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NOTE
1 —
I primi sei semiversi di questa strofa li ritroviamo,
formalmente identici, in una scena della Þrymskviða, dove gli dèi e
le dee si riuniscono per discutere sul come recuperare il
martello di Þórr,
rubato dal gigante Þrymr.
Senn váru æsir
allir á þingi
ok ásynjur
allar á máli,
ok um þat réðu
ríkir tívar
hvé þeir Hlórriða
hamar of sætti. |
Radunati erano tutti gli
æsir in assemblea,
e le ásynjur tutte a discutere.
E si consultarono, gli dèi potenti,
come di Hlórriði
il martello riprendersi.
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Edda poetica >
Þrymskviða [14] |
Nel Baldrs Draumar, il þing divino è ovviamente finalizzato
a un altro scopo: stabilire se gli inquietanti sogni che
Baldr ha riferito loro, siano premonitori
di una qualche sciagura. E, nel caso, quali provvedimenti
prendere per salvaguardare la vita del dio. Questa scena era
stata già narrata nell'Edda
in prosa
di Snorri.
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En þat er upphaf þessar sögu at Baldr inn góða
dreymði drauma stóra ok hættliga um líf sitt. En er
hann sagði ásunum draumana, þá báru þeir saman ráð
sín, ok var þat gert at beiða griða Baldri fyrir
alls konar háska. |
Questa storia ebbe inizio quando
Baldr il buono fece sogni grandiosi e
terribili che riguardavano la sua vita. Egli raccontò questi sogni agli
Æsir,
ed essi si radunarono allora in consiglio e fu deciso di proteggere
Baldr da
ogni tipo di pericolo. |
| Snorri
Sturluson:
Edda in prosa
>
Gylfaginning [49] |
Nel racconto di Snorri, gli dèi sembrano subito consci della
terribile premonizione contenuta nei sogni fatti da
Baldr e subito stabiliscono di proteggere
il dio da ogni tipo di pericolo. Al contrario, in questo
poema, il senso dei sogni sembra rimanere ostico agli dèi e, prima di
prendere qualunque decisione,
Óðinn
stabilisce di recarsi negli inferi per interrogare una defunta
völva, affinché gli sveli il significato di quei sogni
e gli riveli il destino che attende
Baldr. 
2 — (a)
Gautr: epiteto
di
Óðinn,
compare due volte in questo poema: in [2a]
e in [13d], nella forma alda/aldinn
gautr «gautr
dell'umanità» (o «antico gautr», come prediligevano le
vecchie traduzioni). Di non facile interpretazione, è probabilmente
inerente a una qualificazione di
Óðinn
come dio o antenato dei Goti.
L'epiteto si connette infatti con la regione del Götland
(Svezia occidentale), toponimo che presuppone la
forma antica Gautar come designazione del
popolo che la abitava (cfr anglosassone
Geātes). Da essi si sarebbero mossi,
intorno al I secolo, genti destinate a formare il
popolo germanico orientale dei Goti (Ostrogoti e
Visigoti). Questo farebbe pensare a un possibile
collegamento con Gapt,
il
progenitore degli Amali (famiglia reale degli
Ostrogoti) secondo Giordane (De origine actibusque
Getarum [XIV: 79]). Nel testo, abbiamo
preferito non tradurlo. — (2g-3b)
È il cane che si erge di guardia sulla strada che conduce
negli inferi, secondo un motivo ben conosciuto alla tradizione
di tutto il mondo. Vi corrisponde ovviamente, quale archetipo
classico, il cane a tre teste Kérberos,
che nel mito greco è incatenato alle porte dell'Ade. Questi
animali hanno il compito di impedire
il passaggio, nei due sensi, tra il mondo dei vivi e quello
dei morti.
L'animale che qui compare viene in genere identificato con
Garmr, il cane
incatenato davanti a
Gnipahellir, di cui la
Völuspá
[44 | 49 | 58] prevede lo scioglimento alla vigilia del
ragnarök. Tale identificazione è tuttavia priva di
elementi probanti, tantopiù che il cane citato nei Baldrs Draumar non risulta
incatenato. Affatto nuovo, invece, è il motivo del
petto insanguinato di questo cane, a indicarne l'assoluta
ferocia e malvagità. 
3 — (c)
«Padre degli incantesimi» [galdrs föður], splendida
kenning a indicare
Óðinn,
in virtù della sua sapienza e della sua capacità di dominare
gli elementi e le creature con canti magici [galdrar].
Si veda in proposito l'impressionante quadro dei poteri magici del dio in
Ynglingasaga
[7]. — (e) Il
manoscritto marca il quinto semiverso come inizio di una nuova
strofa. Di conseguenza, alcune edizioni moderne combinano in
maniera differente le strofe successive. È probabile che il
testo, così come ci è pervenuto, sia piuttosto lacunoso. — (g-h)
La dimora di
Hel
aveva nome Éljúðnir: era un
palazzo dalla pareti e dal tetto fatti di serpenti
intrecciati, protetto da un'alta quanto impenetrabile
palizzata. Nel suo salone principale, gelido e triste,
sedevano le anime di tutti coloro che, non essendo stati in
vita dei guerrieri, non potevano accedere alla
Valhöll. 
4 —
Questa strofa presenta un interessante quadro delle tecniche
necromantiche e del linguaggio inerente. Che
Óðinn
fosse in grado di far parlare i morti è attestato nell'Hávamál, dove si dice conoscesse un
incantesimo che gli permettesse di discorrere con gli
impiccati:
Ef ek sé á tré uppi
váfa virgilná,
svá ek ríst
ok í rúnum fák
at sá gengr gumi
ok mælir við mik. |
Se io vedo su un albero in alto
un impiccato oscillare,
in tal modo incido
e in rune dipingo
così che quell'uomo cammini
e parli con me.
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Edda poetica >
Hávamál
[157] |
Anche Snorri ricorda che
Óðinn
«a volte resuscitava dalla terra i morti o si sedeva sotto i
corpi penzolanti dalle forche; perciò era detto signore degli
spiriti dei morti o degli impiccati» [en stundum vakti hann
upp dauða menn or jörðu, eða settist undir hanga; fyrir því
var hann kallaðr drauga dróttinn eða hanga dróttinn]
(Ynglingasaga [7]). —
(g) Valgaldr,
letteralmente «incantesimo dei caduti», è il termine qui
attribuito al canto magico in grado di resuscitare i morti. —
(h) Letteralmente:
«pronunciò parole di cadavere». Nás orð sono le parole
pronunciate da un defunto. 
6 — (a-b)
Óðinn
si presenta alla völva con due epiteti piuttosto
trasparenti.
Vegtamr
è «aduso alle vie», dunque
«viandante», con riferimento al carattere pellegrino e
vagabondo del dio.
Valtamr,
che nella presentazione fatta dal dio sarebbe il presunto
padre di
Vegtamr,
è anch'esso epiteto inerente alla natura del dio:
«aduso [alla scelta] dei caduti».
Il fatto che
Óðinn debba nascondere la sua identità è, in questo
caso, abbastanza logico, visto che a quanto pare la völva
appartiene alla razza dei giganti
[13] e potrebbe non volere rispondere alle domande di
un dio. — (e-h) «Per chi sono le panche
giuncate d'anelli
e le belle pareti
ricoperte d'oro?» è la prima
domanda che
Óðinn
pone alla völva. Il dio si riferisce al salone del
palazzo di Hel, nel quale
egli ha avuto evidentemente modo di gettare un'occhiata mentre
vi cavalcava accanto. Il salone è stato addobbato per una
festa di benvenuto, segno evidente che in
Éljúðnir fervono i preparativi
per accogliere un ospite di rango.
Óðinn
teme possa trattarsi di
Baldr, e la risposta della völva
conferma i suoi timori.

7 — (d) Uno
scudo è qui usato come coperchio del calderone dell'idromele,
forse per proteggerlo dal malocchio? (Gering
1927-1931). — (g-h)
«Costretta ho parlato, | ora voglio tacere» [nauðug sagðak,
|
nú mun ek þegja]: la formula conclusiva nelle risposte della völva
esprime l'estrema riluttanza dei morti a essere risvegliati e
obbligati a rivelare i segreti a loro accessibili. Nel manoscritto, tale formula è
indicata con un acrostico
nelle strofe [9] e
[11].
8 — (a-c)
«Non zittirti, veggente! | Io chiederò | finché non saprò
tutto» [Þegj-at-tu, völva, |
þik vil ek fregna, |
unz alkunna]: all'accorata preghiera della völva di tornare al suo
sonno di morte, corrisponde la formula imperiosa con la quale
Óðinn
la obbliga a parlare. Nel manoscritto, tale formula è indicata
con un acrostico nelle strofe [10] e
[12].
9 — (a-f).
Cfr. Edda in prosa
> Gylfaginning
[49]. Per i dettagli, vedi l'introduzione [SUPRA].

11 — (a-f).
Del dio
Váli, Snorri dice semplicemente: «Áli o
Váli si chiama un áss figlio di
Óðinn e di Rindr. Egli è coraggioso in battaglia e un esperto tiratore» [Áli eða Váli heitir einn, sonr
Óðins ok Rindar. Hann er djarfr í
orrostum ok mjök happskeytr].
Detto questo, Snorri ignora del tutto il ruolo di questo dio
quale vendicatore di
Baldr, nonostante il motivo sia citato in
un passo della
Völuspá:
Baldrs bróðir vas
of borinn snimma,
sá nam Óðins sonr
einnættr vega. |
Era il fratello di
Baldr
nato precocemente;
il figlio di
Óðinn
vecchio di una notte combatté. |
Þó hann æva hendr
né höfuð kembði,
áðr á bál of bar
Baldrs andskota. |
Non lavò mai le mani
né si pettinò il capo
finché non trascinò sul rogo
il nemico di
Baldr. |
|
Edda poetica >
Völuspá
[32-33] |
La somiglianza tra
Völuspá
[32e-33d] e
Baldrs Draumar [11c-11j] mostra
che entrambi i passi dipendono da una fonte comune.
Baldrs bróðir vas
of borinn snimma,
sá nam Óðins sonr
einnættr vega. |
Rindr berr Vála
í vestrsölum,
sá mun Óðins sonr
einnættr vega: |
Þó hann æva hendr
né höfuð kembði,
áðr á bál of bar
Baldrs andskota. |
hönd of þvær
né höfuð kembir,
áðr á bál of berr
Baldrs andskota... |
Tra l'altro, è proprio dal confronto tra i due poemi che si
evince che sia proprio
Váli l'anonimo personaggio a cui il sopracitato
passo della
Völuspá attribuisce la
vendetta dell'assassinio di
Baldr. È possibile che, in
qualche fase di interpolazione del passo nella
Völuspá,
sia caduto il verso in cui il vendicatore
veniva presentato come
Váli. Tale verso è stato invece conservato nel Baldrs Draumar; se non
disponessimo di quest'ultimo testo, dunque, avremmo
serie difficoltà a comprendere a chi si riferisca la
Völuspá. Forse Snorri
non conosceva il Baldrs Draumar, ragione per
cui evitò di citare la presenza di un vendicatore di cui non comprendeva
l'identità. Sembra comunque evidente che il brano originale sia pervenuto mutilo
in entrambi i testi. Nel caso del Baldrs Draumar,
si nota che l'aggiunta della formula di chiusura «Costretta ho
parlato, | ora voglio tacere» porta la strofa a dieci
semiversi, in luogo dei canonici otto. Questo suggerisce
ancora una volta che il testo originale sia stato oggetto di
pesanti manomissioni. — (b)
Vestrsalir «sale d'occidente»: questo toponimo, dimora
di Rindr, non è citato in nessun'altra
fonte.
12 —
Chi sono queste misteriose fanciulle che intonano il canto
funebre e gettano al cielo i loro veli? Sophus Bugge rimanda
alla scena del funerale di Baldr
narrata da Snorri:
|
En æsirnir tóku lík Baldrs ok fluttu til sævar.
Hringhorni hét skip Baldrs. Hann var allra skipa
mestr [...]. Þá var borit út á skipit lík Baldrs, ok
er þat sá kona hans, Nanna Nepsdóttir, þá sprakk hon
af harmi ok dó. Var hon borin á bálit ok slegit í
eldi. |
Gli
Æsir in seguito presero il corpo di
Baldr e lo condussero al mare.
Hringhorni si chiamava la nave di Baldr e di tutte era la più grande
[...].
Venne allora posto
sulla nave il corpo di Baldr e quando lo vide sua moglie,
Nanna figlia di Nepr, per il dolore il
cuore le cedette e morì. Fu posta anche ella sulla pira e venne appiccato il
fuoco. |
| Snorri
Sturluson:
Edda in prosa
>
Gylfaginning [49] |
Sulla scolta di questo brano, Bugge identifica le fanciulle
citate da
Óðinn come le nove figlie di
Ægir e
Rán, personificazioni
delle onde del mare, che sollevano la nave Hringhorni
in modo che la vela arrivi a toccare il cielo, e vi vede un
parallelo con Teti e le figlie di Nereo che piangono Achille
(Bugge 1881-1889). Skaut,
in norreno, è un lenzuolo, un velo, un mantello, o la vela di
una nave; e secondo Gustav Neckel, però, l'espressione halsa skaut
indicherebbe tanto il «fazzoletto da collo» che la «scotta
della vela» (Neckel 1962). H.A. Bellows traduce in quest'ultimo
senso: «Chi sono le fanciulle | che leveranno lamenti | e
getteranno al cielo | i pennoni delle vele?» [What maidens
are they | who then shall weep, | and toss to the sky | the
yards of the sails?] (Bellows 1923).
Più attendibile ancora, il suggerimento di Finnur Jónnson,
tuttavia, il quale spiega halsa skaut come
kenning per la schiuma del mare proiettata in alto dalle
onde (Jónsson 1913-1916). (Ránar
skaut «velo di
Rán» è infatti una
nota
kenning per «onde». (Cleasby ~
Vigfússon 1874))

13 —
Che cosa ha permesso alla völva di riconoscere
Óðinn? La domanda che questi le
aveva posto in [12] – chi siano
le fanciulle che avrebbero intonato per
Baldr il canto funebre –
non sembra infatti così significativa da suscitare lo
smascheramento del dio. Il parallelo va al certamen di sapienza tra
Óðinn e il gigante
Vafþrúðnir; anche
qui
Óðinn si è presentato sotto
mentite spoglie, ma quando chiede al gigante: «Che cosa disse
Óðinn, |
a chi saliva sul rogo |
lui stesso nell'orecchio del
figlio?» (Vafþrúðnismál [54]),
viene immediatamente riconosciuto. È evidente che solo
Óðinn può rispondere a un
simile indovinello:
Vafþrúðnir scopre
l'identità del suo sfidante, ma intanto ha perduto la gara. Ma se
nel Vafþrúðnismál le
domande scambiate tra
Óðinn e il gigante hanno lo scopo di mettersi la prova l'un l'altro, nel
Baldrs Draumar hanno una
ragione informativa:
Óðinn chiede alla völva
quanto desidera sapere sul destino di suo figlio.
Ma non è chiaro che cosa, nella banale domanda sull'identità
delle prefiche di
Baldr, permetta alla
völva di smascherare il dio. Sembra ragionevole presumere
che la domanda giusta, quella destinata a suscitare il
riconoscimento del dio, fosse in realtà la stessa già posta da
Óðinn e
Vafþrúðnir. La
mecesima domanda ottiene il medesimo effetto in
una scena nella Hervarar saga ok Heiðreks,
dove
Óðinn, qui anche qui
dissimulato sotto una
falsa identità,
intrattiene re Heiðrekr
con un gioco di indovinelli; e quand'egli chiede: «Che
cosa disse
Óðinn |
all'orecchio di Baldr |
prima che fosse issato sul rogo?»,
il re riconosce il dio e tenta di colpirlo (Hervarar
saga ok Heiðreks [10]). È evidente che tale
motivo che doveva essere ben noto alla poesia sapienziale
norrena. È dunque possibile che, in un ipotetico antigrafo del
Baldrs Draumar,
Vegtamr
chiedesse alla völva, alla fine di una lunga serie di
domande riguardo al destino di
Baldr, che cosa avrebbe
mormorato
Óðinn all'orecchio del figlio
morto, e da questa domanda la veggente avrebbe riconosciuto il
dio; in seguito, quando il poema venne redatto nella sua forma
a noi nota, è possibile che questa parte sia andata perduta
e la domanda di
Óðinn sull'identità delle prefiche di
Baldr e l'immediato
riconoscimento da parte della völva siano stati
disposti l'una di
seguito all'altro per semplice giustapposizione dei due tronconi.
Infine,
il manoscritto del Codex Arnamagnæanus
contrassegna il quinto semiverso [12e]
come incipit di una nuova strofa, evidenziando
la possibile presenza di una lacuna. — (d)
Aldinn gautr
«antico gautr»: v. nota 2
[SUPRA]. —
(g-h) «Piuttosto sei di tre
giganti la madre»:
Óðinn risponde al
riconoscimento da parte della völva identificandola a
sua volta come un essere appartenente alla stirpe dei giganti.
Alberto Mastrelli suggerisce si tratti forse di
Angrboða,
madre di Fenrir,
Hel e
Jörmungandr
(Mastrelli 1951).
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