigu
geirum studdu
ok í höll Háars
hána brendu,
þrysvar brendu
þrysvar borna,
opt ósjaldan,
þó hon enn lifir.
Lei ricorda lo scontro
primo nel mondo,
quando Gullveig
urtarono con lance
e nelle sale di Hár
le dettero fuoco:
tre volte l'arsero,
tre volte rinacque,
e altre tre volte,
ma è ancora in vita!
Nota
  22 Heiði hétu,
hvars til húsa kom,
völu velspáa,
vitti hon ganda;
seið, hvars kunni,
seið hug leikinn;
æ vas hon angan
illrar brúðar.
«Splendente» le misero nome:
dovunque venisse nelle case
indovina esperta in profezie,
dava potere alle magiche verghe;
incantò, dovunque poteva,
incantò i sensi,
sempre era la delizia
di spose malvagie.
 
La guerra degli dèi 23 Þá gengu regin öll
á rökstóla,
ginnheilög goð,
ok gættusk of þat,
hvárt skyldi æsir
afráð gjalda,
eða skyldi goð öll
gildi eiga.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
se avessero dovuto gli Æsir
un tributo pagare
o avessero gli dèi tutti
diritto a un compenso.
 
  24 Fleygði Óðinn
ok í folk of skaut;
þas vas enn folkvíg
fyrst í heimi;
brotinn vas borðveggr
borgar ása,
knáttu vanir vísgpá
völlu sporna.
Levava la lancia Óðinn
e la scagliava nella mischia:
quella fu la battaglia
prima nel mondo;
infranto il riparo di legno
della città degli Æsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo
 
  25 Þá gengu regin öll
á rökstóla,
ginnheilög goð,
ok gættusk of þat,
hverr hefði lopt alt
lævi blandit
eða ætt jötuns
Óðs mey gefna.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi avesse l'aria
intriso di sventura
e alla stirpe dei giganti
dato la fanciulla di Óðr.
Nota
  26 Þórr einn þar vá
þrunginn móði,
hann sjaldan sitr,
es slíkt of fregn;
á gengusk eiðar,
orð ok særi,
mál öll meginlig,
es á meðal fóru.
Là solo Þórr si levò
gonfio di furore:
non indugiò un istante
quando seppe tali fatti.
Ruppero i giuramenti,
le parole e i sacri voti,
ogni possente patto
che fra loro avevano stretto.
 
La fonte della sapienza 27 Veit hon Heimdallar
hljóð of folgit
und heiðvönum
helgum baðmi;
á sér hon ausask
aurgum forsi
af veði Valföðrs.
Vituð ér enn eða hvat?
Sa lei di Heimdallr
il fragore celato
sotto il sacro albero
avvezzo all'aria tersa del cielo.
Su quello ella vede riversarsi
uno scrosciare d'acque argillose
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?
Nota
Óðinn e la Veggente 28 Ein sat hon úti,
þás enn aldni kom
yggjungr ása
ok í augu leit.
«Hvers fregnið mik?
hví freistið mín?
Alt veitk, Óðinn,
hvar auga falt
í enum mæra
Mímis brunni»
drekkr mjöð Mímir
morgin hverjan
af veði Valföðrs.
Vituð ég enn eða hvat?

Sola sedeva di fuori
quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
«Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!»
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?

Nota
  29 Valði henni Herföðr
hringa ok men;
fékk spjöll spaklig
ok spáganda;
sá vítt ok of vítt
of veröld hverja.
Per lei Herföðr scelse
anelli e collane,
sagge parole di ricchezza
e la verga della profezia:
vede lontano, lei, e oltre,
in ogni mondo.
Nota
Le valchirie 30 Sá hon valkyrjur
vítt of komnar,
görvar at ríða
til Goðþjóðar.
Skuld helt skildi,
en Skögul önnur,
Gunnr, Hildr, Göndul
ok Geirskögul;
nú eru talðar
nönnur Herjans,
görvar at ríða
grund valkyrjur.
Vide, lei, le Valkyrjur
venire da lontano,
pronte a cavalcare
verso il popolo dei Goti.
Skuld teneva lo scudo,
seconda era Skögul,
Gunnr, Hildr, Göndul
e Geirskögul.
Ora ho elencato
le fanciulle di Herjan,
pronte a cavalcare
la terra, le Valkyrjur.
Nota
L'uccisione di Baldr 31 Ek sá Baldri,
blóðgum tívur,
Óðins barni,
ørlög folgin;
stóð of vaxinn
völlum hæri
mær ok mjök fagr
mistilteinn.
Io vidi per Baldr
un sacrificio di sangue;
per il figlio di Óðinn
il celato destino.
Ritto cresceva
alto sui campi
esile e molto bello
un ramoscello di vischio.
 
  32 Varð af meiði,
þeims mær sýndisk,
harmflaug hættlig,
Höðr nam skjóta.
Baldrs bróðir vas
of borinn snimma,
sá nam Óðins sonr
einnættr vega.
Venne su da quel ramo
che esile mi parve
un terribile dardo di dolore.
Höðr lo scagliò.
Era il fratello di Baldr
nato precocemente;
il figlio di Óðinn
vecchio di una notte combatté.
Nota
  33 Þó hann æva hendr
né höfuð kembði,
áðr á bál of bar
Baldrs andskota.
En Frigg of grét
í Fensölum
vá Valhallar.
Vituð ér enn eða hvat?
Non lavò mai le mani
né si pettinò il capo
finché non trascinò sul rogo
il nemico di Baldr.
Ma Frigg pianse
in Fensalir
il dolore di Valhöll.
Che altro tu sai?
Nota
  34 [Þá kná Vála
vígbönd snúa
heldr váru harðgör
höpt ór þörmum.]
[E Váli poterono legare
con ceppi di battaglia.
Molto vennero stretti
i lacci di budello.]
Nota
  35 Hapt sá hon liggja
und Hveralundi
lægjarns líki
Loka áþekkjan;
þar sitr Sygyn
þeygi of sínum
veri vel glýjuð.
Vituð ér enn eða hvat?
Legato lei vede giacere
sotto il bosco di Hveralund
l'infausta figura
simile a Loki.
Là siede Sigyn
presso il suo sposo
per nulla entusiasta.
Che altro tu sai?
 
Visione degli inferi 36 Á fellr austan
of eitrdala
söxum ok sverðum,
Slíðr heitir sú.
Scroscia un fiume da oriente
per valli di gelido veleno,
con daghe e con spade,
Slíðr è chiamato.
Nota
  37 Stóð fyr norðan
á Niðavöllum
salr ór golli
Sindra ættar,
en annarr stóð
á Ókólni,
bjórsalr jötuns,
en sá Brimir heitir.
Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d'oro
della stirpe di Sindri;
ma una seconda si trova
in Ókólnir
sala da birra del gigante
che è chiamato Brimir.
Nota
  38 Sal sá hon standa
sólu fjarri
Náströndu á,
norðr horfa dyrr;
fellu eitrdropar
inn of ljóra,
sá 's undinn salr
orma hryggjum.
Una sala lei vide
lontana dal sole
in Nástrandir,
le porte rivolte a nord.
Gocce di veleno piovono
attraverso il buco del tetto:
questa sala è un intreccio
di dorsi di serpenti.
Nota
  39 Sá hon þar vaða
þunga strauma
menn meinsvara
ok morðvarga
ok þanns annars glepr
eyrarúnu.
Þar sýgr Níðhöggr
nái framgengna;
slítr vargr vera.
Vituð ér enn eða hvat?
Vide lei in quel luogo guadare
difficili correnti
uomini spergiuri
ed assassini
e chi seduce di un altro
la consorte.
Là succhia Níðhöggr
i corpi dei morti,
il lupo strazia gli uomini.
Che altro tu sai?
Nota
La stirpe dei lupi 40 Austr sat en aldna
í Járnviði
ok fæddi þar
Fenris kindir;
verðr af þeim öllum
einna nökkurr
tungls tjúgari
í trolls hami.
La vecchia siede ad oriente
in Járnviðr
e laggiù nutre
la stirpe di Fenrir.
Di tutti quelli
uno solo si fa
divoratore della luna
in forma di troll.
Nota
  41 Fylliz fjörvi
feigra manna,
ryðr ragna sjöt
rauðum dreira;
svart var þa sólskin
of sumur eptir
veðr öll válynd.
Vituð ér enn eða hvat?
Si nutre della vita
degli uomini destinati a morire,
arrossa le case degli dèi
con sangue scarlatto.
Si oscura la luce del sole
nelle prossime estati,
verranno tempi di tradimento.
Che altro tu sai?
Nota
Tre galli annunciano il ragnarök

42

Sat þar á haugi
ok sló hörpu
gýgjar hirðir,
glaðr Eggþér;
gól of hánum
í gaglviði
fagrrauðr hani,
sás Fjalarr heitir.

Là siede sul colle
e suona l'arpa
il custode della gigantessa
il lieto Eggþér.
Canta vicino a lui
nel bosco degli uccelli
un gallo rosso splendente
che Fjalarr è chiamato.

Nota
  43 Gól of ásum
Gollinkambi,
sá vekr hölða
at Herjaföðrs,
en annarr gól
fyr jörð neðan
sótrauðr hani
at sölum Heljar.
Canta tra gli Æsir
Gullinkambi,
gli eroi ridesta
nella dimora di Herjaföðr.
Ma un altro ancora canta
giù sotto terra,
gallo rosso fuliggine
nelle sale di Hel.
 
  44 Geyr Garmr mjök
fyr Gnipahelli,
festr mun slitna,
en freki rinna,
fjölð veitk fræða,
framm sék lengra
of ragna rök,
römm sigtíva.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.
Nota
Gli ultimi giorni 45 Bræðr munu berjask
ok at bönum verðask,
munu systrungar
sifjum spilla,
hart 's í heimi,
hórdómr mikill,
skeggöld, skalmöld,
skildir klofnir,
vindöld, vargöld,
áðr veröld steypisk
mun engi maðr
öðrum þyrma.
Si colpiranno i fratelli
e l'un l'altro si daranno la morte;
i cugini spezzeranno
i legami di parentela;
crudo è il mondo,
grande l'adulterio.
Tempo d'asce, tempo di spade,
gli scudi si fenderanno,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.
Nota
Il richiamo del corno 46 Leika Míms synir,
en mjötuðr kyndisk
at enu gamla
Gjallarhorni,
hátt blæss Heimdallr,
horn 's á lopti;
mælir Óðinn
við Mímis höfuð.
S'agitano i figli di Mímir;
si compie il destino
al suono del possente
Gjallarhorn.
Forte soffia Heimdallr
nel corno che sporge,
mormora Óðinn
con la testa di Mímir.
Nota
  47 Skelfr Yggdrasils
askr standandi,
ymr aldit tré,
en jötunn losnar;
hræðask allir
á helvegum
áðr Surtar þann
sevi of gleypir.
Trema Yggdrasill
il frassino eretto,
scricchiola l'albero antico
quando si scioglie il gigante.
Tutti temono
sulla strada degli inferi,
che la stirpe di Surtr
li inghiotta.
Nota
  48 Hvat 's með ásum?
hvat 's með álfum?
gnýr allr Jötunheimr,
æsir 'ro á þingi,
stynja dvergar
fyr steindurum
veggbergs vísir.
Vituð ér enn eða hvat?
Cosa incombe sugli Æsir?
Cosa incombe sugli elfi?
Risuona tutto Jötunheimr,
gli dèi sono a consiglio.
Gemono i nani
dinanzi alle porte di pietra,
esperti di rocce scoscese.
Che altro tu sai?
 
  49 Geyr Garmr mjök
fyr Gnipahelli,
festr mun slitna,
en freki rinna,
fjölð veitk fræða,
framm sék lengra
of ragna rök,
römm sigtíva.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.
 
L'attacco dei giganti 50 Hrymr ekr austan,
hefsk lind fyrir,
snýsk Jörmungandr
í jötunmóði;
ormr knýr unnir,
en ari hlakkar,
slítr nái niðfölr;
Naglfar losnar.
Da oriente viene Hrymr,
regge lo scudo innanzi.
Si attorce Jörmungandr
nella furia dei giganti.
Il serpente flagella le onde,
mentre l'aquila stride.
Strazia i cadaveri, livida.
Naglfar salpa.
Nota
  51 Kjöll ferr austan,
koma munu Múspells
um lög lyðir,
en Loki styrir;
fara fífls megir
með freka allir,
þeim er bróðir
Býleipz í för.
Una chiglia avanza da est:
verranno di Múspell
sul mare le genti,
e Loki tiene il timone.
Avanza l'armata dei mostri
e il lupo è in testa.
e con loro è il fratello
di Býleistr che avanza.
Nota
  52 Surtr ferr sunnan
með sviga lævi,
skínn af sverði
sól valtíva;
grjótbjörg gnata,
en gífr rata,
troða halir helveg,
en himinn klofnar.
Surtr viene da sud
col veleno dei rami.
Il sole splende
sulla spada degli dèi guerrieri.
Le rocce si fendono,
si accasciano gigantesse:
gli uomini prendono la via degli inferi,
il cielo si schianta.
Nota
Il crepuscolo degli dèi 53 Þá kømr Hlínar
harmr annarr framm,
es Óðinn ferr
við ulf vega,
en bani Belja
bjartr at Surti;
þá mun Friggjar
falla angan.
Ecco viene a Hlín
un altro dolore,
quando Óðinn viene
a combattere col lupo,
e l'uccisore di Beli
splendente contro Surtr;
allora di Frigg
la gioia cadrà.
Nota
  54 Geyr Garmr mjök
fyr Gnipahelli,
festr mun slitna,
en freki rinna.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
 
  55 Þá kømr enn mikli
mögr Sigföður,
Víðarr vega
at valdýri;
lætr hann megi Hveðrungs
mund of standa
hjör til hjarta;
þá 's hefnt föður.
Ecco viene il grande
figlio di Sigföðr,
Víðarr a combattere
quel mangiatore di cadaveri;
ed egli al figlio di Hveðrungr
con entrambe le mani la spada
conficca fino al cuore.
Così il padre è vendicato.
Nota
  56 Þá kømr enn mæri
mögr Hlöðvinjar
gengr Óðins sonr
ormi mæta.
Drepr af móði
Miðgarðs véurr;
munu halir allir
heimstöð ryðja;
gengr fet níu
Fjörgynjar burr
neppr frá naðri,
níðs ókvíðinn.
Ecco viene il famoso
figlio di Hlóðyn,
s'avanza il figlio di Óðinn
a contrastare il serpente.
Con ira lui colpisce
il difensore di Miðgarðr.
Gli uomini tutti
sgombreranno il mondo.
Nove passi indietreggia
il figlio di Fjörgyn,
muore lontano dal serpe
che disonore non teme.
Nota
La fine del mondo 57 Sól tér sortna,
sigr fold í mar,
hverfa af himni
heiðar stjörnur;
geisar eimi
ok aldrnari;
leikr hár hiti
við himin sjalfan.
Il sole si oscura
la terra sprofonda nel mare,
scompaiono dal cielo
le stelle lucenti.
Sibila il vapore
con quel che alimenta la vita,
alta gioca la vampa
col cielo stesso.
Nota
  58 Geyr Garmr mjök
fyr Gnipahelli,
festr mun slitna,
en freki rinna,
fjölð veitk fræða,
framm sék lengra
of ragna rök,
römm sigtíva.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.
 
Rinascita del mondo: la nuova età dell'oro 59 Sér hon upp koma
öðru sinni
jörð ór ægi
iðjagræna;
falla forsar,
flýgr örn yfir,
sás á fjalli
fiska veiðir.
Affiorare lei vede
ancora una volta
la terra dal mare
di nuovo verde.
Cadono le cascate,
vola alta l'aquila,
lei che dai monti
cattura i pesci.
 
  60 Finnask æsir
á Iðavelli
ok of moldþinur
mátkan dæma,
[ok minnask þar
á megindóma]
ok á Fimbultýs
fornar rúnar.
Si ritrovano gli Æsir
in Iðavöllr,
e del serpente intorno al mondo
possente, ragionano,
[e rammentano là
le grandi imprese,]
e di Fimbultýr
le antiche rune.
Nota
 

61

Þar munu eptir
undrsamligar
gollnar töflur
í grasi finnask,
þærs í árdaga
áttar höfðu.
Lì di nuovo
meravigliose
le scacchiere d'oro
si ritroveranno nell'erba.
Eran quelle che anticamente
avevano posseduto.
Nota
  62 Munu ósánir
akrar vaxa;
böls mun alls batna
mun Baldr koma;
búa Höðr ok Baldr
Hropts sigtoptir
vel valtívar,
vituð ér enn eða hvat?
Cresceranno non seminati
i campi;
ogni male guarirà,
farà ritorno Baldr.
Abiteranno Höðr e Baldr
le vittoriose rovine di Hroptr,
felici dèi guerrieri.
Che altro tu sai?
Nota
  63 Þá kná Hǿnir
hlautvið kjósa
ok burir byggva
bræðra tveggja
vindheim víðan.
Vituð ér enn eða hvat?
Allora Hǿnir
l'aspersorio sceglierà,
e i figli abiteranno
dei due fratelli
l'ampio mondo del vento.
Che altro tu sai?
Nota
  64 Sal sér hon standa
sólu fegra,
golli þakðan,
á Gimléi;
þar skulu dyggvar
dróttir byggva
ok of aldrdaga
ynðis njóta.
Vede lei una corte levarsi
del sole più bella,
d'oro ricoperta,
in Gimlé.
Lì abiteranno
schiere di valorosi
ed eternamente
gioiranno felici.
 
Il giudizio finale 65 [Þá kømr enn ríki
at regindómi
öflugr ofan,
sá 's öllu ræðr.]
[Allora viene il potente
al suo regno,
il forte dall'alto
che tutto governa.]
Nota
  66 Þar kømr enn dimmi
dreki fljúgandi,
naðr fránn neðan
frá Niðafjöllum;
berr sér í fjöðrum
flýgr völl yfir
Níðhöggr nái;
nú mun hon sökkvask
E viene di tenebra,
il drago che vola,
il serpe scintillante
dai monti Niðafjöll.
Porta tra le sue ali,
sulla pianura vola,
Níðhöggr, i morti.
Ora lei si inabissa.
Nota
         

NOTE

1 ― (a) Hljóðs biðk «ascolto io chiedo», esordisce la völva, con formula solenne e imperiosa, ché tra poco la grande profezia svolgerà i fili del tempo e scioglierà i nodi del destino. È probabilmente la stessa formula che veniva utilizzata nel þing, nelle assemblee vichinghe, per imporre il silenzio e richiamare l'attenzione dei presenti, e che riecheggia con forza l'antica formula omerica kéklute óphr' éipō «ascoltate affinché io dica» (Polia 1983). ― (d) L'espressione «figli di Heimdallr» per indicare le «sacre stirpi» [helgar kindir] degli uomini, richiama il mito riferito nel Rígsþula dove alla discendenza di Heimdallr si riconducono i capostipiti delle tre classi sociali. ― (e) Valföðr, «Padre dei caduti», è epiteto di Óðinn. Torna al testo

2 ― (d) Fædda höfðu è letteralmente «mi diedero cibo», ma forse è da intendere con «mi generarono». ― (f) Questo verso è di ardua traduzione. Secondo l'interpretazione condivisa dalla maggior parte degli studiosi, quel níu í viði si riferirebbe appunto ai «nove sostegni» dei mondi (cfr. viðjur «radici, travi» < viðr «bosco, legna»); non mancano però le voci dissenzienti: alcuni pensano che la frase sia da leggere níu íviði «nove specie di creature»; Sir George W. Cox è riandato all'antico svedese inviþir e ha interpretato, un po' fantasiosamente, «l'insieme di tutti gli esseri, del mondo dei vivi e del mondo dei morti». In tutti i casi si tratta di una visione dell'universo riassunto nella sua stabilità e nella sua totalità (Cox 1870). ― (g) La parola mjötviðr è una delle più delicate dell'intera letteratura mitologica norrena. È stata qui resa con «albero misuratore», da «albero [viðr] delle misure [mjöt]». Quest'ultima parola è connessa col norreno meta «misurare», da cui mjötuðr «giudice, governatore, dispensatore del fato» (cfr. gotico mitan, antico alto tedesco mezzan, tedesco messen, anglosassone metan «misurare»; ma anche latino medeor «misuro» e meditari «meditare»). S'intende probabilmente il frassino Yggdrasill come asse e impalcatura del cosmo, i cui rami e radici formano gli assi [viðjur] che reggono i mondi e ne misurano il tempo [SAGGIO]. Torna al testo

3 ― Questa strofa della Völuspá possono essere agevolmente messa a confronto con alcuni versi della Preghiera di Wessobrunn, un testo in antico alto tedesco proveniente dall'omonimo monastero bavarese, composto intorno al 775. Un brano della preghiera così suona:

Dat gafregin ih mit firahim iriuuizzo meista.
Dat ero ni uuas noh ufhimil,
noh paum noh pereg ni uuas,
ni [sterro] nohheinig noh sunna ni scein,
noh mano ni liuhta, noh der maręo seo.

Questo appresi tra gli uomini, il sommo prodigio.
Che non era la terra, né il cielo in alto,
non era albero, né monte,
né [stella] alcuna, né il sole splendeva,
né la luna brillava, né il lucente mare.

Preghiera di Wessobrunn

Entrambi i brani descrivono lo stato precedente la creazione in termini negativi: attestando l'originaria inesistenza degli enti e delle sostanze che compongono il nostro universo. Si precisa dunque che in principio non esistevano né il cielo, né la terra, non vi erano alberi, monti e mari, né splendevano il sole e la luna, e via dicendo. È in questo stadio negativo che subentra quindi la creazione: sia essa la complessa cosmogonia pagana descritta nella Völuspá, o la creatio ex nihilo operata dal Dio cristiano nella Preghiera di Wessobrunn. La somiglianza formale tra i due brani è impressionante. Il verso di Völuspá [3c-3d], «non c'era sabbia né mare | né gelide onde» [vasa sandr né sær, | né svalar unnir], richiama il «né il lucente mare» [noh der mareo seo] di Wessobrunn [5]. Il verso successivo [3e-3f], «terra non si distingueva | né cielo in alto» [jörð fansk æva | né upphiminn], è vicinissimo a Wessobrunn [2] «che non era la terra, né il cielo in alto» [ero ni uuas noh ufhimil]. La somiglianza formale dei due brani, a volte addirittura letterale (per «cielo in alto» troviamo l'identico composto ufhimil in anticoaltotedesco e uphiminn in islandese), ha indotto gli studiosi a ipotizzare l'esistenza, in tempi remoti, di un poema germanico della creazione i cui esiti siano confluiti, separatamente, nelle due composizioni: il poema pagano islandese, la preghiera cristiana alto-tedesca. ― (a) Ár significa «una volta» (latino olim), ed è una parola frequente all'inizio dei poemi eddici (la ritroveremo in: Hymiskviða [1], Rígsþula [1], Atlakviða in grǿnlenzka [1], Guðrúnarkviða [1], Sigurðarkviða [1]). Ár vas alda, letteralmente «una volta era il tempo» (öld è «tempo, età, epoca), può essere tradotto «in principio» (Cleasby ~ Vigfússon 1874). ― (a-b) I primi due semiversi, nella versione citata da Snorri, suonano in altro modo: «Al principio era il tempo | quando nulla esisteva» [Ár var alda | það er ekki var] (Gylfaginning [4 {5}]). Probabilmente Snorri attinse a una versione della Völuspá diversa da quella attestata nei due manoscritti a noi pervenuti. Torna al testo

4 ― (a) La Völuspá non fornisce i nomi dei figli di Borr. È Snorri ad affermare che essi furono Óðinn e i suoi fratelli Vili e (Gylfaginning [6d]). Torna al testo

5 ― (e-j) Questi semiversi possono essere messi in relazione con la Preghiera di Wessobrunn [4-5], laddove dice: «né [stella] alcuna, né il sole splendeva, né la luna brillava» [ni [sterro] nohheinig noh sunna ni scein, noh mano ni liuhta]. Addirittura, la parola sterro «stella», assente nel manoscritto della Preghiera, è stata proposta dai filologi in base al confronto col poema eddico. Analogamente, nel citare questa strofa, Snorri omette i primi due semiversi ma cita questi ultimi sei semiversi, seppure invertendo l'ordine col quale vengono elencati gli ultimi due luminari: nella citazione di Snorri viene prima il sole, poi la luna e poi le stelle (Gylfaginning [8 {10}]). Torna al testo

7 ― (b) Iðavöllr: «campo del vortice, campo-torto», campo al centro di Ásgarðr dove gli dèi decisero per la prima volta l'ordinamento del loro regno e, dunque, di tutto il mondo. Qui si riuniranno di nuovo gli Æsir sopravvissuti al ragnarök all'inizio del ciclo che verrà, per stabilire il nuovo ordine cosmico. Il riferimento al «vortice», simbolo di inizio e di fine, oltre che metafora astronomica della rotazione del cielo, insieme al fatto che Iðavöllr sia l'unica parte di Ásgarðr che non verrà distrutta, ne suggeriscono l'identificazione con il nord celeste o con una proiezione terrestre di esso. La stella polare è infatti il punto del cielo che, pur cambiando posizione a causa della precessione degli equinozi, rappresenta in ogni epoca il centro della rotazione celeste, dunque il «vortice» che emana il movimento e dà ordine al cosmo. Torna al testo

8 ― (f) Non è molto chiaro chi fossero le «tre fanciulle di giganti» [þríar þursa meyjar]; sicuramente corrispondono a quelle che Snorri indica come donne «venute da Jötunheimr» [kómu ór Jötunheimum] (Gylfaginning [14b]). Non si può tuttavia dir molto sulla loro identità. Karl Müllenhoff ritiene si tratti le tre Nornir, di cui si parla nel capitolo successivo [15] del testo di Snorri (Müllenhoff 1908), seguito in questo da Giorgio Dolfini, che commenta in tal senso la sua traduzione (Dolfini 1975), ma senza una reale certezza. Si tratta del rimasuglio di un mito perduto, probabilmente non chiaro allo stesso Snorri.

9 ― (g-h) I nomi Brimir e Bláinn sembrano essere epiteti di Ymir. Questa strofa è chiusa da una doppia kenning in quanto «sangue di Brimir» è metafora per significare il mare, e «ossa di Bláinn» per indicare le pietre.

10 (e-h) Questa strofa presenta qualche problema d'interpretazione. In genere viene interpretata nel senso che gli dèi crearono i nani dalla terra, ma altri ritengono che siano i nani stessi il soggetto della frase. Ad esempio Bugge interpreta: «I nani fecero molti fantocci nella terra» a cui gli dèi avrebbero poi infuso il soffio vitale (Bugge 1881 | Polia 1883). Non è ben chiaro, in questo caso, chi fossero i «fantocci» creati dai nani. Tantopiù che Snorri dà una spiegazione molto ragionevole del passo:

Þar næst settust goðin upp í sæti sín ok réttu dóma sína ok minntust, hvaðan dvergar höfðu kviknat í moldinni ok niðri í jörðunni, svá sem maðkar í holdi. Dvergarnir höfðu skipazt fyrst ok tekit kviknun í holdi Ymis ok váru þá maðkar, en af atkvæðum goðanna urðu þeir vitandi manvits ok höfðu manns líki ok búa þó í jörðu ok í steinum.

Poi gli dèi s'insediarono sui loro troni, si riunirono in giudizio e ricordarono in che modo i nani avessero preso vita nel fango e sotto la terra, come i vermi nella carne. I nani furono creati per primi e presero vita nella carne di Ymir, dove erano come vermi, tuttavia per decisione degli dèi ricevettero la conoscenza del sapere umano e l'aspetto degli uomini, e abitarono nella terra e nelle rocce.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [14]

Non vi è motivo di dubitare che questa sia la corretta interpretazione della creazione dei nani, che qui appaiono, proprio in virtù della loro origine, legati per nascita alla terra e al fango. [SAGGIO]

11 Le strofe [11-16] costituiscono il cosiddetto «catalogo dei nani», una composizione probabilmente indipendente inclusa nella Völuspá. La versione del «catalogo» fornita dal Codex Regius [R] presenta alcune differenze, nei nomi e nell'ordine dei nani, con la versione presente nell'Hauksbók [H]; l'una e l'altra presentano a loro volta altre differenze con la redazione citata da Snorri (Gylfaginning [14 {17-20}]). Le varie redazioni discendono probabilmente da un antigrafo il quale dipendeva a sua volta dalle þulur, antichi elenchi in versi dove si fornivano gli heiti (i nomi, gli epiteti o le definizioni poetiche) di cose, persone, divinità o creature mitologiche. Per un'analisi dettagliata delle fonti rimandiamo alla pagina apposita [MITI]. (d) Dopo Alþjófr e Dvalinn, la redazione H inserisce una serie di quattro nomi, non presenti in R [«Nár e Náinn | Nípingr, Dáinn»], i quali appaiono però essere una duplicazione di una sequenza che H riporta alla strofa [13]. (e) I nomi Bívörr e Bávörr compaiono in H e in Snorri nelle varianti grafiche Bífurr e Báforr. (f) Il nome Bömburr compare in Snorri nella variante Bömbörr. (g-h) I nani Ánn, Ánarr e Ái appartengono a una serie che i vari manoscritti di Snorri presentano in maniera piuttosto difforme; il confronto tra le varie redazioni e le þulur mostra che la serie originaria doveva essere formata dai nomi: Óri, Órinn, Óinn, Ónn e Ónarr [SAGGIO].

12 (b) Il nome Þráinn compare in Snorri nella variante Þróinn. (c) Il nome Þekkr, presente in R (e in Snorri), viene sostituito in H da Þrár (forse, una variante del Þrór presente in [12b]).

13 (b) In luogo del nome Náli compare in Snorri un Váli (la confusione è sorta forse per qualche legame con la coppia formata da Váli e Nari, figli di Loki).(c) Heptivili («manico di lima») appare in H scisso in due nomi distinti: Hefti e Fili («manico» e «lima»). Solo il secondo nome (Fili) è attestato separatamente come il nome di un nano [13a].(d) Hannarr viene sostituito in Snorri da Hárr. Invece, il nome Svíurr compare in H nella variante Svíðr e in Snorri nella variante Svíarr. (e-h) Questi versi, gli unici a riportare una sequenza di otto nomi [«Nár e Náinn | Nípingr, Dáinn, | Billingr, Brúni, | Bíldr e Búri»], sono riportati unicamente in H, mancando in R e in Snorri.(i) Il nome Hornbori, attestato nella redazione R, viene sostituito da Fornbogi nella redazione H.

14 (d) Nella parafrasi in prosa che Snorri fa di questa strofa (Gylfaginning [14f]), si parla dei Lofarr al plurale, come nome complessivo di questa stirpe di nani.

15 (b) Al nome Dólgþrasir, Snorri sostituisce Dólgþvari. (c) Al nome Hár, Snorri sostituisce Hörr. Ad Haugspori, sostituisce invece Hugstari. (d) Il primo nome viene riportato come Hlévangr «campo riparato» in R, ma come Hlévargr «lupo dei luoghi protetti» in H. La seconda forma sembra più ragionevole. Snorri lo sostituisce con un nome affatto diverso: Hleðjólfr «lupo protettore». Il secondo nome compare invece nella forma Glói in R, nella forma Glóinn in H e in Snorri. (e-f) Questi due versi, che riportano una breve sequenza di quattro nomi, sono presenti soltanto nella redazione di Snorri [«Dóri, Óri, | Dúfr, Andvari»], mancando nei due codici della Völuspá.

16 (a) Snorri sostituisce Yngvi con Ingi. È più probabile sia quest'ultimo il nome originario del nano, essendo Yngvi un epiteto di Freyr, quale progenitore della stirpe degli Ynglingar. (c-d) Questi due semiversi, con una sequenza di quattro nomi [«Fjalarr e Frosti | Finnr e Ginnarr»] è attestata nel codice R, ma manca in H. Anche Snorri, tuttavia, la riporta (seppur sostituendo Fjalarr con Falr).

17 ― Le strofe [17-18] alludono alla creazione della prima coppia umana a partire da due alberi, un frassino [askr] e un olmo [embla]. Così Snorri spiega il passo e descrive la scena:

Þá er þeir Bors synir gengu með sævarströndu, fundu þeir tré tvau, ok tóku upp tréin ok sköpuðu af menn. Gaf hinn fyrsti önd ok líf, annarr vit ok hrǿring, þriði ásjónu, málit ok heyrn ok sjón; gáfu þeim klæði ok nöfn. Hét karlmaðrinn Askr en konan Embla, ok ólusk þaðan af mannkindin.

Mentre i figli di Borr andavano lungo la riva del mare trovarono due alberi, li raccolsero e li mutarono in uomini. Il primo diede loro respiro e vita, il secondo ragione e movimento, il terzo aspetto, parola, udito e vista. Gli diedero poi vesti e nomi. Il maschio si chiamò Askr, la femmina Embla e nacque allora l'umanità.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [9b]

(b) La Völuspá non chiarisce quale fosse la «stirpe» [liðr] da cui i tre dèi sarebbero giunti, così come non si sa bene a quale «casa» faccia riferimento il testo. (d) È stato qui suggerito di emendare at húsi «a casa» in at húmi «al mare», interpretando la scena come se si svolgesse sulla riva del mare. La correzione è giustificata dal fatto che Snorri afferma che gli dèi andavano «lungo la riva del mare» [með sævarströndu] quando trovarono i due tronchi destinati a essere trasformati nella prima coppia umana.

18 (e-g) Mentre la Völuspá attribuisce la creazione degli uomini alla triade Óðinn ~ Hǿnir ~ Lóðurr, Snorri afferma che a compiere l'opera fossero stati in realtà «i figli di Bórr» (Gylfaginning [9b]). Tuttavia lo stesso Snorri aveva precedentemente affermato che i figli di Bórr fossero Óðinn ~ Vili ~ (Gylfaginning [6d]) e alla loro opera aveva attribuito l'uccisione di Ymir e la creazione del mondo. Sono stati naturalmente versati i proverbiali fiumi d'inchiostro per stabilire se la triade della Völuspá (Óðinn ~ Hǿnir ~ Lóðurr) possa venire identificata o meno con quella fornita da Snorri (Óðinn ~ Vili ~ ). [SAGGIO]

20 (c) Si è tradotto qui «da quelle acque» ma il testo originale dice «mare». Difficile capire se si intenda la fonte Urðarbrunnr o se bisogna invece immaginare uno specchio d'acqua assai più consistente alle radici del frassino Yggdrasill.

21 ― (c) L'episodio di Gullveig è particolarmente enigmatico, in quanto tutto ciò che sappiamo di questo personaggio consiste in queste due strofe della Völuspá. Non vi sono altri riferimenti a Gullveig in tutta la letteratura mitologica, e anche Snorri, nella sua opera, non ne fa alcun cenno. Si ritiene che il tentativo di uccidere Gullveig abbia causato un dissidio tra gli Æsir e i Vanir, da cui una guerra tra le due stirpi divine (a cui si accenna rapidamente nella strofa [24]); in realtà i due episodi potrebbero anche non avere nulla a che fare l'uno con l'altro. ― (e) Hár «alto» è epiteto di Óðinn.

25-26 Stando al racconto di Snorri (Gylfaginning [42]), dopo la guerra contro i Vanir, gli Æsir ingaggiarono un gigante affinché ricostruisse le mura dell'Ásgarðr. Ma questi chiese come pagamento il sole e la luna, e la dea Freyja, sposa di Óðr. Era stato Loki a consigliare agli dèi di accettare il patto, convinto che il gigante non fosse riuscito a finire il lavoro nel tempo stabilito. Ma quando le mura furono completate entro i termini, gli dèi ruppero il contratto e Þórr uccise il gigante. [MITO]

27 (b) Seguiamo qui l'interpretazione tradizionale secondo cui il «fragore celato» [hljóð of folgit] indichi il Gjallarhorn, il corno destinato a suonare nel giorno di ragnarök e che Heimdallr, se tale interpretazione è corretta, avrebbe nascosto alle radici del frassino Yggdrasill. ― (g) Valföðr «padre dei caduti»è un epiteto di Óðinn. Per «pegno di Valföðr» si intende qui l'occhio ceduto da Óðinn in cambio di un sorso alla sorgente di Mímisbrunnr, da cui sgorga l'acqua della sapienza. Mímir è appunto il guardiano di tale fonte.

28Questa breve descrizione della völva, che sedeva sola «di fuori» [úti], va forse messo in relazione con certe descrizioni presenti negli antichi testi, dove i veggenti erano presentati desti nella solitudine notturna intenti a scrutare i fati. Si tratta forse della scena che dà l'avvio all'intera rappresentazione del poema. Yggjungr «molto spaventoso» è epiteto di Óðinn, che guarda la völva «negli occhi» [í augu senza parlare, forse per provarne il potere. La völva sostiene lo sguardo del dio e gli rivela di conoscere il suo più geloso segreto: egli ha dato in pegno un occhio al saggio Mímir, custode della fonte della sapienza di Mímisbrunnr.

29 (a) Herföðr «padre degli eserciti» è epiteto di Óðinn. E la persona a cui avrebbe dato anelli e collane, oltre alla verga della profezia, è naturalmente la stessa völva. (b-d) Secondo questi versi, Herföðr (Óðinn) avrebbe dato alla völva: (1) anelli e collane, (2) sagge parole di ricchezza, (3) la verga della profezia [spágandr]. Ma emendando spágandr in spá ganda e adottando l'interpretazione del Neckel, la strofa diventerebbe così: «Herföðr le diede anelli e collane, ottenne [in cambio] sagge parole di ricchezza e profezie [ottenute tramite] la verga» (Neckel 1908 | Polia 1983). La correzione sembra chiarire lo scopo della visita di Óðinn alla völva, ma si tratta comunque di una forzatura che non aggiunge dettagli a quanto già implicito nel resto del poema, che tratta comunque di una profezia lanciata dalla stessa veggente.

30 (j) Herjan «capo degli eserciti» è, ancora una volta, epiteto di Óðinn.

32 (e) Il fratello di Baldr di cui qui si parla è Váli figlio di Óðinn, che nacque appositamente per vendicarne la morte.

33 (d) Il nemico di Baldr è invece il cieco Höðr, che venne ucciso da Váli. ― (e) Frigg, sposa di Óðinn, era la madre di Baldr.

34 Questi versi vengono dal codice H, dove sostituiscono i primi quattro semiversi di quella che nel codice R è la strofa [35]. (a) Il Váli di cui qui si parla, interpretando il testo secondo quanto afferma Snorri, non sarebbe il summenzionato Váli figlio di Óðinn, ma Váli figlio di Loki, il quale venne trasformato in lupo dagli dèi e sbranò il fratello Narfi. Con gli intestini di questi, gli dèi trassero i lacci con cui Loki venne legato. Sigyn, sposa di Loki, gli rimase accanto.

36 ― Il codice R considera la sequenza [36-37] un'unica strofa: gli studiosi sono però persuasi che si tratti della giustapposizione di due strofe, di cui la prima [36] mutila. Tutto il gruppo di strofe [36-39] sembra dare una vivida descrizione del mondo infero.

37 ― Nell'ambito della veloce visione degli inferi presentata dalla Veggente, compaiono qui queste due località, le Niðavellir, che, secondo quanto qui è detto, sembrano ospitare la corte dei nani (Sindri è infatti nome di un nano, come risulta dalle þulur), e Ókólnir, dove si troverebbe la sala da birra del gigante Brimir (apparentemente lo stesso citato nel verso [9g]). ― Snorri riporta una riscrittura in prosa di questa strofa, con alcune varianti piuttosto interessanti:

Margar eru þá vistir góðar ok margar illar. Bazt er þá at vera á Gimlé á himni, ok allgott er til góðs drykkjar þeim er þat þykkir gaman í þeim sal er Brimir heitir, hann stendr ok á himni [á Ókólni]. Sá er ok góðr salr er stendr á Niðafjöllum, görr af rauðu gulli, sá heitir Sindri. Í þessum sölum skulu byggja góðir menn ok siðlátir.

Allora vi saranno molti luoghi buoni e molti cattivi. Il migliore per abitarvi sarà Gimlé, nel cielo, ottimo per buone bevute, per coloro che là troveranno piacere, in quella sala che si chiama Brimir e sta in cielo [a Ókólnir]. Sarà un buon luogo quello che si trova nei Niðafjöll, fatto con oro rosso e che si chiama Sindri. In quella dimora vivranno gli uomini buoni e i giusti.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [52]

Mentre la Völuspá presenta le regioni di Niðavellir e Ókólnir nell'ambito di una visione dei luoghi infernali, Snorri ne dà un'immagine affatto diversa: sale celesti deputate ad accogliere gli uomini giusti nel futuro escatologico dopo il ragnarök. È possibile che nella versione del poema consultata da Snorri, questa strofa fosse collocata verso la fine della composizione e si riferisse appunto ai tempi futuri. D'altra parte, se le Niðavellir sono le «pianure oscure», un toponimo come Ókólnir «mai freddo» dà più l'idea di un luogo accogliente, e non di una dimora di giganti collocata in gelide regioni infernali. Snorri comunque sembra fraintendere il poema eddico, affermando che Brimir e Sindri siano i nomi delle due sale in questione, e non il gigante e il nano a cui esse rispettivamente appartengono. Inoltre Snorri confonde le Niðavellir con i Niðafjöll, che costituiscono la regione infernale da cui emerge il serpente Níðhöggr nella chiusa del poema (Völuspá [66]).

38 ― Le strofe [38-39] seguono la [43] nel codice H. ― (c) Nástrandir è la spiaggia dei morti, in Helheimr; il palazzo descritto appartiene alla regina Hel.

39 ― Secondo alcuni esegeti, questa strofa sarebbe pervenuta in forma corrotta, forse come giustapposizione di due strofe mutile, di cui la prima comprenderebbe i primi semiversi [a-f], la seconda i semiversi [g-j]. ― (g) Níðhöggr è il serpente che giace alla radici del frassino Yggdrasill. (Cfr. Grímnismál [34-35]).

40 ― Questa strofa e la successiva sono citate da Snorri (Gylfaginning [12 {13-14}]). (a) La vecchia che abita in Járnviðr (la foresta dagli alberi di ferro) è forse Angrboða, madre del lupo Fenrir. I lupi sono dunque la stirpe di Fenrir. (f) Tra di essi, il lupo Skoll è destinato, nel giorno di ragnarök, a ingoiare il sole. ― (g) Tungl significa letteralmente «luminare» (cfr. latino sidus), indicando indifferentemente il sole o la luna, e i vari traduttori hanno proposto via via l'una o l'altra delle interpretazioni. Mario Polia traduce «sole» segnalando in nota l'ambiguità del termine (Polia 1983); al contrario, Piergiuseppe Scardigli e Marcello Meli traducono «astro» segnalando in nota che si tratta del sole (Scardigli ~ Meli 1982). Gianna Chiesa Isnardi traduce invece «luna» (Isnardi 1975), così come Giorgio Dolfini (Dolfini 1975). La traduzione di tungl con «sole» potrebbe essere giustificata dal fatto che alcuni versi più sotto si parla del lupo destinato a divorare il sole, ma il significato di «luna» è quello maggiormente attestato nella letteratura islandese, dove il termine ha spesso sostituito il più poetico máni «luna» (Cleasby ~ Vigfússon 1874).

41 (e) L'oscurarsi del sole di cui qui si parla è un annuncio del fimbulvetr, il «terribile inverno», il tempo di oscurità e malvagità che precederà il ragnarök.

42 ― (d) Chi sia il «lieto» Eggþér, che in questi versi si presenta come custode o pastore, non ci è dato di sapere. Si può solo arguire che le mandrie dei giganti fossero i lupi.

44 (a-d) Questa strofa, quale cupo ritornello, si udrà altre tre volte, scandendo i tempi della catastrofe cosmica. Garmr è il cane legato dinanzi alle porte di Helheimr, anch'esso destinato a sciogliersi quando sarà il giorno di ragnarök.

45 ― Con rapidi accenni e serrate allitterazioni, la völva ci scaglia nel fimbulvetr, il «terribile inverno», il tempo di gelo e di oscurità, di malvagità e depravazione, che culminerà nella distruzione universale del ragnarök. Il mitema del crollo morale dell'umanità, nei tempi finali, è presente in molte culture diverse compresa quella cristiana. La più antica attestazione di questo motivo si trova nella mitologia indù, in cui il Kaliyuga, l'epoca finale dell'intero ciclo temporale, è caratterizzata dalla totale perdita di ogni senso morale e legge religiosa, perdita che, a partire dai nostri tempi, si farà sempre più accentuata man mano che il ciclo procederà verso la sua conclusione. È anche lo stesso motivo presente nelle Opere e i giorni di Esiodo, in cui la storia cosmica è vista come una progressione di età (dell'oro, dell'argento, del bronzo, del ferro) di cui l'ultima la nostra – è caratterizzata da un'umanità singolarmente priva delle virtù e del valore dei tempi precedenti.

46 ― (a) I figli di Mímir [Míms synir] sono i giganti. C'è un lugubre senso di gioia in questo loro agitarsi, ché sanno che la battaglia contro gli dèi è ormai vicina.

47 (d) Il gigante che si scioglie è Loki, che avevano lasciato legato nella sua caverna con le budella di suo figlio. (g) «Stirpe di Surtr» è una kenning per indicare le fiamme dell'incendio universale, essendo Surtr il guardiano del Múspellsheimr.

50 ― (a) Hrymr è il re dei giganti di ghiaccio, che guida le schiere di Jötunheimr. ― (c) Jörmungandr è il serpente che circonda il mondo. ― (g) L'aquila è forse Hræsvelgr, che crea i venti col battito delle sue ali. ― (h) Naglfar è la nave dei morti.

51 ― (b) Da est (ma forse sarebbe più logico da sud) arrivano i «figli di Múspell», i giganti di fuoco deputati alla distruzione del mondo. ― (d) Il lupo che li precede è Fenrir. ― (e-f) Loki, fratello di Býleistr, è il loro timoniere.

52 (a) Surtr è il re dei giganti di fuoco. (b) Il «veleno dei rami» [sviga lævi] è una trasparente kenning per indicare il fuoco.

53 ― (a) Hlín è Frigg, qui chiamata col nome di una delle sue ancelle (o forse si tratta di due personaggi in origine concidenti). (c-d) Sposo di Hlín/Frigg è Óðinn, che combatte contro il lupo Fenrir e muore nello scontro. (e) L'«uccisore di Beli» è Freyr: si getta a mani nude contro Surtr ma non ha miglior fortuna.

55 ― (b) Sigföðr «Padre di vittoria» è epiteto di Óðinn. ― (c) Suo figlio Víðarr uccide Fenrir con la spada vendicando il padre. ― (e) Hveðrungr è probabilmente un epiteto di Loki padre di Fenrir.

56 Spetta a Þórr, difensore di Miðgarðr, scendere a battaglia contro Jörmungandr, il serpente che circonda il mondo. Riesce a ucciderlo, ma subito muore intossicato dal veleno. (b | j) Hlóðyn e Fjörgyn sono due epiteti di Jörð, dea della terra, madre di Þórr.

57 ― (f) «Quel che alimenta la vita» è una kenning per indicare il fuoco. Dunque la frase è da intendere «sibila il vapore con il fuoco», nell'incendio che mette fine al mondo.

60 ― (e-f) Questi due semiversi mancano nel codice R ma sono presenti in H. ― (g) Fimbultýr «dio terribile» è un epiteto di Óðinn.

61 ― (a) Mentre il codice R scrive il primo semiverso: «Là di nuovo...» [Þar muno eptir], il codice H riporta con piccola variazione: «Allora gli Æsir...» [Þá muno æser].

62 ― (f) Hroptr è un epiteto di Óðinn.

63 ― (d) Chi sono i «figli dei due fratelli» [burir [...] bræðra tveggja]? Difficile dirlo. Secondo alcuni Höðr e Baldr, i quali tuttavia erano fratelli tra loro e non cugini. Secondo altri sarebbero invece Hǿnir e Lóðurr, ipotesi piuttosto fragile in quanto nulla si può dire sulla parentela di questi due personaggi. Bellows interpreta «i figli dei fratelli di Tveggi», essendo questo uno degli epiteti di Óðinn (Bellows 1923). Poiché i fratelli di Óðinn sono Vili e , ci si può chiedere chi siano i figli di costoro. ― (e) Il «mondo del vento» [vindheim] è forse da intendere come il cielo, o come l'atmosfera? Oppure è una kenning per indicare il mondo stesso, percorso dal vento?

65 ― Questa breve strofa, formata da soli quattro semiversi è assente nel codice R e attestata unicamente nel codice H, senza alcuna indicazione della presenza di una lacuna. Tardi manoscritti aggiungono altri quattro semiversi, registrati da Henry Bellows: «Lui stabilisce le regole | e fissa i diritti, | ordina le leggi | che sempre vivranno» (Bellows 1923). ― (a) Questo «potente» [enn ríki] che compare nella penultima strofa, fa naturalmente pensare all'immagine del Cristo che compare sulle nubi, nel giorno del Giudizio.

66 ― Tutta l'ultima strofa, che alcuni ritengono interpolata nel testo, è di difficile interpretazione. Perché è il serpente Níðhöggr a chiudere il poema? E perché porta i morti tra le sue ali? È una visione che appartiene al futuro escatologico o va collocata al presente in cui la völva narra la sua profezia?― (h) Si ritiene che a inabissarsi, nell'ultimissimo verso del poema, sia appunto la völva, anche se in molte traduzioni hon «ella» viene emendato con hann «egli» e l'inabissamento finale viene riferito a Níðhöggr. Ma che possa essere la veggente (e non il serpente) a inabissarsi, è forse giustificato dal Baldrs Draumar, dove si narra di come Óðinn fosse sceso nel regno dei morti e con un canto magico avesse tratto fuori una morta völva dal suo tumulo affinché interpretasse i funesti sogni che affliggevano Baldr. Non c'è naturalmente alcuna indicazione che la völva del Baldrs Draumar sia la stessa della Völuspá, ma non c'è nemmeno motivo di escluderlo.Torna al testo

Bibliografia

  • BELLOWS Henry Adams [trad.]: The Poetic Edda: Translated from the Icelandic with an Introduction and Notes. American-Scandinavian Foundation, New York 1923.
  • BUGGE Sophus: Sæmundar Edda hins fróða. In: Norrœn fornkvæði. Christiania [Oslo] 1867.
  • COX Sir George William: Mythology of Arian Nations. Londra, 1870.
  • CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Gudbrand: An Icelandic.English Dictionary. Oxford, 1874.
  • GERING Hugo [trad.]: Die Edda. Die Lieder der sogenannten älteren Edda. Bibliographisches Institut, Liepzig/Vienna 1892, 1927.
  • GRUNDTVIG Nikolai Frederik Severin: Lidet om Sangene i Edda. Copenhagen 1806.
  • HILDEBRAND Karl von: Die Lieder der Älteren Edda. Schöningh, Paderborn 1876
  • JÓNSSON Finnur: Sæmundar Edda. Reykjavík 1926.
  • LEESTHAL Olga Gogala di [cura]: Canti dell'Edda. UTET, Torino 1939.
  • MASTRELLI Alberto [cura]: L'Edda: carmi norreni. Classici della religione. Sansoni, Firenze 1951, 1982.
  • MÜLLENHOFF Karl: Deutsche Alterertumskunde. Berlino, 1908.
  • NECKEL Gustav: Edda, Die Lieder des Codex Regius nebst verwandten Denkmälern, Vol. I. Heidelberg 1962.
  • NIEDNEL Felix: Edda Heldendichtung / Götterdichtung. Diederichs, Jena 1962.
  • POLIA Mario: Völuspá: I detti di colei che vede. Il Cerchio, Rimini 1983.
  • PRAMPOLINI Giacomo: Letterature germaniche insulari. In: Storia universale della letteratura, vol. III. UTET, Torino 1949.
  • RASK Rasmus Christian [trad.]: Sæmundar Edda. Stoccolma 1818.
  • REICHBORN-KJENNERUD Ingjald: Lægerådene i den eldre Edda. In: Maal og minne. 1923.
  • SCARDIGLI Piergiuseppe [cura] ~ MELI Marcello [trad.]: Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano 1982.
  • SIJMONS Barend: Lieder der Edda. Halle 1906.
BIBLIOGRAFIA
Archivio: Biblioteca - Guglielmo da Baskerville
Sezione: Fonti - Nabū-kudurri-uṣur
Area: Germanica - Brynhilldr
Traduzione e note della Redazione Bifröst.
Creazione pagina: 07.01.2005
Ultima modifica: 15.01.2012
 
POSTA
© BIFRÖST
Tutti i diritti riservati