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1 -
IL TEMPO DEI TITÂNES
confitto
Ouranós, Krónos impose la propria regalità
sull'universo. Il secondo ordine cosmico fu dunque caratterizzato dal dominio
dei Titânes: creature possenti e immortali,
avevano colossale statura. La più alta quercia avrebbe appena toccato coi suoi
rami il loro fianco, ed essi avrebbero potuto schiantarne il tronco con
facilità.
Essi erano sei maschi: Ōkeanós dai gorghi
profondi, Koîos, Kreîos,
Hyperíōn, Iapetós e
Krónos dai torti pensieri, e sei femmine: Theía,
Rhéa,
Thémis, Mnēmosýnē,
Phoíbē dall'aurea ghirlanda, e l'amabile
Thētýs.
Di essi e dei loro discendenti è opportuno narrare, in quella che fu, secondo
molti, la vera e propria Età dell'Oro di un mondo ancora giovane.
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2 -
LA STIRPE DI ŌKEANÓS E THĒTÝS
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| Ōkeanós e Thētýs |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
l più antico tra i
Titânes era Ōkeanós
dai gorghi profondi, il turbine che circonda il mondo con i suoi
flutti. Unitosi alla sorella
Thētýs, egli generò la stirpe dei fiumi,
Potamoí: Neîlos e
Alpheiós ed Ēridanós che mulina con i suoi vortici,
Strymṓn e Maíandros
e Ístros dalle acque belle, Phâsis e
Rhêsos e Achelôıós
dalla linfa d'argento, Néssos e
Rhódios e Aliákmōn ed
Heptáporos e Grḗnikos,
Aísēpos divino e Simoûnta,
Pēneiós ed Hérmos dalla bella corrente,
Káikos e
il grande Saŋgários, Ládōn e
Parthénios, Eúēnos e
Aldêskos e il divino
Skámandros che scorre accanto alle porte di Troía. Ma sono, si dice, tremila i fiumi che, traendo le loro acque da Ōkeanós,
solcano la terra.
Ōkeanós e
Thētýs concepirono anche la
progenie delle Ōkeanínes, le ninfe che vivono
nei cupi abissi. Peithṓ e
Admḗtē, Iánthē ed
Ēléktrē,
Dōrís e Prymnṓ e la divina
Ouraníē, Hippṓ e
Klyménē, Rhódeia e
Kalliróē,
Zeuxṓ e Klytíē,
Iduîa e Pasithóē,
Plēxaúrē e Galaxaúrē e l'amabile
Diṓnē,
Mēlóbosís e
Thóē e la bella Polydṓrē,
Kerkēís dalla bella
figura e Ploutṓ boopide,
Persēís e Iáneira e
Akástē e Xanthḗ, l'amabile
Petraíē,
Menesthṓ ed Eurṓpē,
Mḗtis ed
Eurynómē e Telestṓ dal peplo di croco,
Chrysēís
e Asíē e l'amabile
Kalypsṓ, meta del desiderio dei cuori,
Eudṓrē e Týchē e
Amphirṓ e Ōkyrróē e ancora
Stýx,
la più illustre di tutte. Costoro furono le
Ōkeanínes dalle belle caviglie che, sparse in ogni dove, tengono in
custodia la terra e gli abissi del mare. Anch'esse, come i fiumi, sono in numero
di tremila, ed è arduo per un mortale enunciare il nome di tutte.
Dōrís, aveva
preso per marito Nēreús, figlio di
Póntos e
Gê, ed a lui aveva generato tutte le ninfe del mare.
Ēléktrē aveva invece sposato
Thaûmas,
anch'esso figlio di Póntos e
Gê, e
lo aveva reso padre di
Îris,
la dea dell'arcobaleno, e delle
Hárpyiai.
| Questi sono i fiumi: Neîlos «Nilo»;
Alpheiós «Alfeo», in Arcadia ed Elide;
Ēridanós «Eridano, Po»;
Strymṓn «Strouma», in Tracia;
Maíandros «Meandro», in Caria;
Ístros «Istro, Danubio»; Phâsis
«Fasi, Rioni», nella Colchide; Rhêsos «Reso», in
Bitinia; Achelôıós «Acheloo»; Rhódios
«Rodio», nella Troade; Aliákmōn «Aliacmone», in
Macedonia; Heptáporos «Eptaporo», nella Troade;
Grḗnikos «Granico», in Misia;
Aísēpos «Esepo», in Misia;
Simoûnta «Simoenta», affluente dello Scamandro;
Pēneiós «Peneo, Salambria», in Tessaglia;
Hérmos «Ermo», fiume dell'Asia Minore;
Saŋgários «Sangario», in Bitinia;
Ládōn «Ladone», tributario dell'Alfeo;
Parthénios «Partenio», in Paflagonia (ma anche in
Siria); Eúēnos «Evenio», in Grecia; Skámandros
«Scamandro», nella Troade. |
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| Theía e
Hyperíōn |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
3 -
I FIGLI DI HYPERÍŌN E THEÍA
i unì
Hyperíōn si unì alla sorella
Theía e generò
Hélios, il gran sole, e
Selḗnē,
la luna lucente, e la bella Ēṓs, l'aurora
dalle dita rosate, che brilla per coloro che stanno sulla terra.
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| Kreîos ed Eúrybia |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
4 -
I FIGLI DI KREÎOS
i unì Kreîos
a
Eúrybia,
figlia di Póntos e
Gê, e commisto in amore con lei generò
Astraîos,
Pállas e Pérsēs, che
sovrasta su tutti per mente e per senno.
Astraîos fu lo sposo di Ēṓs,
dea dell'aurora, che gli partorì la stirpe dei venti dal
forte cuore, lo splendente Zéphiros,
il vento d'occidente, e Boréas
che soffia da settentrione con rapida corsa, e
Nótos, che dal meridione porta
la nebbia e la pioggia. Da quelle nozze nacquero anche
Heōsphóros, la dea del
mattino, e gli Ástra, le splendenti stelle che incoronano il cielo.
E
Pállas si unì invece in matrimonio con l'oceanina
Stýx e generò, nel
palazzo di lui, Zêlos, la
rivalità, e Níkē, la
vittoria dalle belle caviglie, e
Krátos, il potere, e Bíē,
la forza. Costoro saranno sempre le guardie del corpo di
Zeús. |
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| Koîos, Phoíbē e Lētṓ |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
5 -
LE FIGLIE DI KOÎOS E PHOÍBĒ
'amabile
Phoíbē ascese il talamo di
Koîos e generò la dolce Lētṓ
dal peplo azzurro, soave al pari del miele per gli uomini e i numi immortali.
E generò
Asteríē, che
Pérsēs figlio di
Kreîos condusse nella sua grande casa, per farla sua sposa.
Pérsēs ed
Asteríē ebbero un'unica figlia cui venne dato il nome di
Hekátē, che continuò ad avere un
ruolo di particolare importanza tra i numi anche dopo la fine del cosmo di
Krónos; unica tra tutti gli
immortali, ella aveva ricevuto doni e privilegi sulla terra, sul mare infecondo
e nel cielo stellato.
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| I figli di Iapetós |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
6 -
I FIGLI DI IAPETÓS
posò
Iapetós una della
Ōkeanínes, la fanciulla Klyménē
(ma altri dicono fosse invece
Asíē). Ella partorì Átlas
dal valido senno, il quale poi resse il cielo sulle spalle;
Menoítios coperto di gloria, che
Zeús avrebbe colpito con un fulmine e gettato
nel Tártaros durante la battaglia contro i
Titânes; e
infine
l'accorto e scaltro Promētheús
e il malaccorto Epimētheús, che fu suo
malgrado causa di grandi sciagure.
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| Krónos divora i suoi figli |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
7 - KRÓNOS
DIVORA I SUOI FIGLI
l nuovo signore dell'universo,
Krónos dai torti pensieri, si unì in
matrimonio con Rhéa, che diede alla luce bellissimi
figli: Hestía, Dēmḗtēr,
Hḗra, la dea dall'aureo calzare,
Háidēs dal cuore spietato e
Poseidôn, l'Ennosígaios, «che scuote la terra» e profondo
rimbomba.
Ma tutti i suoi figli, Krónos li divorava, come
ciascuno dall'utero della madre arrivava ai suoi ginocchi. E ciò aveva
escogitato, il gran Krónos, affinché nessuno dei
suoi discendenti potesse usurpargli l'onore del regno. Egli aveva infatti
saputo, da sua madre Gê e da
Ouranós fulgente di stelle, che il suo destino era quello di soccombere
al proprio figlio. Il nuovo tiranno del kósmos dunque vegliava e divorava
incessantemente i propri figli, man mano che essi venivano alla luce, mentre Rhéa
si struggeva di amarissima doglia.
Ma il destino delle Moîrai, potere arcano cui
neppure gli dèi possono sottrarsi, aveva già decretato che quanto
Krónos aveva fatto al padre un giorno egli
stesso lo avrebbe subito a causa di un figlio. |
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8 - NASCITA DI ZEÚS
uando Rhéa
stette per dare alla luce un nuovo figlio, ella rivolse una
preghiera ai suoi diletti genitori,
Ouranós e Gê, affinché
trovassero il modo per nascondere il parto a
Krónos possente. Costoro
ascoltarono la figlia ed esaudirono i suoi voti, a lei
rivelando quanto dal Fato era segnato avvenisse riguardo al
sovrano e al figlio dal forte cuore.
Rhéa si recò a Lýktos, nel
suolo pingue di Krḗtē, affinché potesse dare
alla luce il suo ultimo pargolo, e là partorì il piccolo
Zeús. E allora, prendendolo tra
le sue braccia,
Gê prodigiosa corse veloce
nella nera notte e, raggiunto il monte Aigaíōs, coperto di folte foreste,
nascose il bimbo in un antro scosceso, sotto i recessi della terra divina.
Allora Rhéa si
recò dal marito e, in luogo del figlio appena nato, gli
consegnò una grossa pietra, avvolta nelle fasce.
Krónos la trangugiò senza
avvedersi dell'inganno. Senza sapere che, in luogo del
sasso, suo figlio era ancora indenne e invitto, e presto lo
avrebbe cacciato dal trono e avrebbe preso il suo posto,
regnando tra gli immortali.
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| Gê porta il piccolo Zeús a Krēt́ē |
Illustrazione di Giovanni Caselli
(Caselli 1996) |
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| Fonti
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I - I TITÂNES, QUELLA SPORCA
DOZZINA
I Titânes rappresentano gli
dèi primordiali, i signori della stirpe pre-olimpica. Hēsíodos così li
enumera, in quello che sembra l'ordine effettivo di nascita:
...Autàr, épeita
Ouranôı eunētheîsa ték' Ōkeanòn
bathydínēn
Koîón te Kreîón th' Hyperíoná t' Iapetón te
Theían te Rheían te Thémin te Mnēmosýnēn te
Phoíbēn te chrysostéphanon Tēthýn t' erateinḗn,
toùs dè méth' hoplótatos géneto Krónos
aŋkylomḗtēs,
deinótatos paídōn... |
...Dopo, con Ouranós giacendo,
[Gê]
generò Ōkeanós dai gorghi
profondi,
e Koîos e Kreîos, e
Hyperíōn e Iapetós,
Theía,
Rhéa,
Thémis e Mnēmosýnē,
e Phoíbē dall'aurea
corona, e l'amabile Tēthýs,
e
dopo questi, per ultimo, nacque
Krónos dai torti
pensieri,
il
più tremendo dei figli... |
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Hēsíodos: Theogonía [132-138] |
Dodici erano i
Titânes, sei maschi [titânes] e sei femmine [titanídes].
-
♂ Ōkeanós
-
♂ Koîos
-
♂ Kreîos
-
♂ Hyperíōn
-
♂ Iapetós
-
♀ Theía
-
♀ Rhéa
-
♀ Thémis
-
♀ Mnēmosýnē
-
♀ Phoíbē
-
♀ Tēthýs
-
♂ Krónos
La successione dei nomi ha una sua logica.
Escludiamo per un attimo
Krónos. La lista elenca
prima i maschi e poi le femmine; si apre infatti con
Ōkeanós
e si chiude con Tēthýs,
la coppia primordiale a cui Homḗros
attribuiva le origini di tutte le cose. In tal modo, la
prima generazione dei figli del cielo e della terra, nel
quale si riassumono le potenze primordiali del kósmos,
si trova inclusa nella coppia Ōkeanós↔Tēthýs.
Il solo
Krónos appare essere fuori
posto, in coda alla lista. L'asimmetria è stridente.
Ci si può chiedere se l'innaturale posizione di
Krónos sia una trovata
poetica di
Hēsíodos, che ha voluto
così evidenziare la statura del futuro dominatore
dell'universo e diretto contendente di
Zeús.
Apollódōros porta il numero dei
Titânes a tredici, aggiungendo alla lista
Diṓnē (Bibliothḗkē
[I: 1]), che
Hēsíodos assegnava alla generazione successiva.
Nella teogonia
orfica i
Titânes sono detti essere in numero di quattordici, con
l'aggiunta di Diṓnē
e Phórkys. Così li enumera
Próklos, citando il passo di
una perduta teogonia rapsodica, nel suo commento al
Tímaios di Plátōn.
|
Tíktei gàr hē Gê lathoûsa tòn Ouranón,
hṓs phēsin ho theológos: |
Infatti, Gê genera di nascosto
Ouranós, come afferma il teologo: |
heptà mèn euideîs koúras helikṓpidas,
hagnás,
heptà dè paîdas ánaktas egeínato
lachnḗentas;
thygatéras mèn [tíkte?] Thémin kaì eǘphrona
Tēthỳn
Mnēmosýnēn te pathyplókamon Thían te
mákairan,
ēdè Diṓnēn tíkten ariprepès eîdos échousan
Phoíbēn te Rheíēn te, Diòs genéteiran
ánaktos; |
Sette belle fanciulle dai morbidi occhi, pure,
sette figli possenti generò, villosi;
come figlie
Thémis
partorì e la seggia
Tēthýs,
Mnēmosýnē
ampio peplo e
Theía
felice,
e Diṓnē dal bell'aspetto generò,
e
Phoíbē
e
Rhéa, madre del potente
Zeús, |
|
paîdas dè állous tosoútous: |
e altri figli tanto importanti: |
Koîón te Krîón te mégan Phórkyn te
krataiòn
kaì Krónon Ōkeanón th' Hyperíona t' Iapetón
te. |
Koîos
e il grande
Kreîos
e il forte Phórkys
e
Krónos
e
Ōkeanós
e
Hyperíōn
e
Iapetós. |
|
Próklos ho Diadóchos: Commento al Tímaios di Plátōn [40]
=
Orphicorum
Phragmenta [K114/1] |
Riguardo al numero dei
Titânes, abbiamo dunque due tradizioni: la esiodea
che li enumera in dodici e la orfica in quattordici.
Ha senso stabilire se una delle due sia originaria rispetto
all'altra? Secondo Robert Graves, i
Titânes sarebbero stati inizialmente delle divinità calendariali, di
provenienza medio-orientale, legate ai pianeti e ai giorni
della settimana. Con l'introduzione del culto degli
Olýmpikoi,
da parte degli Elleni, essi sarebbero stati messi da parte
e, una volta abolita la settimana di sette giorni, il loro
numero sarebbe stato portato a dodici, probabilmente per
farlo corrispondere ai segni dello zodiaco
(Graves 1983). In realtà,
sembra che le cose stessero nel modo diametralmente opposto: i
dodici
Titânes di
Hēsíodos, peraltro
corrispondenti ai dodici
Olýmpikoi, vennero allargati a quattordici solo
in epoca più tarda.
Bisogna registrare la peculiare lista titanica di Stéphanos Byzántios (Iapetós,
Krónos, Adanos,
Ostasos, Andes,
Ólymbros), la quale attinge a una tradizione
indipendente dalla Theogonía esiodea, di
probabile origine orientale (Grimal 1979). Curiosa
la lista tardo-romana di Hyginus (Briareus,
Gyges, Steropes,
Atlas,
Hyperion, Polus,
Saturnus,
Ops, Moneta,
Dione) (Fabulae [Praefatio:
III]), che mescola, interpola e interpreta i
nomi in maniera personalissima.
Considerati nel loro insieme, come gruppo di divinità, i
Titânes rappresentano la prima generazione
divina, i primi dèi che tendono alla sovranità sul kósmos. Sotto la guida
di Krónos, che li rappresenta e li conduce, si pongono come avversari diretti
della seconda generazione divina, quella degli
Olýmpikoi,
contro i quali ingaggeranno una lotta la cui posta è la sovranità del mondo e la
spartizione delle prerogative e degli onori dovuti a ogni potenza divina, vale a
dire l'ordinamento definitivo dell'universo. Essi mantengono aspetti
primordiali, ma corrispondono a un universo già complesso e organizzato. Non
tutti combatteranno Zeús: alcuni resteranno
neutrali, mentre altri si schiereranno con lui per fornirgli l'appoggio di
quelle conoscenze primordiali di cui egli non potrebbe fare a meno.
(Vernant 1981¹)
La concezione che gli dèi che governano il mondo siano stati
preceduti da una generazione più antica, sembra diffuse in molte
mitologie, sia indoeuropee che medio-orientali. I
Titânes ellenici hanno sicuramente più di un
legame con i Karuileš Šiuneš, gli
«dèi antichi» della tradizione anatolica. Su costoro sappiamo ben poco: i testi
ḫittiti li dipingono come esseri antichi e sapienti, relegati nelle profondità
della terra e poco presenti nelle vicissitudini mitiche. Una lista ḫurrita
ci fornisce un elenco dei loro nomi:
-
Nara e Napsara
-
Minki e Munki
-
Tuḫusi e Ammizadu
-
Alalu
-
Kumarbis
-
Anu e Antum
-
Enlil e Ninlil
I Karuileš Šiuneš
sono in numero di dodici e – con la sola eccezione di Alalu e
Kumarbis – sono disposti a coppie
di un maschio e una femmina. La relazione con il sistema
titanico descritto da
Hēsíodos è piuttosto
stretta. Inoltre, come vedremo, il Kumarbis
ḫurro-ḫittita
sembra essere omologo a Krónos
«dai torti pensieri». Il fatto che queste divinità ḫurrite venissero chiamate
«antiche», appartenenti a un tempo ormai
trascorso, e che nessuna di queste (a parte Kumarbis) svolgesse un ruolo
apprezzabile nel mito, né fosse oggetto di sacrifici e preghiere, prova che abbiamo a che
fare con dèi in pensione, decaduti,
riprovati, rigettati nelle tenebre degli abissi.
A loro volta, i Karuileš Šiuneš
appaiono essere una forma anatolica
degli Anunnaki
sumerici, gli dèi mesopotamici della generazione
precedente agli Igigi, i quali, secondo alcuni
testi, risiedevano nel profondo della terra. Le relazioni tra i vari gruppi
attendono un'analisi più completa.
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II -
LA GENERAZIONE TITANICA NEL SISTEMA
ESIODEO
Nel presentare i
Titânes, così come nell'elencazione della loro
complessa discendenza, Hēsíodos
porta avanti di un ulteriore passo il discorso cosmogonico,
completando i dettagli sempre più minuti dell'architettura
cosmica, divina e umana, e spiegandoci come siano
venuti a essere i princìpi divini di tutte le cose. I
Titânes non sono più delle semplici potenze
dell'essere, come i loro genitori
Ouranós e Gê. La loro
personalità divina, tuttavia, non è ancora svincolata dalle
forze elementari del cosmo. Essi mantengono aspetti
primordiali, ma corrispondono a un universo già più
complesso e organizzato. Con la generazione titanica, il discorso cosmogonico
è ormai entrato nella fase teogonica.
Ma soffermiamoci un istante sulla natura elementale dei
Titânes. Se andiamo ad analizzare le singole
figure, prese separatamente o a coppia, anche e soprattutto tenendo conto della
fisionomia dei loro discendenti, notiamo una loro ripartizione nelle varie sfere
cosmiche. Alcuni di essi hanno natura celeste, altri marina, altri ancora
terrestre; alcuni sono legati ai meccanismi del potere, ai princìpi basilari che
garantiscono la stabilità e la continuazione della società umana. Ma vediamoli
nei dettagli.
Ōkeanídai.
Il mare e le acque.
Appartiene all'elemento liquido la coppia formata da
Ōkeanós
e Tēthýs. Di essi
abbiamo già parlato in relazione al sistema omerico, che li vuole quali origine
di tutte le cose. In Hēsíodos, Ōkeanós
è il maggiore dei suoi fratelli e Tēthýs,
apparentemente, la più giovane, escluso
Krónos. Mescolando le loro
acque nella grande corrente che circonda il mondo, Ōkeanós
e Tēthýs sono le
sorgenti donde scaturiscono tutte le acque che scorrono
sulla terra e il luogo ultimo ove esse tornano a defluire.
Oudè bathyrreítao méga sthénos Okeanoîo,
ex hoû per pántes potamoì kaì pâsa thálassa
kaì pâsai krēnai kaì phreíata makrà náousin... |
Nemmeno la forza grande di Ōkeanós dai gorghi
profondi,
da
cui tutti i fiumi fluiscono, e tutte le
acque del mare
tutte le fonti, e le cupe sorgenti
traboccano... |
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Hómēros: Iliás [XXI:
196-198]
|
Tra i loro figli vi sono infatti e
innanzitutto i
Potamoí, gli dèi fluviali.
Hēsíodos ne menziona
alcuni, ma avverte che la lista non è esauriente: sono circa tremila, infatti, i
fiumi che scorrono sulla terra. E vi sono
anche le
Ōkeanínes, le ninfe
marine, personificazioni degli abissi, dei ruscelli, delle sorgenti. Sono
anch'esse in numero di tremila:
Hēsíodos ne cita
quarantuno, di cui la più importante è Stýx,
personificazione del fiume infero. Ōkeanós
e Tēthýs
penetrano all'interno delle terre attraverso le acque
dei mari e dei fiumi, portando una fecondità senza
limiti, la pluralità che si sviluppa nella creazione, la
complessità della vita. L'importanza degli dèi fluviali e
acquei nella religione e nel mito greco non era certo da
sottovalutare; le divinità dei fiumi, dei ruscelli, delle
sorgenti avevano i loro culti particolari, legati ai
territori che attraversavano. Non si guadava un corso
d'acqua se prima non ci si inginocchiava a recitare una
preghiera e non vi si lavava le mani nelle sue acque.
Numerosi tra i
Potamoí e le
Ōkeanínes avevano le loro leggende
specifiche, che evocavano le loro collere, i loro amori.
Complessi rapporti genealogici li legavano agli dèi più
importanti (molti erano detti figli di
Zeús o di Poseidôn,
senza che questo annullasse il mito primario in base al
quale erano tutti figli di Ōkeanós
e Tēthýs), e
spesso erano considerati genitori di divinità minori, eroi
ancestrali o eponimi di vari popoli e località.
Hyperiōnídai
e Koionídai. Il cielo.
Due coppie titaniche sono invece legate al cielo: Hyperíōn
e
Theía;
Koîos
e Phoíbē.
Hyperíōn, «[colui
che] va in alto», e
Theía, la «luminosa» o la
«visibile», hanno natura astronomica. Sono loro a generare il sole, la luna e
l'aurora (Hélios, Selḗnē
ed Ēṓs), elementi indispensabili
del mondo. Ēṓs, sposata ad Astraîos,
è la madre dei venti periodici, che in
Hēsíodos
sono tre (Zéphiros,
Boréas
e
Nótos), dell'astro del mattino
(Heōsphóros) e di tutte le stelle del cielo (Ástra).
Nel suo complesso, la stirpe degli Hyperiōnídai personifica
le configurazioni astrali che fanno della volta celeste uno spazio differenziato
e orientato.
Che
Koîos
e Phoíbē siano
esseri celesti non è altrettanto evidente. Il nome di Koîos,
pur mancando di un'etimologia sicura, è forse da connettere a un greco koîlos
«cavo» (cfr. latino caelum), indicante la volta concava del cielo; il suo
nome romano, Polus, sembra rimandare al polo
celeste, punto di rotazione della volta stellata. Phoíbē
è invece la «brillante», forse da intendersi in relazione alla luce del cielo o
delle stelle.
Kreionídai e Iapetonídai.
La terra.
I rimanenti titani sono esseri legati alla terra o, più
esattamente, alle esigenze della società umana. Essi sono due maschi: Kreîos
e Iapetós; e due femmine:
Thémis e
Mnēmosýnē, ma non fanno coppia tra
loro. I due titânes hanno infatti sposato delle creature marine; le due titanídes
sono annoverate tra le spose di Zeús.
Il nome di Kreîos evoca già la
supremazia e la superiorità (cfr. greco kreíssōn, superlativo di
kratús «forte, potente»). Dalla sua sposa Eúrybia,
«ampia violenza»,
figlia di Póntos, ha il figlio
Pállas. Questi, insieme con
Stýx, genera quattro figli, entità astratte che, insieme, rappresentano i princìpi coercitivi necessari al
mantenimento dell'autorità regale: Zêlos, la
rivalità, Níkē, la
vittoria, Krátos, il potere, e
Bíē, la forza. Gli ultimi due, associati alla
figura di Zeús, ne assicureranno la sovranità.
Iapetós è invece padre di una
progenie di ribelli. Sposato all'oceanina Klyménē
(o
Asíē, secondo
Apollódōros), egli è padre di
Átlas, Menoítios,
Promētheús ed Epimētheús.
Tutti eccessivi nella loro ambizione, forza, sottigliezza o imprevidenza, i
quattro Iapetonídai agiscono sempre ai margini di quell'ordine contro il
quale si ribellano, come vedremo nei prossimi capitoli. Gli ultimi due, nei loro
scontri con Zeús, saranno la causa delle disgrazie
umane.
Anche Thémis, la «legge», e
Mnēmosýnē, la «memoria», sono
legate alla terra. La prima rappresenta ciò che è fisso e fissato: è una
potenza oracolare e predice l'avvenire come fosse già stabilito. Esse è presente in
tutte le assemblee divine ed umane, ed è consigliera di
Zeús. La seconda conosce e canta il passato, riattualizzandolo, come se
fosse sempre presente. Non è un caso che entrambe siano state spose di
Zeús. La prima è madre delle
dee del destino, le Moîrai, e delle stagioni, le
Hṓrai, combinando insieme l'ineluttabilità del
fato e l'ineluttabilità del tempo. La seconda è madre delle nove
Moûsai, le ispiratrici delle arti. A
Zeús esse portano una visione totale del tempo, una
compresenza di passato, presente e futuro. Insieme, esse rappresentano i poteri
legislativi e giudiziari – intesi tuttavia come princìpi
cosmici – e, insieme, la memoria delle tradizioni che
legittimano e garantiscono la sovranità di
Zeús.
Kronídai. La nuova
generazione divina.
In quanto a Krónos e
Réa, essi sono i genitori di Hestía, Dēmḗtēr,
Hḗra, Hádēs,
Poseidôn e
Zeús, i primi sei dèi della
generazione olimpica. Ad essi, e alla loro potestà, sarà affidato il controllo
delle sfere dell'essere già individuate dalla precedente generazione titanica:
il cielo (Zeús ed
Hḗra), la terra e il mare (Dēmḗtēr
e
Poseidôn), gli inferi (Hádēs), nonché
la continuazione del potere sovrano e regale dell'universo (Zeús).
È arduo tentare collegamenti più precisi tra le due generazioni, titanica e
olimpica. Si tratta di due modi di intendere la regalità cosmica, il trapasso da
un dominio ancora brutale e primordiale – con totale e parziale identificazione
del dio con il suo elemento – e un controllo assai più raffinato e cosciente.
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III -
LA COLPA DI KRÓNOS
Krónos è il sovrano
della felice età titanica, e Rhéa è la sua sposa. Dalla loro
unione nasce una nuova generazione di dèi.
Rheíē dè dmētheîsa Krónōı téke phaídima
tékna,
Histíēn Dḗmētra kaì Hḗrēn chrysopédilon,
íphthimón t' Aídēn, hos hypò chthonì dṓmata
naíei
nēleès êtor échōn, kaì epíktypon Ennosígaion,
Zêná te mētióenta, theôn patér' ēdè kaì
andrôn,
toû kaì hypò brontês pelemízetai eureîa
chthṓn. |
Rhéa, poi,
unitasi a Krónos,
partorì illustri figli,
Hestía, Dēmḗtēr ed
Hḗra dagli aurei calzari
e
il forte Hádēs, che sotto
la terra ha la sua dimora,
spietato nel cuore, e
il forte tonante
Ennosígaios [Poseidôn],
e Zeús prudente,
degli dèi e degli uomini;
sotto il suo trono
trema l'ampia terra. |
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Hēsíodos: Theogonía
[453-458] |
I figli che
dà alla luce,
Rhéa li presenta a Krónos, affinché il padre li riconosca come suoi legittimi discendenti. Ma Krónos ha saputo che uno dei suoi figli lo
spodesterà a sua volta, come già lui
aveva spodestato suo padre Ouranós, e mette in atto un'orrenda
risoluzione.
Kaì toùs mèn katépine mégas Krónos, hṓs
tis hékastos
nēdúos ex hierês mētròs pròs goúnath'
híkoito,
tà phronéōn, hína mḗ tis agauôn
Ouraniṓnōn
állos en athanátoisin échoi basilēída timḗn.
Peútheto gàr Gaíḗs te kaì Ouranoû
asteróentos
hoúneká hoi péprōto heôı hypò paidì damênai,
kaì kraterôı per eónti, Diòs megálou dià
boulás;
tôı hó g' ár' ouk alaoskopiḕn échen, allà
dokeúōn
paîdas heoùs katépine, Rhéēn d' éche pénthos
álaston. |
Ma
questi [figli] li divorava il grande
Krónos, appena
ciascuno
dal
ventre della sacra madre ai suoi
ginocchi arrivava,
e
ciò escogitava perché
nessuno degli illustri figli di
Ouranós
fra
gli immortali avesse il potere
regale.
Infatti aveva saputo da Gê e da
Ouranós
stellato
che
per lui era destino l'essere vinto da
un figlio
per
forte che fosse, per il volere di
Zeús
grande;
a
ciò non inutile guardia faceva,
ma sempre in sospetto
i
figli suoi divorava, e un dolore
crudele teneva Rhéa. |
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Hēsíodos: Theogonía
[459-467] |
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Rhéa consegna a Krónos una pietra avvolta
nelle fasce |
Bassorilievo in marmo su una metopa. ±350 a.C.
Musei Capitolini, Roma (Italia). |
Il dio-cielo Ouranós, il quale già a suo
tempo aveva impedito ai suoi figli di venire alla luce dal
ventre di Gê, era
stato privato con un colpo di falce della virilità e della
regalità: che sia Krónos, ora, a perdere la propria legittimità a regnare! E
così, le figlie e i figli che Rhéa, dopo aver partorito, deposita
nelle braccia del padre, Krónos
li divora. Al contrario di Ouranós, Krónos non respinge i
suoi figli nel ventre della madre, negando a essi una nascita, ma dà loro diretta
sepoltura nel proprio stomaco.
La situazione è capovolta. Mentre
mentre con
Ouranós il
tempo era rimasto congelato nell'immutabilità
primordiale, con Krónos sembra essersi
addirittura capovolto. Il ventre maschile diviene l'antitesi
dell'utero femminile. I figli che la madre dà alla luce, il
padre li riconduce alle tenebre. ①
E così
Hestía, Dēmḗtēr, Hḗra,
Hádēs e Poseidôn scompaiono appena nati nella vorace bocca
del padre. Grande è il dolore di Rhéa nel vedere la
propria discendenza annullata nel momento stesso in
cui si è affacciata alla vita. Così,
incinta per la sesta volta, Rhéa sa già
che il nascituro è destinato a fare la
medesima fine dei suoi fratelli. Ma intervengono
Ouranós e Gê con i loro
saggi consigli e, giunto per lei il momento del parto,
Rhéa si
reca nell'isola di Krḗtē, e là, nel buio della notte,
partorisce l'ultimo dei suoi figli,
Zeús. Affidato il pargolo
a Gê, che lo nasconde in una grotta sul
monte Aigaíōs, Rhéa si reca
poi al
cospetto di Krónos,
consegnandogli al posto del neonato una pietra
avvolta dalle fasce. Krónos strappa il fagotto
dalle mani di Rhéa e la trangugia, credendo si tratti
dell'ultimo dei suoi figli.
Nelle parole di
Hēsíodos:
Tôı dè sparganísasa mégan líthon
eŋguálixen
Ouranídēı még' ánakti, theôn protérōn
basilêi;
tòn tóth' helṑn cheíressin heḕn eskáttheto
nēdún,
schétlios, oud' enóēse metà phresín, hṓs
hoi opíssō
antì líthou heòs huiòs aníkētos kaì akēdḕs
leípeth', hó min tách' émelle bíēı kaì
chersì damássas
timês exeláan, ho d' en athanátoisin anáxein. |
A
quello [Krónos] poi,
avvolta di fasce, una grande pietra
[Rhéa]
dette,
al
figlio di Ouranós, grande
signore, primo re degli
dèi;
egli la prese con le
sue mani e giù la
inghiottì nel suo ventre
sciagurato, e non
pensava che,
al
posto del sasso, suo figlio invitto e
indenne
gli
era rimasto, e che quello presto lo
avrebbe vinto per forza di
braccia,
cacciato dal trono e
fra gli immortali avrebbe
regnato. |
|
Hēsíodos: Theogonía
[485-491] |
Come vedremo nel prossimo capitolo, Zeús
rimarrà a lungo nascosto nell'isola di Krḗtē,
finché, divenuto un giovane grande e vigoroso, si presenterà a suo padre
Krónos e riuscirà
a fargli a bere un phármakon che lo costringerà a
vomitare dapprima la pietra, poi i cinque figli
che aveva ingoiato. A questo punto, Zeús e i suoi rinati
fratelli combatteranno una lunga guerra contro Krónos e gli altri
Titânes. Sconfitto, Krónos viene privato
della regalità e Zeús diverrà il nuovo
sovrano dell'universo.
Hòn gónon hàps anéēke mégas Krónos
aŋkylomḗtēs,
nikētheìs téchnēısi bíēphí te paidòs heoîo.
Prôton d' exḗmēse líthon, pýmaton katapínōn,
tòn mèn Zeùs stḗrixe katà chthonòs euruodeíēs
Pythoî en ēgathéēı, guálois hýpo Parnēssoîo,
sêm' émen exopísō, thaûma thnētoîsi brotoîsi... |
...Il grande Krónos dai torti
pensieri risputò i suoi
figlioli,
vinto dalle arti e
dalla forza del figlio.
Per
prima vomitò la pietra che
ultima aveva mangiato,
e
che Zeús fissò
nella terra dagli ampi cammini,
in
Pythṓ divina, sotto i gioghi del Parnassós,
che
un segno fosse in futuro, meraviglia
per i mortali... |
|
Hēsíodos: Theogonía
[495-500] |
Stando alla testimonianza di Pausanías, la pietra
vomitata da Krónos veniva
conservata a Delphoí in piena età storica,
dove era oggetto di un particolare culto (Helládos
periḗgēsis
[X: 24:
6]). I dettagli di questo sofferto passaggio di consegne da Krónos, sovrano della
generazione titanica, a Zeús, sovrano della generazione
olimpica, presentano una curiosa analogia con il mito
anatolico – ma in realtà di origine ḫurrita
– di Kumarbis, raccontato nel
testo ḫittita Kumarbis
(XIII sec. a.C.). Avevamo già trattato di questo testo in
relazione al mito dell'evirazione di
Ouranós da parte di Krónos.
Nel racconto ḫurro-ḫittita,
il dio-cielo Anus era stato
spodestato da
Kumarbis, il quale lo aveva anche
castrato con un morso ben assestato. La prima tavoletta del
poema anatolico si chiudeva con la grottesca immagine di
Kumarbis che ingoiava i genitali
di Anus, per sentirseli poi
«fondere alle proprie viscere come il bronzo». La seconda
tavoletta,
purtroppo assai mutila, non permette di seguire nei
dettagli il seguito della vicenda. Assistiamo alle
difficoltà di Kumarbis di mettere al mondo
i figli di cui è stato ingravidato. Alcune
divinità, tra cui Anus ed Ea, assistono al parto di
Kumarbis, suggerendo
ai nascituri come trovare la via per uscire fuori
dal corpo del padre loro. Il primo figlio, che
dovrebbe essere Aranzaḫ, dio del fiume Tigri,
viene fuori dal cranio di Kumarbis spezzandolo come si
spezza la roccia. Il secondo figlio, il dio del
tuono Tarḫunta, esce, dice il testo,
dal «posto giusto» (e ci chiediamo
quale sia). Kumarbis
si reca poi al monte Ganzura e qui dà alla
luce il terzo figlio, che secondo quanto detto
precedentemente dovrebbe trattarsi del dio Tašmišu, anche se
il testo, non chiaro, sembra presentare un altro
nome.
C'è un dettaglio interessante che si
colloca subito dopo la nascita del primo figlio
(Aranzaḫ?).
|
Quando egli [Kumarbis?] fu in
grado di camminare, si presentò
davanti a
Ea;
Kumarbis si
piegò e cadde a terra.
Kumarbis si riscosse
e cercò (?) di nuovo suo figlio
[...] e davanti a
Ea prese a
dire: «Dammi il bambino, voglio
divorarlo!» [Qui
il brano si fa di difficile
interpretazione: si capisce però
che Ea consegna a
Kumarbis una pietra.]
Kumarbis
cominciò a mangiare ma la pietra
gli urtò i denti nella bocca;
quando gli urtò i denti nella
bocca, [Kumarbis]
cominciò a gridare... |
|
Kumarbis |
Kumarbis sputa la
pietra. Allora Ea
prende questa pietra e vi istituisce sopra un
culto, fissando le offerte che gli uomini dovranno
fare, ciascuno secondo le proprie
possibilità. Le offerte degli uomini
aiuteranno la nascita del secondo figlio di
Kumarbis, il dio della
tempesta Tarḫunta, che uscirà,
abbiamo detto, dal «posto giusto».
A questo punto ci si dovrebbe aspettare che il
dio della tempesta Tarḫunta, secondo il motivo
della successione alla
suprema regalità, spodesti a sua
volta Kumarbis e s'impossessi del
trono. Questo episodio, presupposto da altri miti, non si
trova nel
Kumarbis. Quello che
rimane del testo mostra che il desiderio di potere
del dio della tempesta viene fortemente ostacolato
dagli altri dèi. Anus lo invita alla
moderazione, Ea gli
diventa nemico e assume egli stesso la
regalità. Una lunga lacuna tra la terza e la
quarta colonna impedisce di valutare correttamente
la conclusione della vicenda. Si parla di alcuni
figli che il carro di Tarḫunta
avrebbe generato unendosi
con la terra, unione favorita da Ea, ma non è chiaro
se questi figli dovranno segnare la fine del
contrasto tra le due divinità, oppure Ea, che ne ha favorito la nascita, abbia intenzione di utilizzarli contro lo
stesso Tarḫunta.
Per quanto le lacune e le asperità del
testo ḫurro-ḫittita
impediscano di far chiarezza sui dettagli, la relazione con
la Theogonía di
Hēsíodos pare innegabile.
Kumarbis e
Krónos sono personaggi molto vicini: sovrani di una
generazione titanica che strappano la regalità al dio-cielo, castrandolo, e vengono deposti dal proprio
figlio. Ma vi sono varie differenze nei due racconti.
Kumarbis si ritrova «incinto»
contro la sua volontà, avendo ingoiato il membro e il seme
di Anus, mentre
Krónos ingoia volontariamente i
suoi figli, prima di essere costretto a rivomitarli. Il
testo anatolico presenta dunque una maggiore compattezza, in
quanto più economico: la castrazione di
Anus è diretta causa della
generazione dei figli nel ventre di
Kumarbis, laddove il mito ellenico separa nettamente
i due eventi e introduce
Rhéa come madre dei
figli di
Krónos. In entrambe le tradizioni, il membro del
dio-cielo conserva le sue proprietà generative anche dopo
essere stato mozzato, per quanto nel mito ellenico i figli
«postumi» di Ouranós vengono
generati all'esterno, sulla terra (Erinýes,
Melíades,
Gígantes) e sul mare (Aphrodítē).
②
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IV -
DAI TITÂNES MEDIO-ORIENTALI AI FIGLI DI NÔḤ:
RELAZIONI TRA IAPETÓS E YĀP̱ẸṮ
Una rielaborazione particolarissima del mito dei
Titânes si trova nel terzo libro degli
Oracula Sibyllina, raccolta di testi
giudaico-ellenistici, perlopiù a carattere apocalittico, composti tra il II e
il I sec. a.C. Rielaborati e ampliati in ambiente cristiano, a scopo
apologetico, ebbero varia fortuna presso i Padri della Chiesa dei primi secoli
della nostra era. Il terzo libro tratta, tra le varie cose, della torre di
Babele. Dopo la confusione delle lingue, quando la Terra
si riempì di lingue di ogni genere, regnarono i figli più nobili di
Ouranós e Gê, chiamati
Titán [sic], Krónos
e Iapetós. Su consiglio del padre, essi si divisero
il mondo in tre parti e, di comune accordo, presero ciascuno a regnare su un
terzo della Terra.
Ora che la torre è crollata, e tutte le lingue degli uomini
sono vòlte verso ogni tipo di suoni, e tutta la terra
è riempita di gente e i regni sono stati divisi,
apparve la decima generazione dei mortali
dal tempo in cui il grande diluvio
incombette sui primi uomini. E Krónos regnava,
e Titán e Iapetós, e
la gente li chiamava
la migliore discendenza di Gê e di
Ouranós
dando loro i nomi e della terra e del cielo,
poiché erano primissimi tra gli uomini mortali.
Ci furono così tre divisioni della Terra
secondo l'assegnazione di ciascuno,
e ciascuno che ne ebbe una parte regnò
senza combattere; al padre giurando obbedienza
uguali divisero le loro porzioni... |
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Oracula Sibyllina [III: 128-142] |
Ma alla morte del padre, sorse una disputa tra i tre fratelli, su chi avesse
diritto di imporre sugli altri la propria regalità, e
Krónos e Titán si batterono tra loro. A quel
punto, la madre loro Gê, insieme con
Rhéa, Aphrodítē,
Dēmḗtēr, Hēstía e
Diṓnē, si interposero e li convinsero a sottoporre
la questione al giudizio di tutti i loro parenti. Questi si riunirono e decisero
che Krónos avrebbe regnato su tutti, in quanto era
il maggiore e il più nobile d'aspetto. Titán
accettò, a patto che Krónos si impegnasse a non
allevare una stirpe di figli maschi, in modo da potergli succedere. Così, ogni
qual volta Rhéa partoriva, i
Titânes esaminavano il nascituro. Se era maschio
veniva fatto a pezzi, mentre le femmine venivano ricondotte alla madre affinché
le allevasse.
Al suo terzo parto, Rhéa diede alla luce due
gemelli. La femmina, Hḗra, nata per prima, venne
subito mostrata ai
Titânes, i quali se ne andarono via soddisfatti.
Ma quando diede alla luce il maschio, Rhéa lo
consegnò ad alcuni cretesi, a lei fidati, che lo condussero in Frygía affinché
fosse allevato in segreto. Gli fu messo nome Día [Zeús].
In seguito, allo stesso modo, Rhéa riuscì a salvare
Poseidôn, dopodiché mise al sicuro
Háidēs. Ma quando i
Titânes seppero che Krónos
e Rhéa avevano allevato in segreto dei figli
maschi, Titán riunì i suoi sessanta figli e
imprigionò Krónos e la sua consorte, nascondendogli
nelle profondità della terra. Saputo della cosa, i figli di
Krónos tornarono dal loro esilio e si batterono con
i
Titânes e questa fu la prima guerra che vi fu tra
i mortali. Allora, dice il sibillista, Dio mandò la sventura ai
Titânes, e questi perirono tutti. Il racconto
degli Oracula Sibyllina appare essere una
rielaborazione di fonti di diversa origine e provenienza. Si ritiene vi siano, alla base, delle
tradizioni mesopotamiche, probabilmente trasmesse al mondo ellenistico dalla
Babiloniaká, la perduta storia di babilonia
del sacerdote caldeo Bḗrōssos (IV sec. a.C.).
Sembra di capire che questa divisione del mondo in tre parti, tra i tre figli di un
unico genitore, sia una versione ellenizzata del mito biblico di Šēm,
Ḥām e Yāẹṯ
(per quanto il racconto sia diffuso preso molte culture, ma tutto questo
richiederebbe uno studio a parte).
La relazione tra la triade titanica degli Oracula
Sibyllina, e la triade biblica dei figli di Noḥ,
presenta una relazione piuttosto stretta tra i nomi di
Iapetós e Yāẹṯ.
Gli studiosi sono sempre stati affascinati da questa somiglianza, e in effetti
il nome del titán sembra essere una forma ellenizzata, con desinenza maschile -os,
del nome del biblico progenitore dei popoli europei (Graves
1955 | Asimov 1981), tantopiù che Iapetós è
considerato progenitore, attraverso il figlio
Promētheús, della stirpe umana. La possibile
provenienza mediorientale del personaggio di Iapetós
sarebbe forse testimoniata dal fatto che la sua sposa, secondo
Apollódōros, non è Klyménē,
ma un'altra oceanina,
Asíē, eroina eponima dell'Asia (Bibliothḗkē
[I: 2]). |
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V - HEKÁTĒ, ULTIMA
SIGNORA DELLA STIRPE TITANICA La figura di Hekátē
è una delle più affascinanti e, allo stesso tempo, misteriose della mitologia
ellenica. Secondo gli studiosi, si tratterebbe di una divinità pre-indoeuropea
(forse originaria della Tracia, ma alcuni sostengono che provenga dall'Anatolia)
che si sarebbe poi inserita nel complesso pantheon greco derivante dalla fusione
tra i popoli autoctoni e quelli indoeuropei. È stata anche suggerita una
relazione con una divinità della mitologia egizia, Ḥeqet
[ḤQT]. [NOTA] Non menzionata in Hómēros,
Hekátē fa la sua prima apparizione «ufficiale» nella mitologia greca con la
Theogonía di Hēsíodos,
che le dedica un vero e proprio inno all'interno del poema:
Phoíbē d' aû Koíou polyḗraton êlthen es eunḗn;
kysaménē dḕ épeita thea theoû en philótēti
Lētṑ kyanópeplon egeínato, meílichon aieí,
meílichon ex archês, aganṓtaton entòs Olýmpou,
ḗpion anthrṓpoisi kaì athanátoisi theoîsin.
Geínato d' Asteríēn eyṓnymon, hḗn pote Pérsēs
ēgáget' es méga dôma phílēn keklêsthai ákoitin.
Ḗ d' hypokysaménē Hekátēn téke, tḕn perì pántōn
Zeùs Kronídēs tímēse; póren dé hoi aglaa dôra,
moîran échein gaíēs te kaì atrygétoio thalássēs.
Hḗ dè kaì asteróentos ap' ouranoû émmore timês
athanátois te theoîsi tetiménē estì málista.
Kaì gar nûn, hóte poú tis epichthoníōn anthrṓpōn
érdōn hiera kala kata nómon hiláskētai,
kiklḗıskei Hekátēn; pollḗ té hoi héspeto timḕ
hreîa mál', hôı próphrōn ge thea hypodéxetai euchás,
kaí té hoi ólbon opázei, epeì dýnamís ge párestin.
Hóssoi gar Gaíēs te kaì Ouranoû exegénonto
kaì timḕn élachon, toútōn échei aîsan hapántōn.
Oudé tí min Kronídēs ebiḗsato oudé t' apēúra,
hóss' élachen Titêsi meta protéroisi theoîsin,
all' échei, ōs tò prôton ap' archês épleto dasmós,
kaì géras en gaíēı te kaì ouranōı ēdè thalássēı;
oud', hóti mounogenḗs, hêsson thea émmore timês,
all' éti kaì polỳ mâllon, epeì Zeùs tíetai autḗn.
Hôı d' ethélei, megálōs paragígnetai ēd' onínēsin;
én te díkēı basileûsi par' aidoíoisi kathízei,
én t' agorê laoîsi metaprépei, hón k' ethélēısin;
ēd' hopót' es pólemon phtheisḗnora thōrḗssōntai
anéres, éntha thea paragígnetai, hoîs k' ethélēısi
níkēn prophronéōs opásai kaì kûdos oréxai.
Esthlḕ d' aûth' hopót' ándres aethleúōsin agôni,
éntha thea kaì toîs paragígnetai ēd' onínēsin;
nikḗsas dè bíēı kaì kárteϊ kalòn áethlon
hreîa phérei chaírōn te, tokeûsi dè kûdos opázei.
Esthlḕ d' hippḗessi parestámen, hoîs k' ethélēısin.
Kaì toîs, hoì glaukḕn dyspémphelon ergázontai,
eúchontai d' Hekátēı kaì eriktýpōı Ennosigaíōı,
hrēidíōs ágrēn kydrḕ theòs ṓpase pollḗn,
hreîa d' apheíleto phainoménēn, ethélousá ge thymōı.
Esthlḕ d' en stathmoîsi sỳn Hermê lēíd' aéxein;
boukolías d' agélas te kaì aipólia platé' aigôn
poímnas t' eiropókōn oíōn, thymōı g' ethélousa,
ex olígōn briáei kaì ek pollôn meíona thêken.
Hoútō toi kaì mounogenḕs ek mētròs eoûsa
pâsi met' athanátoisi tetímētai geráessin.
Thêke dé min Kronídēs kourotróphon, hoì met' ekeínēn
ophthalmoîsin ídonto pháos polyderkéos Eoûs.
Hoútōs ex archês kourotróphos, haì dé te timaí. |
Phoíbē l'amabile talamo
ascese di Koíos,
concepì e poi, dea per l'amore di un dio,
partorì Lētṓ dal peplo azzurro, la sempre dolce,
benigna agli uomini e agli dei immortali,
lei mite fin dall'inizio, la più clemente dentro l'Ólympos.
Generò Asteríē famosa, che
Pérsēs una volta
condusse nella sua grande casa perché fosse chiamata sua sposa.
Costei concepì e generò Hekátē, che
fra tutti
Zeús Kronídēs onorò, e a lei diede illustri doni,
che potere avesse sulla terra e sul mare infecondo,
anche nel cielo stellato ha una parte d'onore
e dagli dèi immortali è sommamente onorata.
E infatti anche ora, quando qualcuno degli uomini
che abitano la terra fa sacrifici secondo le leggi e implora la grazia,
invoca Hekátē e grande favore lo
segue;
facilmente, a lui benevola, la dea accoglie le preghiere,
a lui la ricchezza concede, perché di ciò pure ha potere.
Quanti infatti da Gê e da
Ouranós nacquero
e ricevettero onore, partecipa dei privilegi di tutti costoro;
lei nemmeno il Kronídēs d'alcuna cosa privò con
violenza
di quelle che aveva ottenuto fra i Titânes,
i primi degli dei,
bensì la possiede, come dapprima all'inizio fu la spartizione;
né, perché unigenita, la dea ricevette onori minori,
e ha potere in terra e nel cielo e nel mare,
molto di più, perché Zeús le fa onore.
A chi essa vuole largo favore e aiuto concede;
e nel tribunale essa siede presso i re rispettati
e nell'assemblea fra le genti fa brillare ciò che lei vuole;
o quando alla guerra assassina si armano
i guerrieri, la dea assiste colui che lei vuole
ornare, benigna, della vittoria e offrirgli la fama;
benigna assiste anche i cavalieri, quelli che vuole;
benigna anche quando gli uomini lottano in gara:
là la dea li assiste e soccorre;
e chi con forza e vigore consegue vittoria, bello il premio
coglie felice e i genitori orna di gloria.
E a coloro che l'azzurro tempestoso con fatica lavorano
e pregano Hekátē e il profondo
tonante Ennosigaíōs,
facilmente una preda la nobile dea fornisce copiosa,
ma facilmente anche se la porta via,
non appena essa appare, se così vuole il suo cuore.
E con Hermês
benigna nelle stalle le greggi fa crescere,
le schiere dei buoi e i branchi grandi di capre
e i branchi di lanose pecore, se così vuole il suo cuore,
da piccoli li fa grandi e da molti riduce a pochi.
Così, per quanto sia nata unigenita da sua madre,
fra tutti gli immortali è onorata di doni;
costei fece il Kronídēs nutrice di giovani, quanti
a lei fedeli
videro con gli occhi la luce dell'aurora onniveggente.
Così fu, fin dall'inizio, nutrice di giovani e questi i suoi onori. |
| Hēsíodos:
Theogonía [402-452] |
Dalla testimonianza di Hēsíodos (anche se
certuni sostengono che il cosiddetto «Inno ad Hekátē»
sia una interpolazione successiva degli Orfici) apprendiamo che la dea
apparteneva alla generazione delle divinità pre-olimpiche: il poeta della Beozia
ci riferisce che essa faceva parte della stirpe dei Titânes, in quanto
figlia di
Pérsēs e Asteríē (secondo Kallímachos,
era figlia di Zeús e Dēmḗtēr,
concezione condivisa, pare, anche dai poeti orfici; ma esistevano anche altre
tradizioni. Cfr. Orphicorum
Phragmenta [K41 | K42]).
 |
|
Triplice Hekátē |
|
Scultura di marmo. I sec. d.C. |
Da Hēsíodos apprendiamo
che i suoi timaí, le sue sfere di competenza e di
potere, si estendevano sulla terra, nel mare e nel cielo
(circostanza piuttosto rara tra le divinità della
Theogonía) e che essa
aveva mantenuto le sue prerogative anche quando
Krónos era stato detronizzato
dal figlio: ella aveva evidentemente preso le parti di
Zeús durante la Titanomachia.
da
Apollódōros e altri mitografi apprendiamo
anche che Hekátē aveva combattuto al fianco degli dei
Olimpikoí durante la ribellione dei
Gígantes: sappiamo che aveva ucciso con le sue fiaccole il terribile
Klýtios
(Bibliothḗkē
[I: 6]). Un ruolo, quello di
Hekátē, piuttosto importante nel
pantheon ellenico, che giustifica la particolare devozione che Hēsíodos
volle tributare a questa divinità nella sua Theogonía. Dalle fonti
successive, apprendiamo altresì che ella era in grado di viaggiare liberamente
tra il mondo degli uomini, quello degli dèi ed il regno dei morti; per questo
motivo, Hekátē accompagnò la dea Dēmḗtēr
durante la ricerca della figlia Persephónē,
rapita dal signore dell'oltretomba Háıdēs
(Cfr.
Homḗrou hýmnoi [2] > Eis
Dēmḕtran).
Proprio per questa sua prerogativa di poter dominare sul cielo, sulla terra e
sul mondo sotterraneo, ella veniva spesso invocata come
«Trivia»
[triodîtin].
Hekátē veniva anche associata in
alcuni casi al ciclo lunare (insieme ad altre divinità come
Ártemis e Selḗnē),
a simboleggiare la luna calante. In seguito, si accentuò il carattere
«lunare»
di questa divinità e per questo ella divenne la signora della notte: lo stesso
Hádēs, si diceva, pur essendo sposato con Persephónē
preferiva la compagnia di Hekátē;
tra le ombre, la dea esercitava il suo terribile e violento dominio, mandando
dèmoni (Émpousa e le
Lamiai) a tormento degli uomini e vagando
fra le tombe e i crocevia. Le Émpousai,
figlie di Hekátē, terrorizzavano i
viandanti, assumendo l'aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle; in
quest'ultima forma, esse giacevano con gli uomini la notte o durante la siesta
pomeridiana e poi succhiavano le loro forze vitali portandoli alla morte; si
poteva scacciarle prorompendo in insulti, poiché udendoli esse fuggivano con
alte strida. Come dea notturna dei fantasmi, Hekátē
presiedeva alle arti occulte ed era maestra delle maghe negli incantesimi, negli
scongiuri e nelle evocazioni dei morti. La troviamo invocata dalle maghe Mḗdeia
e Kírkē, nel corso dei loro più tremendi
incantesimi (Cfr.
Tá Argonautiká [III:
1206-1217]; Metamorphoseon
[VII: 180-206 | XIV: 403-415]).
In età ellenistica, Hekátē aveva
ormai consolidato la sua connotazione di dea della stregoneria e il suo ruolo di
regina degli spettri; in queste vesti fu poi trasmessa alla cultura
post-rinascimentale.
Hekátē fu venerata
particolarmente in Samotracia, a Lemno, nell'Asia Minore, nella Tessaglia e
nella Beozia; le furono dedicati templi a Egina, ad Argo, a Samotracia e in
moltissime città dell'Asia Minore. Gli Ateniesi le eressero una statua
sull'Acropoli. Alla fine d'ogni mese le sue immagini erano adornate di fiori e
di offerte di cibi vari; le si offrivano sacrifici di agnelle nere e doni di
latte e miele. I Romani accolsero questa divinità greca, anche se ebbe minore
importanza che in Grecia.
Maggiore diffusione Hekátē acquistò
negli ultimi secoli del paganesimo, insieme col rifiorire delle arti magiche
nell'età imperiale.
| Risalente all'Egitto pre-dinastico,
Ḥeqet era raffigurata con la testa di rana ed era una delle levatrici
che assistono ogni giorno alla nascita del Sole. Secondo alcuni studiosi, la dea
egizia era legata ai riti connessi al ciclo di morte e rinascita. In numerosi
siti archeologici (in Grecia, a Roma e nell'Egitto ellenizzato) sono state
ritrovate lampade di terracotta dipinte con il sigillo della rana, e portanti
l'iscrizione: «Io sono la resurrezione». Amuleti a forma di rana venivano spesso
posti sui cadaveri per trasferire ad essi il potere della rinascita. Più tardi,
le tombe dei cristiani copti recarono l'incisione di una rana accanto a quella
della croce. Si noti che, secondo l'archeologa Marija Gimbutas, i manufatti che
indicano una devozione alla dea rana risalgono a circa diecimila anni fa:
probabilmente, questa figura mitica incarnava i poteri della dea della morte e
della rigenerazione. |
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| BIBLIOGRAFIA ► |
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