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Scandinavi

MITI GERMANICI
LE MURA DELL'ÁSGARÐR
UNA SCOMMESSA PERICOLOSA
Un artigiano, sotto le cui spoglie si nasconde un bergrisi, si offre di innalzare un bastione inespugnabile intorno ad Ásgarðr. In cambio pretende la dea Freyja, e per di più il sole e la luna. Loki consiglia di accettare. Ma gli Æsir sono disposti a pagare un simile prezzo?

1 - IL PATTO

ra l'inizio del tempo. Il Miðgarðr era stato appena stabilito e l'aula di Valhǫll innalzata. Gli Æsir si sentivano però poco sicuri. La recinzione di legno della loro vecchia cittadella era stata infranta dai Vanir, nel corso della guerra che aveva opposto l'una all'altra le due stirpi divine. Ma cosa sarebbe accaduto se i hrimþursar, o i bergrisar, avessero dato la scalata alla dimora degli dèi?

Un giorno, un artigiano giunse presso gli Æsir e si offrì di costruire, in soli tre misseri, una roccaforte di pietra intorno alla cittadella, così solida e ben fatta, disse, che avrebbe resistito all'azione dei più possenti giganti, se mai un giorno avessero violato i confini del Miðgarðr. In cambio del suo lavoro, però, pretese la dea Freyja, e anche di prendersi il sole e la luna.

Costruzione delle mura di Ásgarðr  ( 1984)
Illustrazione di Alan Lee (1947-)
Gli dèi si riunirono nel þing per discutere sulla proposta.

L'artigiano apparteneva alla stirpe degli jǫtnar. E gli Æsir, è evidente, non avevano alcuna voglia di spogliare il cielo del sole e della luna, né di mandare la splendida Freyja nello Jǫtunheimr.

Dopo aver a lungo discusso tra loro, gli Æsir riferirono all'artigiano che avrebbe avuto ciò che aveva chiesto soltanto se avesse ultimato la costruzione nel volgere di un solo misseri. Avrebbe lavorato tutto l'inverno: ma se il primo giorno d'estate una qualche parte della fortezza fosse stata incompiuta, avrebbe perduto ogni diritto sulla ricompensa. Inoltre, egli doveva eseguire il lavoro da solo, senza ricevere aiuto da alcuno. Gli Æsir ritenevano che, a tali condizioni, lo jǫtunn non sarebbe mai riuscito a completare l'opera nei tempi previsti e, con l'arrivo dell'estate, avrebbero liquidato il costruttore e si sarebbero trovati con una buona parte del lavoro già compiuta.

L'artigiano accettò, a patto che gli fosse permesso di farsi aiutare dal suo cavallo, Svaðilfǿri. Gli Æsir si domandarono se in questa richiesta non si celasse qualche tranello. Loki fece da intermediario tra le due parti e propose agli dèi di accettare la condizione. L'artigiano, che era uno jǫtunn e non si sentiva tranquillo in mezzo agli Æsir (soprattutto se fosse tornato Þórr, che in quei giorni era in oriente a combattere i troll), pretese, dietro molti giuramenti, che gli dèi gli garantissero l'incolumità per tutto il tempo che fosse rimasto presso di loro e si impegnassero a onorare l'accordo qualora i termini venissero rispettati.

Tra i Germani, l'anno era diviso in due misseri o «stagioni» semestrali: l'inverno e l'estate. L'artigiano si propone completare la fortezza in tre misseri, dunque in un anno e mezzo: inverno, estate e inverno. Gli Æsir gli concedono un solo misseri: il lavoro dovrà essere compiuto entro il semestre invernale.

2 - LA COSTRUZIONE PROCEDE

artigiano cominciò il suo lavoro il primo giorno d'inverno e in men che non si dica le mura di Ásgarðr cominciarono a crescere a vista d'occhio. Durante la notte, Svaðilfǿri trasportava una gran quantità di pietre fino ai cantieri. Agli Æsir parve straordinario quanto quelle pietre fossero grandi e pesanti quelle pietre, e parve loro che metà del lavoro fosse svolto dal possente destriero. E mentre l'inverno procedeva, gli dèi cominciarono a preoccuparsi. Avevano siglato i loro accordi con giuramenti solenni e inoppugnabili testimonianze, e non potevano tirarsi indietro nel caso lo jǫtunn avesse concluso la sua parte di lavoro nei tempi stabiliti.

Svaðilfǿri avverte il richiamo di Loki  ( 1909)
Dorothy Hardy. Illustrazione (Guerber 1909)

Così, mentre l'inverno volgeva lentamente al termine, l'edificazione della fortezza avanzava a ritmo serrato. Le mura erano talmente alte e solide che nessuno sarebbe mai riuscito a espugnarle. E quando mancavano ormai soltanto tre giorni all'inizio dell'estate, la costruzione della fortezza era arrivata quasi ai cancelli. Allora gli Æsir indissero una nuova assemblea e si chiesero l'un l'altro come avessero potuto accettare un patto così disastroso. Chi poteva aver consigliato di consegnare agli jǫtnar Freyja, compagna di Óðr, e di distruggere il cielo privandolo del sole e della luna? Era evidente che tale consiglio era uscito dalla bocca di Loki, che da sempre è la causa dei peggiori malanni. Gli dèi lo aggredirono e gli dissero che lo avrebbero condannato a una morte terribile, a meno che non avesse fatto in modo che l'artigiano perdesse il diritto al compenso. Spaventato dalle minacce, Loki giurò che avrebbe fatto in modo che l'artigiano non adempiesse ai suoi impegni.

Così ricorda infatti la vǫlva:

— Andarono allora gli dèi tutti
divinità santissime
chi avesse nell'aria
e alla progenie dei giganti

 

ai troni del giudizio
e su questo deliberarono:
immesso il male
dato la compagna di Óðr.

3 - SVAÐILFǾRI S'IMBIZZARRISCE

uella stessa notte, mentre Svaðilfǿri trainava un gran quantità di pietre verso la fortezza, sotto l'occhio vigile e soddisfatto dell'artigiano, una giumenta uscì dal bosco e nitrì più volte.

Quando lo stallone si avvide che si trattava di una cavalla, s'imbizzarrì. Invano l'artigiano cercò di trattenerlo. Svaðilfǿri ruppe le redini e inseguì la giumenta fin dentro la foresta.

I due cavalli s'inseguirono per tutta la notte e, nonostante i suoi sforzi disperati, l'artigiano ne perse le tracce. All'alba, se ne tornò mesto alla fortezza, la fissò, e si rese subito conto che non sarebbe più riuscito a completarla nei tempi stabiliti. Allora fu preso dallo jǫtunmóðr, la furia dei giganti, e si avventò contro gli dèi.

Quando ebbero la certezza che l'artigiano era un bergrisi, gli Æsir invocarono Þórr. Questi comparve immediatamente, roteando il Mjǫllnir. E fu a suon di martellate, e non certo con il sole e la luna, che pagò il compenso all'artigiano. Al primo colpo gli frantumò il cranio in mille pezzi e lo sprofondò sotto il Niflhel.

Come dice la vǫlva:

— Là solo Þórr si levò
non indugiò un istante
Ruppero i giuramenti,
ogni possente patto

 

gonfio di furore:
quando seppe tali fatti.
le parole e i sacri voti,
che tra loro avevano stretto.

 

Svaðilfǿri insegue la giumenta (✍ 1984)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)
Sleipnir ( 2008)
Illustrazione di Keith Thompson

4 - NASCITA DI SLEIPNIR

oco tempo dopo, abbandonate le sembianze della giumenta, Loki tornò in Ásgarðr. Si era comportato in modo tale, con Svaðilfǿri, che in seguito partorì e diede alla luce un puledro.

Il cavallino era grigio, e aveva otto zampe. Era velocissimo, e nessun altro destriero poteva stargli dietro. Gli fu messo nome Sleipnir, e divenne la cavalcatura abituale di  Óðinn. Lo si reputa il miglior cavallo esistente fra gli dèi e gli uomini, e da lui sono discesi molti portentosi destrieri.

Fonti
1-4 Ljóða Edda > Vǫluspá [25-26]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

I - LE «SOLIDE» BASI DI UNA FORTEZZA

Il racconto della costruzione delle mura di Ásgarðr è riferito da Snorri nel quarantaduesimo capitolo della Gylfaginning. Gangleri domanda: «Chi possiede quel cavallo, Sleipnir, e cosa c'è da dire su di esso?», e la risposta è appunto il racconto qui riportato. La base, invero non molto solida, di questa narrazione, si trova in due affrettate strofe della Vǫluspá, tra l'altro non necessariamente collegate tra loro:

Þá gengu regin ǫll
á rǫkstóla,
ginnheilǫg goð,
ok gættusk of þat,
hverr hefði lopt alt
lævi blandit
eða ætt jǫtuns
Óðs mey gefna.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi avesse l'aria
intriso di sventura
e alla stirpe dei giganti
dato la fanciulla di Óðr.
Þórr einn þar vá
þrunginn móði,
hann sjaldan sitr,
es slíkt of fregn;
á gengusk eiðar,
orð ok særi,
mál ǫll meginlig,
es á meðal fóru.
Là solo Þórr si levò
gonfio di furore:
non indugiò un istante
quando seppe tali fatti.
Ruppero i giuramenti,
le parole e i sacri voti,
ogni possente patto
che fra loro avevano stretto.
Ljóða Edda > Vǫluspá [25-26]

È Snorri ad associare queste due strofe al racconto della costruzione delle mura di Ásgarðr. Senza la sua autorità, sarebbe stato arduo stabilire una relazione tra l'enigmatica scena di Vǫluspá [25-26] e il mito narrato in Gylfaginning [42]. Anche così, tuttavia, qualche dubbio rimane. Nelle due strofe della Vǫluspá, ad esempio, non si parla mai della costruzione della mura dell'Ásgarðr. Essi si limitano ad accennare a una vicenda indefinita, senza spiegarla in alcun modo, senza una base che la sostenga e le dia significato. È Snorri a fornire tale base: ma fino a che punto possiamo fidarci della sua interpretazione?

Ad esempio, riguardo al contesto temporale della vicenda, Snorri afferma sia avvenuta agli inizi del tempo:

Þat var snimma í ǫndverða bygð goðanna, þá er goðin hǫfðu sett Miðgarð ok gert Valhǫll... Si era agli inizi, nei primi tempi in cui gli dèi si erano insediati nella loro dimora, quando avevano appena stabilito Miðgarðr e costruito Valhǫll...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

La Vǫluspá, invece, colloca le strofe [25-26] subito dopo quelle relative alla guerra tra Æsir e Vanir [23-24], senza però fornire alcun legame tra le due scene. Ma è bastata questa semplice giustapposizione per suggerire alcune ingegnose interpretazioni. Ad esempio, poiché, in Vǫluspá [24] si dice che i Vanir infransero la palizzata di legno che circondava la città degli Æsir, si ritiene che la costruzione della mura dell'Ásgarðr (presumendo che Vǫluspá [25-26] implichi l'intero mito di Gylfaginning [42]) fosse in realtà una ri-costruzione della fortificazione, questa volta non più in legno, ma in pietra. Si tratta di un'interpretazione molto diffusa in letteratura (Isnardi 1991), a cui ci siamo attenuti anche noi nella nostra sintesi.

Ma per comprendere in quale modo Snorri abbia lavorato sul suo materiale, riprendiamo qui la seconda parte della strofa Vǫluspá [25], dove gli dèi, riuniti nel þing, si chiedono...

...hverr hefði lopt alt
lævi blandit
eða ætt jǫtuns
Óðs mey gefna.
...chi avesse l'aria
intriso di sventura
e alla stirpe dei giganti
dato la fanciulla di Óðr.
Ljóða Edda > Vǫluspá [25e-25h]

Questi versi vengono rielaborati così da Snorri in forma prosastica:

...Ok spurði hverr annan hverr því hefði ráðit at gipta Freyju í Jǫtunheima eða spilla loptinu ok himninum svá at taka þaðan sól ok tungl ok gefa jǫtnum. [Gli dèi] si chiesero l'un l'altro chi avesse consigliato di consegnare Freyja allo Jǫtunheimr o di annientare aria e cielo privandoli del sole e della luna per consegnarli ai giganti.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]
I giganti portano via Freyja ( 1910)
Arthur Rackham (1867-1939). Illustrazione.

Nella rielaborazione di Richard Wagner dei miti nordici, costruttori della mura di Ásgarðr sono i giganti Fasolt e Fafner. Essi portano via Freyja, che nel ciclo operistico wagneriano assume su di sé le caratteristiche e gli attributi di Iðunn.

È molto interessante mettere in parallelo i versi dell'Ljóða Edda con la lettura che ne dà Snorri. Ma entriamo nel dettaglio.

La «compagna di Óðr» [Óðs mær], che nella Vǫluspá rischia di essere consegnata ai giganti, è la dea Freyja. Anche nella versione di Snorri, l'artigiano [smiðr] giunto a innalzare le mura della fortezza, la pretende in cambio del proprio lavoro.

Assai più delicato, nella Vǫluspá, è il punto dove gli dèi si chiedono chi abbia «intriso di sventura l'aria» [lopt alt lævi blandit]. Non sappiamo cosa voglia dire esattamente questa frase, né viene detto chi abbia compiuto tale infausta opera. Snorri modifica opportunamente l'espressione in un «annientare l'aria e il cielo» [spilla loptinu ok himninum], che non vuol dire esattamente la stessa cosa. Se la Vǫluspá aveva parlato unicamente di «aria» [lopt], Snorri amplia in «aria e cielo» [lopt ok himinn], cercando di interpretare l'oscura espressione del poema come il tentativo dell'artigiano di appropriarsi del sole e della luna.

Insomma, è possibile che nella versione prosastica di Snorri vi sia un certo grado di rilettura del racconto originale, anche se non sappiamo dire fino a che punto sia stata fedele al materiale che aveva sottomano o, viceversa, l'abbia modificato o travisato. Non sappiamo se Snorri conoscesse altre fonti del mito e, nel caso, quali versione fornissero della vicenda. Forse, in origine, Freyja era l'unica richiesta avanzata dal gigante, e non si parlava né del sole né della luna, che in effetti paiono essere degli elementi ridondanti. Può darsi sia stato Snorri a inserirli, giustificando l'oscuro verso di Vǫluspá [25]. Non lo sappiamo.

II - ANCHE GLI DÈI VIOLANO I PATTI

Presa di per sé stessa, la versione di Snorri non offre difficoltà, a parte qualche piccola ambiguità sulla natura dei patti che l'artigiano ha stretto con gli Æsir, i quali non riguardano solo i tempi di lavoro e il compenso pattuito, ma anche, evidentemente, una sorta di garanzia d'immunità pretesa dal costruttore. Dice infatti Snorri:

En at kaupi þeira váru sterk vitni ok mǫrg sǿri, fyrir því at jǫtnum þótti ekki trygt at vera með ásum griðalaust ef Þórr kvæmi heim, en þá var hann farinn í austrveg at berja troll. Sul loro accordo però c'erano testimonianze inoppugnabili e numerosi giuramenti, dal momento che i giganti non si sentivano al sicuro quando si trovavano fra gli Æsir privi di un accordo, soprattutto nel caso in cui Þórr fosse tornato a casa, ma in quei giorni era andato a est a combattere i troll.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

Sembra qui evidente che l'artigiano [smiðr] si sia da subito rivelato agli dèi come un gigante, o che la sua natura non potesse comunque essere ignorata, tanto da richiedere agli Æsir un solenne impegno a non ucciderlo. Analogamente, quando gli dèi si chiedono «chi avesse consigliato di consegnare Freyja allo Jǫtunheimr» (Gylfaginning [42]), sembra sappiano benissimo che la dea è destinata ad essere ceduta a uno jǫtunn. Non bisogna però dimenticare che questa frase è espressa in tali termini perché è un calco degli ultimi due semiversi di Vǫluspá [25].

Ma torniamo ancora una volta, appunto, alla seconda parte della strofa Vǫluspá [25], dove gli dèi, riuniti nel þing, si domandano...

...hverr hefði lopt alt
lævi blandit
eða ætt jǫtuns
Óðs mey gefna.
...chi avesse l'aria
intriso di sventura
e alla stirpe dei giganti
dato la fanciulla di Óðr.
Ljóða Edda > Vǫluspá [25e-25h]

Se il poema eddico non fornisce alcuna risposta a quel retorico hverr «chi?», ci pensa Snorri a sciogliere l'enigma:

En þat kom ásamt með ǫllum at þessu mundi ráðit hafa sá er flestu illu ræðr, Loki Laufeyjarson... Furono allora d'accordo che dovesse averlo suggerito colui che sempre malconsiglia, ovvero Loki figlio di Laufey
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

Il lavoro procede come stabilito, la fortezza è quasi pronta e l'artigiano già pregusta il momento in cui stringerà tra le sue braccia la dea Freyja e riceverà il sole e la luna, che forse gli serviranno per illuminare e riscaldare lo Jǫtunheimr. Ma il trucco di Loki, trasformato in giumenta, lo priva all'ultimo momento dell'indispensabile ausilio di Svaðilfǿri, impedendogli di portare a termine la costruzione. A questo punto l'artigiano viene colto dalla furia dei giganti...

Ok þá er smiðrinn sér at eigi mun lokit verða verkinu, þá fǿrisk smiðrinn í jǫtunmóð. En er æsirnir sá þat til víss at þar var bergrisi kominn, þá varð eigi þyrmt eiðunum, ok kǫlluðu þeir á Þór Quando l'artigiano vide che il lavoro non poteva essere completato fu preso dallo jǫtunmóðr. Quando gli Æsir videro chiaramente che era un gigante di montagna, allora non onorarono la loro promessa e chiamarono Þórr...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

Se prima Snorri aveva dato per scontato che gli Æsir fossero perfettamente al corrente del fatto che l'artigiano fosse uno jǫtunn, visti i solenni impegni che costui aveva preteso per sentirsi tutelato sul posto di lavoro, ora cambia le carte in tavola, e gli Æsir sembrano accorgersi d'un tratto che, sotto le mentite spoglie del costruttore delle mura di Ásgarðr, si celava un gigante delle montagne. Il colpo di scena serve a Snorri per giustificare la brutale apparizione di Þórr, che è presente in Vǫluspá [26] e non può essere ignorata.

Molti interpreti moderni hanno dedotto che gli Æsir uccisero il gigante perché colpevole di averli ingannati dissimulando la sua identità. Ma non è così semplice. La verità è che gli dèi, attraverso le macchinazioni di Loki, provvedono a far sì che l'artigiano non completi il lavoro, perdendo ogni diritto al compenso. L'artigiano, che fino ad ora aveva agito rispettando un contratto regolarmente pattuito tra le due parti, si sente imbrogliato e defraudato. La sua comprensibile ira minaccia di abbattersi contro gli dèi, rei di aver agito slealmente nei suoi confronti. I giuramenti che gli Æsir infrangono, non riguardano solo i termini del contratto, ma anche la violazione dell'immunità che avevano garantito al gigante. Chiamano Þórr, il quale, si sa, ha l'abitudine di comparire in scena non appena qualcuno invoca il suo nome.

Ok kǫlluðu þeir á Þór, ok jafnskjótt kom hann, ok því næst fór á lopt hamarrinn Mjǫlnir, galt þá smíðarkaupit ok eigi sól ok tungl, heldr synjaði hann honum at byggva í Jǫtunheimum ok laust þat hit fyrsta hǫgg er haussinn brotnaði í smán mola ok sendi hann niðr undir Niflhel. Chiamarono Þórr, il quale giunse immediatamente vibrando in aria il martello Mjǫllnir, pagando in questo modo il compenso dell'artigiano: non col sole o la luna, e non gli concesse nemmeno di abitare nello Jǫtunheimr. Col primo colpo gli frantumò la testa in mille schegge e lo sprofondò giù sotto il Niflhel.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [42]

Ma Loki, si sa, è la cattiva coscienza degli dèi. Vituperato quando sbaglia, tollerato quando fa comodo. E gli Æsir sanno bene come trovarsi sempre dalla parte vincente.

Schedario [Þórr | Svaðilfǿri]

III - GIGANTI COSTRUTTORI

Il motivo di un gigante o troll al quale viene affidata qualche gigantesca costruzione, è ben presente nel folklore scandinavo. Di queste storie ce ne dà notizia Andreas Faye nella sua storica raccolta di leggende norvegesi, Norske folke-sagn. Il racconto intitolato Trold som Bygmestre («Il troll mastro costruttore»), ad esempio, mette in scena la costruzione della cattedrale di Níðaros (attuale Trondheim), definita «una delle più straordinarie chiese della Cristianità» [en af Christenhedens merkeligste Kirker]. Dopo aver ultimato la costruzione dell'imponente edificio, Sant'Olaf (cioè re Óláfr II Haraldsson, R 1015-1028) si accorse che mettervi sopra una guglia andava oltre le sue possibilità. In questa situazione imbarazzante, il santo monarca promise il sole a chiunque si fosse assunto l'impegno di completare la costruzione. Un troll che viveva in un dirupo, nelle vicinanze della città, si presentò allora a Sant'Olaf e gli disse che avrebbe ultimato lui quel lavoro titanico, ricordandogli che si era impegnato, in cambio, a consegnargli il sole. Come ulteriore condizione, impose a Sant'Olaf di non pronunciare il suo nome, nel caso ne fosse venuto a conoscenza. Sant'Olaf si rese conto di essersi messo in un bell'impiccio con quella sconsiderata promessa e, deciso ad infrangere il patto, si diede da fare per scoprire il nome del troll. A mezzanotte navigò lungo il fiordo e, giunto nei pressi del dirupo dove abitava il gigantesco essere, udì il pianto di un bimbo provenire dall'interno della roccia e subito sentì la voce della madre acquietarlo, dicendo: «Riceverai presto l'oro del cielo, quando Tvester tornerà a casa». Sollevato, Olaf si precipitò in città e giunse proprio all'ultimo momento: la guglia già si stagliava alta sopra la cattedrale e il troll stava per fissare l'ultimo pomello d'oro sul segnavento. Allora Sant'Olaf gridò: «Tvester! Hai fissato la banderuola troppo ad occidente!» Nell'istante in cui il troll udì il suo nome, cadde giù morto. (Faye 1833)

Nelle annotazioni, Faye riporta che, secondo un'altra leggenda, narrata da Gerhard Schøning nella sua descrizione della cattedrale, il troll si sarebbe chiamato Skale (cioè Skallete «calvo») e avrebbe richiesto come ricompensa sia il sole che la luna. Secondo un terzo racconto, il troll si chiamava invece Blester («raffica»). (Faye 1833)

Il motivo di grandi costruzioni erette da giganti, sembra piuttosto diffuso in tutto il mondo germanico. Ne fa testimonianza, proprio al confine tra Italia e Austria, una leggenda proveniente dalla cittadina altoatesina di Innichen (San Candido, provincia di Bolzano). La costruzione, in questo caso, è la locale chiesa della Collegiata (XI sec.). Per sostenerne la volta, gli scalpellini di Sexten (Sesto), famosi in tutta l'alta Pusteria per la loro abilità e mastria, avevano scolpito otto enormi pilastri, ma questi erano così grandi e pesanti che non si sapeva come trasportarli ad Innichen. I frati Benedettini si rivolsero allora al gigante Haunold, che abitava nelle imponenti montagne nei dintorni della città, e lo convinsero a compiere lui l'ingrato lavoro. Il gigante accettò, ma pretese, come ricompensa del lavoro, un pasto quotidiano consistente in un vitello arrosto, tre staia di fagioli e una botte di vino. Così venne fatto ma, terminata la costruzione della chiesa, il gigante continuò a pretendere il suo pranzo giornaliero e la richiesta ben presto cominciò a pesare sul magro bilancio della cittadina. Si riunì il consiglio, e dopo lunghe consultazioni, venne deciso che bisognava sbarazzarsi di Haunold. I paesani scavarono una fossa e, attirato il gigante con l'inganno, ve lo fecero precipitare, per poi ucciderlo con lance e frecce.

Secondo un'altra versione, assai simile alla leggenda norvegese, Haunold sarebbe precipitato cadendo dal campanile l'ultimo giorno di lavoro, mentre sistemava sulla cima del tetto la grande croce. Per conservare il ricordo del gigante, gli abitanti della città chiamarono Haunold la montagna che domina Innichen (la rocca dei Baranci) ed appesero una delle sue enormi costole nel vestibolo della Collegiata, dove la si può ammirare ancora oggi.

Bibliografia
  • BRANSTON Brian, Gods of the North. Thames & Hudson, Londra 1955. → ID., Gli dèi del nord. Mondadori, Milano 1991.
  • CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Guðbrandur, An Icelandic-English Dictionary. Oxford, 1874.
  • DOLFINI Giorgio [cura]: SNORRI Sturluson, Edda. Adelphi, Milano 1975.
  • DUMÉZIL Georges, Les dieux des Germains, Presses Universitaires de France, Paris 1959 → ID., Gli dèi dei Germani, Presses Adelphi, Milano 1974.
  • FAYE Andreas, Norske folke-sagn. In: «Norsk folkeminnelags skrifter» 63. Norsk folkeminnelags forlag, Oslo 1833 [1948].
  • ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: SNORRI Sturluson, Edda di Snorri, Rusconi, Milano 1975.
  • ISNARDI Gianna Chiesa, I miti nordici, Longanesi, Milano 1991.
  • RYDBERG Viktor, Undersökningar i germanisk mythologi, Stoccolma 1886 → ID., Teutonic Mythology: Gods and Goddesses of the Northland, New York 1889.

Iconografia

  • BRANSTON Brian, Gods & Heroes from Viking Mythology, Eurobook, London 1978. → ID., Dèi e eroi della mitologia vichinga. Mondadori, Milano 1981.
  • GUERBER Hélène Adeline, Myths of Norsemen. From the Eddas and Sagas. George G. Harrap and Co., London 1908.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 10.03.2010
Ultima modifica: 04.02.2017
 
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