MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
ÓÐINN
LA SAPIENZA E IL FURORE
Il re degli dèi, lo stregone capace di inaudite metamorfosi, il vagabondo che viaggia per le strade del mondo, il sapiente che disputa con i giganti sul sapere remoto, il guerriero che assegna la vittoria e la morte: tutto questo confluiva nella figura sinistra e inquietante di Óðinn.
  1. Óðinn, padre di tutti
  2. Il dio dai molti nomi
  3. Un destriero, due lupi e due corvi
  4. Óðinn, il guercio, signore della sapienza
  5. Il sacrificio e le rune
  6. I poteri magici di Óðinn
  7. Óðinn, signore della poesia
  8. Óðinn, padre dei guerrieri
  9. Óðinn, viandante e ospite
  10. Le apparizioni di Óðinn
    Fonti
  1. Etimologia: il signore dell'ebbrezza poetica
  2. Le fonti letterarie latine
  3. Le fonti epigrafiche
  4. Le fonti vernacolari germanico-continentali
  5. Le fonti vernacolari scandinave
  6. Le fonti genealogiche anglosassoni
  7. Óðinn: una visione d'insieme
  8. La tradizione degli Óðins nǫfn
  9. Il catalogo degli epiteti di Óðinn
  10. Interpretazioni critiche della figura di Óðinn
  11. Óðinn e Varuṇa: l'analisi funzionale di Georges Dumézil
  12. Óðinn e Lúg: un'unica divinità celto-germanica?
  13. Óðinn ed Hermês: le ragioni dell'interpretazione classica
  14. Óðinn: esito germanico del dio-vento indoeuropeo?
    Bibliografia
1 - ÓÐINN, PADRE DI TUTTI

Óðinn in trono ( 1885)

Johannes Gehrts (1855-1921). Illustrazioni (Dahn ~ Dahn 1885).

iglio del gigante Borr e di Bestla figlia di Bolþǫrn, Óðinn è il più vecchio degli Æsir. Nato in tempi remoti, lui e i suoi fratelli Vili e furono gli artefici della creazione: essi uccisero il gigante primigenio Ymir e con la sua carcassa forgiarono la terra e il cielo, quindi regolarono il corso degli astri, stabilirono il computo del tempo e fondarono il nuovo ordine universale.

Óðinn è sommo tra gli dèi e governa tutte le cose del mondo. Benché anche gli altri dèi siano potenti, tutti lo servono, così come i figli fanno con il padre. Infatti egli è chiamato Allfǫðr, «padre di tutti», perché è padre degli dèi e degli uomini, il creatore di tutto ciò che ha portato a compimento con la sua potenza.

Óðinn dimora in Ásgarðr, nel palazzo d'argento chiamato Valaskjálf, «rocca degli eletti», che lui stesso ha innalzato. In quella sala si trova il trono Hliðskjálf, dal quale Óðinn osserva tutto il mondo e la condotta di ogni uomo, e comprende tutte le cose che vede.

Sposa di Óðinn è Frigg figlia di Fjǫrgynn, da cui ha avuto il figlio Baldr e, forse, anche il cieco Hǫðr. Ma prima, Óðinn aveva avuto in moglie Jǫrð, che gli aveva generato il più forte e possente dei suoi figli, il dio del tuono Þórr. La sua amante Rindr gli ha dato inoltre il figlio Váli, e la gigantessa Gríðr gli ha partorito Víðarr il silenzioso. Anche Hermóðr è detto figlio di Óðinn. Il valoroso Týr è pure figlio di Óðinn, ma altri lo dicono piuttosto figlio del gigante Hymir.

Óðinn ha infine avuto molte amanti tra i mortali, dalle quali ha generato grandi eroi e importanti schiatte di sovrani.

2 - IL DIO DAI MOLTI NOMI

Óðinn tra i suoi corvi

Tudor Humphries

oltissimi sono i nomi e gli appellativi con i quali Óðinn è conosciuto tra i figli degli uomini, e nessun uomo ha sapienza bastante per conoscerli tutti. Si dice che nei tempi antichi, in Ásgarðr, egli avesse dodici nomi. Il primo era Allfǫðr, il secondo Herjan, il terzo Hnikarr, il quarto Hnikuðr, il quinto Fjǫlnir, il sesto Óski, il settimo Ómi, l'ottavo Biflindi, il nono Sviðurr, il decimo Sviðrir, l'undicesimo Viðrir, il dodicesimo Jálkr.

Ma egli è chiamato anche Sigfǫðr e Valfǫðr perché stabilisce in battaglia a chi vadano la vittoria e la morte. Altri suoi nomi sono Hangaguð «dio degli impiccati», Haptaguð «dio dei legami» e Farmaguð «dio dei carichi».

Óðinn stesso riferì molti dei suoi epiteti quando si recò da re Geirrøðr.

— Mi chiamo Grímr, e Gangleri, Herjan, Hjálmberi, Þekkr, Þriði, Þuðr, Uðr, Helblindi, Hár, Saðr, Svipall, Sanngetall, Herteitr, Hnikarr, Bileygr, Báleygr, Bǫlverkr, Fjǫlnir, Grímnir, Glapsviðr, Fjǫlsviðr, Síðhǫttr, Síðskeggr, Sigfǫðr, Hnikuðr, Allfǫðr, Atríðr, Farmatýr, Óski, Ómi, Jafnhár, Biflindi, Gǫndlir, Hárbarðr, Sviðurr, Sviðrir, Jálkr, Kjalarr, Viðurr, Þrór, Yggr, Þundr, Vakr, Skilfingr, Váfuðr, Hroptatýr, Gautr, Veratýr, Ófnir e Sváfnir.

Ma vi è anche un'altra ragione per cui tutti questi nomi sono stati assegnati a Óðinn, ed è che vi sono nel mondo molte lingue e tutte le genti si rivolgono al dio nella propria lingua quando lo invocano o lo pregano.

3 - UN DESTRIERO, DUE LUPI E DUE CORVI

Óðinn al galoppo ( 1911)

Arthur Rackham (1867-1939)

ncappucciato, o con un cappello a larghe falde in capo, Óðinn vaga tra i mondi in groppa al suo cavallo Sleipnir, che è il migliore dei destrieri ed è dotato di otto zampe. Lo accompagnano due lupi chiamati Freki e Geri, l'«avido» e il «divoratore», che nutre col cibo che sta sul suo tavolo. Si dice infatti che Óðinn non abbia alcun bisogno di nutrimento: il vino è per lui tanto cibo che bevanda.

Due corvi stanno appollaiati sulle sue spalle e gli sussurrano all'orecchio tutte le cose che vedono o sentono: si chiamano Huginn e Muninn, il «pensiero» e la «memoria». Durante il giorno Óðinn li fa volare per il mondo; all'ora del pasto essi tornano e gli riferiscono ciò che hanno saputo, e Óðinn comprende ogni cosa. Per questo gli uomini lo chiamano anche Hrafnaguð «dio dei corvi». Così come è detto:

Geri e Freki nutre,       avvezzo alla guerra,
Herjafǫðr glorioso.
Ma soltanto col vino       fiero nell'armatura,
Óðinn vive per sempre.

Huginn e Muninn       volano ogni giorno
alti intorno alla terra.
Io ho timore per Huginn       che non ritorni;
ma ho ancora più timore per Muninn.

4 - ÓÐINN, IL GUERCIO, SIGNORE DELLA SAPIENZA

a non si può parlare di Óðinn senza far cenno alla sua sapienza, all'immensa conoscenza che egli possiede, essendo il più antico degli dèi e il creatore del mondo. Egli ha imparato per primo tutte le arti e poi gli uomini le hanno apprese da lui. Tra i molti nomi ed epiteti di Óðinn, parecchi si riferiscono alla vastità e alla profondità del suo sapere: Fjǫlnir e Fjǫlsviðr «assai sapiente», Sanngetall «[colui che] intuisce il vero», Saðr «[colui che] dice il vero» e ancora Forni «antico», cioè conoscitore di tutte le cose dalla loro origine.

Ma Óðinn non solo conosce l'origine di tutte le cose, i misteri dei nove mondi [nío heimar] e l'ordine di tutte le stirpi e gli esseri che vi abitano, ma sa anche ciò che deve ancora accadere, conosce il destino di ogni uomo e il fato dell'universo.

Óðinn interroga Mímir ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall]►

Óðinn ama disputare con creature antiche e sapienti. Sotto le mentite spoglie di Gágnraðr si giocò la vita sfidando a una gara di sapienza il gigante Vafþrúðnir, la cui erudizione era rinomata in tutti i nove mondi e, dopo una serie di domande sul passato, il presente e il futuro del mondo, a cui il gigante rispose prontamente, Gágnraðr gli domandò che cosa avesse sussurrato Óðinn all'orecchio di Baldr prima che questi fosse posto sulla pira funebre. A questo punto Vafþrúðnir riconobbe Óðinn, ma aveva ormai perduto la gara.

Un'altra volta, presentandosi col nome di Gestumblindi, Óðinn sfidò un re di nome Heiðrekr a una gara di indovinelli. Dopo una serie di quesiti a cui il re rispose senza difficoltà, Óðinn gli pose la medesima domanda che già aveva posto a Vafþrúðnir. A quella domanda il re riconobbe il dio e cercò di ucciderlo, ma Óðinn gli sfuggì trasformandosi in falco.

Óðinn tiene accanto a sé la testa di Mímir, che è per lui una fonte inesauribile di conoscenza e gli rivela molte notizie dagli altri mondi. Come disse la valchiria:

Sul monte si stagliava [Óðinn?],       con la «lama di Brimir»,
un elmo in capo.
Disse dunque la testa di Mímir       con senno la prima parola:
espose detti di verità.

Inoltre, egli stesso ha un solo occhio, avendo dato l'altro per attingere un sorso d'acqua alla fonte della sapienza in Mímisbrunnr. Da quella mutilazione gli derivarono gli epiteti di Bileygr «guercio» e Báleygr «occhio fiammeggiante».

— Che cosa mi chiedete?
Tutto io so, Óðinn,
nella famosa 
Mímir beve
dal pegno pagato da Valfǫðr.

 

Perché mi mettete alla prova?
dove tu nascondesti l'occhio
Mímisbrunnr!
idromele ogni mattino
Che altro tu sai?

5 - IL SACRIFICIO E LE RUNE

a sapienza di Óðinn ha anche un'altra importantissima origine: egli conosce infatti i segreti delle rune, quelle lettere dai tratti angolati, che, incise sul legno e sulla pietra, sulle lame delle spade, sulla lingua dei poeti, sugli zoccoli dei cavalli,sui palmi delle levatrici, ai bordi del ponte, sulla birra che fermenta, e sugli amuleti sono l'origine stessa di ogni conoscenza e di ogni potere. Óðinn ottenne questa sapienza immolando sé stesso in sacrificio a sé stesso, come lui stesso narrò a Loddfáfnir:

— Ecco, lo so io, rimasi appesi all'alto tronco sferzato dal vento per nove intere notti, ferito di lancia e consegnato a Óðinn (io stesso sacrificato a me stesso!) su quell'albero che nessuno sa da quali radici sorga. Ero affamato, ma nessuno era lì a darmi del pane; ero assetato, ma nessuno mi porgeva corni per bere. Guardai giù, urlando feci salire le rune, e poi caddi di là!

In tal modo Óðinn ottenne le rune e ne dominò tutti i poteri. E subito si era sentito come fiorire internamente, crescere e farsi possente. “Parola per me da parola, trassi con la parola! Opera per me dall'opera, trassi con l'opera!”

Pare che l'albero a cui Óðinn si appese fosse proprio il grande frassino Yggdrasill, il quale trasse il suo nome, «destriero di Yggr», in ricordo del suo sacrificio.

— Rune tu troverai,       lettere chiare,
lettere grandi,
lettere possenti,
che dipinse il terribile vate,      che crearono i supremi numi,
che incise Hroptr degli dèi.

“Le interpretò,       le incise
Hroptr le escogitò,
da quella linfa       che cadde in gocce
dal teschio di Heiðdraupnir
e dal corno di Hoddrofnir.”

 
Il sacrificio di Óðinn ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall]►
6 - I POTERI MAGICI DI ÓÐINN

Óðinn, il dio grigio

Michael Peters

a sapienza di Óðinn è conoscenza, magia e poesia a un tempo. Non è soltanto arida erudizione, ma anche la sorgente dei suoi poteri. Egli pratica le sue arti con le rune o con quei canti magici detti galdrar, onde per cui lui stesso e tutti gli Æsir sono anche chiamati «fabbri di canti». Ma vi sono canti – non certo alla portata dei figli degli uomini – che solo Óðinn conosce, e che gli conferiscono immenso potere non soltanto sulle cose e sugli elementi, ma anche sulla volontà e i sentimenti degli uomini. Nove incantesimi, i più terribili, egli li apprese da suo zio materno, il figlio di Bǫlþorn.

Conosciamo alcuni di questi canti perché furono uditi quando lo stesso Óðinn li riferì a Loddfáfnir.

Con i suoi incantesimi, Óðinn sa legare l'animo e la volontà degli uomini. Può sedare l'odio e le contese, acquietare l'angoscia e la tristezza, e persino guarire le malattie; viceversa sa recare agli uomini la sfortuna, la malattia e la morte; sa togliere il senno o la forza a un uomo per trasferirli a un altro. Questo tipo di magia – che Óðinn ben conosce – è chiamata seiðr e il praticarla comporta per i maschi atteggiamenti vergognosi, tanto che è stata a lungo tramandata soltanto tra le sacerdotesse.

Óðinn sa come sedurre le donne suscitando amore nel loro cuore, e neppure la più accorta fanciulla gli resiste, perché egli sa affascinarla, piegandone i sentimenti al suo volere. È il dio stesso a dirlo: — Questo io conosco: se desidero avere l'amore di una fanciulla, per quanto accorta ella sia, l'animo io piego della donna dalle candide braccia e distorco tutti i suoi pensieri.

Se il fuoco arde, Óðinn sa le parole per spegnerlo. Se vi è tempesta in mare, con il canto Óðinn muta il vento secondo la sua volontà e acquieta i marosi. — Questo io conosco: se vedo avvampare l'alta sala intorno ai miei compagni al banchetto, non brucia il fuoco con tale ardore che io non possa spegnerla cantando il mio incantesimo. E questo ancora conosco: se mi trovo in difficoltà per salvare la mia nave sui flutti, il vento io calmo sulle onde e addormento tutto il mare.

Óðinn non può essere imprigionato né legato. Conosce canti che sciolgono i nodi, fanno cadere le catene dai polsi e saltar via i ceppi dai piedi. Ha il potere di cambiare il suo aspetto e nessuno lo riconosce finché desidera mantenere l'incognito. Mentre il suo corpo giace come morto o addormentato, Óðinn diventa uccello o animale, pesce o serpe, arrivando in un batter d'occhio in terre lontane per occuparsi delle proprie faccende... o di quelle degli altri.

Óðinn sa dove sono nascosti tutti i tesori del mondo, e conosce i canti che aprono la terra e le rocce, le pietre e i tumuli; lega con le parole quelli che vi abitano, poi entra e prende tutto ciò che gli piace. Egli resuscita dalla terra i morti, o siede presso le forche e slega le lingue degli uomini appesi, i quali gli riferiscono il loro sapere; perciò egli è detto signore degli spiriti dei morti e degli impiccati. — Questo io conosco. Se vedo su un albero in alto un impiccato oscillare, incido e dipingo rune così che quell'uomo cammini con me e risponda alle mie domande.

Se nella notte Óðinn vede volare le streghe, sa come confonderle e disperderle: ― Questo io conosco. Se vedo le «cavalcatrici dei recinti» fare giochi nell'aria, io posso fare in modo che esse smarriscano il ritorno ai loro corpi a casa, ai loro spiriti a casa.

Molti nomi vennero dati a Óðinn in ricordo delle sue capacità stregonesche: Ginnarr «ingannatore», Glapsviðr «abile nell'incantare», Gapþrosnir «mago» (?) e Gǫndlir «[colui che] possiede la verga magica», Haptaguð «dio dei legami», Skollvaldr «potente nell'inganno», Svipall «mutevole». Egli trasmise la maggior parte delle sue facoltà ai suoi sacerdoti, i quali gli erano vicini nella sapienza e nelle pratiche magiche. Però col passar del tempo anche altri appresero parecchio e ne originò una pratica magica che si diffuse nei paesi del nord e perdurò a lungo.

Óðinn il Viandante ( 1886)
Georg von Rosen (1843-1923)
 Illustrazione (Sanders 1893)

7 - ÓÐINN, SIGNORE DELLA POESIA

i Óðinn si afferma che parlasse sempre in versi. È anche detto che fu lui a dare inizio nel nord Europa all'arte della poesia.

Óðinn è infatti il signore della poesia, che è potere soprannaturale non lontano dalla stessa magia, perché tra le qualità di poeta, vate, profeta e mago non vi è sostanziale differenza. Óðinn sottrasse al gigante Suttungr il sacro idromele che rende poeti chi lo beve, e che ora custodisce presto di sé. Si dice che Óðinn versò parte di quell'idromele sulla terra, elargendo agli esseri umani il dono inestimabile del canto.

8 - ÓÐINN, PADRE DEI GUERRIERI

Óðinn, il padre della vittoria

Autore non identificato

a Óðinn è anche un dio della guerra. Egli è detto Sigfǫðr, «padre di vittoria», perché decide nelle battaglie a chi debba andare la vittoria, e Valfǫðr, «padre dei prescelti», perché sono suoi figli adottivi tutti coloro che cadono in battaglia. Con questi due nomi Óðinn distribuisce in battaglia la vittoria e la morte: entrambi doni graditi ai guerrieri.

Óðinn combatte con le sue arti magiche e si compiace nel festino dei lupi e dei corvi. Molti suoi epiteti ricordano questo suo aspetto bellicoso: è detto Gǫllnir «[colui che] è nel frastuono», Atriðr «[colui che] avanza cavalcando», Fráríðr «[colui che] cavalca verso [la battaglia]».

L'infallibile lancia che egli regge in pugno, e che gli è stata donata dai nani, si chiama Gungnir, e sulla sua punta sono incise rune. Con quella lancia egli principiò la prima guerra del mondo, il conflitto tra Æsir e Vanir. Da allora, alla vigilia delle battaglie la rivolge verso la schiera alla quale ha decretato la sconfitta. Egli è detto perciò Dresvarpr «[colui che] scaglia la lancia», Geirloðnir «[colui che] invita con la lancia», Biflindi «[colui che] scuote», sottinteso, la lancia. Óðinn possiede anche un elmo d'oro, onde per cui è detto Hjálmberi  «[colui che] porta l'elmo».

Óðinn appare tremendo ai nemici, poiché è esperto nell'arte di cambiare forma e colore a piacimento. Ha in guerra il potere di accecare, assordire o atterrire i nemici, di scatenare il terrore nelle schiere, di rendere le armi inette a ferire come semplici ramoscelli. Nessuno può scagliare così forte una lancia nella mischia senza che Óðinn riesca a fermarla con un solo sguardo. Le sue capacità guerriere hanno una base magica, in quanto dipendono dalla sua conoscenza delle rune e degli incantesimi. — Questo conosco — disse Óðinn a Loddfáfnir. — Se ho grande urgenza di incatenare i miei nemici, io spunto le lame dei miei avversari, rendendo inutili le loro spade e le loro mazze.

D'altra parte lui stesso sceglie chi proteggere nella mischia, rendere invulnerabili i suoi devoti guerrieri, può e far sì che chi scenda in battaglia ne esca sano e salvo. —  E questo ancora conosco: se io devo in battaglia condurre i miei amici, canto sotto i loro scudi, ed essi vanno vittoriosi alla mischia e dalla mischia ritornano sani e salvi.

Óðinn stabilisce il fato dei guerrieri. Assegna a loro la vittoria e decide quando debbano morire. I guerrieri devoti confidano in lui e lo invocano come Sigfǫðr «padre di vittoria», Sigtýr «dio di vittoria», Sigþrór «proficuo nella vittoria», Sigðir «servo della vittoria», Sigtryggr «fedele nella vittoria», Sigrhǫfunðr «principe di vittoria», Sigmundr «protettore della vittoria». La tradizione riporta molti esempi di guerrieri che innalzarono sacrifici e invocazioni a Óðinn per ottenere il successo in battaglia.

Ma per gli eletti del dio ottenere la vittoria o morire gloriosamente sono due cose altrettanto desiderabili. Non è infatti triste il destino di coloro che muoiono negli scontri, i quali sono a tutti gli effetti i «prescelti» del dio (con questo termine vengono infatti chiamati i caduti in battaglia: val cioè «prescelti»). Óðinn li accoglie come suo figli adottivi e a loro assegna l'aula di Valhǫll, dove essi partecipano all'eterno banchetto da lui presieduto. Óðinn è dunque parimenti invocato come Valfǫðr «padre dei caduti», Valtýr «dio dei caduti», Valþǫgnir «[colui che] accoglie i caduti» e via dicendo. A una veggente risvegliata dal regno dei morti, Óðinn si presenta come figlio di Valtamr «aduso [alla scelta] dei caduti», e anche questo in verità è un suo appellativo.

È appunto in questo modo, stabilendo a chi tocchi la morte sui campi di battaglia del mondo, che Óðinn sceglie i suoi campioni, i quali formeranno la schiera degli Einherjar, i guerrieri destinati a lottare al suo fianco nel giorno di ragnarǫk. Essi formano l'esercito delle anime che cavalca in cielo nelle notti di tempesta. In guisa di loro condottiero, Óðinn è detto Herfǫðr ed Herjafǫðr «padre delle schiere», Hertýr «dio delle schiere», Herjan «capo delle schiere» ed Herteitr «felice nelle schiere».

Legati al culto di Óðinn sono le congregazioni dei guerrieri estatici, gli úlfheðnar e i berserkir, i «lupi mannari» e i «vestiti d'orso», i quali prima della battaglia entravano in uno stato di furia, detto berserksgangr, nella quale cominciavano a ringhiare, sbavare e a mordere l'orlo degli scudi. Poi si gettavano urlando in battaglia, mulinando spade e scuri, e facevano il vuoto tutto intorno, insensibili al dolore e alla fatica. Dopo, crollavano al suolo esausti.

Óðinn nella Valhǫll ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall]►
9 - ÓÐINN, VIANDANTE E OSPITE

Óðinn il Viandante ( 1911)

Arthur Rackham (1867-1939)

on un cappellaccio in testa e un mantello sulle spalle, a volte reggendosi alla sua lancia come a un bastone, Óðinn vaga per le vie del mondo. Onde per cui egli è detto anche Vegtamr «viandante» o Gagnráðr «[colui che] conosce la via», Kjalarr «[colui che va sulla] slitta».

Óðinn si muove lungo le strade come un pellegrino, dissimulando il suo aspetto e la sua reale natura. Perciò egli è detto Grímr e Grímnir «mascherato». Ma anche Hǫttr «incappucciato» e Síðhǫttr «bene incappucciato», Lǫndungr «[colui che porta] il mantello ispido», Hrani «trasandato». Appare in genere come un uomo maturo, o anziano, con una lunga barba, per cui è detto Hárbarðr «barba grigia», Langbarðr «barba lunga», Síðgrani «ben crinito» e Síðskeggr «ben barbato», Hengikeptr «gota rugosa».

Óðinn è infatti il dio dei viaggiatori e di tutti coloro che si muovono lungo le strade. Nel corso dei suoi viaggi capita che egli chieda ospitalità per la notte tanto nelle regge dei sovrani quanto nelle case delle persone umili. Egli è anche detto Gestr «ospite» e infatti in ogni straniero accolto in casa potrebbe celarsi lo stesso Óðinn sotto mentite spoglie. Guai a chi non attenda ai sacri doveri dell'ospitalità!  

Sotto il nome di Grímnir, Óðinn giunse come ospite presso re Geirrøðr, il quale, sospettoso, lo torturò crudelmente tenendolo incatenato tra due fuochi divampanti. Dopo avergli rivelato i segreti del mondo divino e parte dei suoi numerosi epiteti, Óðinn gli rivelò infine la sua vera identità: re Geirrøðr corse a liberarlo ma inciampò sulla sua spada e cadde trafitto.

Così Óðinn assunse il nome di Jálkr quando fu ospite presso le genti di Ásmundr; Gagnráðr quando si recò a competere sul sapere remoto col gigante Vafþrúðnir; Sviðurr e Sviðrir presso Søkkmímir figlio di Miðvitnir, che fu da lui ucciso; Bǫlverkr presso il gigante Suttungr; Hárbarðr quando ebbe con Þórr uno scambio di insulti, e Gǫndlir quando si presentò in incognito al cospetto degli stessi dèi. Molti nomi di Óðinn sono dunque legati a vicende specifiche, e in verità è un grande sapiente colui che conosce con sicurezza tutte queste storie.

10 - LE APPARIZIONI DI ÓÐINN

e apparizioni di Óðinn sono un tema caro alla tradizione nordica. Le saghe riportano molti testimoni che, per una ragione o per l'altra, incontrarono lungo la strada un viandante di aspetto inquietante, che si presentava con l'uno o l'altro nome. A volte costui bussava alle porte delle case chiedendo ospitalità per la notte. Quanti ebbero a fare con questo misterioso viandante, si resero conto che si trattava di un individuo non comune, ma solo al momento del congedo, o addirittura tempo dopo, essi intuirono di aver avuto a che fare con Óðinn.

Spesso Óðinn intervenne nella vita di sovrani ed eroi, causandone la nascita, aiutandoli in varie occasioni e infine portandoli alla morte. È il caso innanzitutto della stirpe dei Vǫlsungar, che si diceva discendesse dallo stesso Óðinn e che il dio seguì attentamente per molte generazioni finché da quella schiatta non giunsero eroi eccellenti come Sigmundr, Sinfjǫtli, Helgi e Sigurðr. In molte occasioni Óðinn fu al loro fianco, aiutandoli in tutti i modi e dando loro saggi consigli. Ma al giusto momento, egli veniva a reclamare la loro vita. Fu Óðinn a presentarsi in barca per reclamare il corpo di Sinfjǫtli dalle braccia del padre; e fu sempre Óðinn a fornire personalmente la lancia con la quale Dagr poté uccidere Helgi. Presentandosi il nome di Hnikarr «[colui che] istiga alla battaglia», il dio sedò il mare infuriato dinanzi alla nave di Sigurðr, ma fu sempre lui a provocare i dissapori e le asperità che portarono alla morte del giovane eroe e alla rovina della sua stirpe.

Ma questo è solo un esempio tra tanti. In un'altra occasione Óðinn comparve, col nome di Hǫttr «incappucciato», al cospetto della bellissima Geirhildr e fece in modo che ella divenisse sposa di re Alrekr. In seguito, aiutò la donna a preparare una birra eccellente per una gara e le domandò in compenso «ciò che c'era tra lei e il paiolo», ovvero il bambino che ella portava in grembo. Víkarr nacque dunque già consacrato al dio, che fece di lui un eroe e un eccellente sovrano. Ma poi, come narra un'altra vicenda, Óðinn tornò col nome di Hrosshársgrani «dai baffi come crini di cavallo» e chiese la morte di Víkarr. Fu inscenata una falsa impiccagione, sperando con questa di soddisfare il dio, ma essa si trasformò inaspettatamente in un reale sacrificio e Víkarr morì impiccato e trafitto da una canna magicamente trasformatasi in lancia.

Si racconta ancora, nella saga in suo onore, che il famoso re danese Hrólfr Kraki venne ospitato, durante un suo viaggio in Svezia, da un misterioso contadino di nome Hrani: quando, al ritorno, egli rifiutò certi doni che questi gli offriva, il suo destino fu segnato.

A Oddr, anch'egli protagonista di una saga, Óðinn comparve sotto il falso nome di Jólfr: gli donò tre frecce magiche di pietra con le quali il giovane eroe poté uccidere un dèmone.

Questo accadeva naturalmente nei tempi pagani, ma sono registrate apparizioni del dio anche dopo la conversione delle terre del nord al cristianesimo. Una saga storica narra di come l'equipaggio di un vascello prese a bordo un uomo guercio, avvolto in un mantellaccio azzurro scuro, il quale disse di chiamarsi Rauðgrani. Costui insegnava agli uomini il credo pagano e li invitava a innalzare sacrifici agli dèi. Alla fine un prete cristiano si infuriò e lo colpì in testa con un crocifisso: l'uomo cadde fuori bordo e non tornò più. Anche se la saga non lo dice espressamente, si trattava di Óðinn.

Si narra che, col nome di Gestr, Óðinn abbia visitato Óláfr Tryggvason, re di Norvegia (995-1000). Il dio si presentò nelle spoglie d'un vecchio incappucciato, guercio, dotato di grande saggezza ed esperienza, che riportava storie di tutti i paesi del mondo. Lo strano individuo ebbe un lungo colloquio col re, poi, al momento di coricarsi, se ne andò. Il mattino dopo, il sovrano lo fece cercare, ma il vecchio era scomparso. Tuttavia aveva lasciato una gran quantità di carne per il banchetto del re. Ma re Óláfr, che era cristiano, vietò di mangiare quella carte, perché aveva riconosciuto Óðinn sotto le spoglie dell'ospite misterioso.

Con il medesimo nome di Gestr, Óðinn comparve ancora, alcuni anni dopo, al cospetto di re Óláfr II Haraldsson il Santo (1015-1028). Egli giunse alla corte del re sotto l'aspetto di un uomo borioso e scortese. Indossava un cappello a larghe falde che gli nascondeva il volto, e aveva una lunga barba. Nel corso di un colloquio, Gestr descrisse a Óláfr la figura di un sovrano dei tempi passati, il quale era così sapiente che il parlare in poesia era per lui altrettanto facile che per gli altri uomini il normale parlare; costui trionfava in ogni battaglia e poteva concedere agli altri la vittoria così come a sé stesso, a patto che venisse invocato. Da queste parole, re Óláfr riconobbe Óðinn, e lo cacciò via.

Óðinn in trono ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall]►
Fonti
1 Ljóða Edda > Vǫluspá [3-6 | 17-18]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [6-9]
2 Ljóða Edda > Grímnismál [46-50 | 54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
3 Ljóða Edda > Grímnismál [19-20] (cit.)
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [15 | 38 | 42]
4 Ljóða Edda > Vǫluspá [28]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [passim]
Ljóða Edda > Sigrdrífumál [14]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [15]
Hervǫrs saga ok Heiðreks
Þulur > Óðins nǫfn
5 Ljóða Edda > Hávamál [138-145] (cit. [142])
Ljóða Edda > Sigrdrífumál [5-13 | 15-19] (cit. [13])
6 Ljóða Edda > Hávamál [146-163]
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [6-7]
Þulur >
Óðins nǫfn
7 Ljóða Edda > Hávamál [104-110]
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [6-7]
8 Ljóða Edda > Vǫluspá [28]
Ljóða Edda > Grímnismál [24 | 36]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [41]
Ljóða Edda > Sigrdrífumál [17]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20 | 36]
9 Ljóða Edda > Grímnismál [49-50]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [passim]
Þulur > Óðins nǫfn
10 Vǫlsunga saga
Skjǫldunga saga
Hákons, Guttorms ok Inges saga
Hálfs saga ok Hálfsrekka
Gautreks saga
Bárðar saga Snæfellsáss
Hrólfs saga Kraka
Ǫrvar-Odds saga
Flateyjarbók
Snorri Sturluson: Heimskringla > Óláfs saga Tryggvasonar
I - ETIMOLOGIA: IL SIGNORE DELL'ISPIRAZIONE

Il nome del dio è attestato come Wōtan/Wōdan in antico alto tedesco, Wōdan in antico basso tedesco (sassone), Wōden in anglosassone, Óðinn in norreno; la grafia longobarda Godan presenta forse un'ortografia particolare della semiconsonante [w] e non necessariamente la presenza di una labiovelare. Tutte queste varianti derivano da un protogermanico *Wōđanaz. La forma norrena sarebbe passata attraverso un protonordico *Wōđin-, con la semiconsonante [w] poi caduta dinanzi alla vocale [o:]. Da qui, le varie forme nelle lingue scandinave moderne: Óðinn in islandese, Óðin in feringio, Odin in danese e norvegese, Oden in svedese. Il teonimo non è attestato nelle lingue germaniche orientali.

L'etimologia più accreditata di questo teonimo fu segnalata nell'XI secolo da Adam Bremensis, che sintetizza meravigliosamente il carattere del dio con la frase «Wodan, id est furor» (Gesta Hammaburgensis Ecclesiæ Pontificum [IV: 26-27]). Ancora oggi si ritiene che il nome del dio derivi da una radice protogermanica *wōđ-, che nei suoi esiti designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il furore, il genio poetico (gotico Wōds «posseduto», anglosassone wōð «canto», norreno óðr «ebbrezza poetica», tedesco Wut «furore») (Dumézil 1959 | De Vries 1961). In inglese questa radice ha prodotto la parola wood «furioso, selvaggio, folle», nota a Chaucer ma divenuta già arcaica ai tempi di Shakespeare, il quale diverte i suoi spettatori con un gioco di parole, facendo dire al giovane protagonista di una sua commedia di essere «furioso in questa foresta» [wood within this wood] (A midsummer night's dream [II: 1]). Alla base della parola vi è la radice indoeuropea *WĀT-, del probabile significato di «soffio, ispirazione», da cui sono derivati il latino vates «poeta ispirato» e il protoceltico *watus «poesia profetica» (continuato nell'irlandese fáith «poeta» e nel gallese gwawd «poesia, preghiera»).

Il nome del dio è costituito da questa radice *wōđ- più il cosiddetto «suffisso del comando» [Herrschersuffix], ricostruito in protogermanico come *-na (Meid 1957). Posto su un sostantivo collettivo, questo suffisso ne definisce il capo, il reggitore o la guida. Tale costruzione è attestata in diverse lingue germaniche. Ad esempio in gotico la parola þiuðans «re» si produce combinando il termine þiuð- «popolo» con il suffisso del comando -(a)n: il significato è «colui che guida, comanda, regge il popolo». Sempre in gotico, kindins «capotribù» è formato allo stesso modo su kind- «tribù». In norreno, dróttinn «condottiero» è analogamente costruito su drótt «truppa». L'epiteto Herjan «capo delle schiere», attribuito a Óðinn, è invece formato da herr «esercito» più il suffisso del comando. (Benveniste 1967)

Il suffisso del comando non è tipico delle lingue germaniche, ma è attestato anche in italico, celtico e illirico. Deriverebbe infatti dal fondo indoeuropeo, dov'è ricostruito nella forma *-NO. In latino, termini come dominus «capofamiglia» o tribunus «tribuno» sono costruiti a partire rispettivamente dalle parole domus «casa» e tribuus «tribù», sicché dominus può essere tradotto «colui che regge la casa» e  tribunus «colui che guida la tribù». L'esempio del latino è particolarmente importante, perché la religione romana conosce diverse divinità il cui nome è appunto costruito col suffisso del comando. È il caso di Portunus «colui che regge il porto», il dio incaricato alla protezione dei porti e delle ricchezze che vi si accumulano, il cui nome scaturisce da portuus «porto»; o di Fortuna «colei che regge le sorti», costruito sul termine fors «sorte, destino». Il nome del dio Tiberinus si costruisce sul nome del fiume Tiber «Tevere» e potremmo tradurlo con «colui che ha in sua potestà il Tevere». Persino il nome di Neptunus presenta la stessa costruzione, ma è talmente antico che non è più analizzabile neppure in latino: deriverebbe forse da qualche perduto sostantivo *neptu dal possibile significato di «acqua, umidità». (Meid 1957 | Benveniste 1967)

Queste note attestano un antichissimo procedimento linguistico che a volte poteva derivare il nome di un dio dall'elemento che governava o reggeva. Si ha ragione di credere che anche il nome di Óðinn fosse costruito in questo modo. Il protogermanico *Wōđanaz sarebbe dunque da intendere come *Wōđ-(a)n- «colui che regge il *wōđaz» (Meid 1957 | Benveniste 1967). Per quanto non neghi questa etimologia, Benveniste manifesta però un cauto scetticismo, notando come di solito il prefisso del comando si trovi di solito appoggiato un termine collettivo. Perché una nozione astratta come *wōđaz «furore, ebbrezza, genio poetico» possa tenere questo ruolo, afferma Benveniste, bisognerebbe trasporre l'astratto in collettivo e interpretare *Wōđanaz come «colui che comanda i posseduti dal *wōđaz». Benveniste ritiene di trovare un appoggio nel concetto della «caccia selvaggia» nota nelle letterature medievali, in cui Óðinn era rappresentato alla testa dell'esercito di anime che cavalcava nelle notti di tempesta (Benveniste 1967). Benveniste dimentica però che questa immagine di Óðinn è piuttosto tarda, appartenendo al folklore d'epoca cristiana, mentre il nome del dio è molto più antico, risalendo a un'epoca precedente alla differenziazione delle lingue germaniche. Alternativamente, si potrebbe anche giungere all'ipotesi di Rübekeil che interpreta il nome del dio come «colui che guida i poeti ispirati».

In realtà il prefisso del comando non richiede obbligatoriamente un radicale collettivo. I nomi romani di Portunus, Fortuna, Tiberinus e Neptunus, per esempio, sono costruiti a partire da termini che non indicano assolutamente una collettività e che, almeno in un paio di casi, sono altrettanto astratti di *wōđaz.

Un dettaglio assai interessante è che le due Edda attestano anche il nome del dio ridotto alla pura radice. Si tratta del personaggio chiamato Óðr, che la Vǫluspá e il Gylfaginning asseriscono essere lo sposo della dea Freyja. Etimologicamente, il nome di Óðr non è altro che il nome di Óðinn privato del suffisso del comando e ridotto al puro sostantivo (óð- < protogermanico *wōđ-). Questo non ci stupisce, in quanto Óðr non è che un trasparente doppione di Óðinn, come lui perennemente impegnato in lunghi viaggi, tanto che Freyja (a sua volta un doppione di Frigg) piangeva lacrime d'oro rosso, triste e disperata per la sua assenza.

Per l'etimologia del nome del dio si è anche pensato alla radice indoeuropea *WEH-, indicante il «vento» (cfr. sanscrito vāta, avestico vāiti, ḫittita ḫuwantiš, greco (w)aemi, latino ventus, gallese awel, gotico winds, norreno vindr, antico alto tedesco waian, tedesco Wehen, anglosassone weder, inglese wind, antico prussiano wins, lituano vėjas, lettone vējš, paleoslavo vĕjetŭ, polacco wiać, russo vejat', tocario want/yente). Per quanto *WEH- «vento» sia una radice distinta da *WĀT- «soffio, ispirazione», le è comunque affine ed è indubbio che tra l'una e l'altra radice vi sia una sorta di affinità semantica, forse mantenuta per via paraetimologica. Il «respiro» e l'«ispirazione» hanno in comune la nozione di spiritus, il cui significato primario è «vento», inteso come «soffio vitale». Nella mitologia indiana, vāta è un nome del dio del vento Vāyu (il quale ha molti punti in comune con Wōtan), ma indica anche il soffio vitale che mantiene in vita il mondo.
 
Un'etimologia storica del nome di Wōtan, proposta dall'esoterista Cornelius Agrippa (1486-1535) nel De occulta philosophia, mete in connessione il teonimo con la parola tedesca Gott «dio». Questo termine, caratteristico delle lingue germaniche (cfr. gotico guþ, norreno goð, tedesco Gott, inglese god), sarebbe a sua volta derivato da un protogermanico *gođ, il cui significato originale sembra indicasse il destinatario delle invocazioni o dei sacrifici (Isnardi 1991) [VEDI]. Questa etimologia è insoddisfacente a spiegare il nome del dio germanico.

 

II - LE FONTI LETTERARIE LATINE

 La prima e più importante fonte latina riguardante il nostro dio, è quella trasmessa da Tacitus nella sua Germania:

Deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent. Sopra tutti gli dèi [i Germani] onorano Mercurius, cui ritengono lecito, in certi giorni, fare anche sacrifici umani.
Cornelius Tacitus: Germania [2]

Il dio che Tacitus interpreta col nome latino di Mercurius è naturalmente *Wōđanaz. La notizia di Tacitus è importantissima perché documenta la preminenza di questo dio nel pantheon germanico già nel I secolo a.C. Probabilmente si tratta del regnator omnium deus che, sempre secondo Tacitus, i Semnones veneravano in un boschetto sacro (Germania [39]).

Mezzo millennio più tardi, il monaco benedettino e agiografo Ionas Bobiensis (Giona di Bobbio, ±600-659>), racconta, nella Vitæ Columbani Abbatis discipulorumque eius, un episodio in cui il missionario irlandese, trovandosi a Bregenz, nel territorio degli Alemanni, disturbò una libagione in onore del dio locale Vodanus, il quale viene assimilato – come già in Tacitus – a Mercurius. Il passo è poco conosciuto e val la pena riportarlo per intero:

Ad destinatum deinde perveniunt locum. Quem peragrans vir Dei non suis placere animis aiet, sed tamen ob fidem in gentibus serendam inibi paulisper moraturum se spondit. Sunt etenim inibi vicinae nationes Suaevorum. Quo cum moraretur et inter habitatores loci illius progrederetur, repperit eos sacrificium profanum litare velle, vasque magnum, quem vulgo cupam vocant, qui XX modia amplius minusve capiebat, cervisa plenum in medio positum. Ad quem vir Dei accessit sciscitaturque, quid de illo fieri vellint. Illi aiunt se Deo suo Vodano nomine, quem Mercurium, ut alii aiunt, autumant, velle litare. Ille pestiferum opus audiens, vas insufflat, miroque modo vas cum fragore dissolvitur et per frustra dividitur, visque rapida cum ligore cervisae prorumpit; manifesteque datur intellegi diabolum in eo vase fuisse occultatum, qui per profanum ligorem caperet animas sacrificantum. Videntes barbari, stupefacti aiunt magnum virum Dei habere anhelitum, qui sic possit dissolvere vas ligaminibus munitum, castigatusque euangelicis dictis, ut ab his segregarentur sacrificiis, domibus redire imperat. Multique eorum tunc per beati viri suasum vel doctrinam ad Christi fidem conversi, baptismum sunt consecuti; aliosque, quos iam lavacro ablutus error detinebat profanus, ad cultum euangelicae doctrinae monitis suis ut bonus pastor ecclesiae sinibus reducebat. Infine essi giunsero alla loro destinazione. La quale non piacque, disse il pellegrino di Dio [Columbanus], al suo animo; tuttavia egli promise che sarebbe rimasto, al fine di diffondere la fede presso quella gente. Erano ormai vicini al paese degli Svevi. Durante la sua permanenza, avanzando tra gli abitanti del luogo, [Columbanus] si accorse che questi intendevano celebrare un sacrificio pagano. Un grande paiolo, chiamato coppa da quella gente, della capienza di venti misure o poco meno, era stata riempita di birra e posta nel mezzo. Allora l'uomo di Dio andò a chiedere loro cosa intendessero farne. Questi dissero che stavano per celebrare un sacrificio al loro dio, il cui nome era Vodanus, ma che altri chiamano Mercurius. Quand'egli udì dell'abominevole pratica, soffiò sul paiolo e miracolosamente quello si spaccò con uno schianto e andò in pezzi, tanto che la birra ne schizzò fuori con forza. Fu allora manifesto come il diavolo si fosse nascosto in quel paiolo per rapire le anime degli officianti attraverso quel rito profano. Vedendo ciò, i barbari stupefatti dissero che l'uomo di Dio aveva un alito potente, se riusciva a spaccare un paiolo tanto robusto. Ma egli li rimproverò con le parole del Vangelo e intimò loro di cessare questo tipo di offerte e di tornare a casa. Allora molti di loro, persuasi dalle prediche di quel beato e convertiti alla dottrina e alla fede di Cristo, vennero battezzati. Altri, che erano già stati battezzati ma perseveravano nell'errore pagano, [Colombano] li ammoniva al culto della dottrina evangelica e, come un buon pastore, li riconduceva nel seno della Chiesa.
Ionas Bobiensis: Vitæ Columbani Abbatis discipulorumque eius [53]

Al 670, circa, risale l'Origo gentis Langobardorum, il cui racconto viene narrato in forma più estesa da Paulus Diaconus (720-799), alla fine dell'VIII secolo, nella sua Historia Langobardorum. Nella narrazione è inserita quella che il Diacono definisce una «ridicola favola» [ridiculam fabulam] ma che gli studiosi sospettano essere la versione prosastica di un perduto canto in versi allitterativi in lingua longobarda.

Refert hoc loco antiquitas ridiculam fabulam: quod accedentes Wandali ad Godan victoriam de Winilis postulaverint, illeque responderit, se illis victoriam daturum quos primum oriente sole conspexisset. Tunc accessisse Gambaram ad Fream, uxorem Godan, et Winilis victoriam postulasse, Freamque consilium dedisse, ut Winilorum mulieres solutos crines erga faciem ad barbæ similitudinem componerent maneque primo cum viris adessent seseque a Godan videndas pariter e regione, qua ille per fenestram orientem versus erat solitus aspicere, collocarent. Atque ita factum fuisse. Quas cum Godan oriente sole conspiceret, dixisse: «Qui sunt isti longibarbi?». Tunc Fream subiunxisse, ut quibus nomen tribuerat victoriam condonaret. Sicque Winilis Godan victoriam concessisse. Hæc risu digna sunt et pro nihilo habenda. Victoria enim non potestati est adtributa hominum, sed de cælo potius ministratur. Certum tamen est, Langobardos ab intactæ ferro barbæ longitudine, cum primitus Winili dicti fuerint, ita postmodum appellatos. Nam iuxta illorum linguam lang longam, bard barbam significat. Gli antichi riferiscono a questo punto una ridicola favola secondo cui i Vandali si sarebbero rivolti a Wotan per chiedergli la vittoria sui Vinnili, e il dio avrebbe risposto promettendola a coloro che avesse scorto per primi al sorgere del sole. Fu quindi il turno di Gambara [madre di Ibor e Aion, i due condottieri dei Vinnili] che, supplicando la vittoria, si rivolse a Frea, moglie di Wotan, ottenendone questo consiglio: le mogli dei Vinnili, scioltesi i capelli, se li lasciassero scendere lungo il viso come barbe e di primo mattino, avvicinatesi alle schiere degli uomini, vi si disponessero in modo da esser viste da Wotan nel luogo da cui era solito, da una finestra, guardare verso oriente. Così fu fatto, e Wotan, scorgendole al sorger del sole, osservò: “Chi sono quelli con la barba lunga?” Frea ne approfittò per chiedergli di concedere la vittoria a coloro che aveva nominato. E Wotan concesse la vittoria ai Vinnili. Ma queste sono storielle da riderci sopra: la vittoria infatti non dipende dagli uomini, ma è dal cielo se mai che viene assegnata. Tuttavia è certo che i Longobardi, detti prima Vinnili, d'allora in poi furono chiamati con l'altro nome per la lunghezza della barba intonsa: infatti, nella loro lingua, lang significa «lunga» e bart «barba».
Paulus Diaconus: Historia Langobardorum [I: 8-9]

E fu così che i Winnili non solo ottennero la vittoria, ma anche il nome con il quale vennero da allora in poi conosciuti: Longobardi «[quelli con la] barba lunga». Subito dopo Paulus Diaconus aggiunge una nota importantissima, nel quale torna a chiarire ancora una volta l'identificazione che Tacitus aveva lasciato in sospeso più di settecento anni prima:

Wotan sane, quem adiecta littera Godan dixerunt, ipse est qui apud Romanos Mercurius dicitur et ab universis Germaniæ gentibus ut deus adoratur; qui non circa hæc tempora, sed longe anterius, nec in Germania, sed in Grecia fuisse perhibetur. E Wotan, che essi, con l'aggiunta di una lettera, chiamarono Godan, è lo stesso dio che i Romani chiamavano Mercurius. Venerato da tutte le genti della Germania, pare tuttavia che le più remote origini di questa divinità non siano germaniche ma greche.
Paulus Diaconus: Historia Langobardorum [I: 9]

Tra le pratiche citate nell'Indiculus superstitionum et paganiarum, il «Piccolo indice delle superstizioni e cose pagane», che chiude il capitolare di Carlomannus (743), sono additate alla pubblica riprovazione celebrazioni in onore di Mercurius e Iuppiter. Segno indiscutibile che nell'VIII secolo, presso i Franchi, si continuavano a celebrare riti in onore di Wotan e di un altro dio, che potrebbe essere Donner o Ziu.

Adam Bremensis, storico tedesco attivo intorno al 1070, dunque al tramonto del paganesimo scandinavo, descrive in un passo memorabile le tre divinità i cui idoli si levavano nel tempio di Uppsala, in Svezia, tra cui vi è quello di Óðinn.

In hoc templo, quod totum ex auro paratum est, statuas trium deorum veneratur populus, ita ut potentissimus eorum Thor in medio solium habeat triclinio; hinc et inde locum possident Wodan et Fricco. Quorum significationes eiusmodi sunt: Thor, inquiunt, praesidet in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbresque, serena et fruges gubernat. Alter Wodan, id est furor, bella gerit, hominique ministrat virtutem contra inimicos. Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus. Cuius etiam simulacrum fingunt cum ingenti priapo. Wodanem vero sculpunt armatum, sicut nostri Martem solent; Thor autem cum sceptro Iovem simulare videtur. [...] In quel tempio, tutto ornato d'oro, il popolo adora tre statue di dèi; Þórr, il più potente, che siede nel mezzo, con Óðinn alla sua destra e Freyr alla sua sinistra. Questi dèi hanno i seguenti significati: Þórr, dicono, è il signore dell'aria e governa il tuono e il fulmine, il vento e la pioggia, il bel tempo e le messi. Il secondo, Óðinn, che è il furore, conduce le guerre e fornisce all'uomo il valore contro i nemici. Il terzo, Freyr, procura ai mortali la pace e la voluttà. L'idolo di questi è munito di un enorme fallo. Óðinn viene raffigurato armato, come il nostro Mars; col suo scettro, Þórr sembra imitare Iuppiter. [...]
Omnibus itaque diis suis attributos habent sacerdotes, qui sacrificia populi offerant. Si pestis et famis imminet, Thor ydolo lybatur, si bellum, Wodani, si nuptiae celebrandae sunt, Fricconi. Essi hanno sacerdoti adibiti a tutti i loro dèi, che a essi presentano i sacrifici del popolo. Se vi è pericolo di peste o di carestia, fanno un'offerta all'idolo di Þórr; per la guerra, a Óðinn; e se vi sono delle nozze da celebrare, a Freyr.
Adam Bremensis: Gesta Hammaburgensis Ecclesiæ Pontificum [IV: 26-27]

Un'altra interessante fonte latina è rappresentata da Galfridus Monemutensis (Goffredo di Monmouth, ±1100-1155) che, nella sua Historia regum Britanniæ, fa dire a Hengist, capo degli Juti invasori di Britannia:

Deos patrios, Saturnum, Iovem atque ceteros qui mundum istum gubernant colimus: maxime autem Mercurium, quem Worden lingua nostra appellamus. Huic veteres nostri dedicaverunt quartam feriam septimane, que usque in hodiernum diem nomen Wonnesdei de nomine ipsius sortita est. Post illum colimus deam inter ceteras potentissimam vocabulo Fream, cui etiam dedicauerunt sextam feriam quam ex nomine eius Fridei vocamus. Veneriamo e onoriamo gli dèi patri, Iuppiter, Saturnus, Mercurius, e tutti quegli altri che onoravano i nostri padri, ma soprattutto Mercurius, che nella nostra lingua chiamiamo Wōden. A lui i nostri avi consacrarono il quarto giorno della settimana, che anche oggi nella nostra lingua prende nome da lui wodnesdei, cioè «mercoledì». Dopo di lui onoriamo una dea, che è la più potente di tutte le altre, di nome Frea: anche a essa è stato consacrato un giorno, il sesto della settimana, che dal suo nome chiamiamo fridei, cioè «venerdì».
Galfridus Monemutensis: Historia regum Britanniæ [VI: 1]

Tra tutte le fonti latine che trattano di mitologia germanica, la più significativa è però sicuramente l'imponente Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (±1150-±1220). Vi si narrano le imprese di un gran numero di antichi re danesi, tra cui vi è lo stesso Othinus. Per quanto il racconto di Sassone sia fortemente evemerizzato, e Othinus sia descritto in tutto e per tutto come un sovrano mortale, pur dotato di poteri magici e di una sapienza soprannaturale, nondimeno a lui sono attribuite gesta nelle quali si riconoscono in trasparenza gli stessi miti nordici noti dalle due Edda, in molti casi rielaborati e completati con nuovi dettagli. I racconti riferiti da Sassone sono talmente interessanti e vasti che a loro dedicheremo in futuro un'apposita sezione.

III - LE FONTI EPIGRAFICHE

Alcune iscrizioni latine provenienti dalla Germania settentrionale contengono delle invocazioni a Mercurius. Poiché, come sappiamo, Mercurius altri non era che l'interprætatio romana del *Wōđanaz proto-germanico, è probabile che alcune di loro possano essere inserite nel dossier relativo a Óðinn (Gutenbrunner 1936).

Le prime testimonianze in vernacolo tedesco si limitano a un certo numero di laconiche e ostiche iscrizioni runiche, alcune delle quali attestano la presenza del dio. Dal territorio degli Alemanni proviene la cosiddetta Fibula di Nordendorf (località vicino Augsburg, Bavaria), risalente all'inizio del VII secolo, nella quale è scritto:
 

 

logaþorewodanwigiþonar

Logaþore Wodan Wigiþonarr (?)
Fibula di Nordendorf

L'iscrizione viene usualmente letta come «Logaþore Wodan Wigiþonarr», con riferimento a Wōdan, Donar e, forse, a un altro personaggio nel quale si è voluto vedere Lóðurr o Loki, anche se con ragioni etimologiche piuttosto fragili (K. Düwel interpreta logaþore come «mago, stregone», e traduce «Wōdan e Donar sono stregoni»). Quale che sia il significato del primo termine, non v'è dubbio che la fibula invochi delle divinità di cui Wōdan è membro importante e fondamentale.

Il nome del dio compare anche nell'iscrizione runica di Ribe (Jutland, Danimarca, inizio del IX secolo), incisa su un cranio umano:

 

ulfuR Auk uþin Auk HutiuR HiAlb buris uiþR
þAiMA uiArki Auk tuirkuniG buur

Ulfr ok Óðinn ok Hatýr. Hjalp Buri er viðr
þeima verki ok dvergynni. Burr. (?)
Cranio di Ribe

È permesso chiedersi che cosa avesse in mente l'autore dell'iscrizione quando metteva insieme (sempre che l'interpretazione sia corretta) Ulfr ok Óðinn ok Hatýr, «Il lupo e Óðinn e Hatýr» (l'ultimo nome è forse Týr?). Esistono altre letture alternative dell'iscrizione, ma la maggior parte degli studiosi è persuasa che uþin sia proprio Óðinn.

L'ultima iscrizione runica, in ordine di tempo, contenente il nome di Óðinn, si trova su una delle tavolette di Bryggen. In questa località, presso Bergen (Norvegia), vennero rinvenute nel 1955 circa seicentosettanta tavolette di legno incise con iscrizioni runiche, per la maggior risalenti al XIV secolo. Prima di allora si era creduto che l'uso delle rune in Norvegia fosse tramontato insieme al paganesimo: invece esse perduravano in piena epoca cristiana. Le iscrizioni sono molto varie in quanto a contenuto: nomi, indicazioni di proprietà, ordini, lettere d'affari, messaggi d'amore, brevi invocazioni cristiane – alcune delle quali in latino – certamente utilizzate a scopo apotropaico. Tra queste, una sola tavoletta presenta i nomi di Þórr  e Óðinn, segno del residuo perdurare di sacche di paganesimo in epoca tanto tarda.

hæil seþu ok ihuhum goþom
þor þik þig oþen þik æihi
Heil sé þú ok í hugum góðum.
Þórr þik þiggi, Óðinn þik eigi.
Salute a te e buoni pensieri,
che Þórr ti riceva, che Óðinn ti possieda.
Tavoletta di Bryggen B380
IV - LE FONTI VERNACOLARI GERMANICO-CONTINENTALI

Poiché la letteratura scritta avanza di pari passo con la cristianizzazione, non dobbiamo stupirci se pochissimi tra i primi documenti nei volgari germanici trattano delle divinità pagane. Proprio sul limitare tra paganesimo e cristianesimo in terra tedesca, si collocano le cosiddette due Merseburger Zaubersprüche, o «Incantesimi di Meserburgo», in antico alto tedesco, la seconda delle quali cita Wōtan [uuodan] quale signore della magia e degli incantesimi: il dio interviene a guarire con una formula il destriero di Balder che si è distorto una zampa, dopo che altre divinità (Sinhtgunt, Sunna, Frīja e Volla) non sono riuscite a fare altrettanto.

Phol ende uuodan
uuorun zi holza.
du uuart demo balderes uolon
sin uuoz birenkit.
thu biguol en sinthgunt,
sunna era suister;
thu biguol en friia,
uolla era suister;
thu biguol en uuodan,
so he uuola conda:
sose benrenki,
sose bluotrenki,
sose lidirenki:
ben zi bena,
bluot zi bluoda,
lid zi geliden,
sose gelimida sin.
Phol e Wōtan
cavalcavano nel bosco.
Allora al puledro di Balder
si distorse un piede.
Allora gli parlò Sinhtgunt,
e Sunna sua sorella;
allora gli parlò Frīja,
e Volla sua sorella;
allora gli parlò Wotan,
come lui solo sapeva,
per fratture d'ossa
per strappi alle carni
per distorsioni:
“Osso con osso,
sangue con sangue,
membro con membro,
come fossero legati”.
Merseburger Zaubersprüche [2]

Il dio è quindi citato in una formula di abiura basso-tedesca (sassone o franca) risalente alla fine dell'VIII secolo o all'inizio del IX, nella quale il neofita, ricevendo il battesimo, dichiarava: «Rinuncio a tutte le opere e parole del diavolo, a Thūnor e Wōden e Saxnot e a tutti gli spiriti malvagi che sono i loro compagni» [end ec forsacho allum diaboles uuercum and wordum thunaer ande uuoden ende saxnote ende allvm them unholdum the hira genotas sint] (Abrenuntiatio saxon).

V - LE FONTI VERNACOLARI SCANDINAVE

Mentre nell'Europa continentale scompare ogni testimonianza del paganesimo germanico, nei tre secoli successivi si verifica la grande fioritura delle letteratura scandinava, in particolare di quella islandese, con il suo patrimonio inestimabile di composizioni scaldiche, poemi mitologici e saghe. Quasi tutte le nostre conoscenze sulla mitologia nordica provengono proprio dalle fonti norrene, nelle quali il dio, presente col nome germanico-settentrionale di Óðinn, ha ormai raggiunto quella fisionomia e quel grado di specializzazione con i quali, una volta scomparso il paganesimo, sarà fissato nella memoria collettiva.

Le più antiche attestazioni letterarie di Óðinn nella letteratura norrena, le troviamo in alcuni poemi scaldici risalenti al IX e al X secolo. Il primo è l'Eiríksmál, il «Discorso per Eiríkr», panegirico anonimo composto in memoria di Eiríkr Blóðøx, re di Norvegia, nel 954, dove assistiamo a una scena in cui Óðinn prepara una degna accoglienza al defunto sovrano che sta per accedere alla Valhǫll; lo stesso dio spiega che la sconfitta e la morte di Eiríkr sono state da lui decretate in vista di uno scopo superiore: il valore del re sarà necessario alla causa degli dèi quando verrà il giorno di ragnarǫk. Di poco posteriore è l'Hákonarmál, il «Discorso per Hákon», composto dallo scaldo Eyvindr Finnson skáldaspillir sul modello della composizione precedente; questa volta il panegirico è per il re Hákon Góði, il quale cadde nella battaglia di Stǫrð (961) combattendo contro i figli del fratellastro Eiríkr Blóðøx. Dopo un'accesa descrizione della battaglia, il sovrano caduto viene trasportato dalle Valkyrjur nella Valhǫll e, nonostante il defunto fosse di fede cristiana, Óðinn lo accoglie ugualmente tra gli Einherjar.

Il poeta vichingo Egill Skallagrímsson, al momento di abbandonare la Norvegia per l'Islanda, invoca alcuni dèi (tra cui Óðinn) e maledice Eiríkr Blóðøx che lo ha spogliato dei suoi beni e costretto all'esilio:

Svá skyldi goð gjalda,
gram reki bǫnd af lǫndum,
reið sé rǫgn ok Óðinn,
rö́n míns féar hö́num;
folkmýgi lát flýja,
Freyr ok Njǫrðr, af jǫrðum,
leiðisk lofða stríði
landö́ss, þanns vé grandar.
Che lo ricompensino gli dèi, il re,
lo caccino le potenze del paese,
i numi e Óðinn si infurino,
col ladro delle mie ricchezze!
Lo facciano scappare, l'oppressore del popolo,
Freyr e Njǫrdr, dalle sue terre!
Che gli porti odio, a quel nemico degli uomini,
l'áss del paese [Þórr], al violatore dei santuari!
Egill saga Skallagrímssonar [56]

Di estremo interesse è il Sonatorrek, l'«Inutile vendetta per il figlio», sempre di Egill Skallagrímsson, una sorta di lucido lamento per la perdita del figlio Bǫðvarr scomparso in mare. Il poeta si rivolge a Óðinn – qui sempre nominato con kenningar («signore della lancia», «amico dei giganti», «nemico del lupo») – come a un dio infido e sleale. Le invettive di Egill potranno sorprendere chi è abituato a intendere in modo più sottomesso il rapporto con le proprie divinità: ma nulla di questo avviene nella lontana Islanda. Egill accusa Óðinn di aver deliberatamente spezzato il patto di fiducia e amicizia che aveva stretto con lui, e per questo egli ha cessato di tributargli sacrifici. Ammette però che Óðinn, pur non avendogli risparmiato un dolore così lacerante, lo ha comunque consolato col dono inestimabile dell'arte poetica.

Áttak gótt
við geirs dróttin,
gerðumk tryggr
at trúa hónum,
áðr vinan
vagna rúni,
sigrhǫfundr,
of sleit við mik.
Vivevo in armonia
col signore della lancia,
avevo preso fiducia
nell'appoggiarmi a lui.
Ma ha scelto di strappare,
l'amico dei giganti,
principe di vittoria,
l'amicizia con me.
Blœtka því
bróður Vílis,
goðjaðar,
at gjarn séak,
þó hefr Míms vinr
mér of fengnar
bǫlva bœtr,
ef et betra telk.
Non sacrifico più
al fratello di Víli,
al primo degli dèi.
Farlo, oggi, mi ripugna.
Ma l'amico di Mímir
ha scovato una cura
per la mia sofferenza
e, riesco ancora a dirlo,
l'unica per guarirmi.
Gǫfumk íþrótt
ulfs of bági
vígi vanr
vammi firða
ok þat geð,
es ek gerða mér
vísa fjandr
af vélǫndum.
Mi ha donato un mestiere,
il nemico del lupo,
l'astuto combattente,
trasparente e perfetto.
Mi ha dato poi una mente
che ha mutato ai miei occhi
in nemici sicuri
gli ipocriti di sempre.
Egill Skallagrímsson: Sonatorrek [22-24]

Vengono poi i poemi della Ljóða Edda, composti tra il IX e l'XI secolo, ma probabilmente risalenti a una non precisata antichità. Essi sono una delle fonti principali per la nostra conoscenza dei miti attribuiti a Óðinn. È cosa lunga e ardua elencare tutte le citazioni del dio in questi poemi. Ne facciamo un rapido sunto invitando il lettore a consultare le fonti originali (disponibili nella nostra sezione antologica):

  • Vǫluspá. La presenza di Óðinn è costante. Lui e i suoi fratelli creano inizialmente l'universo [4-6]. Quindi Óðinn apre le ostilità tra Æsir e Vanir scagliando la sua lancia contro le schiere nemiche [24]. Si allude all'occhio che Óðinn cedette al fine di bere alla fonte della sapienza [28]. Si narra dello scontro di Óðinn contro il lupo Fenrir nel corso della battaglia escatologica, nel giorno di ragnarǫk, e della morte del dio, sbranato dal lupo [53].
  • Hávamál. Poema gnomico-sentenziale tradizionalmente attribuito in tutto o in parte allo stesso Óðinn. Vi si narra l'episodio della fallita seduzione della figlia di Billingr da parte di Óðinn [96-102] e quello del furto dell'idromele della poesia al gigante Suttungr [104-110]. Si accenna al mito dell'autosacrificio di Óðinn al fine di prendere possesso delle rune [138-145]. Si traccia infine un quadro degli incantesimi padroneggiati dal dio, narrati dallo stesso a un certo Loddfáfnir [146-163].
  • Vafþrúðnismál. Il poema narra del certamen di sapienza che Óðinn, celato sotto il falso nome di Gagnráðr, tenne col gigante Vafþrúðnir, allo scopo di stabilire chi di loro fosse il più saggio.
  • Grímnismál. Poema gnomico nel quale, legato tra due fuochi per ordine del re Geirrøðr, il dio, qui celato sotto il nome di Grímnir, declama una serie di strofe di estremo interesse mitologico e conclude il monologo svelando tutti i nomi ed epiteti con cui egli è chiamato [46-50] e rivelando alla fine la sua identità [54].
  • Hárbarðzljóð. Sotto il falso nome di Hárbarðr, Óðinn alterca con Þórr, divertendosi a irritarlo. Nel corso della discussione si accenna a diversi miti andati perduti e si evidenziano le personalità dei due dèi.
  • Lokasenna. In questo poema ingiurioso, Loki lancia accuse velenose a ciascuno degli dèi, compreso Óðinn, del quale rivela i lati meno onorevoli.
  • Baldrs draumar. Sotto il falso nome di Vegtamr, Óðinn si reca negli inferi dove interroga una veggente, la quale gli rivela della prossima fine di suoi figlio Baldr.
  • Helgkviða Hundingsbana ǫnnor. Dopo aver sostenuto l'eroe Helgi nel corso della sua esistenza, Óðinn cede la sua stessa lancia al cognato Dagr affinché lo uccida. Ritrovando sua sorella Sigrún, vedova di Helgi, che gli promette una vendetta, Dagr le dice che «solo Óðinn provocò tutte le disgrazie, poiché porta la discordia tra parenti» [34].
  • Reginsmál. Óðinn interviene a stabilire il destino di Sigurðr.
  • Sigrdrífumál. Óðinn punisce la valchiria Sigrdrífa sprofondandola in un sonno magico, dal quale più tardi la desterà Sigurðr. Risvegliandosi, la valchiria tratta a lungo dell'arte di padroneggiare le rune, e accenna a diversi miti perduti su Óðinn.

I due principali testi norreni in prosa che riguardano Óðinn vennero però redatti da Snorri Sturluson all'inizio del XIII secolo. Il primo dei due è naturalmente la Prose Edda, in cui il grande scrittore islandese – attingendo in larga misura ai canti della Ljóða Edda e alla poesia scaldica – descrive nei dettagli la fisionomia del dio e racconta i principali miti che lo riguardano. Un altro quadro assai vivido di Óðinn e dei suoi poteri stregoneschi, Snorri ce lo consegna nei capitoli 6-7 della Ynglinga saga, dove il dio viene evemerizzato, secondo l'esempio della storiografia medievale, e descritto come un antico sovrano dell'Asia il quale, in tempi remoti, avrebbe condotto il suo popolo in Scandinavia.

A partire dal XII secolo, il mondo nordico produce l'imponente fenomeno letterario delle saghe, nelle quali vengono annotate tutte le vicende che per un motivo o per l'altro vengono ritenute degne di essere fissate nella memoria letteraria: biografie di sovrani, eroi, guerrieri, poeti, navigatori, santi; vi sono le cronache familiari degli insediamenti islandesi e lunghi resoconti storiografici sui re dei paesi del nord. Le saghe coprono in pratica tutto lo spettro esistenti tra le vicende mitiche e le cronache storiche, portando molti esempi in cui la storia e la leggenda si mescolano inestricabilmente. La presenza di Óðinn è piuttosto frequente in questo tipo di narrazioni. È quasi costante in quelle mitologiche, ma all'occorrenza il dio può fare la sua inaspettata comparsa anche in quelle storiche.

Tra le saghe prettamente mitologiche, Óðinn ha un posto di assoluto rilievo nella Vǫlsunga saga, incentrata sulle gesta di varie generazioni di eroi appartenenti alla stirpe di Vǫlsungr (tra cui spiccano le figure di Sigmundr, Helgi e Sigurðr). Óðinn non è solo l'antenato dei Vǫlsungar, ma è continuamente presente nel corso della vicenda, di cui è contemporaneamente regista e comparsa, e a volte sembra provi piacere a spargere i semi delle discordie future. Egli interviene per favorire la nascita dei vari eroi, li aiuta e favorisce nel corso della loro vita, a volte elargendo loro preziosi consigli, e giunge a reclamare, quando è il momento, la loro vita.

Nella Hálfs saga ok Hálfsrekka si dice esplicitamente che il misterioso Hǫttr, il quale aiuta una regina a preparare una birra eccellente per vincere una gara, sia Óðinn; egli le domanda in compenso «ciò che c'è tra lei e il paiolo», cioè il figlio che la donna porta in grembo. Costui è l'eroe Víkarr, che nasce già consacrato al dio. Nella Gautreks saga, che riprende alcuni temi della precedente, Óðinn compare col falso nome di Hrosshársgrani: la falsa impiccagione inscenata per soddisfare il dio si trasforma in un reale sacrificio e Víkarr muore impiccato e trafitto dalla canna magicamente trasformatasi in lancia.

Tra le molte saghe mitologiche nelle quali compare Óðinn, ricordiamo brevemente la Skjǫldunga saga, nella quale il dio si manifesta nel corso di una battaglia e aveva resuscita i caduti causando grande strage presso i Danesi; la Ǫrvar-Odds saga, in cui Óðinn compare sotto il nome di Jólfr e dona all'eroe Oddr tre frecce magiche di pietra che gli serviranno per uccidere un dèmone; la Hervǫrs saga ok Heiðreks, in cui il dio compare sotto il nome di Gestumblindi e coinvolge re Heiðrekr a una gara di indovinelli: la Hrólfs saga Kraka, dove, nelle vesti di un misterioso contadino di nome Hrani, dà ospitalità a Hrólfr Kraki e ne stabilisce la sorte.

Ma, come detto, Óðinn compare anche nelle saghe prettamente storiche, in contesti in cui non ci si aspetterebbe di incontrare una divinità pagana, tanto a mostrare quanto la mentalità scandinava medievale, anche in tempi cristiani, fosse ancora intrisa di lui. Sotto il nome di Gestr, il dio si sarebbe presentato a re Óláfr Tryggvason (♔ 995-1000), stando a quanto raccontano sia Snorri Sturluson nella Óláfs saga Tryggvasonar  (sesta parte della Heimskringla), sia Oddr Snorrason nella prima parte delle Konunga sǫgur o «Saghe reali». Con lo stesso nome, il dio avrebbe visitato anche re Óláfr II Haraldsson inn Helgi (♔ 1015-1028), stando a quanto racconta il Flateyjarbók. In epoca cristiana si svolge anche la Bárðs saga Snæfellsáss, nelle quale l'equipaggio di un vascello prende a bordo un uomo guercio, avvolto in un mantello azzurro, che si presenta col nome di Rauðgrani e comincia a incitare gli uomini a praticare sacrifici pagani; un prete cristiano si infuria e lo colpisce con un crocifisso, lo strano personaggio cade fuoribordo e non torna più. Questi testi rivelano tra le righe il dissidio tra cristianesimo e paganesimo che dopo il 1000 aveva luogo nei paesi scandinavi: Óðinn viene avvertito come presenza residua di un mondo in disfacimento, una sorta di antico spettro che cerca di contrastare l'avanzata della nuova fede. Non desta meraviglia il fatto che le sue ultime comparsate – spesso anonime – abbiano tutto il sapore delle storia di fantasmi. Ad esempio, nella Hákons, Guttorms ok Inges saga si racconta che, quattro giorni prima della battaglia di Lena (1208), un fabbro riceve la visita di un misterioso individuo che vuole far ferrare il suo cavallo. Resosi conto di non avere a che fare con una persona normale, il fabbro rivolge molte domande al nuovo venuto, ma l'uomo, dopo aver lasciato intendere la propria identità, balza via al galoppo saltando col cavallo un recinto altissimo.

Queste sono le ultime apparizioni del dio nella letteratura scandinava. Dopodiché egli sarà a lungo presente soltanto nel folklore e in talune ballate popolari.

VI - LE FONTI GENEALOGICHE ANGLOSASSONI

Le fonti britanniche, sia in lingua latina che anglosassone, sono ricche di riferimenti a Wōden, citato come mitico progenitore di molte delle dinastie fondate dagli invasori germanici, riconducendo a lui molte delle mitiche genealogie dei sovrani Angli, Sassoni o Juti.

Esordisce Bǣda Venerabilis (672-735) che, nella sua imponente Historia ecclesiastica gentis Anglorum, scritta in latino e terminata nel 731, riporta la genealogia di Hengist e Horsa, i due capi degli Juti invasori di Britannia:

Erant autem filii Uictgilsi, cuius pater Uitta, cuius pater Uecta, cuius pater Uoden, de cuius stirpe multarum prouinciarum regium genus originem duxit. [Hengist e Horsa] erano i due figli di Wihtgils, il cui padre era Witta, il cui padre era Wecta, il cui padre era Wōden: da questa famiglia trasse origine la stirpe reale di molte regioni.
Bǣda Venerabilis: Historia ecclesiastica gentis Anglorum [I: 15]

Diverse genealogie risalenti a Wōden sono citate nella Historia Brittonum di Nennius (IX secolo). La stirpe di Horsa ed Hengist ricompare qui con un interessantissimo ampliamento:

Hors et Hengist, qui et ipsi fratres erant, filii Guictglis, filii Guigta, filii Guectha, filii Woden, filii Frealaf, filii Fredulf, filii Finn, filii Fodepald, filii Geta, qui fuit, ut aiunt, filius dei. non ipse est deus deorum, amen, deus exercituum, sed unus est ab idolis eorum, quod ipsi colebant. Horsa e Hengist, che erano figli di Wihtgils, figlio di Witta, figlio di Wecta, figlio di Wōden, figlio di Freoþlaf, figlio di Freoþulf, figlio di Finn, figlio di Fodepald, figlio di Gēata, che si dice fosse figlio di un dio, ma non il Dio di tutti gli dèi, amen, il Dio degli eserciti, ma uno degli idoli in cui loro credono.
Nennius: Historia Brittonum [31]

Significativamente, Nennius pare rendersi conto che la genealogia di Hengist e Horsa attinga al mito pagano. Questo Gēata, qui detto antenato dello stesso Wōden (come anche in Cronaca anglosassone [547]), è l'antenato eponimo del popolo dei Goti della Svezia meridionale (norreno Gautar, anglosassone Gēatas, come attestato nel Bēowulf). Si noti che anche Jordanes pone un Gapt alla base della stirpe degli Amali, famiglia reale degli Ostrogoti (De origine actibusque Getarum [XIV: 79]). Questo nome ricompare come Gautr nelle fonti norrene, dove è considerato epiteto dello stesso Óðinn.

Sempre in Nennius si forniscono molte interessanti genealogie che fanno capo a Wōden. In un paio di esse si cita un Beldeyg [anglosassone Bældæg] figlio di Wōden (Historia Brittonum [57 | 61]), nel quale è forse vedere Baldr figlio di Óðinn. In un altro caso troviamo un Inguec [anglosassone Ingwi], discendente di Wōden (Historia Brittonum [57]), il quale è probabilmente da identificare con l'Yngvi scandinavo, epiteto di Freyr quale progenitore della stirpe reale degli Ynglingar.

Woden genuit Beldeyg, genuit Beornec, genuit Gechbrond, genuit Aluson, genuit Inguec, genuit Aedibrith, genuit Ossa, genuit Eobba, genuit Ida. Wōden generò Beldeyg [Bældæg], che generò Beornec [Bennoc], che generò Gechbrond, che generò Aluson, che generò Inguec [Ingwi], che generò Aedibrith, che generò Ossa [Esa], che generò Eobba [Eoppa] che generò Ida.
Nennius: Historia Brittonum [57]
De ortu regum Eastanglorum. Woden genuit Casser, genuit Titinon, genuit Trigil, genuit Rodmunt, genuit Rippan, genuit Guillem Guechan, genuit ipse primus regnavit in Brittannia super gentem Eastanglorum. Guecha genuit Guffan, genuit Tydil, genuit Ecni, genuit Adric, genuit Aldul, genuit genuit Elric. Genealogia dei re dell'Anglia orientale. Wōden generò Casser, che generò Titinon, che generò Trigil, che generò Rodmunt, che generò Rippan, che generò Guillem Guecha, che per primo regnò in Britannia sulle genti dell'Anglia orientale. Guecha fu padre di Guffa, che generò Tydil, che generò Ecni, che generò Aldwulf, che generò Elric.
Nennius: Historia Brittonum [59]
De genealogia Merciorum. Woden genuit Guedolgeat, genuit Gueagon, genuit Guithleg, genuit Guerdmund, genuit Offa, genuit Ongen, genuit Eamer, genuit Pubba. Ipse Pubba habuit duodecim filios, quorum duo notitiores mihi sunt quam alii, id est Penda et Eua. [...] Genealogia dei re della Mercia. Wōden generò Guedolgeat, che generò Gueagon, che generò Guithleg [Wihtlæg], che generò Guerdmund [Wærmund], che generò Offa, che generò Ongen [Angelþeow], che generò Eamer [Eomær], che generò Pubba [Pybba]. Quest'ultimo ebbe dodici figli, due dei quali mi sono più conosciuti degli altri, cioè Penda ed Eawa. [...].
Nennius: Historia Brittonum [60]
De regibus Deurorum. Woden genuit Beldeyg, Brond genuit Siggar, genuit Sebald, genuit Zegulf, genuit genuit Soemil, genuit ipse primus separavit Deur o Birneich. Soemil genuit Sguerthing, genuit Giulglis, genuit Usfrean, genuit Iffi, genuit Ulli, Ædgum, Osfird et Eadfird. [Genealogia] dei re dei Dieri. Wōden generò Beldeyg [Bældæg], Brond generò Siggar [Sigegar], che era il padre di Sebald [Sæbald], padre di Zegulf, che generò Soemil, che per primo separò la Deira dalla Bernicia. Soemil generò Sguerthing, che generò Giulglis [Wilgisl], che generò Usfrean [Uxfrea], che generò Iffi [Yff], che generò Ulli [Ælle], Ædgum, Osfird ed Eanfrid.
Nennius: Historia Brittonum [61]

Al 1185 circa risale la Vita Kentigerni, attribuita al monaco Jocelinus Furnesius (Jocelin di Furness, 1175-1214). Vissuto nel VI secolo, San Cantigernus/Kentigern (o San Mungo) di Glasgow, città da lui stesso fondata, fu uno dei principali evangelizzatori della Scozia prima dell'arrivo di San Columba di Iona (da confondere con San Columbanus). Quanto leggiamo nella sua agiografia, ci rivela probabilmente quale concezione del dio avessero Bǣda e Nennius, «In verità, affermò [Cantigernus], Wōden, ritenuto il principale tra gli dèi (e soprattutto dagli Angli, che facevano risalire la loro origine a lui e al quale avevano consacrato il quarto giorno della settimana), era stato probabilmente un mortale di fede pagana e un re dei Sassoni, e sia questi che molte altre nazioni ritenevano di discendere da lui. E aggiunse che il corpo di Wōden, poiché molti anni erano trascorsi, si era ormai perduto nella polvere, e la sua anima si trovava ora negli inferi, preda del fuoco eterno» (Vita Kentigerni [XXXII]). Questo passo è però troppo sospetto per essere considerato una fonte attendibile, innanzitutto perché contiene un errore storico: le genti a cui San Cantigernus si rivolgeva erano Celti di Scozia, i quali difficilmente avrebbero adorato un dio germanico. Evidentemente è lo stesso Jocelinus Furnesius ad attribuire loro, quale dio, quello stesso Wōden a cui Angli e Sassoni, come abbiamo visto, facevano risalire le loro genealogie.

Nella Cronaca Anglosassone, una raccolta di annali in lingua anglosassone, la cui composizione ed elaborazione copre tutto il periodo tra l'890 e il 1154, compare più volte Wōden come antenato mitico nelle genealogie dei primi sovrani di stirpe germanica di Britannia. Per lo più si tratta di varianti delle medesime genealogie già attestate in Bǣda e in Nennius.

Heora heretogan wæron twegen gebroðra. Hengest Horsa. þæt wæron Wihtgilses suna. Wihtgils wæs Witting. Witta Wecting. Wecta Wodning. fram þan Wodne awoc eall ure cyne cynn. Suðanhymbra eac. I loro capi erano due fratelli, Hengist e Horsa, i quali erano figli di Wihtigils. Wihtgils era [figlio] di Witta, Witta di Wecta, Wecta di Wōden. Da queste Wōden sorsero tutte le nostre stirpe reali e anche quelle di Southumbria.
Cronaca Anglosassone [449]
Her Ida feng to rice, þanen Norðanhymbra kinecynn onwoc, Ida wæs Eopping, Eoppa Esing, Esa wæs Inguing, Ingui Angenwitting, Angenwit Alocing, Aloc Benocing, Benoc Branding, Brand Bældæging, Bældæg Wodening, Woden Freoþolafing, Freoþelaf Freoþulfing, Friþulf Finning, Finn Godulfing, Godulf Geating. Quest'anno Ida iniziò il suo regno; da lui sorse la stirpe reale di Northumbria. Ida era [figlio] di Eoppa, Eoppa di Esa, Esa di Ingwi, Ingwi di Angewit, Angewit di Alloc, Alloc di Bennoc, Bennoc di Brand, Brand di Bældæg, Bældæg di Wōden, Wōden di Freoþlaf, Freoþlaf di Freoþulf, Freoþulf di Finn, Finn di Godulf, Godulf di Gēata.
Cronaca Anglosassone [547]
Her Cynric feaht wið Bryttas on þære stowe þe is genemned Searoburh, þa Bryttas geflimde. Cerdic wæs Cynrices fæder, Cerdic Elesing, Elesa Esling, Esla Gewising, Giwis Wiging, Wig Freawining, Freawine Freoþogaring, Freoþogar Branding, Brand Bældæging, Bældæg Wodening. Quest'anno Cynric combatté con i Bretoni nel luogo che è chiamato Sarum e li mise in fuga. Padre di Cynric era Cerdic. Cerdic era [figlio] di Elesa, Elesa di Esla, Esla di Gewis, Gewis di Wig, Wig di Freawin, Freawin di Freoþgar, Freoþgar di Brand, Brand di Bældæg, Bældæg di Wōden.
Cronaca Anglosassone [552]
Ælle wæs Yffing, Yffe Uxfreaing, Uxfrea Wilgi[s]ling, Wilgisl Westerfalcing, Westerfalca Sæfugling, Sæfugel Sæbalding, Sæbald Sigegeating, Sigegeat Swebdæging, Swebdæg Sigegaring, Sigegar Wægdæging, Wægdæg Wodening. Ælle era [figlio] di Yff, Yff di Uxfrea, Uxfrea di Wilgisl, Wilgis di Westerfalc, Westerfalc di Sæfugel, Sæfugel di Sæbald, Sæbald di Sigegeat, Sigegeat di Swebdæg, Swebdæg di Sigegar , Sigegar di Wægdæg, Wægdæg di Wōden.
Cronaca Anglosassone [560]
Se wæs Cuþyng, Cuþa Kynricing, Cynric Cerdicing, Cerdic Elesyng, Elesa Esling, Esla Gewising, Gewis Wiging, Wig Freawining, Freawine Freoþogaring, Freoþogar Branding, Brand Bældæging, Bældæg Wodening. [Ceolwulf] era [figlio] di Cuþa, Cuþa di Cynric, Cynric di Cerdic, Cerdic di Elesa, Elesa di Esla, Esla di Gewis, Gewis di Wig, Wig di Freawine, Freawine di Freoþgar, Freoþgar di Brand, Brand di Bældæg, Bældæg di Wōden.
Cronaca Anglosassone [597]
Penda wæs Pybbing, Pybba Creoding, Creoda Cynewalding, Cynewald Cnebbing, Cnebba Iceling, Icel Eomæring, Eomær Angelþeowing, Angelþeow Offing, Offa Wærmunding, Wærmund Wihtlæging, Wihtlæg Wodening. Penda era [figlio] di Pybba, Pybba di Creoda, Creoda di Cynewald, Cynewald di Cnebba, Cnebba di Icel, Icel di Eomær, Eomær di Angelþeow, Angelþeow di Offa, Offa of Wærmund, Wærmund of Wihtlæg, Wihtlæg of Wōden.
Cronaca Anglosassone [626]
Offa wæs Þingferþing, Þingferð Eanwulfing, Eanwulf Osmoding, Osmod Eawing, Eawa Pybbing, Pybba Creoding, Creoda Cynewalding, Cynewald Cnebbing, Cnebba Iceling, Icel Eomæring, Eomær Angelþeowing, Angelþeow Offing, Offa Wærmunding, Wærmund Wihtlæging, Wihtlæg Wodening. Offa era [figlio] di Þingferð, Þingferð di Eanwulf, Eanwulf di Osmod, Osmod di Eawa, Eawa di Pybba, Pybba di Creoda, Creoda di Cynewald, Cynewald di Cnebba, Cnebba di Icel, Icel di Eomær, Eomær di Angelþeow, Angelþeow di Offa, Offa of Wærmund, Wærmund of Wihtlæg, Wihtlæg of Wōden.
Cronaca Anglosassoni [755]
VII - ÓĐINN: UNA VISIONE D'INSIEME

Le nostre fonti, soprattutto quelle in lingua norrena, ci presentano un'immagine di Óðinn assai vivida e suggestiva. Poche divinità dei vari paganesimi europei sono ritratte con tanti dettagli e caratterizzate con tanta cura e attenzione. Óðinn risalta come una figura straordinariamente ricca di compiti e funzioni, anche se le sue vastissime e multiformi capacità, i molti livelli del sacro a cui egli ha accesso, sono congegnati con sottile accortezza teologica, sicché ne risulta nel complesso una figura coerente e priva di vistose contraddizioni. Detto questo, un inventario di tutte le funzioni coperte da Óðinn è un compito piuttosto lungo e arduo.

Legato per ascendenza ai giganti primordiali, Óðinn è il padre e il capo degli dèi. Nelle narrazioni storicizzanti è il primo re degli Æsir; in quelle mitiche è naturalmente il loro unico sovrano dalla creazione al ragnarǫk. In particolare è il patrono dei re degli uomini, protettore e garante della loro potenza. È il signore dell'ordine cosmico, e come tale è lui che patisce più coscientemente e più profondamente il grande dramma cosmico: egli ha previsto l'uccisione di suo figlio Baldr, ma non ha potuto impedirla, pur deplorandola come padre e come signore del mondo: egli sa bene che quella morte delegittimerà quei principi di giustizia e pace su cui si regge l'ordine dell'universo, senza i quali ogni cosa esistente è condannata al definitivo crollo morale. Sulle parole che Óðinn sussurra nell'orecchio del figlio morto, i testi hanno rispettato il mistero.

Dio sinistro e poco rassicurante, Óðinn è innanzitutto il viandante, colui che, avvolto in un mantello azzurro scuro e col cappello calcato sul capo, si muove per le strade del mondo. Tutto questo contribuisce in parte ad accrescere il suo sapere e la sua conoscenza (d'altronde i suoi corvi Huginn e Muninn – che sono insieme i suoi occhi e la sua mente, il suo pensiero e la sua memoria – volano ogni giorno su tutta la Terra e la sera ritornano a sussurrargli alle orecchie tutto quanto hanno visto e udito). Allo stesso modo, Óðinn circola dovunque, padrone e spia a un tempo, e conosce ogni paese della terra. Egli è l'ospite inaspettato che giunge sotto falso nome nelle case della gente, tanto nelle fattorie di contadini quanto nelle regge dei sovrani. Un gran numero di narrazioni si riferiscono a questo motivo, tanto da meritare a Óðinn l'epiteto di Gestr «ospite». Il tema che ha i suoi addentellati nella mitologia classica, dove tocca solitamente a Zeús ed Hermês visitare in incognito le case degli uomini. Da qui il concetto, ampiamente diffuso in Grecia e in Scandinavia, della sacralità dell'ospite, simbolicamente rappresentata dalla divinità che bussa alla porta sotto mentite spoglie. Ma mentre gli dèi «classici» si impongono come giudici morali del comportamento degli uomini, Óðinn agisce a volte in maniera che agli esseri umani può parere inesplicabile: manovra, trama e agisce seguendo i suoi scopi segreti.

Óðinn è il veggente, lo stregone, il poeta, il sapiente, il conoscitore delle cose antiche e profonde, tutte qualità che dipendono dal suo dominio sull'óðr, l'«ebbrezza poetica», il principio che definisce etimologicamente il nome del dio. La sapienza di Óðinn si esprime simbolicamente attraverso una mutilazione, pare volontaria: è guercio, avendo ceduto in pegno uno dei suoi occhi nella sorgente di Mímisbrunnr, fonte di ogni sapere (Gylfaginning [15]).

Hvers fregnið mik?
hví freistið mín?
Alt veitk, Óðinn,
hvar auga falt
í enum mæra
Mímis brunni;
drekkr mjǫð Mímir
morgin hverjan
af veði Valfǫðrs.
Vituð ég enn eða hvat?
Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valfǫðr.
Che altro tu sai?
Ljóða Edda > Grímnismál  [29]

Le rune, lettere magiche che riassumono i principi basilari dell'universo, sono proprietà di Óðinn. Il potere su di esse gli è venuto da una sorta di iniziazione a cui il dio si è sottoposto, a una «quasi morte» interpretata in modo plausibile alla luce delle pratiche sciamaniche finniche e siberiane (Pipping 1928 | Eliade 1951). Il mito è riportato in un passo piuttosto enigmatico dell'Hávamál, riguardo al quale Snorri non fornisce alcuna spiegazione.

Veit ek, at ek hekk
vindgameiði á
nætr allar níu,
geiri undaðr
ok gefinn Óðni,
sialfur sialfum mér,
á þeim meiði
er manngi veit
hvers af rótum renn.
Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Óðinn,
io stesso a me stesso,
su quell'albero
che nessuno sa
dove dalle radici s'innalzi.
Við hleifi mik sældu
né við hornigi,
nýsta ek niðr,
nam ek upp rúnar,
æpandi nam,
fell ek aftr þaðan.
Con pane non mi saziarono
né con corni [mi dissetarono].
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole lo feci,
e caddi di là.
Ljóða Edda > Hávamál [138-139]

Óðinn conosce più cose di ogni altro essere al mondo, con la possibile eccezione di certi giganti ancora più antichi e sapienti, con i quali il dio ama disputare in pericolose gare di sapienza (è appunto l'argomento del Vafþrúðnismál). Ma Óðinn è in grado di padroneggiare molti incantesimi e di compiere un gran numero di prodigi. Il Hávamál descrive molte delle formule magiche conosciuti dal dio, di cui un elenco di diciotto incantesimi compare nella sezione intitolata Ljóðatal, «Dissertazione sui canti magici»: pronunciando tali galdrar, Óðinn si dice in grado di uscire da situazioni pericolose, paralizzare i nemici, rendere inoffensive le loro armi, liberarsi da ceppi e catene, spegnere il fuoco, calmare il vento, acquietare le tempeste, sedare le liti, ingannare le streghe, rendere invulnerabili i guerrieri, far parlare gli impiccati, sedurre donne e fanciulle (Hávamál [146-153]). A questi si aggiungono altri nove incantesimi – dei quali non è precisata la natura – che Óðinn avrebbe ricevuto dallo zio materno, qui definito semplicemente «figlio di Bǫlþorn» e in cui forse potrebbe essere visto Mímir (Hávamál [140]). Nella narrazione storicizzante contenuta nella Ynglinga saga, Snorri riassume meravigliosamente l'idea che la gente si facesse dei molti talenti di Óðinn, verso la fine del paganesimo:

Óðinn skipti hǫmum; lá þá búkrinn sem sofinn eða dauðr, en hann var þá fugl eða dýr, fiskr eða ormr, ok fór á einni svipstund á fjarlæg lǫnd, at sínum erendum eða annarra manna. Þat kunni hann enn at gera með orðum einum, at slǫkkva eld ok kyrra sjá, ok snúa vindum hverja leið er hann vildi. Óðinn átti skip, þat er Skiðblaðnir hét, er hann fór á yfir hǫf stór, en þat mátti vefja saman sem dúk. Óðinn hafði með sér hǫfuð Mímis, ok sagði þat honum mǫrg tíðindi or ǫðrum heimum. En stundum vakti hann upp dauða menn or jǫrðu, eða settist undir hanga; fyrir því var hann kallaðr drauga dróttinn eða hanga dróttinn. Hann átti hrafna tvá, er hann hafði tamit við mál; flugu þeir víða um lǫnd ok sǫgðu honum mǫrg tíðindi. Af þessum hlutum varð hann stórliga fróðr. Óðinn cambiava aspetto; mentre il suo corpo giaceva come morto o addormentato egli diventava uccello o animale, pesce o serpe, portandosi in un batter d'occhi in terre lontane per [accudire alle] proprie o altrui faccende. Inoltre, con le sole parole, spegneva il fuoco, calmava i marosi, mutava il vento a volontà. Possedeva la nave che si chiama Skíðblaðnir, con la quale viaggiava sui grandi mari, e quella [nave] poteva essere ripiegata come una tovaglia. Óðinn teneva presso di sé la testa di Mímir che gli rivelava molte notizie dagli altri mondi. A volte resuscitava dalla terra i morti o si sedeva sotto i corpi penzolanti dalle forche; perciò era detto signore degli spiriti dei morti o degli impiccati. Possedeva due corvi che aveva addestrato a parlare; essi volavano per l'ampio mondo e gli riferivano molte notizie. Perciò era divenuto straordinariamente saggio.
Allar þessar íþróttir kendi hann með rúnum ok ljóðum, þeim er galdrar heita; fyrir því eru Æsir kallaðir galdrasmiðir. Óðinn kunni þá íþrótt, er mestr máttr fylgði, ok framdi sjálfr, er seiðr heitir. En af því mátti hann vita ǫrlǫg manna ok úorðna hluti, svá ok at gera mǫnnum bana eða úhamingju eða vanheilindi, svá ok at taka frá mǫnnum vit eða afl ok gefa ǫðrum. En þessi fjǫlkynngi, er framit er, fylgir svá mikil ergi, at eigi þótti karlmǫnnum skammlaust við at fara, ok var gyðjunum kend sú íþrótt. Tutte queste arti egli insegnava con le rune e quei canti che sono detti galdrar, perciò gli Æsir sono detti fabbri di canti magici. Óðinn possedeva l'arte, da cui scaturisce un grande potere e che egli stesso esercitava, che si chiama magia. Perciò aveva il potere di conoscere il destino degli uomini e le cose non [ancora] avvenute, oltre [a quello] di recare la morte o la sfortuna o la malattia agli uomini o anche di togliere il senno o la forza a uno per trasferirli ad altri. E questa magia quando è praticata comporta una tale inverecondia che ai maschi parve che praticarla non fosse senza vergogna; e quest'arte fu insegnata alle sacerdotesse.
Óðinn vissi um alt jarðfé, hvar fólgit var, ok hann kunni þau ljóð, er upp laukst fyrir honum jǫrðin, ok bjǫrg ok steinar, ok haugarnir, ok batt hann með orðum einum þá er fyrir bjoggu, ok gékk inn ok tók þar slíkt er hann vildi. Af þessum krǫptum varð hann mjǫk frægr. Óðinn sapeva dov'erano nascosti tutti i tesori della terra, e conosceva i canti che gli aprivano la terra e le rocce, le pietre e tumuli: legava con le sole parole quelli che vi abitavano, poi entrava e prendeva tutto quello che gli piaceva. Per questi suoi poteri egli divenne assai famoso.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [7]

Il vivido racconto di Snorri ci trasmette l'immagine di un re stregone. In questa narrazione Óðinn non è descritto come un dio, bensì come un sovrano dell'antichità; non si fa tuttavia a riconoscere, nel racconto dei suoi straordinari poteri, l'originario carattere soprannaturale. Molti dettagli del racconto rimandano a quanto già sapevamo dalle fonti eddiche, soprattutto dal catalogo degli incantesimi dell'Hávamál. Vi è qualche intrusione indebita: la magica nave Skíðblaðnir, ad esempio, viene altrove detta appartenere a Freyr (Gylfaginning [43]) e non a Óðinn, e si hanno tutte le ragioni per presumere che sia la prima attribuzione quella corretta. Altri dettagli del resoconto di Snorri sono invece straordinariamente indicativi, come il fatto che a Óðinn fosse attribuita la magia seiðr, con la quale era possibile «legare» l'altrui volontà (cfr. antico alto tedesco seita «corda, laccio»), ma la cui arte, diffusa soprattutto tra le donne, richiedeva pratiche giudicate sconvenienti per gli uomini, ai limiti del travestitismo e dell'omosessualità (ergi vuol dire «oscenità, impudicizia, codardia», da cui l'aggettivo argr, insulto sanguinosissimo, lesivo per la dignità e la virilità di un guerriero). Il racconto di Snorri trova riscontro in un poema eddico, il Lokasenna, in cui Loki accusa esplicitamente Óðinn di essersi travestito da donna per praticare questo tipo di incantesimi:

En þik síða kóðo  
Sámseyo í,
ok draptu á vétt sem vǫlor,
vitka líki
fórtu verþjóð yfir,
ok hugða ek þat args aðal
Dissero che avevi fatto incantesimi
in Samsey
e battevi sul tamburo come le veggenti.
In veste di maga
hai viaggiato tra i popoli,
e a me questo sembra da frocio.
Ljóða Edda > Lokasenna [23]

La sapienza magica di Óðinn è inseparabile dalla non meno misteriosa ispirazione poetica. Di fatto i poeti ritenevano che da lui derivasse il genio e l'ispirazione della poesia. Abbiamo visto che Egill Skallagrímsson attribuiva a Óðinn la sua abilità di scaldo: «mi ha dato un mestiere [...] trasparente e perfetto» [Gǫfumk íþrótt [...] vammi firða] (Sonatorrek [24]). Il mito riferito nel poema eddico narra di come Óðinn rubò al gigante Suttungr l'idromele che rende poeti, e lo fece seducendo e ingannando sua figlia Gunnlǫð, e quindi mentendo spudoratamente ai giganti venuti al suo cospetto a reclamare giustizia (Hávamál [104-110]). Snorri spiega questo mito nello Skáldskaparmál, aggiungendo un importante dettaglio: dopo aver ingoiato tutto l'idromele che gli aveva pórto Gunnlǫð, Óðinn si trasformò in aquila e volò via; ma Suttungr si trasformò anch'esso in aquila per non lasciarlo sfuggire. Nel corso dell'inseguimento, il gigante riuscì quasi a catturare Óðinn, tanto che il dio si lasciò sfuggire dal becco una piccola parte parte dell'idromele, che gocciolò sulla terra. Questa è la porzione del poetastro [skáldfífla], dice Snorri, e, per tale ragione, chiunque può improvvisare versi. Ma l'autentica ispirazione arriva unicamente come dono di Óðinn.

En Suttungamjǫð gaf Óðinn ásunum ok þeim mǫnnum, er yrkja kunnu. Því kǫllum vér skáldskapinn feng Óðins ok fund ok drykk hans ok gjǫf hans ok drykk ásanna Óðinn diede l'idromele di Suttungr agli Æsir e a quegli uomini che sanno comporre versi. Perciò noi definiamo l'arte poetica ora bottino di Óðinn, ora sua bevuta, ora suo dono, ora bevanda degli dèi.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldskaparmál [6]

Snorri aveva senz'altro in mente una composizione, attribuita – senza autorità – al leggendario scaldo Bragi Boddason (VIII secolo), in cui il dono dell'arte poetica viene attribuita a Óðinn in una serie di complesse kenningar che in un modo o nell'altro fanno capo al dio, invocato qui con molti diversi epiteti:

Skǫld kalla mik:
skipsmið Viðurs,
Gauts gjafrǫtuð,
grepp óhneppan,
Yggs ǫlbera,
óðs skap-Móða,
hagsmið bragar.
Hvat's skald nema þat?
Scaldo, mi chiamano:
fabbro del liquore di Viðurr,
scopritore del dono di Gautr,
poeta senza avarizie,
dispensatore della birra di Yggr,
Móði, per natura, dell'ispirazione,
abile fabbro di versi.
Se non è questo, che cos'è un poeta?
 Bragi Boddason: «Skǫld kalla mik»

Buona parte dei talenti magici attribuiti a Óðinn si riferiscono all'arte della guerra. Egli protegge i suoi guerrieri, li rende invulnerabili, li libera se catturati, contemporaneamente paralizza i nemici, blocca le loro armi, fa serpeggiare il terrore nelle schiere e, infine, stabilisce in battaglia chi debba avere la vittoria e chi la sconfitta. Le saghe lo mostrano spesso come arbitro dei combattimenti, mentre strappa con un gesto la vittoria a chi crede di averla conquistata, condannando a morte il guerriero di cui tocca l'arma con la propria. Lo mostrano anche mentre scaglia la propria lancia sull'esercito che sarà sconfitto, decretando così il loro destino.

I guerrieri devoti a Óðinn sembrano dividersi in due categorie. Da una parte abbiamo gli invasati. Ovvero i berserkir «camicie d'orso» e gli ulfeðnar «mantelli di lupo», guerrieri che sul campo di battaglia vengono invasi da una sorta di furia animale [berserksgangr], forse partecipando in parte – come orsi o lupi mannari – ai doni di metamorfosi dello stesso Óðinn. Essi attendono il combattimento ululando, gettando bava e mordendo gli scudi, e poi si gettano come furie sul nemico facendo il vuoto intorno a loro, incuranti della fatica e del dolore; alla fine dello scontro, crollano esausti e privi di coscienza. Per quanto i berserkir fossero certamente preziosissimi sul campo di battaglia – e molti sovrani li utilizzarono come guardie del corpo – essi non vennero mai giudicati benevolmente dalla società scandinava; le tarde saghe li dipingono come bande di briganti privi di senso morale, a cui vengono attribuiti saccheggi e ruberie, stupri e delitti. D'altra parte, un secondo tipo di guerrieri associati a Óðinn è quello degli eroi «odinici», combattenti valorosi, cavallereschi, seducenti, che incarnano in qualche modo i più elevati ideali della nobiltà germanica: Sigmundr, Helgi e Sigurðr sono gli esempi più celebri di questa categoria di guerrieri.

L'agire di Óðinn è indiretto, sottile, e segue spesso schemi e piani misteriosi, che a volte egli prepara e attua nel corso di molte generazioni. Molto spesso, soprattutto nelle saghe, vediamo Óðinn manovrare di nascosto gli eventi e portare gli uomini a scontri fatali di cui lui decide l'esito. A volte sembra addirittura che provi piacere, come all'inizio della Vǫlsunga saga, a seminare i germi di discordie future. I suoi improvvisi voltafaccia nascondono però una superiore conoscenza del tempo e dei meccanismi della storia. Óðinn non ha mai preteso di essere un dio giusto, e quanto egli compie è per uno scopo superiore: raccogliere la sua mèsse di eroi.

In battaglia, Óðinn agisce come una sorta di giudice supremo. Egli sceglie coloro che vinceranno, sia quelli che cadranno, con la precisazione che figurare nel quadro degli sconfitti non è vista come una disgrazia. Sia la vittoria che la morte sono doni graditi ai guerrieri: e infatti, tra i suoi molti nomi, Óðinn enumera sia Sigfǫðr «padre di vittoria» che Valfǫðr «padre dei caduti». Gli emissari femminili di Óðinn, le Valkyrjur («coloro che scelgono [kjósa] i caduti [valar]»), raccolgono gli spiriti degli uccisi e li trasportano in Ásgarðr, nel grande salone di Valhǫll. Qui essi trascorrono la loro esistenza ultraterrena impegnati in continui scontri e duelli da cui, anche quando vengono feriti o uccisi, si rialzano di nuovo illesi; a tratti, interrotti i combattimenti, essi prendono parte ai solenni banchetti presieduti dal lo stesso Óðinn, mentre le Valkyrjur recano loro corni ricolmi di birra. Tale immagine è sicuramente alla base delle posteriori rappresentazioni del folklore scandinavo, attestate soprattutto in Danimarca e nel sud della Svezia, dove «Oden» è il capo della Caccia Selvaggia, l'armata degli spettri che cavalca in cielo nelle notti di tempesta.

I guerrieri caduti in tutte le battaglie del mondo accrescono infatti l'esercito che Óðinn mette insieme per formare la schiera degli Einherjar, i «combattenti unici, per eccellenza», i quali combatteranno al fianco degli dèi nella grande battaglia escatologica. Questo spiegava in parte, nella mentalità germanica, il carattere aleatorio dei campi di battaglia, in cui anche il guerriero più valoroso poteva infine essere sconfitto e ucciso dai nemici. Chi godeva del favore di Óðinn, e usciva sovente vittorioso dagli scontri, doveva aspettarsi che prima o poi il dio reclamasse il debito chiedendo la sua vita. Questo non era visto come ingiustizia o tradimento: bensì era il dio che, soddisfatto del valore di un guerriero, lo giudicava degno di entrare tra gli Einherjar. Alcuni poemi scaldici di carattere encomiastico – tra cui i citati Eiríksmál e Hákonarmál – presentano la morte in battaglia di un sovrano o di un grande guerriero come di un onore a loro reso da Óðinn in nome del loro valore e del loro coraggio.

Questa speranza diede luogo a una usanza rituale che con poca spesa poteva rendere il più casalingo degli uomini un guerriero degno di «andare a Óðinn»: bastava farsi segnare, prima della morte, con un taglio effettuato con la punta di una lancia. Oppure, sistema altrettanto efficace ma più meritorio, impiccarsi a immagine del dio. È questa la morte che scelse per sé l'eroe Hadingus nel racconto che di lui fa Saxo Grammaticus. Ma Óðinn è per eccellenza il dio che esige il sacrificio di uomini innocenti, e si tratta di una caratteristica antica, perché già Tacitus notava che i Germani riservavano a Mercurius le vittime umane, mentre placavano Hercules e Mars con vittime animali.

VIII - LA TRADIZIONE DEGLI ÓĐINS NǪFN

Tra i poemi eddici, il Grímnismál è uno dei più interessanti dal punto di vista mitologico. Il misterioso ospite Grímnir, che re Geirrøðr sta torturando crudelmente tra due fuochi divampanti, declama dinanzi all'attonito sovrano i misteri del regno degli dèi e dei Nove Mondi. Alla fine del poema, il prigioniera elenca – in una sequela di cinque fittissime strofe a cui se ne aggiunge una sesta in coda – la lunga lista degli heiti con i quali è conosciuto, e solo all'ultima strofa rivela la sua terribile identità.

Hétomk Grímr,
hétomk Gangleri,
Herjan ok Hjálmberi,
Þekkr ok Þriði,
Þuðr ok Uðr,
Helblindi ok Hár;
Mi chiamo Grímr,
mi chiamo Gangleri,
Herjan e Hjálmberi,
Þekkr e Þriði,
Þuðr e Uðr,
Helblindi e Hár;
Saðr ok Svipall
ok Sanngetall,
Herteitr ok Hnikarr,
Bileygr, Báleygr
Bǫlverkr, Fjǫlnir,
Grímr ok Grímnir,
Glapsviðr ok Fjǫlsviðr;  
Saðr e Svipall
e Sanngetall,
Herteitr e Hnikarr,
Bileygr, Báleygr
Bǫlverkr, Fjǫlnir,
Grímr e Grímnir,
Glapsviðr e Fjǫlsviðr;
Síðhǫttr, Síðskeggr,
Sigfǫðr, Hnikuðr,
Alfǫðr, Valfǫðr,
Atríðr ok Farmatýr;
eino nafni
hétomk aldregi,
síz ek með fólkom fór.
Síðhǫttr, Síðskeggr,
Sigfǫðr, Hnikuðr,
Allfǫðr, Valfǫðr,
Atríðr e Farmatýr;
con un nome soltanto
non mi chiamo mai
quando io tra le genti viaggio.
Grímne mik héto
at Geirrǫðar,
en Jálk at Ásmundar,
enn þá Kjalar,
er ek kjálka dró;
Þrór þingom at,
Viðurr at vígom,
Óski ok Ómi,
Jafnhár ok Biflindi,
Gǫndlir ok Hárbarðr með goðom;
Grímnir son chiamato
presso le genti di Geirrøðr,
e Jálkr presso le genti di Ásmundr,
e poi Kjalarr,
perché tirai una slitta,
Þrór nelle assemblee
Viðurr nelle battaglie,
Óski e Ómi,
Jafnhár e Biflindi,
Gǫndlir e Hárbarðr tra gli dèi;
Sviðurr ok Sviðrir
er ek hét at Søkkmímis [...]
Sviðurr e Sviðrir
sono chiamato presso Søkkmímir [...]
Óðinn ek nú heiti,
Yggr ek áðan hét,
hétomk Þundr fyrir þat,
Vakr ok Skilfingr,
Váfuðr ok Hroptatýr,
Gautr ok Jálkr með goðom,
Ofnir ok Svafnir,
er ek hygg at orðnir sé
allir af einom mér.
Óðinn ora io chiamo,
Yggr un tempo avevo nome;
chiamato Þundr ancor prima,
Vakr e Skilfingr,
Váfuðr e Hroptatýr,
Gautr e Jálkr tra gli dèi,
Ófnir e Sváfnir,
i cui pensieri vengono
tutti da me soltanto!
 Ljóða Edda > Grímnismál [46-50 | 54]

Realizzando con orrore che l'ospite che ha tanto maltrattato è Óðinn stesso, re Geirrøðr balza in piedi per liberarlo, ma inciampa e cade trafitto sulla propria spada.

Questo e altri poemi gnomici dipendono a loro volta dalle þulur, antichi elenchi in versi dove si forniscono gli heiti (ovvero i nomi, gli epiteti o le definizioni poetiche) di cose, persone, divinità o creature mitologiche. Le þulur dedicate ai nomi di Óðinn [Óðins nǫfn] ci forniscono una lunghissima lista di tutti gli heiti attribuiti al dio, molti dei quali attestati nel Grímnismál e in altri poemi eddici. Nelle þulur non vi è alcuna cornice narrativa: sono puri esercizi di erudizione mitologica, perlopiù composti da sequele di nomi propri abilmente disposti in metrica:

Nú skal yppa
Óðins nǫfn.
Atríðr, Auðun
ok Aldafǫðr,
Gizurr, Kjalarr,
Gautr, Viðrímnir,
Gollorr, Grímnir,
Ginnarr, Hnikuðr.
Ora innalzeremo
i nomi di Óðinn.
Atríðr, Auðun
e Aldafǫðr,
Gizurr, Kjalarr,
Gautr, Viðrímnir,
Gollorr, Grímnir,
Ginnarr, Hnikuðr
Fjǫlnir, Dresvarpr,
Fengr, Arnhǫfði,
Fráríðr, Allfǫðr
ok Farmatýr,
Herjan, Fjǫlsviðr,
Hnikarr, Hornǫlvir,
Hroptr, Hjálmberi,
Hár, Fjallgeiguðr.
Fjǫlnir, Dresvarpr,
Fengr, Arnhǫfði,
Fráríðr, Allfǫðr
e Farmatýr,
Herjan, Fjǫlsviðr,
Hnikarr, Hornǫlvir,
Hroptr, Hjálmberi,
Hár, Fjallgeiguðr.
Grímr, Gapþrosnir,
Gangráðr, Svipall,
Glapsviðr, Gǫndlir
ok Gangleri,
Herteitr, Hárbarðr
ok Hroptatýr,
Geiguðr, Gǫllnir
ok Geirlǫðnir. 
Grímr, Gapþrosnir,
Gangráðr, Svipall,
Glapsviðr, Gǫndlir
e Gangleri,
Herteitr, Hárbarðr
e Hroptatýr,
Geiguðr, Gǫllnir
e Geirlǫðnir
Hleifruðr, Hávi,
Hagverkr, Sviðuðr,
Síðhǫttr, Sváfnir,
Sigfǫðr, Þrasarr,
Hrami, Hjárrandi
ok Hengikeptr,
Hrosshársgrani,
Hrjóðr, Tvíblindi.
Hleifruðr, Hávi,
Hagverkr, Sviðuðr,
Síðhǫttr, Sváfnir,
Sigfǫðr, Þrasarr,
Hrami, Hjárrandi
e Hengikeptr,
Hrosshársgrani,
Hrjóðr, Tvíblindi.
Hroptr, Herblindi
ok Herjafǫðr,
Hvatmóðr, Hléfreyr,
Hveðrungr, Þriði,
Gǫllungr, Bileygr
ok Geirǫlnir,
Vö́fuðr, Valfǫðr,
Vingnir, Rǫgnir.
Hroptr, Herblindi
ed Herjafǫðr,
Hvatmóðr, Hléfreyr,
Hveðrungr, Þriði,
Gǫllungr, Bileygr
e Geirǫlnir,
Vö́fuðr, Valfǫðr,
Vingnir, Rǫgnir.
Sviðurr ok Skollvaldr,
Siggautr, Viðurr,
Sviðrir, Báleygr,
Sigðir, Brúni,
Sigmundr, Svǫlnir,
Síðskeggr ok Njótr,
Olgr, Biflindi
ok Ennibrattr.
Sviðurr e Skollvaldr,
Siggautr, Viðurr,
Sviðrir, Báleygr,
Sigðir, Brúni,
Sigmundr, Svǫlnir,
Síðskeggr e Njótr,
Olgr, Biflindi
ed Ennibrattr.
Bǫlverkr, Eylúðr,
Brúnn, Sanngetall,
Þekkr, Þuðr, Ómi,
Þundr ok Ófnir,
Uðr, Jólnir, Vakr,
Jálkr ok Langbarðr,
Grímr ok Lǫndungr,
Gestumblindi.
Bǫlverkr, Eylúðr,
Brúnn, Sanngetall,
Þekkr, Þuðr, Ómi,
Þundr e Ófnir,
Uðr, Jólnir, Vakr,
Jálkr e Langbarðr,
Grímr e Lǫndungr,
Gestumblindi
Sigtryggr, Jǫrmunr,
Saðr, Gunnblindi,
Jafnhár, Óski,
Jǫlfuðr ok Þrór,
Ýjungr, Skilfingr,
Óðinn, Tveggi,
Veratýr, Sigþrór,
Valgautr ok Yggr.
Sigtryggr, Jǫrmunr,
Saðr, Gunnblindi,
Jafnhár, Óski,
Jǫlfuðr e Þrór,
Ýjungr, Skilfingr,
Óðinn, Tveggi,
Veratýr, Sigþrór,
Valgautr e Yggr
 Þulur > Óðins nǫfn [1-8]

Nella Prose Edda, Snorri fornisce a sua volta un paio di liste di epiteti di Óðinn. La prima di esse è interessante perché si tratta non di una lista, ma di un vero e proprio canone. Sono infatti i dodici nomi che il dio avrebbe avuto anticamente in Ásgarðr, enumerati in quello che appare essere una sorta di ordine di importanza. Difficile dire da dove Snorri abbia tratto tale tradizione e quale fosse il suo antico significato. Di alcuni di questi nomi egli fornisce addirittura delle forme alternative:

Sá heitir Allfǫðr at váru máli, en í Ásgarði inum forna átti hann tólf nǫfn. Eitt er Allfǫðr, annat er Herran eða Herjan, þriðja er Nikarr eða Hnikarr, fjórða er Nikuz eða Hnikuðr, fimta Fjǫlnir, sétta Óski, sjaunda Ómi, átta Bifliði eða Biflindi, níunda Sviðarr, tíunda Sviðrir, ellipta Viðrir, tólfta Jálg eða Jálkr. Egli è chiamato Allfǫðr nella nostra lingua, ma anticamente in Ásgarðr aveva dodici nomi. Il primo è Allfǫðr, il secondo Herran o Herjan, il terzo Nikarr o Hnikarr, il quarto Nikuðr o Hnikuðr, il quinto Fjǫlnir, il sesto Óski, il settimo Ómi, l'ottavo Bifliði o Biflindi, il nono Sviðurr, il decimo Sviðrir, l'undicesimo Viðrir, il dodicesimo Jálg o Jálkr
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3]

Più tardi, Snorri riporta il passo sopra citato del Grímnismál, pur spostando qualche verso ed eliminando i versi di raccordo non strettamente necessari (Gylfaginning [20]). Dopodiché aggiunge una nota interessante:

Þá mælti Gangleri: “Geysimǫrg heiti hafi þér gefit honum! Ok þat veit trúa mín at þat mun vera mikill fróðleikr sá er hann kann skyn ok dœmi hverir atburðir hafa orðit sér til hvers þessa nafns!” Quindi parlò Gangleri: “Straordinario è il numero di nomi che gli avete dato! In fede mia, dev'essere una grande sapienza quella che riesca a comprendere e discernere tutti gli eventi che hanno portato a ciascuno di questi nomi!”
Þá segir Hár: “Mikil skynsemi er at rifja vandliga þat upp. En þó er þér þat skjótast at segja at flest heiti hafa verit gefin af þeim atburð at svá margar sem eru greinir tungnanna í verǫldunni, þá þykkjask allar þjóðir þurfa at breyta nafni hans til sinnar tungu til ákalls ok bæna fyrir sjálfum sér. En sumir atburðir til þessa heita hafa gerzk í ferðum hans, ok er þat fœrt í frásagnir, ok muntu eigi mega fróðr maðr heita, ef þú skalt eigi kunna segja frá þeim stórtíðindum”. Quindi disse Hár: “Una grande intelligenza occorre per comprenderli correttamente, tuttavia in breve ti dico che molti nomi gli sono stati dati per il fatto che al mondo vi sono diverse lingue e dunque tutti i popoli pensarono che occorresse tradurre il suo nome nella propria lingua per poterlo invocare e pregare essi stessi. Alcuni di questi nomi hanno tuttavia origine dai suoi viaggi, che sono tramandati nelle cronache, e non puoi essere chiamato saggio se non sei capace di raccontare questi grandi eventi”.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]

Con questa annotazione, Snorri fa capire che molti appellativi di Óðinn sono legati a un'impresa o un viaggio del dio, dettaglio a cui aveva già alluso il poema eddico (Grímnismál [48]), ma disgraziatamente – a parte qualche caso fortuito – di questi miti non sappiamo nulla.

IX - IL CATALOGO DEGLI EPITETI DI ÓĐINN

Riportare un elenco esaustivo dei nomi e degli epiteti di Óðinn è impresa impossibile. Gianna Chiesa Isnardi, nel suo lavoro sui miti nordici, elenca un gran numero di heiti di Óðinn (Isnardi 1991), ma diversi di questi, a controllare sulle fonti, si rivelano inconsistenti; in molti casi la verifica non è agevole. L'elenco che riportiamo di seguito è attinto dalle þulur, dalle fonti eddiche e dalle saghe più importanti, e non pretende di essere completo.


Aldafǫðr Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [4 | 54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
Þulur > Óðins nǫfn [1]
«Padre degli uomini».
Relativo al ruolo di Óðinn quale creatore e progenitore degli uomini.

Allfǫðr Ljóða Edda > Grímnismál [4]
Ljóða Edda > Helgkviða Hundingsbana ǫnnor [38]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 9 | 10 | 14 | 15 | 20 | 34 | 35 | 39]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Padre di tutti».
Importante epiteto inteso al ruolo di Óðinn quale progenitore degli dèi e creatore degli uomini. È il primo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr. Tale nomen divinum sembra risalire all'antichità indoeuropea. Nel mondo celtico ha un preciso corrispettivo nel titolo di Ollathair «padre di tutti» attribuito al dio irlandese Dagda Mór. In Omero Zeús è definito «padre degli dèi e degli uomini» [patḕr andrôn te theôn te] (Iliás [I: ]), la medesima formula usata da Snorri quando spiega che Óðinn è chiamato Allfǫðr in quanto «padre di tutti gli dèi e gli uomini» [faðir allra goðanna ok manna] (Gylfaginning [9]). In latino, umbro e illirico l'epiteto sembra fosse così stabile che si fuse col nome del dio (Iuppiter, Iupater, Deipàtyros). Negli inni vedici, gli dèi più importanti sono spesso gratificati con i titoli di «padre degli dèi» [devānāṃ pitaram] (Brahmaṇaspati in Ṛgveda [II: 26: ]) e di «padre degli uomini» [pitā mānuṣāṇām] (Agni in Ṛgveda [IV, 1, ]). Il tema della paternità universale di Óðinn non deve nulla al cristianesimo ma rientra in schemi tipicamente indoeuropei (Campanile 1994).

Annarr Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [10]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [33 | 36]
«Secondo».
Ha questo nome un personaggio appartenente alle più remote generazioni nella teogonia scandinava, detto secondo sposo di Nótt e padre di Jǫrð. Ma poiché Snorri afferma che Jǫrð fosse insieme figlia e sposa di Óðinn, è possibile che questo Annarr vada identificato con lo stesso Óðinn. In tal caso tale nome andrebbe considerato come un epiteto dello stesso Óðinn, per quanto ignorato nelle þulur e nelle altre liste degli heiti del dio. In tal caso, il nome Annarr «secondo» sarebbe da mettere mettere in relazione con l'epiteto Þriði «terzo», sempre attribuito a Óðinn.

Arnhǫfði Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Testa d'aquila».
Da ǫrn «aquila». Probabilmente l'epiteto ricorda l'episodio in cui Óðinn fuggì in forma d'aquila dopo aver rubato l'idromele della poesia dalla casa del gigante Suttungr.

Atríðr Ljóða Edda > Grímnismál [48]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [1]
«[Colui che] avanza cavalcando».

Auðun Þulur > Óðins nǫfn [1]
«Ricco».
Questo epiteto sembrerebbe più adatto per un dio della terza funzione che per Óðinn. Tuttavia Snorri ricorda che Óðinn sapeva dove erano celati tutti i tesori della terra, e che conosceva le parole per aprire le rocce e i tumuli sepolcrali, quindi entrava e prendeva quanto desiderasse (Ynglinga saga [6-7]).

Báleygr Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Occhio fiammeggiante».
Forse inteso nel senso che Óðinn paralizzava il nemico con lo sguardo.

Biflindi (o Bifliði) Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [6]
«[Colui] che scuote [la lancia?]»
Epiteto relativo al fatto che Óðinn decideva l'esito di uno scontro toccando con la lancia il guerriero votato alla morte o scagliando l'arma contro l'esercito destinato alla sconfitta. Snorri afferma sia l'ottavo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr, e suggerisce egli stesso l'alternanza tra le forme «Bifliði o Biflindi» [Bifliði eða Biflindi] (Gylfaginning [3]).

Bileygr Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
«Mancante di un occhio».
Com'è noto, Óðinn aveva un solo occhio, avendo ceduto l'altro alla fonte della sapienza in Mímisbrunnr.

Brúni / Brúnn Þulur > Óðins nǫfn [6 | 7]

«Folte sopracciglia» (ma forse anche «lo scuro»).
Questo epiteto è identico al nome del nano Brúni (Vǫluspá [H: 13]).


Bǫlverkr Ljóða Edda > Hávamál [109]
Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [5-6]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«[Colui che] agisce male».
Com'è noto, Óðinn non esitava a mentire e ingannare pur di arrivare ai suoi scopi. Forse l'epiteto era anche inteso nel senso che Óðinn «tradiva» i suoi fedeli, provocandone la morte in battaglia. Sotto questo nome, Óðinn si presentò in casa del gigante Suttungr e gli rubò l'idromele della poesia. Si noti che nelle þulur è attestato l'epiteto Hagverkr «[Colui che] agisce bene», di senso diametralmente opposto [infra].

Dresvarpr Þulur > Óðins nǫfn [2]
«[Colui che] scaglia [la lancia] in battaglia».
Epiteto probabilmente inerente al fatto che Óðinn scagliava la sua lancia Gungnir contro l'esercito che destinava alla sconfitta.

Ennibratr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Fronte ampia».
Si confronti con Ennilangr «fronte alta», appellativo di Þórr.

Eylúðr Þulur > Óðins nǫfn [7]
Epiteto assai problematico, riportato nelle þulur. La Isnardi interpreta, pur con un ampio margine di dubbio, «sempre risonante» (lúðr è uno strumento musicale a fiato) (Isnardi 1991). Bisogna però notare che il composto eylúðr compare nella letteratura scaldica in un'accezione completamente diversa: in un passo di Snæbjǫrn, eylúðr «mulino delle isole» (lúðr ha infatti anche il significato di «mulino») è una kenning per «mare».

Farmaguð Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
«Dio dei carichi».
Epiteto di Óðinn probabilmente visto quale dio del commercio.

Farmatýr Ljóða Edda > Grímnismál [48]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
«Dio del fardello»
Epiteto di Óðinn visto quale dio che protegge (o libera) i prigionieri?

Fengr Ljóða Edda > Discorso di Reginn  [18]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
Letteralmente «preda» o  «provvista».
Forse da intendere nell'accezione di Óðinn quale dio del commercio. Cfr. il Fengo che, nel racconto di Saxo Grammaticus, esorta i suoi uomini a procedere con le impiccagioni (Gesta Danorum [III: vi: 21]).

Fimbultýr Ljóða Edda > Vǫluspá [60]
«Dio terribile».
Con questo inquietante epiteto, Óðinn viene ricordato come il sovrano del tempo passato, dopo che il ragnarǫk avrà distrutto il vecchio mondo.

Fjallgeiguðr Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Penzolante dalle montagne» (?)
Curioso epiteto costruito sull'epiteto Geiguðr «penzolante», riferito a sua volta all'aspetto di Óðinn quale dio degli impiccati [infra].

Fjǫlnir Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Sapiente».
Inteso come dio della sapienza e della magia. Snorri afferma sia il quinto dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr (Gylfaginning [3]). Lo stesso nome ha un mitico sovrano di Svezia (Ynglinga saga [10-11, 16]).

Fjǫlsviðr Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Assai sapiente»

Forni Flateyjarbók [I]
«Antico».
Probabilmente con riferimento all'età di Óðinn, o forse all'antica sapienza da lui posseduta (Isnardi 1991). Con questo nome il dio è attestato in una saga storica, in cui appare nell'aspetto di un uomo guercio e di possente corporatura, il quale aiuta a costruire una nave.

Fráríðr Þulur > Óðins nǫfn [2]
«[Colui che] cavalca verso [la battaglia]».

Gangleri Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Stanco del cammino».
Inteso nell'aspetto di viandante. Lo stesso epiteto è adottato da re Gylfi quando si reca in incognito nell'Ásgarðr (Gylfaginning [passim]).

Gagnráðr (o Gangráðr)
«[Colui che] conosce la via»
Con questo nome, Óðinn si presentò come ospite presso il gigante Vafþrúðnir, sfidandolo a una gara di sapienza.
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [8-9 | 11 | 13 | 15 | 17]
Þulur > Óðins nǫfn [3]

Gapþrosnir Þulur > Óðins nǫfn [3]
Cfr. gapi, «avventato, incosciente» (Cleasby & Vigfússon 1847).
Altrimenti interpretato come «mago» (Isnardi 1991).

Gautatýr Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
Forse «dio dei Goti» (?).
Epiteto composto sul nomen Gautr [infra]. Probabilmente da intendere come dio o antenato dei Goti della Svezia occidentale [Gautar] (cfr. anglosassone Geātes).

Gautr Ljóða Edda > Grímnismál [54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [45 | 62 | 67 | 76 | 82]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Háttatál [55]
Þulur > Óðins nǫfn [1]
Bragi Boddason: «Skǫld kalla mik» [1c]
Jordanes: De origine actibusque Getarum [XIV: 79]
Nennius: Historia Brittonum [31]
Cronaca anglosassone [547]
Probabilmente «il goto».
L'epiteto si connette con la regione del Götland (Svezia occidentale), toponimo che presuppone la forma antica Gautar come designazione del popolo che la abitava (cfr anglosassone Geātes). Da essi si sarebbero mossi, intorno al I secolo, genti destinate a formare il popolo germanico orientale dei Goti (Ostrogoti e Visigoti) (Manganella 1979).
Si tratta forse, dunque, di un epiteto di Óðinn in qualità di dio o antenato dei Goti, come starebbe anche a indicare l'epiteto composto Gautatýr [supra]. Questo farebbe pensare a un possibile collegamento con Gapt, il progenitore degli Amali (famiglia reale degli Ostrogoti) secondo Jordanes (De origine actibusque Getarum [XIV: 79]). Si tratta ancora del Gēata (qui detto antenato di Wōden) che Nennius pone alla base della genealogia di Hengist e Horsa, gli invasori danesi di Britannia.
Il nome è stato utilizzato, soprattutto in poesia, per formare epiteti composti come Siggautr e Valgautr (dove gautr sembra sostituire fǫðr «padre»). Ciò ha fatto pensare alcuni filologi, anche se con scarsa verosimiglianza, che il termine gautr possa significare «padre» o «uomo» (Cleasby & Vigfússon 1847).
Altri intendono «il sacrificato» (Kuhn 1971, Koch 1984).
Con una splendida doppia kenning, Bragi Boddason definisce il poeta «scopritore del dono di Gautr» [Gauts gjafrǫtuð].

Geiguðr Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Penzolante [dalla forca]».
Con riferimento al mito dell'autosacrificio di Óðinn, ma anche al fatto che gli impiccati erano sacri al dio, il quale era in grado di farli parlare e farsi rivelare tutti i loro segreti.

Geirlǫðnir Þulur > Óðins nǫfn [3]
Forse da intendersi «[Colui che] invita [alla battaglia] delle lance», oppure «[colui che] invita con la lancia».
Sicuramente un epiteto di Óðinn inerente al suo carattere di dio guerriero, armato di lancia.

Geirǫlnir Þulur > Óðins nǫfn [5]
«[Colui che] avanza con la lancia».

Gestr
«Straniero, ospite»
Epiteto da intendere secondo il carattere di Óðinn come viandante che chiede ospitalità alle case degli uomini. Nelle saghe storiche il dio compare due volte con questo nome, quale ospite di re Óláfr Tryggvason e in seguito di re Óláfr il Santo.
Flateyjarbók
Heimskringla > Óláfs saga Tryggvasonar

Gestumblindi Hervǫrs saga ok Heiðreks [10]
Þulur
> Óðins nǫfn [7]
(Cfr. Saxo Grammaticus: Gesta Danorum [V: x: 1])
«Ospite cieco».
Dissimulato sotto questo nome, Óðinn sfidò re Heiðrekr a una gara di indovinelli. Da confrontare con il Gestiblindus attestato da Saxo Grammaticus (Gesta Danorum [V: x: 1]).

Ginnarr Þulur > Óðins nǫfn  [1]
«Ingannatore».
Questo epiteto di Óðinn, attestato nelle þulur, è identico al nome di un nano (Vǫluspá [16], Gylfaginning [14]).

Gizurr Þulur > Óðins nǫfn [1-8]
Málsháttakvæði [22]
«[Colui che] comprende il vero».
Epiteto attestato, oltre che nelle þulur, nel cosiddetto Málsháttakvæði o «Poema dei proverbi».

Glapsviðr Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Abile nell'incantare» o «abile nel sedurre».
Forse con riferimento alle molte donne sedotte da Óðinn.

Grímr Ljóða Edda > Grímnismál [46-47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3, 7]
«Mascherato».
Epiteto che designa Óðinn in qualità viandante che chiede ospitalità nelle case presentandosi sotto mentite spoglie.

Grímnir Ljóða Edda > Grímnismál [passim | 47-49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [1]
«Mascherato».
Stesso senso del precedente. Con questo epiteto, Óðinn si presentò alla casa di re Geirrøðr, secondo quanto narrato nel Grímnismál.

Gunnblindi Þulur > Óðins nǫfn [8]
«[Colui che] acceca nella battaglia».

Gǫllnir / Gǫllorr / Gǫllungr Þulur > Óðins nǫfn [1 | 3 | 5]
«[Colui che è] nel frastuono [della battaglia]».

Gǫndlir Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«[Colui che possieda] la verga magica».
L'epiteto si connette con gǫndull, che è «verga, bacchetta magica», ma anche «membro virile».

Hagverkr Þulur > Óðins nǫfn [4]
«[Colui che] agisce bene».
Questo epiteto, attestato soltanto nelle þulur, ha significato opposto al più diffuso Bǫlverkr «[colui che] agisce male» [supra].

Hangaguð Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
«Dio degli impiccati».
Anche qui con riferimento al mito dell'autosacrificio di Óðinn e al fatto che gli impiccati erano sacri al dio, il quale era in grado di farli parlare e farsi rivelare tutti i loro segreti.

Haptaguð Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
«Dio dei legami».
Può essere inteso sia in senso generico, relativamente alla facoltà di «legare» o vincolare la volontà altrui; sia come capacità di sciogliere i ceppi che avvincono i prigionieri (cfr. Hávamál [149]).

Hárbarðr Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Ljóða Edda > Hárbarðzljóð [passim]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Barba grigia».
Con questo epiteto, Óðinn alterca con Þórr nell'Hárbarðzljóð.

Hávi > Hár Ljóða Edda > Vǫluspá [21]
Ljóða Edda > Hávamál [passim | 109 | 111 | 164]
Ljóða Edda > Grímnismál [4]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [2]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [11 | 60-61]
Þulur > Óðins nǫfn [2, 4]
«Alto, eccelso».
Epiteto certamente inteso nell'accezione di dio supremo. Con questo nome, sono attribuiti a Óðinn i detti che compongono l'Hávamál. È inoltre uno dei tre personaggi che accolgono re Gylfi nell'Ásgarðr. Il medesimo nome è anche attribuito a un nano (Vǫluspá [15], Gylfaginning [14]).

Helblindi Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
«[Colui che] acceca a morte».

Hengikeptr Þulur > Óðins nǫfn [4]
«Gota cadente».
Epiteto inerente alla vecchiaia e sapienza del dio.

Herblindi Þulur > Óðins nǫfn [5]
«[Colui che] acceca le schiere».

Herjafǫðr Ljóða Edda > Vǫluspá [43]
Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [2]
Ljóða Edda > Grímnismál [19 | 25 | 26]
Ljóða Edda > Carme magico di Hynðla [2]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
«Padre delle schiere».
Da herr «schiera, esercito». Epiteto di Óðinn quale dio della guerra, visto probabilmente alla testa all'esercito degli Einherjar.

Herjan (o Herjann) / Herran Ljóða Edda > Vǫluspá [30]
Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Ljóða Edda > Primo carme di Guðrún [19]
Ljóða Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
«Capo delle schiere».
Da herr «schiera, esercito», con il suffisso di comando. Óðinn è visto alla testa all'esercito degli Einherjar. Snorri afferma sia il secondo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr e suggerisce lui stesso un'alternanza tra le forme «Herran o Herjan» [Herran eða Herjan] (Gylfaginning [3]), ma è da dubitare che si tratti di due forme dello stesso epiteto- Al contrario, Herran è probabilmente da intendersi come «signore».

Herteitr Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Felice nelle schiere».

Hertýr Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
«Dio delle schiere».
Epiteto di Óðinn quale dio di vittoria, parallelo a Herfǫðr ma costruito sul termine týr (qui usato come generico per «dio»)

Hjálmberi Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
«[Colui che] porta l'elmo».

Hjárrandi Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [62]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Háttatál [53]
Bragi Boddason: Ragnarsdrápa [11]
Þulur > Óðins nǫfn [[4]
«[Colui che] suona».
Citato da Bragi Boddason in una splendida kenning dove gli scudi sono chiamati «porte di Hjárrandi» [hurðir Hjárranda], in quanto conducono alla Valhǫll.

Hléfreyr Þulur > Óðins nǫfn [5]
«Famoso signore», oppure «famoso combattente» (Isnardi 1991).

Hleifruðr Þulur > Óðins nǫfn [4]
Appellativo tuttora privo di una spiegazione, forse da emendare in Hléfǫðr «padre famoso».

Hnikarr Ljóða Edda > Grímnismál [47]
Ljóða Edda > Reginsmál [passim | 18-20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [2]
Vǫlsunga saga [17].
«[Colui che] istiga alla battaglia».
Epiteto di Óðinn quale dio che prepara gli scontri tra gli uomini. Con questo nome, Óðinn dialoga con Sigurðr in un poema eddico. In una saga, calma una tempesta sul mare per aiutare lo stesso Sigurðr. Snorri afferma sia il terzo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr, e suggerisce l'alternanza tra le forme «Nikarr o Hnikarr» [Hnikarr eða Hnikarr] (Gylfaginning [3]).

Hnikuðr Ljóða Edda > Grímnismál [48]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [1]
«[Colui che] istiga alla battaglia».
Probabilmente una variante del precedente. Snorri afferma sia il quarto dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr, e suggerisce l'alternanza tra le forme «Nikuz o Hnikuðr» [Nikuz eða Hnikuðr] (Gylfaginning [3]).

Hornǫlvir Þulur > Óðins nǫfn [2]
Forse «sacerdote del corno».
In tal caso, indicherebbe forse in Óðinn colui che dispensa ai poeti l'idromele della poesia.

Hrafnaguð Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [38]
«Dio dei corvi».
Questo epiteto ha Óðinn perché accompagnati dai corvi Huginn e Muninn, che ogni giorno volano intorno la terra e poi tornano a riferirgli ogni notizia che hanno visto e sentito. Parallelamente, i corvi sono animali legati alle immagini delle battaglie, in particolare, dei caduti di cui Óðinn è giudice supremo («festino dei corvi» è una kenning ricorrente nella poesia scandinava per indicare gli scontri armati).

Hrjóðr Þulur > Óðins nǫfn [4]
«Distruttore» o «[Colui che] scaglia» (Cleasby & Vigfússon 1847). Altri interpretano nel senso di «terribile» (Isnardi 1991).

Hrami Þulur > Óðins nǫfn [4]
«[Colui che ha] artigli d'orso» (?). «Laceratore» (?).
Epiteto di difficile interpretazione, forse derivato da «artiglio d'orso» [hrammr]. In tal caso evocherebbe forse un legame di Óðinn con questo animale (Isnardi 1991), designandolo dio dei guerrieri berserkir. È anche possibile che l'epiteto sia una scrittura errata per Hrani [infra].

Hrani
«Trasandato, sbruffone, incivile».
Dissimulato sotto l'aspetto di un contadino con questo nome, Óðinn diede ospitalità al re danese Hrólfr Kraki durante il suo viaggio in Svezia.
Hrólfs saga Kraka

Hroptr Ljóða Edda > Vǫluspá [62]
Ljóða Edda > Hávamál [142]
Ljóða Edda > Grímnismál [8]
Ljóða Edda > Insulti di Loki [45]
Ljóða Edda > Sigrdrífumál [13]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10 |  62]
Þulur > Óðins nǫfn [2, 5]
(Cfr. Saxo Grammaticus: Gesta Danorum [III: iv: 2 | IX: iv: 12])
Epiteto di interpretazione molto controversa: si ritiene che hroptr sia un termine generico per «dio» [áss] (Isnardi 1991), anche se viene utilizzato per indicare Óðinn, il dio per antonomasia.
Altri intendono «voce» (Scardigli & Meli 1982) o «[colui che] urla» (Branston 1955).
In due fonti distinte (Hávamál e Sigrdrífumál), l'epiteto sembra legato alla scoperta delle rune e al loro potere.
Il nome compare anche nelle Gesta Danorum nel personaggio di Roftarus/Rofterus (o Rostarus/Rosterus), del quale è detto operasse la guarigione di un guerriero facendosi promettere in cambio le anime di coloro che costui avrebbe ucciso.

Hroptatýr Ljóða Edda > Hávamál [160]
Ljóða Edda > Grímnismál [54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
Forse «Dio [týr] degli Æsir» (Isnardi 1991).
Oppure «dio urlatore» (Branston 1955).
Derivato dal precedente in costruzione con týr «dio».

Hrosshársgrani
«Dal labbro [baffuto come] un crine di cavallo».
Secondo quanto narra la Gautreks saga, con questo nome Óðinn, assunto l'aspetto di un vecchio, intervenne più volte nell'esistenza degli eroi Starkaðr e Víkarr, stabilendo le loro fortune e il loro destino.
Þulur > Óðins nǫfn [4]
Gautreks saga

Hvatmóðr Þulur > Óðins nǫfn [5]
«[Colui che] eccita alla battaglia».

Hveðrungr
«Vento mormorante».
Epiteto che pare ricollegarsi alla natura originaria di Óðinn quale dio del vento. Vi è però la possibilità che tale epiteto sia stato elencato tra gli appellativi di Óðinn per l'errata interpretazione di un verso di Þjóðólfr ór Hvíni (Ynglingatal [32]) dove ci si riferisce piuttosto a Loki (il quale è il destinatario dell'epiteto anche in Vǫluspá [55] e nella relativa citazione di Snorri).
Þulur > Óðins nǫfn [5]

Per Loki:
Ljóða Edda > Vǫluspá [55]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [51]
Þjóðólfr ór Hvíni: Ynglingatal [32]
 


Hǫttr Hálfs saga ok Hálfsrekka [1]
«Incappucciato».
Con questo nome, Óðinn si presentò alla bellissima Geirhildr e combinò il matrimonio tra lei e re Alrekr. In seguito la aiutò a vincere una gara preparando un'ottima birra, e in cambio le chiese «ciò che c'era tra lei e il paiolo», cioè il figlio che la donna portava in grembo. Costui sarebbe stato l'eroe Víkarr, di cui Óðinn avrebbe poi richiesto la vita in sacrificio.

Jafnhár Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [passim | 2]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Altrettanto alto».
Epiteto certamente inteso nell'accezione di dio supremo, anche se il suo senso preciso non è chiaro. È uno dei tre personaggi che accolgono re Gylfi nell'Ásgarðr.

Jálkr (o Jálg) Ljóða Edda > Grímnismál [49 | 54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn  [7]
«Castrato».
Epiteto, evidentemente legato a un mito perduto, che Óðinn assumeva quando andava in visita a un certo Ásmundr. Forse è da connettere alle pratiche legate alla magia seiðr che, come sappiamo, richiedevano comportamenti indecorosi per gli uomini (Isnardi 1991). Improbabile l'ipotesi secondo la quale tale epiteto alluderebbe a qualche antico mito cosmogonico, forse omologo a quello della castrazione di Ouranós (Branston 1955). Snorri afferma sia l'ultimo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr, e suggerisce lui stesso l'alternanza tra le forme «Jálg o Jálkr» [Jálg eða Jálkr] (Gylfaginning [3]).

Jólfr / Jǫlfuðr Þulur > Óðins nǫfn [8]
Ǫrvar-Odds saga
Nome col quale Óðinn appare all'eroe Oddr, e gli dona tre magiche frecce di pietra che serviranno per uccidere un dèmone.

Jólnir
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [27]
Þulur > Óðins nǫfn  [7]
Eilífr Goðrúnarson: Þórsdrápa [2]
Forse «[Signore degli] dèi».
Eilífr Goðrúnarson cita questo epiteto nella Þórsdrápa.

Jǫrmunr Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Il potente».
Si confronti con la radice germanica *īrmin- (forse in origine nome di un antico dio celeste), da cui il nome della tribù degli Erminones citata da Tacitus (Germania [1]) e la colonna Īrminsul adorata dai Sassoni.

Kjalarr Ljóða Edda >Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [14]
«[Colui che va sulla] slitta».
Secondo la citazione di un mito perduto, Óðinn venne così chiamato perché avrebbe tirato una slitta.

Langbarðr Þulur > Óðins nǫfn [7]
(cfr. Paulus Diaconus: Historia Langobardorum [I: 8])
«Barba lunga».
Si confronti questo epiteto col mito etnonimo dei Longobardi narrato da Paulus Diaconus.

Lǫndungr Þulur > Óðins nǫfn [7]
La Isnardi emenda in Lóðungr e interpreta come «[colui che porta] il mantello ispido» (cfr loðinn «ispido»), suggerendovi un presunto travestimento del dio come lupo e orso, al modo dei guerrieri invasati (berserkir e ulfeðnar) a lui votati (Isnardi 1991). L'interpretazione non solo appare forzata, ma nessun mito lascia intendere che Óðinn si sia mai trasformato in orso o lupo.

Njótr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«[Colui che] usufruisce».

Ófnir Ljóða Edda >Grímnismál [54]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«[Colui che] eccita alla battaglia».
Il Grímnismál [54] cita Ófnir e Sváfnir, congiunti in stretta allitterazione, come epiteti di Óðinn; ma la medesima coppia di nomi era già comparsa alla strofa [34] nell'elenco dei serpenti che, insieme a Níðhǫggr, giacciono alle radici del frassino Yggdrasill.

Olgr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«[Colui che] rumoreggia» (?).
Epiteto di difficile interpretazione, forse riferito al mare in tempesta (Isnardi 1991). Alcuni pensano sia da emendare in Ǫlgr «bue», ma non è ben chiaro quale sia il senso.

Ómi Ljóða Edda >Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«[Colui che ha voce] risonante».
Forse inteso in funzione della capacità di Óðinn di operare incantesimi tramite formule magiche declamate a gran voce. Può anche darsi, tuttavia, che si riferisca alle sue funzioni di capo che incita le schiere alla battaglia. Snorri afferma sia il settimo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr (Gylfaginning [3]).

Óski Ljóða Edda >Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«[Colui che] esaudisce i desideri». Snorri afferma sia il sesto dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr (Gylfaginning [3]).

Rauðgrani Bárðar saga Snæfellsáss
«Crine rosso»
Sotto questo nome, un personaggio che è sicuramente Óðinn compare in una saga storica nell'aspetto di un uomo guercio e con un mantello azzurro scuro. Si mette a predicare il credo pagano all'equipaggio di un vascello che l'ha preso a bordo ma, percosso da un prete cristiano, cade in mare e scompare.

Rǫgnir Ljóða Edda > Sigdrífumál [15] (?)
Ljóða Edda > Atlakviða in grǿnlenzka [33]
Ljóða Edda [minora] > Hyndluljóð [35] (?)
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [15]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
(cfr. Egill Skallagrímsson: Sonatorrek [22])
«Signore».
Nel Sigrdrífumál si parla delle rune incise sulle ruote del «carro di Rungnir» Molti autori sono persuasi che Rungnir sia qui un errore per Rǫgnir, anche se rimane il fatto che il carro non è tra gli attribuiti di Óðinn, ma è più confacente a Þórr. In alcuni testi rimane tuttavia un'immagine alternativa di Óðinn alla guida di un carro, come in una kenning di Egill Skallagrímsson, in cui Óðinn è definito «principe del carro» [vagna rúni] (Sonatorrek  [22]).

Saðr > Sannr Ljóða Edda >Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [20]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«[Colui che] dice il vero».
Da intendere forse in relazione alla condizione di iniziato di Óðinn (Isnardi 1991).

Sanngetall Ljóða Edda >Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«[Colui che] intuisce il vero»
Come il precedente, forse è anche questo da intendere in relazione alla condizione di iniziato di Óðinn (Isnardi 1991).

Skilfingr Ljóða Edda >Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«[Colui che] dimora in una rocca»
Cfr. skjálf «rocca montuosa». Epiteto dovuto probabilmente alla dimora di Óðinn in Valaskjálf.

Skollvaldr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Potente nell'inganno»

Síðgrani Ljóða Edda > Álvissmál  [6]
«Ben barbuto».

Síðhǫttr Ljóða Edda >Grímnismál [48]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [4 | 6]
«Ben incappucciato».
Quando viaggia, Óðinn appare spesso incappucciato, o con un cappello a larghe falde che gli nasconde il volto.

Síðskeggr Ljóða Edda >Grímnismál [48]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Ben crinito».

Sigðir Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Servo della vittoria».

Sigfǫðr Ljóða Edda > Vǫluspá [55]
Ljóða Edda >Grímnismál [48]
Ljóða Edda > Lokasenna [58]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [4]
«Padre della vittoria».
Importante epiteto che contraddistingue Óðinn quale dio che decide, nelle battaglie, a chi vada assegnata la vittoria. Si vedano al riguardo i molti epiteti costruiti su sigr «vittoria».

Siggautr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Gautr di vittoria».
Epiteto di Óðinn quale dio di vittoria, parallelo a Sigfǫðr ma costruito sul nomen divinum Gautr [supra].

Sigrhǫfunð Egill Skallagímsson: Sonatorrek [v. ]
«Principe di vittoria».
Epiteto di Óðinn, attestato nella letteratura scaldica, quale dio che stabilisce a chi debba andare la vittoria.

Sigmundr Þulur > Óðins nǫfn [6]
«Protettore della vittoria».
Stesso nome ha l'eroe Sigmundr.

Sigtryggr Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Fedele nella vittoria».

Sigtýr Ljóða Edda > Atlakviða in grǿnlenzka [30]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10 | 43]
«Dio di vittoria».
Epiteto di Óðinn quale dio di vittoria, parallelo a Sigfǫðr ma costruito sul termine týr (qui usato come generico per «dio»).

Sigþrór Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Cospicuo nella vittoria».

Sváfnir Ljóða Edda >Grímnismál [54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [2]
Þulur > Óðins nǫfn [4]
Þorbjǫrn Hornklofi: Hrafnsmál [v. ]
«[Colui che] addormenta».
Da intendere probabilmente nel senso di dio che decide la morte dei guerrieri. Ma si ricordi anche il mito col quale Óðinn addormenta la valchiria Brynhilldr con la spina del sonno (Sigrdrífumál [pr.]; Vǫlsunga saga [21]).
Il Grímnismál [54] cita Ófnir e Sváfnir, congiunti in stretta allitterazione, come epiteti di Óðinn; ma la medesima coppia di nomi era già comparsa alla strofa [34] nell'elenco dei serpenti che, insieme a Níðhǫggr, giacciono alle radici del frassino Yggdrasill.
Tale epiteto è anche citato da Þorbjǫrn Hornklofi nel Hrafnsmál, il «Discorso del corvo», composizione che Snorri attribuisce erroneamente a Þjóðólfr ór Hvíni.

 Sviðrir Ljóða Edda >Grímnismál [50]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [4]
Molti filologi considerano Sviðrir una variante di Sviðurr [infra] e lo associano al significato di quest'ultimo epiteto (Cleasby ~ Vigfússon 1874). Stessa conclusione è sostenuta dalla Isnardi (Isnardi 1991), la quale però, nella precedente traduzione della Prose Edda di Snorri, aveva suggerito per il solo Sviðrir il significato di «castrone» (Isnardi 1975).
Al contrario, le due Edda trattano Sviðrir e Sviðurr considerano due epiteti distinti, allitteranti tra loro. Al riguardo Snorri afferma che Sviðrir sia il decimo dei dodici nomi che il dio avesse anticamente nell'Ásgarðr, mentre Sviðurr era il nono (Gylfaginning [3]). Fu dissimulandosi sotto entrambi i nomi che Óðinn uccise il gigante Søkkmímir.
Le þulur distinguano addirittura tre forme: Sviðurr, Sviðurð e Sviðrir.
L'alternanza tra le forme Sviðurr e Sviðrir ha un parallelo nell'alternanza tra Viðurr e Viðrir, anch'essi epiteti distinti dalle fonti.

Sviðurr / Sviðurðr
Forse «[colui che] porta la lancia» (da sviða «alabarda»).
Pur non escludendo questa interpretazione, per la Isnardi il significato più convincente dell'epiteto è «[signore del] vento» (Isnardi 1975 | Isnardi 1991) o, alternativamente, «[colui che] sa calmare [le tempeste]» (Isnardi 1991), con evidente riferimento all'epiteto Viðurr, che ha tale significato.
Il dizionario islandese traduce «il distruttore» (Cleasby ~ Vigfússon 1874).
Snorri afferma che Sviðurr sia il nono dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr (Gylfaginning [3]). Dissimulato sotto i nomi di Sviðurr e Sviðrir, Óðinn uccise il gigante Søkkmímir.
La forma alternativa Sviðarr è attestata soltanto nel manoscritto R della Ljóða Edda. Nelle þulur troviamo una forma Sviðurðr che tuttavia pare essere un'ulteriore variante di Sviðurr.
Ljóða Edda >Grímnismál [50]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3 | 20]
Þulur > Óðins nǫfn [4 | 6]

Svipall Ljóða Edda >Grímnismál [47]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [3]
«Mutevole».

Svǫlnir Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [26]
Þulur > Óðins nǫfn [6]
Þjóðólfr ór Hvínir: Haustlǫng [15].
Bragi Boddason: Ragnarsdrápa [v. ]
Eyvindr Finnsson Skáldaspillir: Lausavísur [12].
Kormákr Ǫgmundarsson: Lausavísur [22]
Gianna Chiesa Isnardi interpreta «[Colui che] porta lo scudo», con riferimento allo scudo Svalinn posto davanti al sole (Isnardi 1991).
Ludovica Koch identifica inspiegabilmente l'epiteto Svǫlnir con Sváfnir e li traduce entrambi «[colui che] addormenta».
L'heiti è citato anche in molte composizioni scaldiche. Þjóðólfr ór Hvíni, nel poema Haustlǫng, «Lungo come un autunno», in cui descrive le scene mitologiche dipinte su uno scudo, cita questo epiteto in una kenning dove «vedova di Svǫlnir» [Svǫlnis ekkja] è la dea-terra Jǫrð, madre di Þórr.
Eyvindr Finnsson skáldaspillir esordisce una composizione col bellissimo verso «nevica sulla sposa di Svǫlnir» [Snýr á Svǫlsnis vö́ru]; anche qui «sposa di Svǫlnir» è una kenning per indicare la terra.
Bragi Boddason nella Ragnarsdrápa, parla invece del «soldo della sala di Svǫlnir» [Svǫlnis salpenningi kenna] come kenning per «scudi».
Nella redazione U della Prose Edda (Gylfaginning [2]), compare Svǫlnir invece di Sváfnir nei versi di Þorbjǫrn Hornklofi (Hrafnsmál) che Snorri cita attribuendoli erroneamente a Þjóðólfr ór Hvíni.

Tveggi Þulur > Óðins nǫfn [8]
Egill Skallagrímsson:
Sonatorrek [v. ]
Ljóða Edda > Vǫluspá [63] (?)
(Cfr. Tacitus: Germania [1])
 
«Doppio», probabilmente da intendersi nel senso di «ambiguo».
Forse con riferimento al carattere ingannatore del dio. Potrebbe esservi un possibile riferimento a questo epiteto in Vǫluspá [63], ma l'interpretazione è controversa. Si può anche pensare a un riferimento con il Tvisto citato da Tacitus (Germania [1]).

Tvíblindi Þulur > Óðins nǫfn [4]
«Cieco da entrambi gli occhi».
Può darsi che questo epiteto alluda a una mutilazione funzionale: la cecità degli occhi che corrisponde alla veggenza o alla capacità poetica (si pensi a Omero). Potrebbe anche esserci qualche riferimento a un mito non tramandato. Si è anche pensato a un'identificazione di Óðinn con Hǫðr, in tal caso visto come emanazione del padre (Isnardi 1991).

Uðr Ljóða Edda >Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
Forse da connettere al norreno arcaico uðr > unnr «onda» (cfr. svalar unnir «fresche onde», in Vǫluspá [3]). Il senso di questo epiteto non è affatto chiaro.

Váfuðr / Vö́fuðr Ljóða Edda >Grímnismál [54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [45]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
«[Colui che] erra» o «[Colui che] ondeggia».
Forse si intende Óðinn in qualità di signore del vento.

Vakr Ljóða Edda > Grímnismál [54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«Sveglio, desto, vigile».

Valfǫðr Ljóða Edda > Vǫluspá [1 | 27]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [15 | 19]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
«Padre dei caduti».
Importante epiteto di Óðinn quale dio che stabilisce chi debba morire in battaglia, e dunque entrare a far parte della schiera degli Einherjar. In questo senso, questo epiteto è complementare con Sigfǫðr [supra].

Valgautr Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Padre dei caduti».
Epiteto di Óðinn quale dio che stabilisce la sorte dei guerrieri in battaglia, parallelo a Valfǫðr ma costruito sul nomen divinum Gautr [supra].

Valtamr Ljóða Edda [minora] > Baldrs Draumar [6]
«Aduso [alla scelta] dei caduti».
Nel Baldrs Draumar, Óðinn si presenta come «Vegtamr figlio di Valtamr», dove tuttavia anche il nome del padre è da leggere come epiteto dello stesso Óðinn, il quale provvede a stabilire in battaglia chi debba morire.

Valtýr Eyvindr Finnsson skáldaspillir: Háleygjatal [15].
«Dio dei caduti».
Epiteto di Óðinn quale dio di vittoria, parallelo a Valfǫðr ma costruito sul termine týr (qui usato come generico per «dio»). Il termine ricorre nella poesia scaldica, e più specificatamente nell'Háleygjatal, il «Catalogo degli Háleygjar», di Eyvindr Finnsson skáldaspillir.

Valþǫgnir  
«[Colui che] accoglie i caduti»
Epiteto di Óðinn quale dio che accoglie i guerrieri caduti nella Valhǫll, anch'esso attestato nella letteratura scaldica.

Vegtamr Ljóða Edda [minora] > Baldrs Draumar [6 | 13] (passim)
«Viandante».
Con questo nome, Óðinn interrogò una veggente sul destino di Baldr.

Veratýr Ljóða Edda > Grímnismál [3]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Dio degli uomini».
Sotto questo nome, Óðinn si presenta ad Agnarr, figlio di re Geirrøðr (Grímnismál [3]).

Viðrir Ljóða Edda > Lokasenna [26]
Ljóða Edda > Helgakviða Hundingsbana in fyrri [13]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [3]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [11 | 62-63 | 76]
Egill Skallagrímsson: Hǫfuðslaun [3]
«[Signore del] vento».
Epiteto di Óðinn, forse visto nel suo aspetto di dio atmosferico legato al vento. Snorri afferma sia l'undicesimo dei dodici nomi che il dio aveva anticamente nell'Ásgarðr (Gylfaginning [3]). Un poema eddico attesta una kenning dove i lupi sono detti «cagne di Viðrir» (Helgakviða Hundingsbana in fyrri [13]). L'epiteto è anche citato nell'Hǫfuðslaun, il «Riscatto della testa», di Egill Skallagrímsson.

Viðurr Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [6]
Egill Skallagrímsson: Arinbjarnakvíða [v. ]
Egill Skallagrímsson: Sonatorrek [v. ]
«[Signore del] vento».
Da alcuni considerato identico al precedente, anche questo epiteto designa Óðinn visto nel suo aspetto di dio atmosferico legato al vento, e forse alla parola come mezzo di poesia e di conoscenza, almeno a giudicare dalle metafore che Egill Skallagrímsson costruisce intorno a questo epiteto; ad esempio, nell'Arinbjarnakvíða, «boccale di Viðurr» [Viðurs fulli] è kenning per «poesia», e nel Sonatorrek, «furto di Viðurr» [Viðurs þýfi] significa ugualmente «poesia».

Viðrímnir Þulur > Óðins nǫfn [1]
Forse da leggere Viðhrímnir.
«Risonante», «[colui che] grida di rimando».

Vingnir Þulur > Óðins nǫfn [5]
«[Colui che] scuote [la lancia]».
Si noti che Vingnir è anche appellativo di Þórr (Vafþrúðnismál [51]).

Yggjungr Ljóða Edda > Vǫluspá [28]
«Molto spaventoso».
Epiteto di Óðinn, forse dovuto all'irresistibile potere magico [kraptr] esercitato dal dio, che ispirava il terrore nelle schiere.

Yggr Ljóða Edda > Vafþrúðnismál [5]
Ljóða Edda > Grímnismál [53-54]
Ljóða Edda > Hymiskviða [2]
Ljóða Edda > Fáfnismál [43]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10 | 12 | 58 | 67-68 | 80]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Háttatál [31 | 50]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
Kormákr Ǫgmundarsson: Sigurðsdrápa [3]
«Terribile».
Epiteto importante e piuttosto diffuso, che ricompare tra l'altro come kenning nel nome del frassino Yggdrasill «destriero del terribile», con probabile riferimento al mito dell'autosacrificio di Óðinn che si impiccò all'albero cosmico.

Ýjungr Þulur > Óðins nǫfn [8]
«[Colui che] aizza agli scontri», visto come dio che si compiace della guerra e dei combattimenti, provocandone le fatalità ai propri scopi.

Þekkr Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«Obbediente, disponibile, piacevole».
Si noti che Þekkr è anche il nome di un nano (Vǫluspá [12]; Gylfaginning [14: xviii]).

Þrasarr Þulur > Óðins nǫfn [4]
«Furioso».
Forse nell'accezione del furor poetico, o anche della furia nel corso della battaglia.

Þriði
«Terzo».
Epiteto di senso non chiaro. Ha questo nome uno dei tre personaggi che accolgono re Gylfi nell'Ásgarðr. Eilífr Goðrúnarson cita questo epiteto nella Þórsdrápa.
Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [passim][2]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [10 | 27]
Þulur > Óðins nǫfn [5]
Eilífr Goðrúnarson: Þórsdrápa [2]

Þrór Ljóða Edda > Grímnismál [49]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [8]
«Proficuo».
Forse come dio dei traffici e del commercio?
Si noti che Þrór è anche il nome di un nano (Vǫluspá [12]; Gylfaginning [14 {18}]).

Þuðr Ljóða Edda > Grímnismál [46]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
Inteso forse come «prosperoso», questo epiteto non è molto chiaro. Verosimilmente si tratta di una forma errata perché il suo significato letterale di «sottile, debole, chiaro» mal si adatta alla figura del dio, a meno che non si riferisca anch'esso a qualche mito perduto.

Þundr Ljóða Edda > Hávamál [145]
Ljóða Edda > Grímnismál [46 | 54]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [20]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Skáldksaparmál [11]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Háttatál [58]
Þulur > Óðins nǫfn [7]
«Tempestoso»
Epiteto meteorologico, legato forse al vento che, battendo sul mare, crea le tempeste.
X - INTERPRETAZIONI CRITICHE DELLA FIGURA DI ÓĐINN

L'immagine che la filologia ottocentesca ha di Óðinn è essenzialmente quella di un re degli dèi (analogo in questo allo Iuppiter classico), le cui funzioni spaziano dall'attività guerresca alla pratica magica. Nel suo monumentale lavoro sui miti germanici, Jacob Grimm ne sottolinea in particolar modo – tracciando addirittura dei paralleli biblici – lo status di dio supremo e le caratteristiche guerresche (Grimm 1835). La prima critica fu mossa nella tesi di dottorato di un giovane archeologo danese, Karl Nikolaj Henry Petersen (1849-1896), il quale sosteneva, con abbondanti argomenti, che Óðinn fosse un dio proveniente dal meridione e originariamente estraneo al pantheon germanico, al quale sarebbe stata aggiunto solo tardivamente. Seppure con intenti diversi dalla teoria «storicistica» che interpretava il sistema teologico dei Germani alla luce delle loro migrazioni preistoriche nel nord Europa ①, Petersen scriveva che «le leggende della migrazione di Óðinn verso il nord, possono contenere un nucleo di verità» (Petersen 1876). La tesi di Petersen provocò una profonda impressione tra gli specialisti e diede l'avvio a una serie di analisi critiche che misero in discussione il ruolo di Óðinn quale dio supremo nelle varie fasi della religione germanica. (Helm 1946 | Helm 1953 | Wessén 1924 | Philippson 1953)

Anche se l'ipotesi che Óðinn fosse una divinità extra-germanica non incontrò mai molti consensi, nondimeno si cominciò a ritenere che egli sia stato in origine una divinità di importanza minore. Il proto-Óðinn sarebbe dunque stato, nelle varie ipotesi degli studiosi, un umile dio domestico, un dio dei morti, un piccolo dio stregone, oppure un dio della fecondità. La sua crescita di importanza, secondo gli studiosi, era già cominciata ai tempi di Tacitus, come indica il fatto che lo storico romano presentava Mercurius come il più onorato tra gli dèi germanici (Germania [9]), o almeno presso quelle tribù localizzate nei territori stanziati lungo la sponda orientale del Reno e tra l'Elba e l'Oder, cioè ai confine dell'impero romano. Il culto di Óðinn sarebbe poi avanzato da sud verso nord, dalla Germania alla Scandinavia, mentre il dio concentrava su di sé un gran numero di funzioni, a scapito delle altre divinità, fino a ritrovarsi investito del rango di dio supremo.

Tale punto di vista è tuttora appoggiato da un buon numero di specialisti e sostenuto in autorevoli pubblicazioni. Scrive la filologa Gianna Chiesa Isnardi nel suo eccellente lavoro di sintesi sulla mitologia scandinava: «sebbene paia probabile che il suo culto si sia diffuso in epoca relativamente tarda, [Óðinn] si guadagnò ben presto la posizione di dio supremo e come tale sopraffece altre divinità del cielo un tempo assai più importanti come Týr e Ullr» (Isnardi 1991). L'autrice ricorda al proposito come la diffusione del nome di Óðinn nella toponomastica fosse minima rispetto ai toponimi costruiti su Þórr, con una concentrazione maggiore nelle zone meridionali e orientali della Scandinavia, segno – secondo l'autrice – di una tarda penetrazione del culto del dio, il quale si sarebbe propagato a partire dall'area continentale, progredendo non senza resistenze verso le zone periferiche della Scandinavia (Isnardi 1991).

I pochi toponimi che contengono il nome di Óðinn sono infatti attestati in Danimarca (Vojens, Oddense e Odense), in Svezia (Onslunda, Odenslunda, Odenslanda, Onsala, Odensala, Odensåker, Odensvi, Odensharg) e nel meridione della Norvegia (Onsøien, Onsaaker, Osland, Onsrud, l'antica Óðinssalir, nonché la penisola di Onsøy [< Óðinsøy «isola di Odino»] nella provincia dell'Østfold), mentre sono invece del tutto assenti nella Norvegia settentrionale e in Islanda, regioni in cui si era invece devoti a Þórr. Analogamente, non sono attestati nomi teofori costruiti su Óðinn, mentre al contrario ve ne sono moltissimi che celebrano Þórr (Þórbjǫrn, Þórsteinn, Þórólfr, Þórkell, Þórir, Þórmóðr, etc.). Tutto questo dimostrerebbe, a detta di molti studiosi, che il culto di Óðinn sia più recente di quello di Þórr e degli altri dèi. (Isnardi 1991)

A partire dagli anni Cinquanta, l'ipotesi «riduzionista» di Óðinn fu messa in discussione da Jan De Vries e soprattutto da Georges Dumézil, i quali polemizzarono con quello che a loro dire era diventato un «esercizio abituale nella filologia germanica» (De Vries 1957 | Dumézil 1959). Ma soprattutto Dumézil prendeva le distanze dalle interpretazioni basate sull'evoluzione progressiva del culto di Óðinn, e scriveva: «La critica a questo tipo di spiegazioni facili e seducenti che credono di basarsi logicamente sui dati archeologici, ma che vi si sovrappongono artificialmente, è stata fatta a più riprese e dovrà ancora essere fatta, poiché l'esperienza dimostra che non vi rinuncia volentieri». E aggiunge: «I numerosi tentativi fatti per dimostrare che la promozione di *Wōđanaz è cosa recente [...] non potevano riuscire a dispetto dell'intelligenza, dell'erudizione e del talento dei loro autori» (Dumézil 1958). Lo stesso Dumézil provvide, in una serie di studi magistrali, a «riabilitare» la figura del dio, cercando di dimostrarne l'appartenenza al più antico strato della teologia germanica. L'intento dello studioso francese era però quello di portare acqua al suo mulino, in quanto proprio nella correlazione funzionale tra lo scandinavo Óðinn e il dio vedico Varuṇa egli trovava uno dei più importanti cavalli di battaglia nella ricostruzione da lui avanzata sul pensiero religioso degli indoeuropei [infra]. (Dumézil 1959)

Dumézil obiettò che la rarità dei toponimi scandinavi costruiti sul nome di Óðinn, rispetto a quelli costruiti sul nome di Þórr, non fosse un risultato dalla minore antichità del culto di Óðinn rispetto a quello di Þórr, ma dipendesse dal fatto che le due divinità ricevevano culti separati dalle classi sociali di cui erano rispettivamente i patroni. Il culto di Óðinn era probabilmente limitato all'élite nobiliare, al comitatus (De Vries 1970), mentre quello di Þórr aveva un carattere più schiettamente popolare. Questo fatto è esplicitamente attestato in un canto eddico, dove si dice che «a Óðinn tocca la nobiltà [...] mentre a Þórr tocca la stirpe dei servi» [Óðinn á jarla,[...] en Þórr á þrælakyn] (Hárbarðsljóð [24]). Mentre la maggior parte della popolazione, che viveva nelle fattorie, aveva tutte le ragioni per dirigere la propria devozione a Þórr, signore della prosperità rurale, del temporale e delle piogge apportatrici di fertilità, che non al sinistro re-stregone. Questo spiegava anche perché in Islanda non fossero registrati toponimi dedicati a Óðinn: era naturale che degli emigrati, fuggiti dalla Norvegia per contrasti con re Harald Hárfagri (Aroldo Bellachioma) e fondatori nella remota isola di una repubblica di ricchi contadini, non fossero propensi a dare il nome del re degli dèi a neppure uno dei nuovi siti. Infine, l'estrema rarità di antroponimi basati sul nome di Óðinn era spiegabile col carattere del dio, inquietante e terribile. Anche nei registri degli altri popoli indoeuropei, notava Dumézil, vi sono divinità i cui nomi vengono assegnati agli uomini, e altre per cui vige un rispettoso riserbo. Ciò dipende dal carattere del dio e dalla natura del culto, non dal fatto che una divinità sia più o meno recente di un'altra. (Dumézil 1959)

Dumézil provvide a smontare le varie interpretazioni portate a sostegno di una diffusione tardiva del culto di Óðinn. I «riduzionisti», per esempio, avevano notato che nella mitologia lappone figuravano soltanto le divinità equivalenti a Þórr, Freyr e Njǫrðr, ma non si faceva menzione di un dio in qualche modo rapportabile a Óðinn, segno – a loro dire – che questi fosse penetrato nella regione dopo gli altri dèi. Il dato era invece spiegabile, secondo Dumézil, col fatto che i Lapponi avessero adottato più facilmente il dio del tuono, quello della fecondità e quello della navigazione (arte che essi avevano appreso dagli Scandinavi) che non il dio della poesia e della magia, in quanto i Finni custodivano da secoli una forma loro propria di stregoneria e sciamanesimo (Dumézil 1959). Al contrario, è la figura di Óðinn a presentare molti aspetti che rimandano a una qualche forma di sciamanesimo, a dimostrazione che, almeno su questo punto, furono i Germani a essere influenzati dai Finni e non viceversa. Ciò potrebbe essere accaduto già all'epoca delle prime migrazioni germaniche in nord Europa, cosa che retrodaterebbe la presenza di Óðinn nel pantheon germanico a tempi piuttosto remoti.

Un ulteriore argomento, avanzato già dall'archeologo svedese Oscar Montelius (1843-1921) e in seguito più volte ripreso, si basava sul fatto che Óðinn era considerato dio inventore delle rune e detentore del loro potere. Ora, poiché la scrittura runica è cosa relativamente recente, diffusasi dal sud verso nord nel corso del primo millennio, ne deriva un terminus a quo per il dio delle rune, almeno nella forma e nel carattere con cui lo conosciamo, in quanto nessuna iscrizione runica risulta anteriore all'èra cristiana. Tale ipotesi è purtroppo molto debole: nulla infatti impedisce che siano state le rune, nel momento della loro creazione, a essere poste sotto la tutela del dio stregone. Potente strumento magico, esse rientravano incontestabilmente nel dominio del dio. (Dumézil 1959)

Un ultimo argomento avanzato dai «riduzionisti» era basato su un argomento ex silentio: si notava come il nome del dio fosse attestato soltanto nel germanico occidentale (Wōtan/Wōdan/Wōden) e settentrionale (Óðinn), ma non avesse alcun riscontro in germanico orientale. Se Óðinn fosse stato una divinità antica, ci si aspetterebbe di trovarne la presenza presso tutti i popoli germanici. E dunque, se esso fosse esistito anche presso i Goti e se tra essi avesse goduto della medesima posizione di eminenza che aveva in Germania e in Scandinavia, perché nessuno degli autori che hanno parlato dei Goti l'ha mai menzionato? Se dunque i Goti lo ignoravano o non gli davano rilievo, se ne deduceva che il dio non appartenesse – almeno col suo rango – all'originaria struttura del pantheon germanico, ma che, appunto, il suo status di dio supremo fosse il risultato di un'innovazione recente diffusasi in Scandinavia. Tale argomento si rivelava però molto debole semplicemente per il fatto che i documenti sulla religione gotica sono di per sé esigui. Inoltre, l'epiteto scandinavo Gautr, nonché la localizzazione nel Götland svedese della maggior parte dei toponimi contenenti il nome del dio, rivelavano, al perfetto contrario, che l'Óðinn scandinavo era particolarmente collegato con i Goti. Infine, Gautr aveva un riscontro nel Gapt che, secondo Jordanes (De origine actibusque Getarum [XIV: 79]), apriva la genealogia degli Amali, stirpe regale dei Goti. (Dumézil 1959) [supra]

La risposta a questo dilemma, se Óðinn sia una divinità già presente nell'originario pantheon germanico o se la sua importanza sia andata crescendo nel tempo, sta probabilmente in qualche punto tra i due estremi. Notiamo che la posizione esemplificata dalla Isnardi, secondo cui Óðinn sarebbe cresciuto d'importanza sopraffacendo delle antiche e importanti divinità del cielo, come Týr e Ullr, si basa su un malinteso fin troppo diffuso tra gli appassionati di mitologia: il forzato confronto, cioè, di ogni sistema mitologico col «modello» greco-romano. In realtà nulla ci autorizza a utilizzare il pantheon ellenico come modello di una situazione originaria, né a sostenere che il ruolo di dèi supremi debba per forza spettare alle divinità celesti. Al contrario, il ruolo di preminenza di un Zeús/Iuppiter nelle mitologie classiche sembra un accomodamento teologico sul modello medio-orientale, che non rispecchia in nessun modo un eventuale modello indoeuropeo.

Tolto di mezzo questo ingombrante malinteso, bisogna tuttavia notare che la sfera funzionale di Óðinn è molto vasta, abbracciando campi tra loro diversi come la guerra, la poesia, la sapienza, la magia, il diritto, la morte e il commercio. Questo fa indubbiamente pensare che, col passar del tempo, il dio abbia accresciuto la propria sfera d'azione e si sia appropriato di funzioni aggiuntive. La comparazione con omologhe figure della mitologia indoeuropea rileva la complessiva antichità della figura di Óðinn; in particolare, le affinità di Óðinn col Mercurius gallico e col Lúg irlandese, mostrano la presenza una divinità sovrafunzionale, dalle multiformi capacità, il cui dominio si estende contemporaneamente in molte sfere del sacro e il cui status amplia la semplice regalità guerriera, portandolo ad assurgere a tutti gli effetti al rango di dio supremo. Si è voluto parlare, non a torto, di un'unica divinità celto-germanica il cui culto – nelle sue varie forme – sarebbe stato diffuso in tutta l'Europa centrale [infra]. Ciò ci permette di retrodatare a tempi piuttosto remoti la figura di un dio con aspetti e capacità simili a quelli evidenziati per Óðinn nella tarda letteratura islandese. Questo naturalmente non vieta che, col passar del tempo, il dio abbia assunto una maggiore rilevanza nel mito e nel culto, ma tale promozione andrebbe intesa in maniera piuttosto relativa. Non si può certo parlare di una divinità aggiunta in tempi recenti al pantheon germanico e a questo punto bisogna vagliare con attenzione l'ipotesi di un dio minore assurto al rango di dio supremo. A nostro avviso si può sperare sull'antichità e soprattutto sull'importanza del ruolo di Óðinn nella più antica religione germanica.

XI - ÓĐINN E VARUṆA: L'ANALISI FUNZIONALE DI GEORGES DUMÉZIL

Uno sguardo sulle più importanti interpretazioni critiche della figura di Óðinn non può dirsi completo senza approfondire l'analisi che Georges Dumézil (1898-1986) dedicò, nel corso di un'intera carriera di studi, al grande dio scandinavo, attraverso il confronto con le divinità funzionalmente corrispondenti in altre religioni indoeuropee.

Com'è noto, Dumézil distingueva tre funzioni nel pensiero indoeuropeo:

  1. la funzione magica, giuridica e sacrale;
  2. la funzione guerriera;
  3. la funzione economica.

A questo schema – ripetuto regolarmente nelle culture di matrice indoeuropea – corrispondeva una ripartizione in altrettante sfere del sacro, poste sotto la tutela di un certo numero di divinità caratterizzate in senso funzionale. In particolare: due personaggi distinti alla prima funzione; un unico personaggio alla seconda funzione; una coppia di gemelli appena distinguibili alla terza funzione. Poiché tale schema si ripeteva nelle varie culture indoeuropee, Dumézil poté mettere in relazione le divinità appartenenti alla medesima funzione, ottenendo un impressionante e convincente quadro d'insieme di quello che sarebbe stato l'antico pensiero religioso degli indoeuropei.

In particolare egli aveva notato che la prima funzione era solitamente occupata da due personaggi aventi nome e carattere diverso, eppure in certa misura complementari. Nel mondo indiano gli dèi collocati in questa posizione erano Mitra e Varuṇ̣a, due divinità che negli inni vedici erano strettamente associate in un dvandva che li comprendeva entrambi in un unico nome: Mitravaruṇa. Ma Mitra e Varuṇa non erano solo dèi complementari, ma anche antitetici: a ogni specificazione dell'uno corrispondeva la contraria specificazione dell'altro, secondo la citazione brāhmaṇ̣ica «Ciò che è di Mitra non è di Varuṇa» (Śatapatha-brāhmaṇa [III, ii, 4, ]). Da queste opposizioni derivavano varie specificazioni secondo il quale Mitra corrisponderebbe al giorno, a questo mondo, al fuoco visibile, mentre Varuṇa corrisponderebbe alla notte, all'altro mondo, al fuoco invisibile, e via dicendo. Dumézil condensava opportunamente queste opposte caratteristiche nella formula secondo la quale Mitra è «vicino all'uomo» e Varuṇa «lontano dall'uomo». (Dumézil 1940)

L'analisi etimologica ci informa che il nome di Mitra è formato dal suffisso dei termini di strumento su una radice che significa «scambiare pacificamente e regolarmente»; non ha quindi altro significato che «contratto». Mitra è dunque un fenomeno sociale divinizzato: l'apoteosi di un puro atto giuridico, comprendente l'insieme di effetti che produce insieme con lo stato d'animo che instaura tra gli uomini. Al contrario, il nome di Varuṇa manca di un'etimologia sicura, ma dalla sua azione ne deriva che egli sia il signore della māyā, il gioco di forme e illusioni che costituisce la realtà esperita; con i suoi lacci, è anche colui che afferra i trasgressori e i peccatori, imprigionandoli (Dumézil 1959). Dunque, Mitra è un giurista, laddove Varuṇa è un mago. Essi rappresentano i due poli dei giuramenti e dei patti sociali stretti tra loro dagli uomini.

Secondo Dumézil, la medesima struttura a due termini, esemplificata nel sistema vedico dal binomio formato da Mitra e Varuṇa, avrebbe un riscontro proprio nella mitologia scandinava, dove sarebbe all'origine, seppure distorta in modo molto interessante, della dualità di Óðinn e Týr.

Dumézil segnala una sorprendente serie di analogie tra Óðinn e Varuṇa. Entrambi sono dei dei maghi e, anche se la magia scandinava presenta tratti peculiari che non hanno riscontro in India, il dono della metamorfosi caratteristico del dio nordico coinciderebbe con la māyā di cui fa uso abbondante il dio vedico. Inoltre, l'afferrare istantaneo e irresistibile di Varuṇa, esemplificato dai suoi lacci e nodi, sembra corrispondere a certe modalità del carattere di Óðinn, il quale in battaglia ha il dono di accecare, assordare e paralizzare i nemici, in certi casi rappresentato col legarli d'un laccio invisibile (Brot af Sigurðarkviðo [16]) (è l'herfjǫturr «laccio dell'esercito» la virtù che paralizza il combattente, nozione in seguito personificata nel nome dell'omonima valchiria). Altri aspetti ambigui, inquietanti e quasi demoniaci di Varuṇa trovano corrispondenza in alcuni tratti del carattere di Óðinn. Entrambe le divinità sembrano in rapporto con antichi giganti o esseri della generazione titanica (gli Jǫtnar in Scandinavia, a cui corrispondono gli Asura in India). Entrambe sono inoltre legate alla classe nobiliare e all'istituzione regale. Come Óðinn presiede al banchetto dei caduti in combattimento, Varuṇa viene invocato nei rituali funerari in quanto a lui e a Yama vanno i caduti ārya.

Tra Óðinn e Varuṇa vi sono naturalmente profonde differenze, spiegate da Dumézil secondo gli ambienti, le collocazioni geografiche e le diverse condizioni di vita in cui venivano praticate le due religioni. Così Varuṇa non è il patrono dei poeti, come lo è Óðinn, né Varuṇa ha la familiarità con gli impiccati che dimostra Óðinn e che si fonda probabilmente su pratiche sciamaniche. Inoltre, anche se accessoriamente invocato per ottenere la vittoria in battaglia, Varuṇa non è un dio guerriero. Egli vigila sulle leggi e mantiene nell'ordine i popoli, e lascia a Indra la pratica della battaglia, come si evince negli inni vedici che citano congiuntamente i due eroi (Ṛgveda [85: 3]). Al contrario, Óðinn sembra molto a suo agio nelle imprese guerresche, di cui – come abbiamo visto – stabilisce le sorti e decide a chi vada la vittoria e a chi la sconfitta. È un dio degli eserciti, patrono dei guerrieri, signore dei caduti, peculiarità che Dumézil spiega col fatto che i Germani davano grande risalto alle imprese belliche ed eroiche. (Dumézil 1958 | Dumézil 1959)

È certamente riduttivo considerare – come abbiamo fatto – l'ipotesi di relazione tra Óðinn e Varuṇa al di fuori dello schema generale delle tre funzioni che Dumézil ha costruito e messo alla prova nel corso di un'intera carriera di studi. L'ipotesi trova interesse e solidità proprio nel contesto della teoria: isolata rischia di apparire un mero esercizio intellettuale. Sulla sua validità sono stati spesi i proverbiali fiumi d'inchiostro e la critica più recente ha giustamente smontato il pensiero duméziliano, mostrandone i limiti e le difficoltà, anche se la monumentale teoria non ha perso per nulla il suo interesse.

Quello che tuttavia ci preme considerare è la natura del rapporto tra le due divinità (Óðinn e Varuṇa), che di fatto è stata spesso travisata sia dai sostenitori che dagli avversari di Dumézil. Il lavoro dell'illustre francese era rivolto alla ricostruzione del pensiero degli antichi Indoeuropei attraverso la comparazione delle istituzioni religiose e mitologiche dei popoli che ne sono discesi. Il suo studio non verteva sullo sviluppo delle figure divine, ma semplicemente sul posto che esse occupavano nella griglia trifunzionale da lui escogitata. Dumézil non ha mai sostenuto che vi fosse un medesimo personaggio alla base di Óðinn e Varuṇa, ma semplicemente che, a un certo punto nell'evoluzione parallela della religione germanica e di quella vedica, queste due divinità avevano finito con l'occupare la medesima nicchia funzionale. L'ipotesi di una relazione tra le due divinità ha dunque senso soltanto se si ammette la correttezza della teoria che c'è dietro; se eliminiamo lo schema duméziliano, la maggior parte delle attinenze tra Óðinn e Varuṇa perde la sua raison d'être. Non si può che notare che i doni di metamorfosi di Óðinn riguardano principalmente la persona del dio stesso, mentre la māyā di Varuṇa fa parte di una metafisica che comprende la natura stessa della realtà; al laccio di Varuṇa non corrisponde nulla di tanto definito da parte di Óðinn, e comunque le due divinità applicano il loro potere paralizzante in contesti del tutto differenti; analogamente il legame di Varuṇa con la regalità e la classe nobiliare non è un tratto così importante nella fisionomia del dio quanto lo è per Óðinn; e via dicendo. Infine, allo strettissimo legame tra Varuṇa e Mitra, esemplificato dal dandva presente nei canti vedici, non corrisponde nulla del genere per quanto riguarda Óðinn e Týr: due divinità che non appaiono mai, nei testi, strettamente congiunte.

Questo rende in un certo senso inutile la difesa di Dumézil riguardo l'antichità della figura di Óðinn. Se lo schema trifunzionale individuato da Dumézil appartiene al fondo comune indoeuropeo, non è necessario che anche le divinità che ne riempiono le griglie siano altrettanto antiche. Dal punto di vista logico, nulla impedisce che, in qualche fase nello sviluppo delle teologie vedica e nordica, due divinità originariamente diverse come Varuṇa e Óðinn siano andate a occupare una medesima nicchia funzionale In tal caso, la loro analogia sarebbe soltanto il risultato di una rilettura delle due figure divine nell'ambito del nuovo ruolo che hanno assunto. Dumézil, nel corso dei suoi studi, ha registrato molti accomodamenti di questo genere, dove figure relativamente recenti sono state organizzate secondo le esigenze del sistema trifunzionale (ad esempio gli Amǝša Spǝnta dello Zoroastrismo). Concludendo, l'eventuale correttezza dello schema duméziliano non implica necessariamente che divinità analoghe abbiano una medesima origine, né che esse stesse risalgano all'antichità indoeuropea.

Il legame tra Óðinn e Varuṇa va dunque visto come semplice analogia. Si tratta di due divinità dotate di capacità, poteri e caratteristiche per molti versi simili tra loro; le sfere del sacro su cui applicano il rispettivo potere in parte coincidono. Ma per il resto sono con ogni probabilità personaggi perfettamente distinti.

XII - ÓĐINN E LÚG: UN'UNICA DIVINITÀ CELTO-GERMANICA?

Gli studiosi hanno da tempo notato come l'antico *Wōđanaz germanico (di cui Óðinn è l'esito scandinavo) facesse parte di uno spettro di figure simili per fisionomia e capacità distribuite in buona parte dell'Europa centro-occidentale, sia presso i popoli germanici che celtici. Gli autori latini, a cavallo dell'Era Volgare, non mancarono di notare che le popolazioni dall'una e dall'altra parte del Reno, nonostante le differenze etniche e linguistiche, tributassero il loro culto supremo a una divinità che aveva tutte le caratteristiche di Mercurius (e non di Iuppiter, come invece accadeva nel mondo classico). Il già citato passo di Tacitus sul dio supremo dei Germani può agevolmente essere confrontato con un analogo passo che Caesar riferisce invece ai Galli:

Deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent. Il dio che [i Germani] onorano di più è Mercurius, cui ritengono lecito, in certi giorni, fare anche sacrifici umani.
Cornelius Tacitus: Germania [2]
Deorum maxime Mercurium colunt, huius sunt plurima simulacra, hunc omnium inuentorem artium ferunt, hunc uiarum atque itinere ducem, hunc ad quæstus pecuniæ mercaturasque habere uim maximam arbitrantur. Il dio che [i Galli] onorano di più è Mercurius: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l'inventore di tutte le arti, egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è il più abile ad assicurare i guadagni e a proteggere il commercio.
Caius Iulius Caesar: De Bello Gallico [VI: 17]

Il dio germanico che Tacitus interpreta col Mercurius latino è naturalmente *Wōđanaz, come testimoniano espressamente gli autori posteriori (cfr. Paulus Diaconus). Nel caso del Mercurius gallico, purtroppo, non è possibile ricostruire con altrettanta verosimiglianza il nome celtico (*Lugos (?)), ma se ne può agevolmente riconoscere l'esito irlandese nel personaggio di Lúg Samildánach, come spiegato altrove ①. Il Mercurius gallico e quello germanico (nei rispettivi esiti dello scandinavo Óðinn e l'irlandese Lúg), sono ancora facilmente riconoscibili l'uno nell'altro, tanto che Jan De Vries segnalò una lunga lista di similitudini tra i due personaggi (De Vries 1961²).

  1. Il Mercurius gallico e *Wōđanaz hanno la supremità dei rispettivi panthea.
  2. Il Mercurius gallico è protettore dei viandanti, Óðinn è il viandante [Vegtamr].
  3. *Lugos è in relazione con i corvi, a Óðinn i corvi sono sacri.
  4. Lúg irlandese e Óðinn sono entrambi comandanti di eserciti.
  5. Lúg e Óðinn posseggono una lancia.
  6. Lúg e Óðinn fanno uso in guerra della magia più che del vigore fisico.
  7. Lúg chiude un occhio nelle sue azioni magiche, Óðinn ha solo un occhio.
  8. Lúg è un maestro dell'arte poetica, Óðinn è il patrono degli scaldi.

A dire il vero, alcune delle similitudini segnalate da De Vries sono piuttosto fragili (ad esempio la relazione del Mercurius gallico con i corvi si basa su un presunto legame etimologico con la città di Lugdunum), nondimeno l'analisi generale è probabilmente corretta.

È dunque ragionevole pensare a una divinità suprema simile a Mercurius diffusa – sia pure con varianti regionali e sotto nomi diversi – in tutta l'Europa centrale e nelle isole Britanniche, sia presso i popoli di lingua celtica che germanica. Per quanto non possiamo dir molto del suo aspetto più antico, possiamo riconoscerne la fisionomia negli esiti attestati nella tarda letteratura, come l'irlandese Lúg e lo scandinavo Óðinn. Entrambi detengono il rango supremo nei rispettivi panthea, ma in un modo a loro peculiare, che già al primo sguardo appare del tutto diverso da quello esibito dallo Iuppiter classico.

Sia Lúg che Óðinn esibiscono abilità che li portano a eccellere in una gran quantità di campi: nel governo, nella guerra, nella poesia, nella magia. La loro statura di dio supremo dipende da una qualità che si estende all'intero spettro funzionale e che quindi trascende la semplice nozione di regalità indoeuropea, intesa nell'accezione di regalità guerriera. Questo fatto è molto evidente nel mito celtico dove è ben evidente la perplessità di Caesar quando riferisce che i Galli tributavano a Mercurius il culto supremo, per poi aggiungere che spettava però a Iuppiter il ruolo di re degli dèi. Questo dettaglio ha da sempre confuso gli studiosi, fuorviati dal modello classico: in realtà lo Iuppiter gallico non aveva nulla a che vedere col suo omologo romano, come abbiamo mostrato altrove . Al contrario, doveva essere un dio-tuono sul tipo dell'Indra vedico, una sorta di re degli dèi, limitato però alla funzione guerriera. Mercurius era invece investito di una supremità (qualità distinta dalla regalità di Iuppiter) che comprendeva, univa e trascendeva le singole funzioni. Questo particolare rapporto tra lo Iuppiter e il Mercurius gallici lo ritroviamo nell'epica irlandese, dove il re guerriero Núada cede la sua carica al sovrafunzionale Lúg , dopo averne constatato le multiformi abilità in tutti i campi (sapienza, forza, arte), e nominandolo sovrano ad interim il tempo necessario per vincere la seconda battaglia di Mag Tuired ③.

Nel mito scandinavo, Óðinn viene presentato come unico e solo re degli dèi e la sua supremità non viene mai messa a confronto con altri tipi di regalità (anche se vi sono fragili indicazioni che, in una fase molto antica del mito germanico, *Þūnraz fosse investito del rango di re guerriero); il suo carattere di dio sovrafunzionale lo rende più simile a Lúg di quanto non sia a Núada o ad altri re di seconda funzione, come l'indiano Indra. Dunque Lúg e Óðinn non sono dei semplici re guerrieri, ma sorta di sovrani sovrafunzionali, il cui potere si estende indifferentemente nella guerra, nel diritto, nelle arti e nella magia.

Resta da vedere se la somiglianza tra il Mercurius gallico e il Mercurius germanico (esemplificati nei rispettivi ambiti da Lúg e Óðinn) sia dovuta a una diffusione – vi furono secolari contatti tra genti galliche e germaniche – o per derivazione da un archetipo comune, cosa che porterebbe a retrodatare la figura del dio, ammettendone le caratteristiche segnalate, a un'epoca piuttosto remota. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: due figure omologhe sono state ereditate in entrambe le culture, e si sono in seguito fissate attraverso ripetuti scambi culturali.

XIII - ÓĐINN ED HERMÊS: LE RAGIONI DELL'INTERPRETAZIONE CLASSICA

Gli autori classici avevano identificato la suprema divinità dei Germani, *Wōđanaz, con il dio romano Mercurius. Tale identificazione destava certamente qualche perplessità, in quanto nel mondo classico non spettava a Mercurius il rango di dio supremo, né era a Mercurius – bensì a Iuppiter – che veniva tributato il massimo culto. Rimaneva però il fatto che, di tutti gli dèi classici, Mercurius era quello nel quale più di ogni altro si rispecchiava la fisionomia del *Wōđanaz germanico, tanto che l'identificazione tra le due divinità era pacificamente accettata in epoca tardo-antica. È significativo il fatto che con la diffusione del calendario settimanale in nord Europa, al dies Mercurii venne fatto corrispondere un giorno dedicato proprio a *Wōđanaz, come testimoniano i vari esiti del «mercoledì» nelle lingue germaniche (cfr. norreno Óðinsdagr, anglosassone Wodnesdæg e inglese Wednesday).

Ci si può dunque chiedere quali elementi e attribuiti delle due figure divine avessero permesso l'identificazione di Mercurius e *Wōđanaz, e se tale identificazione possa considerarsi significativa alla luce di una reale omologia tra le due figure divine.

Notiamo innanzitutto che la nostra immagine di Mercurius è un po' posticcia. Il dio romano è probabilmente sorto dalla convergenza di un antico dio italico del commercio (probabilmente l'etrusco Turms) con l'Hermês ellenico, il cui culto venne introdotto a Roma dalle colonie greche dell'Italia meridionale. Col tempo, la figura di Mercurius venne rielaborata sul modello ellenico: l'interprætatio græca cancellò quasi completamente la fisionomia e gli attributi dell'originaria divinità italica. Tuttavia, gli autori classici che andavano identificando con Mercurius il dio supremo della religione germanica, avevano senz'altro in mente la ricca mitologia di Hermês, ed è a quest'ultimo che rivolgeremo la nostra attenzione.

Il culto di Hermês sembra avere il suo nucleo in Arcadia, regione che vanta i natali del dio, nato in una grotta sul monte Cillene. Da qui, il culto del dio si sarebbe spostato dapprima in direzione di Atene, quindi si sarebbe esteso a tutta la Grecia (Ferrari 1990). Hermês potrebbe dunque essere un dio pre-indoeuropeo, altrimenti ci aspetteremmo una diffusione generalizzata del suo culto fin dai tempi più remoti. Senza entrare in dettagli, anche il nome pare avere origini pre-indoeuropee (Càssola 1975). Divinità venerata dai pastori, Hermês sembra avere come funzione primitiva la protezione e, soprattutto, la moltiplicazione delle mandrie e degli armenti (Homḗrou hýmnoi  [IV: -] | Theogonía [-]), cosa che farebbe di lui un dio della fecondità, cioè un nume ben lontano dall'immagine di Óðinn. Ma a questo punto iniziano le sorprese, perché da questo «nucleo» pastorale, la figura del dio sembra moltiplicarsi in un gran numero di aspetti e attributi che lo riconducono senz'altro nell'orbita del dio germanico.

Innanzitutto Hermês è un dio errabondo, così come era forse in origine la vita dei pastori. Egli era adorato lungo le strade, e i viandanti lo consideravano una guida e una scorta sicura. Questa caratteristica, Hermês l'ha in comune sia con il Mercurius gallico, che parimenti era considerato protettore dei viandanti e dei pellegrini, sia con Óðinn, che era il viandante [Vegtamr] per antonomasia. Come Óðinn chiedeva ospitalità alle case dei mortali, presentandosi sotto mentite spoglie, così faceva Hermês, perlopiù in compagnia di Zeús, per poi ricompensare coloro che rispettavano la sacralità degli ospiti e punire gli altri (cfr. Ovidius: Metamorphoseon [VIII: -]). Hermês veniva rappresentato vestito da viandante, con un mantello sulle spalle, in capo un cappello a larghe falde (il petaso) e appoggiandosi a un lungo bastone: un abbigliamento identico a quello di Óðinn. Nel caso di Hermês, il bastone del viandante divenne ben presto la verga dell'araldo, il caduceo, che in epoca tarda venne ornata da due serpenti; nel caso di Óðinn, il bastone era una lancia, come forse capitava ai prudenti viaggiatori nel mondo nordico (si ricordi la canna che si trasforma magicamente in lancia nel mito del falso sacrificio di Víkarr). Abbiamo dunque, tanto per cominciare, due divinità vagabonde, che si muovono lungo le strade, a volte accompagnandosi ai pellegrini e ai viaggiatori, con i quali dividono il cibo e i pericoli, e che bussano alle porte delle case chiedendo ospitalità per la notte.

Tra gli dèi greci, Hermês è ricordato per essere quello che più frequenta il mondo degli uomini. A lui è gradito «accompagnarsi ai mortali» (Iliás [XXIX: -), laddove Óðinn non sembra un dio molto amichevole. Ma l'immagine di Óðinn «lontano dagli uomini» (secondo la nota formula di Dumézil), contrasta col fatto che il dio germanico frequentasse spesso il mondo umano, sia pur sotto mentite spoglie, e non disdegnasse di accompagnarsi ai viaggiatori. Certo è però che Hermês veniva invocato come «il più benevolo verso gli uomini» e «il più largo di doni» (Aristophánēs: Eirḗnē [-]), cosa che non si può certo dire di Óðinn.

Nel caso di Hermês, il suo ruolo di protettore dei viandanti gli ha valso un'altra importante caratteristica: quella di psicopompo. Egli scorta negli inferi le anime dei morti, che altrimenti sarebbero incapaci di trovare da sole la strada (così come le anime dei proci che svolazzano senza mèta, come pipistrelli, nell'ultimo libro dell'Odýsseia). Ma pur non essendo tecnicamente un dio della morte, Hermês sembra ben presente al momento del trapasso. «Chiamo Hermês sotterraneo, guida d'anime, che m'addormenti bene» prega Áias prima di uccidersi (Sophoklês: Aías [-]), ed «Hermês lo prende» era un modo poetico per definire l'attimo, l'azione della morte (Aischýlos: Choēphóroi []). In questi dettagli, Hermês presenta una serie di punti di attinenza con Óðinn (Campanile 1994). Pur non scortando personalmente le anime nell'altro mondo, Óðinn le affida alle sue Valkyrjur. E pur non essendo anch'esso un dio del trapasso, è anch'egli presente alle morti violente, soprattutto nel caso di sacrifici praticati in suo nome. Le saghe trattano di personaggi che si impiccano o si trafiggono spontaneamente, sacrificandosi a Óðinn, e la scena del suicidio di Áias non è molto lontana – fatte le dovute cautele – dallo spirito scandinavo. Al contrario, però, Óðinn stabilisce personalmente le sorti degli uomini nelle battaglie e decide se essi siano o meno degni della Valhǫll, cosa che esula dai compiti di Hermês, il quale si limita ad accompagnare le anime nell'aldilà ma non ha voce in capitolo nel determinare il loro destino (sono però attestate preghiere dove si chiedeva al dio di condurre i morituri a una fausta sorte oltremondana, cfr. Horatius, Carmina [I: x: -]).

Bisogna ancora notare che accessoriamente Hermês riconduce alla luce del sole chi è prigioniero degli inferi, come nel caso in cui riporta Persephónē alla madre Dēmḗtēr (Homḗrou hýmnoi [II: -]), configurandosi quindi come lo sciamano conosce le strade tra i mondi e funge da collegamento tra tutti i livelli dell'essere. Hermês è dunque, in sintesi, il dio che ha esperienza dei percorsi del mondo metafisico, un motivo che si può facilmente ascrivere allo stesso Óðinn.

Hermês era inoltre noto per le sue vaste e multiformi capacità. Così lo canta l'inno a lui dedicato: «dalle molte arti, dalla mente sottile, predone, ladro di buoi, ispiratore di sogni, vigile nella notte» [polýtropon, haimylomḗtēn, lēïstêr', elatêra boôn, hēgḗtor' oneírōn, nyktòs opōpētêra] (Homḗrou hýmnoi [IV: -]). In questo ragguardevole curriculum spicca l'epiteto di polýtropos «dalle molte arti, pieno di risorse, ingegnoso, abile a escogitare stratagemmi», che non solo Hermês ha in comune con Odysseús (Odýsseia [I: 1]), ma sembra il perfetto calco semantico del titolo di «inventore di ogni arte» [omnium inventorem artium] che Caesar attribuisce al Mercurius celtico, e che corrisponde a sua volta al titolo di «[colui che] unisce ogni arte» [Samildánach] che caratterizza Lúg nell'epica irlandese. In virtù del suo ingegno e della sua astuzia, Hermês era in grado di portare a termine compiti impossibili agli altri dèi, ed è a lui che gli olimpici si rivolgono quando sono in difficoltà. Lui solo è in grado di trovare Árēs tenuto prigioniero dai giganti, o recuperare l'infelice Iṓ tramutata in vacca nonostante la serrata custodia del mandriano Árgos. Quando si tratta di trovare cose nascoste, o di nasconderle, nessuno è secondo a Hermês per destrezza e abilità. Noto per la sua «mente aguzza» (Iliás [XX: ]), Hermês è maestro di astuzia ai mortali (Odýsseia [XIX: -]) e una delle sue doti è il genio inventivo. Hermês ha inventato la lira e la siringa, strumenti che sa suonare perfettamente, come dimostra la scena in cui addormenta Árgos con dolci melodie tratte dalla lira (così come Lúg era in grado, suonando l'arpa, di far ridere, piangere e addormentare gli ascoltatori). Hermês era inoltre considerato inventore del modo di tenere i conti, delle note musicali e delle lettere dell'alfabeto, così come a Óðinn veniva attribuita la scoperta delle rune.

Ma Hermês ha un'altra importante caratteristica in comune con Óðinn: è un furfante, bugiardo e ingannatore, protettore dei ladri e ladro egli stesso. Perciò è un dio notturno, «amico della notte nera» [melaínēs nyktòs hetaîre] (Homḗrou hýmnoi [IV: ]). Quando vi è da rubare qualcosa, gli dèi inviano lui, che non ha difficoltà a compiere ogni tipo di furto con sovrumana destrezza. Ma Hermês sembra legato soprattutto al furto del bestiame, cosa curiosa in quanto egli stesso è amico dei pastori e protettore del bestiame. Nel mito della nascita di Hermês, riferito nell'inno omerico a lui dedicato, il dio neonato rubò i buoi di Apóllōn, nascondendoli. Dopo aver invano mentito per dissimulare il misfatto, Hermês regalò ad Apóllōn la lira che aveva appena ricavato da un guscio di tartaruga, e così il mondo conobbe per la prima volta la musica e il canto. La cosa curiosa è che l'attività ladronesca di Hermês è a volte definita col verbo antitoréō «forare, penetrare attraverso un foro», con riferimento a una straordinaria scena in cui il dio ritorna alla culla passando come una nebbia attraverso la serratura della porta: «il veloce Hermês, figlio di Zeús, rannicchiandosi, passò attraverso la serratura della sala, simile alla brezza d'estate, come la nebbia» (Homḗrou hýmnoi [IV: -]). Questa strana caratteristica del dio-ladro che s'introduce in un foro ricorda in modo straordinario l'episodio in cui Óðinn, per rubare l'idromele della poesia custodito da Suttungr, pratica con un trapano un foro nella parete della montagne e, tramutatosi in serpente, vi si introduce. Inseguito dai giganti, anch'egli – come Hermês – mentisce spudoratamente, negando di essere l'autore del misfatto. Infine il furto di Óðinn è altrettanto significativo di quello di Hermês: nel mito ellenico la conseguenza è la scoperta della musica, in quello norreno l'inestimabile dono della poesia.

Un'altra curiosa caratteristica di Hermês è la sua capacità di eludere i cani da guardia, passando senza svegliarli o impedendo loro di abbaiare. Questo ricorda un'analoga capacità di Óðinn (re Geirrøðr lo riconosce per il fatto che nemmeno i cani più feroci osano avventarglisi contro). Ma c'è di più: così un verso di Hippônax invoca il dio: «o Hermês, strangolatore di cani, in meonio Kandaúlēs» [Hermê kunáŋcha, Mēıonistì Kandaúla]. Questo dio lidio, Kandaúlēs, con il quale Hippônax identifica Hermês, ha un'etimologia trasparente: «strangolatore di cani» (Càssola 1975). Sembra trattarsi di un aspetto fondamentale, per quanto poco noto, del dio. Anche nel mondo celtico, Lúg sembra avere molti rapporti con la specie canina; tra l'altro il suo stesso figlio mortale, Cú Chulainn, ricevette questo nome in quanto ebbe a sostituire il feroce cane da guardia del fabbro Culann, da lui stesso soffocato tirandogli una palla in gola.

Le affinità tra Hermês da un lato, e Óðinn e Lúg dall'altro, sono incontestabili, e non solo giustificano l'interprætatio degli autori latini, ma sembrano mostrare una qualche relazione tra la divinità classica e quella celto-germanica.

La differenza più sostanziale tra Hermês da una parte e dall'altra il gruppo formato da Óðinn e Lúg, è che questi ultimi due erano considerati gli dèi supremi e a loro veniva tributato il massimo culto. Al contrario, il dio greco sembra essere una sorta di factotum al servizio degli altri numi («servo degli dèi» lo definisce a più riprese il titano incatenato di Aischýlos, in Promētheús desmṓtēs [, , ]), cosa che spiega forse perché il suo culto fosse diffuso soprattutto presso le classi umili (al perfetto contrario di quanto accadeva a Óðinn, che era patrono dei re e dei nobili). Ma detto questo, bisogna notare che, al di sotto dell'Hermês «umile», si intravede uno strato più antico in cui il dio appare investito di maggior importanza: molti dati impliciti fanno capire che, in una fase anteriore della tradizione, a Hermês si facesse risalire la genealogia della più famosa dinastia del mito greco, quella dei Pelopidi, così come Óðinn in Scandinavia era considerato antenato mitico di molte stirpi regali. A Hermês i sovrani dei Phaíakes libavano alla fine del banchetto (Odýsseia [VII: ı-ı]). Infine, epiteti a lui accessoriamente attribuiti come prómachos «combattente in prima fila» (Pausanías: Periḗgēsis [IX: xxii: 1-2]), fanno pensare a un suo antico ruolo quale patrono dell'aristocrazia guerriera.

Col passar del tempo, a Hermês verrà attribuita la conoscenza delle cose misteriose, diventerà quindi una sorta di dio della sapienza, tanto che sarà fatta derivare da lui quella tradizione esoterica e sapienziale di origine egiziana che, prendendo nome dal dio, si chiamò appunto Ermetismo. Ma questo tratto di dio della sapienza – che avvicina tantissimo Hermês a Óðinn – fu davvero una derivazione posteriore, o era presente già in qualche modo alle origini del personaggio?

XIV - ÓĐINN: ESITO GERMANICO DEL DIO-VENTO INDOEUROPEO?

Che Lúg e Óðinn siano figure omologhe (sorte per differenziazione da un unico personaggio più antico) è ragionevole presumerlo; forse, la vicinanza geografica di Celti e Germani ha contribuito a mantenere un certo parallelismo tra le due divinità, fino a tempi molto recenti. Ma, se così fosse, quale può essere stata la fisionomia del personaggio originale? Quale può essere stata la sua evoluzione? E che dire di eventuali relazioni con divinità simili di altre mitologie, come ad esempio Hermês e Mercurius?

Non è naturalmente possibile dare una risposta a queste domande. Possiamo però proporre un'ipotesi di lavoro, ed è quanto faremo in questo capitolo. Estrapolando a ritroso le caratteristiche di questa classe di divinità, cercando di capire quali attributi possano essere incrostazioni posteriori e quali siano originari, cercheremo di delineare la fisionomia di quello che chiameremo «dio-vento».

 Si trattava – nella nostra ricostruzione – di un dio legato al vento, nell'idea di soffio creatore, ebbrezza, poesia. E poiché la poesia è sapienza, il dio-vento era un conoscitore delle cose antiche e profonde. Era il signore della magia, che combatteva usando incantesimi e metamorfosi. Era l'artigiano, l'inventore, l'eroe culturale, e a lui vennero attribuite la creazione dell'alfabeto, delle note musicali, del modo di tenere i conti. Come l'elemento di cui era patrono, si muoveva tra i mondi, con grande rapidità. Era lo sciamano che conduce le anime dei morti all'aldilà. Scortava i viaggiatori, i pellegrini, i mercanti lungo le strade. Questi ultimi erano cari al dio-vento, che li favoriva accrescendo le loro ricchezze. Questi era dunque anche un dio economico, legato al bestiame, alle proprietà, che accresceva il denaro e faceva moltiplicare gli armenti. Sempre indiretto, il dio vento era astuto, mentitore, ingannatore, seduttore. Come il vento, si introduceva in ogni spiraglio, silenzioso e invisibile, ed era dunque il dio dei ladri, colui che poteva acquietare i cani. Le sue multiformi capacità lo ponevano in molte nicchie funzionali, sicché egli agiva contemporaneamente su molti livelli. È improbabile che in origine sia stato un dio sovrano, o sia stato investito di un culto supremo; era comunque un dio misterioso, ineffabile, piuttosto inquietante e che esigeva rispetto.

La Grecia rielaborò profondamente i ruoli della regalità divina secondo i modelli mediorientali. Qui l'antico dio-cielo Zeús crebbe d'importanza e divenne il fulgido monarca degli dèi ellenici. Rubò il titolo di re e la folgore all'antico dio-tuono, e se ne appropriò, trasformandosi in una sorta di re-tiranno mesopotamico. Il dio-tuono, declassato al rango di semi-dio, si trasformò nell'Hēraklês del mito eroico: continuò a uccidere mostri e salvaguardare l'ordine cosmico, ma ormai privato della sua statura divina. In quanto al dio-vento, una volta penetrato in Grecia, potrebbe aver fornito un certo numero di elementi di interpretazione per una locale divinità pre-indoeuropea, una sorta di dio dei pastori, forse in virtù di un'affinità «economica»; avrebbe così cominciato ad apparire un personaggio di rango non alto nella gerarchia divina, ma di profonda sapienza e incomparabile astuzia, dalle vaste e multiformi capacità, capace di muoversi ovunque con gran velocità. Ceduto il dominio sulla poesia ad Apóllōn, attenuate le caratteristiche guerresche, sarebbe infine risultato – a seguito della lunga serie di trasformazioni – l'Hermês classico. Questo poi, avrebbe a sua volta fornito elementi di interpretazione per il dio italico Mercurius, una sorta di divinità del commercio e delle attività economiche, la cui fisionomia sarebbe presto scomparsa per assumere in toto il carattere del dio greco.

Contemporaneamente, nell'Europa centrale dovette avvenire, in tempo già molto antico, una sorta di importante mutamento di prospettiva. Svanito quasi del tutto il dio-cielo, il dio-tuono venne profondamente ripensato nella sua regalità guerriera, mentre il dio-vento cresceva nel culto e nel rango. Queste trasformazioni dovettero avvenire già in epoca molto remota, visto che, all'inizio dell'Era Volgare, sia Celti che Germani tributavano già al dio-vento il culto supremo, seppure con qualche differenza.

I Celti dovettero dare preminenza alle capacità artigianali del dio-vento, e ne considerarono la supremità come una caratteristica parallela e non sovrapponibile alla regalità guerriera, ma che, anzi, ne estendeva lo spettro funzionale. In questo modo, essi mantennero il dio-tuono Taranis nel suo rango di re degli dèi (Caesar lo identificò con Iuppiter per via dell'uso della folgore), ma diedero la supremità al dio-vento inventore di tutte le arti (che Caesar identificò con Mercurius). Nell'esito irlandese troviamo il medesimo rapporto tra il re guerriero Núada e il sovrano sovrafunzionale Lúg.

Un po' la stessa cosa accadde presso i Germani. Anche qui, una volta scomparso il dio-cielo, il dio-vento *Wōđanaz crebbe di importanza assumendo lo status di dio supremo. Parallelamente, il dio-tuono *Þūnraz venne declassato da re a semplice guerriero, e, pur mantenendo il rango divino, divenne un personaggio assai simile a Hēraklês (col quale viene esplicitamente identificato da Tacitus). La traduzione del giovedì, giorno che nel mondo latino era dedicato a Iuppiter, venne invece dedicato a *Þūnraz nel mondo germanico: tale associazione venne fatta probabilmente sulla base che entrambe la divinità avevano l'uso della folgore, ma forse pesò anche il ricordo di un'antica statura sovrana da parte di *Þūnraz. Nella mitologia scandinava, Óðinn è ormai il sovrano unico e indiscusso del pantheon locale.

Difficile dire che cosa avvenne presso altri popoli. Tra gli Slavi il dio-tuono Perunŭ mantenne – a quanto pare – il suo status di re guerrieri degli dèi, ed è possibile che il dio-vento Velesŭ, pur non esautorandolo, sia rimasto una divinità di una certa importanza, una sorta di Óðinn in chiave minore: inquietante dio legato tanto al bestiame quanto al mondo dei morti, oltreché patrono dei poeti.

Tutto questo è naturalmente soltanto una fragile ipotesi di lavoro: nuovi dati, nuovi metodi d'interpretazione, potranno rinforzare o demolire la nostra idea.

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BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Stefano Mazza.
Contributi di Francesco Marzella.
Creazione pagina: 21.01.2007
Ultima modifica: 21.02.2017
 
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