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LETTURATURA
► L'aspetto della
Valhǫll Le fonti che descrivono nei dettagli la
Valhǫll, la dimora dei guerrieri caduti in battaglia, sono essenzialmente due: un poema eddico, il
Grímnismál, che dedica al grande salone
una decina di strofe, e la
Prose Edda
di Snorri che, citando e spiegando il complesso poema, dipinge un vivido quadro
della
Valhǫll, ricco di dettagli e
sfumature. Il
Grímnismál è una trattazione poetica del
mondo celeste. Il poema esordisce con un elenco delle dodici – in realtà tredici
– dimore degli Æsir,
a ciascuna delle quali è dedicata una strofa. Arrivato alla quinta
dimora, Glaðsheimr, il poema la
definisce come il luogo in cui si trova il vasto salone di
Valhǫll, splendente d'oro. A quel punto, l'elenco
delle dimore divine s'interrompe e seguono due strofe – piuttosto ermetiche –
che aggiungono alcuni pittoreschi dettagli del salone, dopodiché il
Grímnismál riprende il novero delle
dimore divine.
Glaðsheimr heitir enn
fimti,
þars en gullbjarta
Valhǫll við of þrumir;
en þar Hroptr
kýss hverjan dag
vápndauða vera. |
Glaðsheimr si chiama la quinta [dimora]
in cui splendente d'oro
la vasta
Valhǫll
si trova;
e là
Hroptr
sceglie ogni giorno
gli uomini caduti nella mischia. |
Mjǫk er auðkent
þeim er til Óðins koma
salkynni at sjá:
skǫptom er rann rept,
skjǫldom er salr þakiðr,
brynjom un bekki strát. |
È assai riconoscibile
per quelli che vengono a
Óðinn,
l'aspetto del salone:
da lance il tetto è sorretto,
da scudi il salone è coperto,
da corazze le panche son tratte. |
Mjǫk er auðkent
þeim er til Óðins koma
salkynni at sjá:
vargr hangir
fyr vestan dyrr
ok drúpir ǫrn yfir. |
È assai riconoscibile
per quelli che vengono a
Óðinn,
l'aspetto del salone:
un lupo è appeso
dinanzi all'ingresso occidentale
e si leva l'aquila sopra. |
|
Ljóða Edda
>
Grímnismál [8-10] |
Nella strofa [8], la
Valhǫll
viene definita come il luogo dove
Hroptr (Óðinn)
accoglie i guerrieri caduti in combattimento, da lui scelti sui
campi di battaglia del mondo. La strofa [9]
fornisce l'aspetto del salone, tutto improntato a motivi guerreschi e marziali:
non sono colonne, ma lance, a sostenere il tetto, e questo è a sua volta
ricoperto di scudi e non di tegole; le lunghe panche sono ricavate da corazze.
Meno comprensibile è la strofa [10]: perché vi è un
lupo sopra l'ingresso della
Valhǫll? E cosa rappresenta
l'aquila che vola sopra il salone? Non abbiamo altri riferimenti testuali a
questi due strani dettagli.
Snorri descrive il pittoresco salone nel secondo
capitolo della sua
Edda. Quando re Gylfi accede all'Ásgarðr,
trova infatti, davanti a sé, un palazzo immenso e meraviglioso.
| En er hann kom
inn í borgina, þá sá hann þar háva hǫll, svá at varla mátti hann sjá yfir hana.
Þak hennar var lagt gyltum skjǫldum svá sem spánþak. [...] |
Quando [Gylfi] entrò nella rocca, vide una hǫll talmente alta che a stento ne
scorgeva la sommità. Il tetto era ricoperto di scudi dorati disposti come
tegole. [...] |
| Þar sá hann mǫrg gólf ok margt
fólk, sumt með leikum, sumir
drukku, sumir með vápnum ok
bǫrðusk. Þá litaðisk hann um ok þóttu
margir hlutir ótrúligir þeir er
hann sá. |
Là egli vide molte stanze e una gran folla di gente; alcuni giocavano, altri
bevevano, altri, armati, si battevano.
Gylfi si guardava intorno e molto di quel che vedeva gli sembrava
incredibile. |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [2] |
Se re Gylfi non può
ancora sapere di trovarsi di fronte alla
Valhǫll, la cosa non era
certamente sfuggita al lettore dell'Edda. Snorri
non può esimersi di giustificare la sua descrizione esibendosi in una nota erudita: «Così
dice Þjóðólfr ór Hvíni, che la
Valhǫll era coperta di scudi» [Svá segir Þjóðólfr inn hvinverski at Valhǫll var skjǫldum þǫkð]
(Gylfaginning [2]).
E cita alcuni versi tratti da un poema scaldico:
Á baki létu blíkja,
barðir váru grjóti,
Sváfnis salnæfrar
seggir hyggjandi. |
Sul dorso facevano splendere,
mentr'eran da pietra colpiti,
le tegole della sala di Sváfnir,
credendo di essere astuti. |
|
Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning
{2}
= Hrafnsmál [11] |
Ma Snorri sbaglia attribuendo il brano allo
scaldo Þjóðólfr ór Hvínir (860-935). Esso è tratto dal poema
Hrafnsmál, il «Discorso del corvo», di Þorbjǫrn Hornklofi (ca. 855-920). Nell'ingegnosa
kenning, Sváfnir «[colui che] addormenta»
è
Óðinn, la «sala di Sváfnir» è la
Valhǫll, e le «tegole della
sala di Sváfnir» sono appunto gli scudi, che i
guerrieri di re Haralðr
Hárfagri – a cui è dedicato il poema – si sono issati sul dorso per difendersi dalle pietre
con cui vengono bersagliati dai nemici.
Un'altra affascinante descrizione della
Valhǫll, Snorri la fornisce nel primo capitolo dello
Skáldskaparmál,
allorché Ægir si mette in viaggio per l'Ásgarðr,
per partecipare al banchetto degli dèi.
| Ok um kveldit, er drekka skyldi, þá lét Óðinn bera inn í hǫllina
sverð, ok váru svá bjǫrt at þar af lýsti, ok var ekki haft ljós annat meðan við
drykkju var setit. Þá gengu æsir at gildi sínu ok settusk í hásæti tólf æsir,
þeir er dómendr skyldu vera ok svá váru nefndir [...]. Ægi þótti gǫfugligt
þar um at sjásk, veggþili ǫll váru þar tjǫlduð með fǫgrum skjǫldum. Þar var ok
áfenginn mjǫðr ok mjǫk drukkit. |
All'imbrunire, quando era ora di bere,
Óðinn portò nella hǫll delle spade
così splendenti che da esse emanava luce e non vi furono altri lumi mentre si
svolgeva il convivio. Giunsero dunque gli
Æsir a banchetto e presero posto nei troni i dodici che dovevano essere
giudici [...]. Ad Ægir parve meraviglioso ciò
che vedeva attorno a sè. Tutti i rivestimenti erano ricoperti di bellissimi
scudi. C'era anche un idromele inebriante e molto se ne bevve. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Skáldskaparmál [1] |
Dove si trova la Valhǫll?
Grímnismál
[8] asseriva si trovi in
Glaðsheimr. Questo luogo, il «mondo
della gioia», sembrerebbe essere una regione celeste. Senonché Snorri afferma
sia un edificio, di fatto il primo costruito dagli dèi in Ásgarðr,
e lo descrive tutto d'oro zecchino (Gylfaginning
[14]). Vi è una contraddizione, non facilmente risolvibile affermando che
Glaðsheimr fosse effettivamente un
edificio e la Valhǫll una delle sue stanze. Tutte le descrizioni della Valhǫll
disegnano il profilo di un edificio a sé stante, fornito di un tetto, di un gran
numero di porte, persino di un cancello. Snorri, dunque, non solo interpreta
erroneamente le sue fonti affermando che
Glaðsheimr sia un edificio, ma vi
sovrappone alcuni dettagli caratteristici della Valhǫll, come il fatto che sia
d'oro. Ricapitolando, mentre nel
Grímnismál
Glaðsheimr è il territorio in cui sorge Valhǫll,
in Snorri
Glaðsheimr e la Valhǫll vengono
più o meno a confondersi.
In un altro capitolo della sua opera, Snorri ci narra il mito della
costruzione delle mura dell'Ásgarðr. Egli esordisce
affermando che, al principio del tempo, gli dèi avevano innalzato la Valhǫll,
che qui sembra prendere il posto di
Glaðsheimr come primo edificio della
cittadella divina. Solo più tardi, con la costruzione della possente cinta
muraria, il
luogo sarebbe divenuto una vera e propria rocca [borg], meritandosi il
nome di Ásgarðr.
| Þat var snimma í ǫndverða bygð
goðanna, þá er goðin hǫfðu sett
Miðgarð ok gert Valhǫll, þá kom þar
smiðr nǫkkvorr ok bauð at gera þeim
borg á þrim misserum svá góða at
trú ok ørugg væri fyrir bergrisum
ok hrímþursum... |
Si era agli inizi, nei primi tempi in cui gli dèi si erano insediati nella loro
dimora, quando avevano appena stabilito
Miðgarðr e costruito
Valhǫll. Un giorno giunse un artigiano che offrì loro di costruire in tre
misseri una cittadella così ben fatta da essere solida e protetta contro
i giganti di montagna e i giganti di brina... |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [42] |
Nella Ljóða Edda
compaiono pochi altri riferimenti alla
Valhǫll, e si tratta sovente di dettagli poco comprensibili. Ad esempio,
nel
Grímnismál c'è una sequenza di due strofe che sembra narrare dell'arrivo dei guerrieri defunti ai cancelli
della
Valhǫll:
Þýtr þund,
unir þjóðvitnis
fiskr flóði í;
árstraumr
þikkir ofmikill
valglaui at vaða. |
Il
Þund rumoreggia,
nuota di «Þjóðvitnir
il pesce» nell'onda.
Il vortice
si mostra periglioso
al guado delle schiere dei caduti. |
Valgrind heitir,
er stendr velli á
heilǫg fyr helgom durom;
forn er sú grind,
en þat fáir vito,
hvé hón er i lás lokin. |
Valgrind si chiama
quel che s'erge sul campo,
sacro dinanzi alle sacre porte;
antico è quel cancello:
e in pochi sanno
come funzioni il chiavistello. |
|
Ljóða Edda
>
Grímnismál
[21-22] |
Non abbiamo qui le spiegazioni di Snorri. Il
Þund sembra essere un fiume che
sia necessario guadare per arrivare alla
Valhǫll, ma di esso non si
parla altrove, così come non sappiamo chi sia Þjóðvitnir,
né che cosa sia il suo «pesce». Del cancello di Valgrind, parimenti, non si
parla altrove: sembra sia necessario oltrepassarlo per arrivare alle porte di
Valhǫll.
Nello
Skáldskaparmál
è pure citato un boschetto (o un albero) chiamato Glasir,
dalle foglie dorate, che si troverebbe dinanzi alle porte di
Valhǫll. Snorri, al riguardo,
cita alcuni versi da un poema andato perduto:
| Hví er gull kallat barr eða lauf Glasis?
Í Ásgarði fyrir durum Valhallar stendr lundr, sá er Glasir er kallaðr, en lauf
hans allt er gull rautt, svá sem hér er kveðit, at... |
Perché l'oro è detto «foglie» o «fronde di
Glasir»? In Ásgarðr,
davanti alle porte di
Valhǫll, sta un boschetto chiamato Glasir, e tutte le sue fronde sono di
fulvo oro, perciò qui si dice che... |
|
Glasir stendr
með gullnu laufi
fyrir Sigtýs sǫlum. |
Glasir sta
con le sue fronde dorate
dinanzi alle sale di Sigtýr. |
| Sá er viðr fegrstr með goðum ok mǫnnum. |
Questa foresta è la più bella tra gli dèi e
gli uomini. |
Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Skáldskaparmál [42
{108}]
Ljóða Edda [fragmenta]
> VII |
Nella
Voluspá,
si dice che, quando Baldr fu ucciso,
Frigg pianse la
«sventura della
Valhǫll» [vá Valhallar]
(Voluspá [33]),
espressione che potrebbe nascondere significati sottili.
Infine, nell'incipit dell'Hyndluljóð,
così Freyja desta la vǫlva
Hyndla:
Vaki mær meyja,
vaki mín vina,
Hyndla systir,
er í helli býr;
nú er rǫkkr rǫkkra,
ríða vit skulum
til Valhallar
ok til vés heilags. |
Svegliati, fanciulla tra le fanciulle!
Svegliati,amica mia,
sorella Hyndla
che abiti nella caverna!
È ora la tenebra delle tenebre:
cavalchiamo
verso Valhǫll
e i santi sacrari! |
|
Ljóða Edda
>
Hyndluljóð
[1] |
► Gli ospiti
della Valhǫll
Nella sua
Prose Edda, Snorri tratta più
volte della
Valhǫll. Ci ricorda innanzitutto che il salone viene assegnato da
Óðinn ai guerrieri uccisi in battaglia, e sottolinea un legame di
adozione
tra il dio e coloro che, caduti valorosamente nella mischia, sono divenuti suoi figli:
| Hann heitir
ok Valfǫðr, þvíat hans óskasynir
eru allir þeir er í val falla. Þeim
skipar hann Valhǫll ok Vingólf, ok
heita þeir þá Einherjar. |
[Óðinn] si chiama anche
Valfǫðr perché sono suoi figli adottivi tutti coloro che cadono uccisi. A
loro assegna
Valhǫll e
Vingólf, ed essi si
chiamano
Einherjar. |
| Snorri
Sturluson:
Prose Edda >
Gylfaginning [20] |
Riguardo all'esistenza che gli
Einherjar conducono nella
Valhǫll, è Gylfi
stesso – qui dissimulato sotto il nome di
Gangleri – a chiedere lumi al suo
anfitrione Hár. Che cosa mangiano gli
Einherjar? Che cosa bevono? Chi li serve? E
cosa fanno quando non sono a banchetto? Il
Grímnismál
è la fonte da cui Snorri trae le sue informazioni e cita ogni volta le
strofe del poema, a prova della correttezza del suo racconto, dandone al
contempo preziose spiegazioni.
Sappiamo così che vi sono, nella Valhǫll, tre
animali: un porco, una capra e un cervo, a cui il
Grímnismál
dedica altrettante strofe. Queste ultime sarebbero rimaste piuttosto ostiche se Snorri
non ne avesse fornito colorite esplicazioni, così da rispondere alle
domande di re Gylfi. La prima di esse, isolatamente citata
dal poema in coda al novero delle dimore divine, dice:
Snorri spiega:
| Þá mælti Gangleri: «Þat segir þú
at allir þeir menn er í orrostu
hafa fallit frá upphafi heims eru
nú komnir til Óðins í Valhǫll.
Hvat hefir hann at fá þeim at
vistum? Ek hugða at þar skyldi
vera allmikit fjǫlmenni». |
Quindi disse
Gangleri: «Tu dici che tutti gli uomini
che sono caduti in battaglia dall'inizio del mondo sono ora giunti nella
Valhǫll, da
Óðinn. Cos'ha egli da offrire loro per sostentarli? Immagino che là vi sia
una folla immensa». |
| Þá svarar Hár: «Satt er þat er þú segir, allmikit
fjǫlmenni er þar, en miklu fleira
skal enn verða, ok mun þó oflítit
þykkja þá er úlfrinn kemr. En
aldri er svá mikill mannfjǫlði í
Valhǫll at eigi má þeim endask
flesk galtar þess er Sæhrímnir
heitir. Hann er soðinn hvern dag
ok heill at aptni. En þessi
spurning er nú spyrr þú, þykki mér
líkara at fáir muni svá vísir vera
at hér kunni satt af at segja.
Andhrímnir heitir steikarinn, en
Eldhrímnir ketillinn». |
Rispose quindi
Hár: «Ciò che dici è vero. Una
grande folla si trova là e diverrà
ancora più grande, ma sembrerà
comunque troppo piccola quando
arriverà il Lupo. Mai però la
moltitudine di
Valhǫll sarà grande abbastanza
da finire la carne di quel
cinghiale che si chiama Sæhrímnir.
Esso viene cotto ogni giorno, ma
alla sera è di nuovo intero.
Riguardo a ciò che ora domandi,
credo proprio che pochi siano
abbastanza sapienti da rispondere
correttamente. Andhrímnir si chiama
il cuoco ed Eldhrímnir il
calderone». |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [38] |
Per quanto riguarda la capra e il cervo, essi compaiono, nel
Grímnismál, in due strofe affiancate, anch'esse piuttosto ermetiche.
I due animali sono detti trovarsi «nella sala di
Herjafǫðr» [á hǫllo
Herjafǫðrs], dove brucano le fronde di un albero – mai citato altrove – chiamato
Læraðr.
Heiðrún heitir geit,
er stendr hǫllo á [Herjafǫðrs]
ok bítr af læraðs limom;
skapker fylla
hón skal ins skíra
mjaðar,
knáat sú veig vanaz. |
Heiðrún
si chiama la capra
che si erge sulla sala [di
Herjafǫðr]
e bruca le fronde del Læraðr.
Il calderone riempirà
lei di quel chiaro idromele,
un liquore che non può mancare. |
Eikþyrnir heitir hjǫrtr,
er stendr á hǫllo
Herjafǫðrs
ok bítr af Læraðs limom;
en af hans hornom
drýpr i Hvergelmi,
þaðan eigo vǫtn ǫll vega. |
Eikþyrnir
si chiama il cervo
che si erge sulla sala di
Herjafǫðr
e bruca le fronde del Læraðr.
Dalle sue corna
cadono gocce in
Hvergelmir,
da cui prendono le acque ogni via. |
|
Ljóða Edda
>
Grímnismál
[25-26] |
Poiché
Herjafǫðr, il «padre delle
schiere», è
Óðinn, possiamo bene immaginare che la sala in questione sia la
Valhǫll, pur non espressamente
citata. È la stessa conclusione di Snorri, che v'imbastisce
sopra un dialogo deliziosissimo:
|
Þá mælti Gangleri: «Hvat hafa
einherjar at drykk þat er þeim
endisk jafngnógliga sem vistin,
eða er þar vatn drukkit?» |
Quindi chiese
Gangleri: «Per gli
Einherjar c'è
qualcosa da bere che possa bastare per accompagnare il loro cibo, oppure là si
beve acqua?» |
|
Þá segir Hár: «Undarliga spyrðu nú,
at Allfǫðr mun bjóða til sín
konungum eða jǫrlum eða ǫðrum
ríkismǫnnum ok muni gefa þeim vatn
at drekka, ok þat veit trúa mín at
margr kemr sá til Valhallar er dýrt
mundi þykkjask kaupa vatnsdrykkinn
ef eigi væri betra fagnaðar þangat
at vitja, sá er áðr þolir sár ok
sviða til banans.
|
Disse quindi Hár: «È strano che tu
adesso chieda se
Allfǫðr possa chiamare a sé
regnanti, nobili e altri uomini di rango e dar loro da bere acqua. E in fede
mia, tanti giungerebbero a
Valhǫll pensando di aver pagato a caro
prezzo quell'acqua da bere, se non vi fosse un miglior desco a cui sfamarsi per
chi in precedenza ha sofferto atroci dolori nel momento della morte. |
|
Annat kann ek þér þaðan segja.
Geit sú er Heiðrún heitir stendr
uppi á Valhǫll ok bítr barr af
limum trés þess er mjǫk er
nafnfrægt, er Léraðr heitir, en ór
spenum hennar rennr mjǫðr sá er
hon fyllir skapker hvern dag. Þat
er svá mikit at allir einherjar
verða fulldruknir af». |
Posso raccontarti ancora una cosa. Quella capra che si chiama
Heiðrún sta nella parte alta di Valhǫll e mangia le bacche dai rami di quel famosissimo albero chiamato
Léraðr. Dalle sue mammelle l'idromele scorre copioso, tanto che ogni giorno
ne riempie un barile. Questo è così grande da ubriacare tutti gli
Einherjar». |
|
Þá mælti Gangleri: «Þat er þeim
geysihaglig geit. Forkunnar góðr
viðr mun þat vera er hon bítr af!» |
Quindi parlò
Gangleri: «È proprio una capra utile per
loro. Dev'essere poi prodigioso l'albero da cui bruca». |
|
Þá mælti Hár: «Enn er meira mark at
of hjǫrtinn Eirþyrni, er stendr á
Valhǫll ok bítr af limum þess trés,
en af hornum hans verðr svá mikill
dropi at niðr kemr í Hvergelmi, en
þaðan af falla ár þær er svá heita... |
Quindi disse
Hár: «Ancora più notevole è il
cervo
Eikþyrnir: anche lui si trova
in
Valhǫll e bruca i rami
dell'albero. Dalle sue corna
stillano tantissime gocce che
cadono in
Hvergelmir e da qui nascono i fiumi che così si chiamano... |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [39] |
La meraviglia di Gylfi/Gangleri
è la stessa del lettore, e Snorri la orchestra con l'abilità di un
romanziere moderno. Più tardi, il protagonista pone una domanda della quale,
almeno in teoria, dovrebbero già conoscere la risposta, visto che si trova sul
posto e
sta già assistendo a quanto accade giornalmente nella Valhǫll.
| Þá mælti Gangleri: «Allmikill
mannfjǫlði er í Valhǫll, svá njóta
trú minnar at allmikill hǫfðingi
er Óðinn er hann stýrir svá miklum
her. Eða hvat er skemtun
einherjanna þá er þeir drekka eigi?» |
Quindi parlò
Gangleri: «Un'enorme folla si trova nella
Valhǫll. E per quanto posso comprendere,
Óðinn è un grandissimo condottiero, lui che comanda un esercito così grande.
Ma qual è il passatempo degli
Einherjar quando non bevono?» |
| Hár segir: «Hvern dag þá er þeir
hafa klæzk, þá hervæða þeir sik ok
ganga út í garðinn ok berjask ok
fellr hverr á annan. Þat er leikr
þeira. Ok er líðr at dǫgurðarmáli,
þá ríða þeir heim til Valhallar ok
setjask til drykkju, svá sem hér
segir». |
Disse Hár:
«Ogni giorno, dopo essersi vestiti, si armano ed escono nel cortile, dove
lottano e si abbattono l'un l'altro. Questo è il loro svago. Quando si avvicina
l'ora del dagverðr,
allora tornano alla Valhǫll, la
loro casa, e siedono a bere». |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [40] |
La fonte, qui, non è più il Grímnismál,
ma un diverso poema eddico:
Allir einherjar
Óðins túnum í
hǫggvask hverjan dag.
Val þeir kjósa
ok ríða vígi frá,
sitja meir um sáttir saman. |
Gli
Einherjar tutti
alla corte di
Óðinn
ogni giorno si battono.
Il caduto essi scelgono
dalla battaglia ritornano,
poi in concordia siedono insieme. |
|
Ljóða Edda
>
Vafþrúðnismál
[41] |
Hár continua quindi il suo
racconto, spiegando chi serva da bere agli
Einherjar:
| Enn eru þær aðrar er þjóna skulu í
Valhǫll, bera drykkju ok gæta
borðbúnaðar ok ǫlgagna. [...] |
Ci sono ancora altre [dee] che in
Valhǫll si occupano di servire, portando
bevande, occuparsi delle portate e dei boccali.
[...] |
| Þessar heita valkyrjor, þær sendir
Óðinn til hverrar orrostu. Þær
kjósa feigð á menn ok ráða sigri.
Guðr, Róta ok norn in yngsta, er
Skuld heitir, ríða jafnan at kjósa
val ok ráða vígum. |
Esse si chiamano Valkyrjur e
Óðinn le invia a ogni battaglia. Loro scelgono i morituri e assegnano la vittoria. Guðr, Rota e la norna più giovane, che si chiama Skuld,
accorrono sempre per scegliere i caduti e decidere le battaglie. |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [36] |
La curiosità di Gylfi/Gangleri
sembra inesauribile:
| Þá mælti Gangleri: «Þetta eru
undarlig tíðindi er nú sagðir þú.
Geysimikit hús mun Valhǫll vera,
allþrǫngt mun þar opt vera fyrir
durum». |
Quindi disse
Gangleri: «Sono cose meravigliose queste
che dici. Valhǫll dev'essere un
meraviglioso edificio e dev'esservi spesso un grande affollamento davanti alle
porte». |
| Þá svarar Hár: «Hví spyrr þú eigi
þess hversu margar dyrr eru á
Valhǫll eða hversu stórar? Ef þú
heyrir þat sagt þá muntu segja at
hitt er undarligt ef eigi má ganga
út ok inn hverr er vill. En þat er
með sǫnnu at segja at eigi er þrøngra
at skipa hana en ganga í hana». |
Rispose quindi Hár:
«Perché non chiedi piuttosto quante porte ci siano in Valhǫll o quanto grandi? Se tu lo udissi, diresti che sarebbe sorprendente
se non potesse entrare e uscire chiunque lo voglia. Tuttavia si può rettamente
dire che non vi sia più affollamento nel trovar posto di quanto ve ne sia
nell'entrare». |
| Snorri
Sturluson: Prose Edda >
Gylfaginning [40] |
La risposta alla domanda retorica formulata da Hár,
viene fornita da un'ulteriore strofa del
Grímnismál,
citata da Snorri:
Fimm húndruð dura
ok um fjórom tøgom,
svá hygg ek at Vallhǫllo
vera;
átta hundruð einherja
ganga senn ór einom
durom,
þá er þeir fara at vitni
at vega. |
Cinquecento porte
e ancora quaranta
credo vi siano nella
Valhǫll;
ottocento
Einherjar
usciranno insieme da ciascuna porta
quando andranno a
battersi col lupo. |
|
Ljóða Edda
>
Grímnismál
[24] |
►
Accedere alla Valhǫll Con il poema eroico Helgakviða Hundingsbana
ǫnnur
entriamo finalmente dal punto di vista del guerriero caduto in battaglia che viene ammesso al
grande salone. Il nobile e valoroso Helgi, ucciso a tradimento dal
cognato Dagr, sale nella
Valhǫll e viene ben
accolto da
Óðinn, il quale gli affida importanti
incarichi nella dimora celeste. Subito, Helgi destina
Hundingr, il suo antico nemico, anch'egli nella
Valhǫll, a fungere da servo
degli altri guerrieri. Sappiamo così che tra gli
Einherjar vigevano distinzioni di
rango.
| En er hann kom til Valhallar, þá bauð
Óðinn honum ǫllu at ráða með sér. Helgi kvað: |
E quando [Helgi]
giunse nella
Valhǫll,
Óðinn lo invitò a prendere tutte le
decisioni insieme a lui. Disse Helgi: |
|
Þú skalt, Hundingr,
hverjum manni
fótlaug geta
ok funa kynda,
hunda binda,
hesta gæta,
gefa svínum soð,
áðr sofa gangir. |
Tu dovrai, Hundingr,
a ogni uomo
lavare i piedi
e accendere il fuoco,
legare i cani,
custodire i cavalli,
dare la broda ai maiali
prima di andare a dormire. |
|
Ljóða Edda
>
Helgakviða Hundingsbana ǫnnur [39] |
Intanto, sulla terra, il tumulo di Helgi viene visitato ogni giorno
dall'inconsolabile vedova Sigrún, la quale era stata una
valorosa valchiria. Una sera, al
tramonto, ella vede lo spettro di Helgi in piedi accanto
al suo luogo di sepoltura. È una scena di grande effetto. I due si parlano
e, piangendo, la donna afferma di volere essere seppellita accanto allo sposo defunto. Helgi le annuncia che questo suo
desiderio si sarebbe presto avverato e le dipinge l'esistenza che essi, di nuovo
riuniti, avrebbero condotto nella
Valhǫll. Quindi
Helgi si congeda, dicendo che è giunto il momento
per lui di tornare alla sua dimora celeste.
Vel skulum drekka
dýrar veigar,
þótt misst hafim
munar ok landa;
skal engi maðr
angrljóð kveða,
þótt mér á brjósti
benjar líti;
nú eru brúðir
byrgðar í haugi,
lofða dísir,
hjá oss liðnum. |
Berremo di buon vino
sorsi preziosi
anche se perdemmo
terre e valore.
Non canterà nessuno
canti di morte
anche se ferite letali
vedrà sul mio petto:
ora le spose giacciono
vicine, nel tumulo,
donne di guerrieri,
accanto a noi, trapassati. |
Mál er mér at ríða
roðnar brautir,
láta fǫlvan jó
flugstíg troða;
skal ek fyr vestan
vindhjalms brúar,
áðr Salgófnir
sigrþjóð veki. |
Tempo è per me di cavalcare
per strade vermiglie;
livido il mio cavallo
calpesterà sentieri del cielo;
percorrerà ad occidente i ponti
della volta celeste,
prima che Salgófnir
risvegli i vittoriosi. |
|
Ljóða Edda
>
Helgakviða Hundingsbana ǫnnur [46] e [49] |
D'altra parte, nella redazione evemeristica dell'Ynglinga
saga, l'Óðinn pseudostorico traccia una serie di leggi che hanno tutta l'aria di
rispecchiare i più antichi costumi scandinavi. Egli dà molta
importanza ai rituali funerari perché, leggiamo, da essi dipendeva lo status
del defunto nella
Valhǫll.
| Svá setti hann, at alla dauða menn
skyldi brenna ok bera á bál með þeim eign þeirra; sagði hann svá, at með
þvílíkum auðǿfum skyldi hverr koma til Valhallar, sem hann hafði á bál; þess
skyldi hann ok njóta, er hann sjálfr hafði í jǫrð grafit: en ǫskuna skyldi bera
út á sjá eða grafa niðr í jǫrð. En eptir gǫfga menn skyldi haug gera til
minningar; en eptir alla þá menn, er nǫkkut mannsmót var at, skyldi reisa
bautasteina; ok hélzt sjá siðr lengi síðan. |
[Óðinn]
stabilì che tutti i morti dovessero essere cremati e posti sul rogo con i loro
averi. Disse che ognuno sarebbe giunto nella
Valhǫll con le ricchezze che
aveva sulla pira e che vi avrebbe usufruito anche di ciò che personalmente aveva
sotterrato. Le ceneri dovevano essere portate via sul mare o essere sepolte
nelle viscere della terra. In ricordo degli uomini eminenti si sarebbe eretto un
tumulo, e per tutti coloro che avessero mostrato qualità di veri uomini si
sarebbero innalzate pietre sepolcrali; questo uso fu da allora conservato a
lungo. |
| Snorri
Sturluson: Ynglinga saga [8] |
Nella Njáls saga
troviamo questo significativo scambio di battute, in cui un giovane impugna
l'alabarda di suo padre prima della battaglia, in modo che, morendo, possa
portarla alla Valhǫll e riconsegnarla al proprietario:
| Eftir það tóku þeir vopn sín þá er allir
menn voru í rekkjum. Hǫgni tekur ofan atgeirinn og sǫng í honum hátt. |
Quindi presero le loro armi, appena tutti
si trovarono nei loro giacigli. Hǫgni prese l'alabarda, che mandò il suo canto. |
| Rannveig spratt upp af æði mikilli og
mælti: «Hver tekur atgeirinn þar er eg bannaði ǫllum með að fara?» |
Rannveig si alzò di scatto, furiosa, e
chiese: «Chi impugna l'alabarda? Ho proibito a tutti di avvicinarsi a quell'arma!» |
| «Eg ætla,» segir Hǫgni, «að færa fǫður
mínum og hafi hann til Valhallar og beri þar fram á vopnaþingi». |
«Voglio portarla a mio
padre» disse Hǫgni. «Dovrà averla con sé nella Valhǫll, quando si verrà al convegno
delle armi!» |
| Njáls saga [79] |
Nella stessa saga, troviamo anche una preziosa
indicazione del fatto che, come
Óðinn accoglieva i valorosi guerrieri
nella Valhǫll, altri poteva escluderli se giudicati immeritevoli di tale onore.
Di fronte alla visione di un tempio arso e spogliato, uno dei personaggi della
saga commenta:
| «Maðr mun brennt hafa hofið en borið út
goðin. En goð hefna eigi alls þegar. Mun sá maðr braut rekinn úr Valhǫllu og þar
aldrei koma er þetta hefir gert.» |
«Deve essere stato un uomo a incendiare il
tempio e a portare fuori gli idoli. Ma gli dèi non hanno fretta di vendicarsi.
Sarà escluso dalla Valhǫll l'uomo che ha compiuto questo, e per sempre.» |
| Njáls saga [88] |
Che la morte non fosse esattamente
una livella, per coloro che cadevano in battaglia, e che nella Valhǫll
venissero mantenute le distinzioni di rango e ricchezza di cui i
defunti avevano goduto in vita, ci viene confermato anche dalla letteratura scaldica.
Nel poema anonimo Eiríksmál, «Discorso per Eiríkr»,
panegirico scritto per commemorare la morte del re di Norvegia Eiríkr blóðøx,
«ascia di sangue», avvenuta nel 954,
Óðinn e Bragi
attendono nella
Valhǫll il trionfale arrivo del defunto sovrano.
Trepidanti, i due æsir invitano i mitici eroi Sigmundr e
Sinfjǫtli ad accogliere personalmente il
sopraggiunto.
|
Kvað Óðinn: |
Disse
Óðinn:
|
Hvat's þat drauma?
hugðumk fyr dag rísa
Valhǫll at ryðja
fyr vegnu fólki;
vakðak Einherja,
baðk upp at rísa,
bekki at stráa,
bjórker at leyðra,
valkyrjur vín bera,
sem vísi kœmi. |
Che sogni sono questi?
Mi è parso di alzarmi all'alba
a sgombrare la
Valhǫll
per ospiti in arrivo.
Ho svegliato gli
Einherjar,
gli ho chiesto di levarsi
a impagliare le panche
e lavare le brocche della birra
e alle Valkyrjur, di portare vino
come se stesse per venire un principe. |
Erum ór heimi
hǫlða vánir
gǫfugra nǫkkurra,
svá's mér glatt hjarta. |
Sono gonfio di attese:
per l'arrivo dal mondo
di un uomo straordinario
mi esulta dentro il cuore. |
|
Kvað Bragi: |
Disse Bragi: |
Hvat þrymr þar
sem þúsund bifisk
eða mengi til mikit?
Braka ǫll bekkþili
sem myni Baldr koma
eptir í Óðins sali. |
Cos'è questo fracasso?
È il calpestio di mille
o di una folla immensa?
Tutte le panche stridono:
sembra che Baldr ritorni
nella sala di
Óðinn. |
|
Kvað Óðinn: |
Disse
Óðinn:
|
Heimsku mæla
skalat enn horski Bragi,
þvít þú vel hvat vitir;
fyr Eiríki glymr,
es hér mun inn koma
jǫfurr í Óðins sali. |
Non raccontare storie,
Bragi, sei troppo saggio.
La verità la sai;
Eiríkr causa il frastuono:
sta per entrare un principe
nella sala di
Óðinn. |
Sigmundr ok Sinfjǫtli,
rísið snarliga
ok gangið í gǫgn grami,
inn þú bjóð,
ef Eirekr sé,
hans es mér nú ván vituð. |
Sigmundr e Sinfjǫtli,
alzatevi in fretta
e andate incontro al re.
Pregatelo di entrare,
se si tratta di Eiríkr;
la mia attesa è per lui. |
|
Eiríksmál [1-4] |
Chiaramente ispirato a quest'ultimo, è l'Hákonsmál,
il «discorso per Hákon», dove lo scaldo
Eyvindr Finnsson skáldaspillir crea una situazione analoga per
commemorare Hákon goði, il «buono», fratello di
Eiríkr blóðøx, morto nella battaglia di Stǫrð (960). Il poema è molto
pittoresco nel descrivere le fasi nella
battaglia sostenute da
Hákon, sia dal punto di vista dei mortali, sia da quello delle potenze
soprannaturali che stabiliscono le sorti
dei guerrieri. Il poema inizia con una strofa in cui
Óðinn invia le
Valkyrjur sul campo di battaglia per decidere chi, dei sovrani
impegnati nello scontro, sarà destinato a salire nella
Valhǫll:
Gǫndul ok Skǫgul
sendi Gautatýr
at kjósa of konunga,
hverr Yngva ættar
skyldi með Óðni fara
ok í Valhǫllu vesa. |
Gǫndul e Skǫgul
mandò Gautatýr
a scegliere tra i principi
della casa degli Ynglingar
chi partisse con
Óðinn
per restare nella
Valhǫll. |
|
Eyvindr Finnsson skáldaspillir:
Hákonsmál [1] |
Nel corso di una tremenda battaglia, in cui il poeta intreccia visioni
laceranti dove il fragore delle armi si mescola al galoppo delle
Valkyrjur, il re cade ucciso insieme a un
gran numero dei suoi uomini e, ritrovandosi avviato sulla strada per la Valhǫll,
è per un momento sgomento e contrariato.
Perché questa sconfitta? Egli meritava la vittoria! Ma le
valchirie Gǫndul e Skǫgul
gli fanno comprendere, con pochi accenni, che il suo vasto esercito arricchirà
quello degli
Einherjar.
Sö́tu þá dǫglingar
með sverð of togin,
með skarða skjǫldu
ok skotnar brynjur;
vasa sá herr
í hugum ok átti
til Valhallar vega. |
Ecco accasciati i principi,
con le spade sguainate,
con gli scudi spaccati,
e le cotte stracciate.
Disperato l'esercito,
si era ormai avviato
sulla via per la
Valhǫll. |
Gǫndul þat mælti,
studdisk geirs skapti:
«Vex nú gengi goða,
es Hö́koni hafa
með her mikinn
heim bǫnd of boðit». |
Prese a parlare Gǫndul,
appoggiandosi all'asta:
«S'arricchisce la schiera divina,
se Hákon è oggi invitato
con il suo immenso esercito
nelle dimore dei Potenti». |
Vísi þat heyrði,
hvat valkyrjur mæltu
mærar af mars baki;
hyggiliga létu
ok hjalmaðar sö́tu
ok hǫfðusk hlífar fyrir. |
Ma ode il signore
le parole che le Valkyrjur
si scambiano in tono profetico,
dai loro cavalli
sedute elmo in testa
e lo scudo davanti. |
«Hví þú svá gunni» kvað Hö́kon,
«skiptir, Geirskǫgul?
Vö́rum þó verðir gagns frá goðum»,
«Vér því vǫldum» kvað Skǫgul,
at þú velli helt,
en þínir fíandr flugu. |
«Perché in tal guisa stabilisci» disse Hákon,
«l'esito dello scontro, Geirskǫgul?
Io merito dagli dèi la vittoria!»
«Noi ti abbiamo permesso» disse Skǫgul,
«di occupare il terreno
e abbiamo messo i tuoi nemici in fuga». |
«Ríða vit skolum»,
kvað hin ríkja Skǫgul,
«grǿnna heima goða,
Óðni at segja,
at nú mun allvaldr koma
á hann sjalfan at séa». |
«Ma ora risaliamo»,
aggiunse maestosa Skǫgul,
«alle verdi dimore degli dèi
per annunciare a
Óðinn
che è in viaggio per incontrarlo
il sovrano in persona!» |
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Eyvindr Finnsson skáldaspillir:
Hákonsmál [9-13] |
Allora Óðinn manda
Hermóðr e Bragi ad
accogliere il sovrano. Re Hákon, ancora tutto insanguinato per le ferite ricevute in battaglia, sbircia
da lontano il minaccioso volto di Óðinn
ed è piuttosto restio ad avanzare. Ma Bragi lo
rassicura:
«Herja grið
skalt þú allra hafa,
þigg þú at ásum ǫl.
Jarla bági,
þú átt inni hér
átta brǿðr» kvað Bragi. |
«Godrai la stessa pace
di tutti gli Einherjar.
Accetta la birra degli
Æsir.
Nemico degli jarlar,
troverai in questa casa
otto fratelli tuoi», disse Bragi. |
«Gerðar órar»,
kvað hinn góði konungr,
«viljum vér sjalfir hafa;
hjalm ok brynju
skal hirða vel,
gótt es til gǫrs at taka». |
«Le nostre armature»,
rispose il buon re,
«preferiamo tenercele;
l'elmo e la corazza
vanno tenuti da conto
ed è utile averli sottomano». |
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Eyvindr Finnsson skáldaspillir:
Hákonsmál [14-17] |
Alcuni di questi versi sono citati, tra l'altro, nella Hákonar saga Góða, la «Saga di Hákon
il buono», dove si descrive il funerale pagano di re Hákon, destinato ad aprire
al sovrano norvegese la strada per la Valhǫll.
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