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LJÓÐA EDDA

BALDRS DRAUMAR

I SOGNI DI BALDR
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BALDRS DRAUMAR - Saggio
BALDRS DRAUMAR - Testo
Note
Bibliografia

Titoli

Baldrs draumar, «Sogni di Baldr»
Vegtamskviða
, «Carme del Viandante»

Genere Poema mitologico
Voci Narrazione e dialogo (2 voci)
Lingua Norreno
Epoca
Composizione:
Redazione:
  IX-X secolo (?)
Inizi XIV secolo

Manoscritti

[A] Reykjavík, Stofnun Árna Magnússonar. Codex Arnamagnæanus, ms. AM 748 4to

LJÓÐA EDDA

BALDRS DRAUMAR

I SOGNI DI BALDR

Il poema

Vegtamr cavalca verso Hel

Illustrazione di C.W. Collingwood, 1908.

Il Baldrs Draumar «Sogni di Baldr» (o Vegtamskviða «Carme del Viandante») è una composizione di argomento mitologico che svolge, in forma di dialogo sapienziale, alcuni temi relativi al ciclo di Baldr.

Attestata unicamente nel Codex Arnamagnæanus, il breve poema non è compreso nella raccolta del Codex Regius, ragione per cui viene normalmente classificato nel corpus della «Eddica Minora». La dizione non va tuttavia intesa in senso riduttivo: il Baldrs Draumar è un testo affascinante, che non sfigura affatto accanto ai poemi del Codex Regius, e un'ideale raccolta della poesia eddica non può assolutamente ignorarlo.

Il poema svolge la cavalcata sotterranea di Óðinn nel regno di Hel, e il serratissimo dialogo che questi intreccia con una defunta veggente [völva], fatta appositamente risorgere dal gelo della morte affinché risponda alle sue domande sul tragico fato di suo figlio Baldr. Questo espediente permette di approfondire i dettagli del mito di Baldr attraverso le vaghe e fugaci allusioni profetiche della völva. L'argomento del poema è dunque sapienziale, eppure il gusto dell'erudizione mitologica passa in secondo piano rispetto al quadro vivido e fosco della scena infernale.

La redazione

Il Baldrs Draumar è tramandato in un unico manoscritto, il Codex Arnamagnæanus [A], redatto agli inizi del XIV secolo e oggi custodito nella biblioteca dell'Istituto Árne Magnússon, a Reykjavík, con la segnatura AM 748 I 4°. Pervenutoci assai frammentario, tale manoscritto era probabilmente, in origine, una raccolta di poemi eddici, così come il più antico e famoso Codex Regius [R]. Nei soli sei fogli conservati, l'Arnamagnæanus riporta infatti sette composizioni, di cui sei sono contenute anche nel Regius. La settima, il Baldrs Draumar, è invece un unicum, presente soltanto in questo manoscritto, al verso del primo foglio e al recto del secondo. Segue l'Hárbarðsljóð e precede lo Skírnismál.

Riguardo all'epoca di composizione sussistono seri dubbi. Secondo Sophus Bugge, il poema, almeno nella forma a noi a pervenuta, sarebbe piuttosto recente, databile all'età dello stesso manoscritto (Bugge 1867). In epoca più recente, Einar Ólafur Sveinsson, lo assegna – seppure con un ampio margine di dubbio – al periodo arcaico della poesia eddica, quindi tra la fine del IX a tutto il X secolo. (Sveinsson 1962)

Lo stile del Baldrs Draumar  ha molti punti in comune con quello della Þrymskviða. Addirittura, le due composizioni inglobano un'identica sequenza di sei semiversi, quella relativa al þing degli dèi (Þrymskviða [14a-14f] e Baldrs Draumar [1a-1f]), anche se il contesto dei due poemi è piuttosto diverso: nel primo caso gli dèi si stanno chiedendo come recuperare il martello di Þórr, rubato dal gigante Þrymr, mentre qui deliberano sulla natura dei sogni fatti da Baldr. Al riguardo, alcuni filologi hanno proposto di identificare tra loro gli autori dei due poemi.

D'altra parte, il Baldrs Draumar rassomiglia, dal punto di vista formale, alla Völuspá, e anche in questo caso i due poemi presentano una comune sequenza di sei semiversi (Völuspá [32e-33d] e Baldrs Draumar [11c-11j]). Anche qui si potrebbe pensare che i due testi abbiano un solo autore, ma è assai più probabile che gli ignoti autori o redattori delle varie composizioni abbiano attinto, secondo il loro gusto, a un corpus di materiale strofico, adattandolo alle proprie esigenze.

L'estrema brevità del poemetto, quattordici strofe in tutto, unito al fatto che alcuni sezioni sembrano semplicemente giustapposte (si veda la discussione sulla domanda che permette alla völva di riconoscere Óðinn [INFRA]), fa pensare che parecchie sequenze siano andate perdute. L'impressione è avvalorata da altre considerazioni, non ultima delle quali il fatto che il manoscritto spezza due strofe (la [3] e la [12]) segnalandole come difettive in numero di versi.

 

Le due pagine manoscritte che contengono il Baldrs Draumar. Codex Arnamagnæanus, ms. AM 748 I 4°, ff 1v e 2r.
Dall'edizione facsimile di Finnur Jónsson, 1896.

Il contesto

Il poema Baldrs Draumar si iscrive nel ciclo di Baldr narrato da Snorri nell'Edda in prosa. Vediamo in sintesi il contesto del mito.

La morte di Baldr (1817)

Christoffer Wilhelm Eckersberg (1783-1853)
[MUSEO]

Nel racconto di Snorri, il sonno di Baldr era funestato da sogni premonitori di morte. Gli Æsir si riunirono allora in un þing e decisero di cercare protezione per il dio nei confronti di qualsiasi minaccia. Sua madre Frigg pretese che tutte gli elementi e le creature promettessero che non avrebbero mai arrecato del male a Baldr, e raccolse tale giuramento dal fuoco e dall'acqua, dal ferro e dai metalli, dagli animali, dagli uccelli e dai serpenti, dal veleno, dalle pietre e da tutte le cose esistenti. Fatto e proclamato ciò, gli Æsir presero allora a divertirsi: posto Baldr al centro dell'assemblea, gli scagliavano contro armi, pietre o altri oggetti, e si meravigliavano nel vedere che il dio rimaneva indenne con qualunque cosa lo si bersagliasse. Il livoroso Loki scoprì però che una pianticella di vischio non aveva prestato giuramento. Ne trasse una lancia e la mise in mano al dio cieco Höðr, convincendolo a celebrare l'invulnerabilità di suo fratello, e gli indicò dove colpire. Höðr scagliò la lancia e Baldr cadde ucciso. In seguito il cadavere del dio – insieme a quello della sua sposa Nanna, morta di dolore – venne deposto sulla nave Hringhorni, che venne affidata alle onde e data alle fiamme. Intanto, Hermóðr il veloce, figlio di Óðinn, scese negli inferi per chiedere a Hel di restituire la vita a Baldr. Penetrato nel palazzo Éljúðnir, Hermóðr poté incontrare Baldr e Nanna, assisi nella sala da banchetto dei morti. Ma Hel si rifiutò di liberare Baldr, a meno che tutte le creature della terra non piangessero la sua dipartita. Subito gli dèi mandarono messaggeri in tutto il mondo a chiedere che Baldr fosse pianto. E tutti lo fecero: gli uomini, gli animali, la terra, le pietre, gli alberi e i metalli. Tranne una gigantessa in una caverna, a nome Þökk, che rifiutò di versare lacrime per Baldr. A causa sua, il dio non poté tornare alla vita e dovette rimanere negli inferi. (Gylfaginning [49])

Questo il racconto narrato da Snorri. Il Baldrs Draumar ne riprende la scena iniziale, il dettaglio degli incubi che funestano il sonno del dio, ma poi svolge un episodio affatto nuovo: durante l'assemblea divina, Óðinn, dissimulato sotto il falso nome di Vegtamr «viandante», scende negli inferi per risvegliare una völva dal sonno della morte e obbligarla a rivelare quanto essa sa sul destino che attende Baldr. Seppure di malavoglia, la morta donna rivela quale sarà la tragica sorte del pacifico dio, rivela chi sarà a ucciderlo e chi a vendicarlo. Un'ultima domanda, relativa all'identità delle fanciulle che leveranno il canto funebre per Baldr, fa' sì che la völva smascheri Óðinn e lo cacci rifiutando di rispondere ad altre domande. Óðinn reagisce rivelando l'identità della völva: non è una donna sapiente, ma piuttosto un malvagia madre di giganti, quindi ritorna al regno degli dèi.

Il fatto che Snorri non citi questo episodio, fa pensare che non conoscesse il poemetto. D'altra parte, egli sembra ignorare diversi altri elementi citati nel Baldrs Draumar. Ad esempio, non fa alcun riferimento al fatto che la morte di Baldr verrà vendicata da Váli, figlio di Óðinn e Rindr. Di tale episodio si accenna oscuramente nella Völuspá, testo che Snorri aveva ben presente e cita più volte nel corso della sua opera, ma è solo nel Baldrs Draumar che viene rivelata l'identità del vendicatore. È dunque possibile che Snorri, non disponendo del Baldrs Draumar, non abbia saputo dare un senso all'oscuro accenno contenuto nella Völuspá e abbia preferito ignorare il problema. È anche possibile, tuttavia, che alcuni elementi del Baldrs Draumar siano comunque confluiti per altra via nell'Edda in prosa. Ad esempio, il viaggio ipoctonio di Hermóðr, narrato da Snorri, ha molti punti in comune con quello di Óðinn di cui si tratta in questo poemetto. In entrambi i casi, la cavalcata infernale viene compiuta in groppa a Sleipnir, il cavallo a otto zampe appartenente a Óðinn, il quale è in grado di scavalcare con un balzo i cancelli di Éljúðnir; nei due episodi, inoltre, è presente il motivo della visita alla sala dei banchetti di Hel: ma mentre nelpoema Óðinn può solo constatare che il salone sia stato approntato per accogliere un ospite di riguardo, nel testo in prosa Hermóðr trova Baldr e Nanna già assisi sui loro funebri troni.

D'altra parte, come abbiamo detto, il Baldrs Draumar ha molti elementi in comune con un altro importante poema eddico, la Völuspá. Il primo punto da sottolineare, il più ovvio, è che in entrambi i poemi è una völva, interrogata da Óðinn, a fornire elementi di sapienza mitologica. Ma mentre il Baldrs Draumar è un dialogo a due voci, incentrato sulla morte di Baldr, la Völuspá è un vertiginoso monologo in cui la völva narra l'inizio e la fine dell'universo. In questo più ampio contesto tuttavia, l'episodio della morte di Baldr diventa un tema centrale, e vi è una strofa – quella appunto sul vendicatore Váli – di cui sei semiversi compaiono in forma pressoché identica nei due poemi (Völuspá [32e-33d] e Baldrs Draumar [11c-11j]). Certo, vi sono anche delle differenze altrettanto eclatanti. Ad esempio, nella Völuspá non è chiaro se la profetessa sia stata risvegliata dalla morte, anche se l'ultimo semiverso, «ora lei s'inabissa» [nú mun hon sökkvask], è forse interpretabile col ritorno della völva nel tumulo dal quale è stata risvegliata (Völuspá [66h]). Nel poema d'apertura del Codex Regius, inoltre, la völva sembra trattare del destino di Baldr al passato. Nel Baldrs Draumar, invece, la völva si riferisce a un evento in fieri, che è prossimo ad accadere, ma a cui – secondo le rigide leggi del fatalismo germanico – non è possibile opporsi in nessun modo.

Genere e metrica

Il Baldrs Draumar è un poema mitologico, svolgendo un episodio appartenente al ciclo di Baldr. Allo stesso tempo, ha carattere gnomico-sapienziale, riguardando temi di erudizione inerenti la vicenda della morte del dio.

Il poema unisce la forma narrativa (prime quattro strofe) a quella dialogica (le dieci successive). Queste riportano via via le domande poste di Óðinn e le risposte della völva. Nel manoscritto manca l'indicazione delle voci (Óðinn kvað «disse Óðinn», völva kvað «disse la völva»), che viene generalmente integrata nelle edizioni moderne. L'ultima strofa, la quattordicesima, riporta entrambe le voci.

Il metro è il fornyrðislag o «metro antico», formato in generale da quattro strofe divise in due semiversi ciascuna.

Di seguito un esempio della divisione metrica del primo verso:

Senn váru æsir   |  allir á þingi
ok ásynjur
  |  allar á máli,
ok um þat réðu
  |  ríkir tívar,
hví væri Baldri
  |  ballir draumar.

LJÓÐA EDDA

BALDRS DRAUMAR

I SOGNI DI BALDR
    BALDRS DRAUMAR
[VEGTAMSKVIÐA]
I SOGNI DI BALDR
[CARME DEL VIANDANTE]
 
         
Discesa di Óðinn agli inferi

1

Senn váru æsir
allir á þingi
ok ásynjur
allar á máli,
ok um þat réðu
ríkir tívar,
hví væri Baldri
ballir draumar.
Radunati erano tutti
gli æsir in assemblea,
e le ásynjur 
tutte a discutere,
e si consultarono,
gli dèi potenti,
perché facesse Baldr
sogni premonitori di rovina.
Nota
  2 Upp reis Óðinn,
alda gautr,
ok hann á Sleipni
söðul of lagði;
reið hann niðr þaðan
niflheljar til;
mætti hann hvelpi,
þeim er ór helju kom.
Si alzò Óðinn,
gautr dell'umanità,
e mise la sella
a Sleipnir.
Cavalcò giù
fino a Niflhel
e incontrò il cane,
che veniva da Hel.
Nota
  3 Sá var blóðugr
um brjóst framan
ok galdrs föður
gól of lengi;
fram reið Óðinn,
foldvegr dunði;
hann kom at hávu
Heljar ranni.
Era macchiato di sangue
davanti sul petto
e al padre degli incantesimi
abbaiò a lungo.
Continuò a cavalcare Óðinn,
il solido suolo rimbombava;
e all'alta dimora
di Hel arrivò.
Nota
  4 Þá reið Óðinn
fyrir austan dyrr,
þar er hann vissi
völu leiði;
nam hann vittugri
valgaldr kveða,
unz nauðig reis,
nás orð of kvað:
Allora cavalcò Óðinn
verso la porta orientale
dove sapeva che era
sepolta una veggente.
Per la strega
intonò l'incantesimo,
finché ella costretta, risorse.
Subito parlò la morta:
Nota
  5 «Hvat er manna þat
mér ókunnra,
er mér hefir aukit
erfitt sinni?
Var ek snivin snævi
ok slegin regni
ok drifin döggu,
dauð var ek lengi».
«Chi è colui,
a me sconosciuto,
che al duro viaggio
mi costringe?
Sono ricoperta di neve,
sferzata dalla pioggia,
e intrisa di rugiada:
da tempo sono morta».
 
Le domande di Óðinn e le risposte della veggente 6 Óðinn kvað: Disse Óðinn:  
  «Vegtamr ek heiti,
sonr em ek Valtams;
segðu mér ór helju,
ek mun ór heimi:
Hveim eru bekkir
baugum sánir,
flet fagrlig
flóuð gulli?»
«Mi chiamo Vegtamr,
e sono figlio di Valtamr.
Parlami di Hel:
dal mondo io te lo chiedo.
Per chi sono le panche
giuncate d'anelli
e le belle pareti
ricoperte d'oro?»
Nota
  7 Völva kvað: Disse la völva:  
    «Hér stendr Baldri
of brugginn mjöðr,
skírar veigar,
liggr skjöldr yfir,
en ásmegir
í ofvæni;
nauðug sagðak,
nú mun ek þegja».
«Qui sta l'idromele
preparato per Baldr,
la chiara bevanda
coperta da uno scudo.
I figli degli æsir
sono angosciati.
Costretta ho parlato,
ora voglio tacere».
Nota
  8 Óðinn kvað: Disse Óðinn:  
    «Þegj-at-tu, völva,
þik vil ek fregna,
unz alkunna,
vil ek enn vita:
Hverr mun Baldri
at bana verða
ok Óðins son
aldri ræna?»
«Non zittirti, veggente!
Io chiederò
finché non saprò tutto.
Questo voglio ancora sapere:
chi sarà di Baldr
 l'assassino
e priverà della vita
il figlio di Óðinn
Nota
  9 Völva kvað: Disse la völva:  
    «Höðr berr hávan
hróðrbaðm þinig,
hann mun Baldri
at bana verða
ok Óðins son
aldri ræna;
nauðug sagðak,
nú mun ek þegja».
«Höðr porterà quaggiù
 il grande eroe;
lui sarà di Baldr
l'assassino
e priverà della vita
il figlio di Óðinn.
Costretta ho parlato,
ora voglio tacere».
Nota
  10 Óðinn kvað: Disse Óðinn:  
    «Þegj-at-tu, völva,
þik vil ek fregna,
unz alkunna,
vil ek enn vita:
Hverr mun heift Heði
hefnt of vinna
eða Baldrs bana
á bál vega?»
«Non zittirti, veggente!
Io chiederò
finché non saprò tutto.
Questo voglio ancora sapere:
chi il misfatto di Höðr
vendicherà
o l'assassino di Baldr
porterà sul rogo?»
 
  11 Völva kvað: Disse la völva:  
    «Rindr berr Vála
í vestrsölum,
sá mun Óðins sonr
einnættr vega:
hönd of þvær
né höfuð kembir,
áðr á bál of berr
Baldrs andskota;
nauðug sagðak,
nú mun ek þegja».
«Rindr partorirà Váli
in Vestrsalir.
Il figlio di Óðinn combatterà
nato da una sola notte:
non si laverà le mani
né si pettinerà la testa,
prima che abbia portato sul rogo
l'uccisore di Baldr.
Costretta ho parlato,
ora voglio tacere».
Nota
  12 Óðinn kvað: Disse Óðinn:  
    «Þegj-at-tu, völva,
þik vil ek fregna,
unz alkunna,
vil ek enn vita:
Hverjar ro þær meyjar,
er at muni gráta
ok á himin verpa
halsa skautum?»
«Non zittirti, veggente!
Io chiederò
finché non saprò tutto.
Questo voglio ancora sapere:
chi sono le fanciulle,
che canteranno il lamento funebre
gettando al cielo
i loro veli?»
Nota
La veggente riconosce Óðinn 13 Völva kvað: Disse la völva: Nota
  «Ert-at-tu Vegtamr,
sem ek hugða,
heldr ertu Óðinn,
aldinn gautr».
«Tu non sei Vegtamr,
come mi hai fatto credere,
piuttosto Óðinn,
gautr dell'umanità».
    Óðinn kvað: Disse Óðinn:
    «Ert-at-tu völva
né vís kona,
heldr ertu þriggja
þursa móðir».
«Tu non sei una veggente,
né una donna sapiente!
Piuttosto sei di tre
giganti la madre».
  14 Völva kvað: Disse la völva:  
    «Heim ríð þú, Óðinn,
ok ver hróðigr,
svá komir manna
meir aftr á vit,
er lauss Loki
líðr ór böndum
ok ragna rök
rjúfendr koma».
«Tornatene a casa, Óðinn,
a vantare il tuo orgoglio.
Così che nessun altro
mi rivedrà più
fino al giorno in cui Loki
si libererà dalle sue catene
e quelli che distruggeranno tutto,
verranno per il ragnarök».
 
         

NOTE

1 — I primi sei semiversi di questa strofa li ritroviamo, formalmente identici, in una scena della Þrymskviða, dove gli dèi e le dee si riuniscono per discutere sul come recuperare il martello di Þórr, rubato dal gigante Þrymr.

Senn váru æsir
allir á þingi
ok ásynjur
allar á máli,
ok um þat réðu
ríkir tívar
hvé þeir Hlórriða
hamar of sætti.

Radunati erano tutti
gli æsir in assemblea,
e le ásynjur 
tutte a discutere.
E si consultarono,
gli dèi potenti,
come di Hlórriði
il martello riprendersi.

Edda poetica > Þrymskviða [14]

Nel Baldrs Draumar, il þing divino è ovviamente finalizzato a un altro scopo: stabilire se gli inquietanti sogni che Baldr ha riferito loro, siano premonitori di una qualche sciagura. E, nel caso, quali provvedimenti prendere per salvaguardare la vita del dio. Questa scena era stata già narrata nell'Edda in prosa di Snorri.

En þat er upphaf þessar sögu at Baldr inn góða dreymði drauma stóra ok hættliga um líf sitt. En er hann sagði ásunum draumana, þá báru þeir saman ráð sín, ok var þat gert at beiða griða Baldri fyrir alls konar háska.

Questa storia ebbe inizio quando Baldr il buono fece sogni grandiosi e terribili che riguardavano la sua vita. Egli raccontò questi sogni agli Æsir, ed essi si radunarono allora in consiglio e fu deciso di proteggere Baldr da ogni tipo di pericolo.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [49]

Nel racconto di Snorri, gli dèi sembrano subito consci della terribile premonizione contenuta nei sogni fatti da Baldr e subito stabiliscono di proteggere il dio da ogni tipo di pericolo. Al contrario, in questo poema, il senso dei sogni sembra rimanere ostico agli dèi e, prima di prendere qualunque decisione, Óðinn stabilisce di recarsi negli inferi per interrogare una defunta völva, affinché gli sveli il significato di quei sogni e gli riveli il destino che attende Baldr. Torna al testo

2 — (a) Gautr: epiteto di Óðinn, compare due volte in questo poema: in [2a] e in [13d], nella forma alda/aldinn gautr «gautr dell'umanità» (o «antico gautr», come prediligevano le vecchie traduzioni). Di non facile interpretazione, è probabilmente inerente a una qualificazione di Óðinn come dio o antenato dei Goti. L'epiteto si connette infatti con la regione del Götland (Svezia occidentale), toponimo che presuppone la forma antica Gautar come designazione del popolo che la abitava (cfr anglosassone Geātes). Da essi si sarebbero mossi, intorno al I secolo, genti destinate a formare il popolo germanico orientale dei Goti (Ostrogoti e Visigoti). Questo farebbe pensare a un possibile collegamento con Gapt, il progenitore degli Amali (famiglia reale degli Ostrogoti) secondo Giordane (De origine actibusque Getarum [XIV: 79]). Nel testo, abbiamo preferito non tradurlo. — (2g-3b) È il cane che si erge di guardia sulla strada che conduce negli inferi, secondo un motivo ben conosciuto alla tradizione di tutto il mondo. Vi corrisponde ovviamente, quale archetipo classico, il cane a tre teste Kérberos, che nel mito greco è incatenato alle porte dell'Ade. Questi animali hanno il compito di impedire il passaggio, nei due sensi, tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L'animale che qui compare viene in genere identificato con Garmr, il cane incatenato davanti a Gnipahellir, di cui la Völuspá [44 | 49 | 58] prevede lo scioglimento alla vigilia del ragnarök. Tale identificazione è tuttavia priva di elementi probanti, tantopiù che il cane citato nei Baldrs Draumar non risulta incatenato. Affatto nuovo, invece, è il motivo del petto insanguinato di questo cane, a indicarne l'assoluta ferocia e malvagità. Torna al testo

3 — (c) «Padre degli incantesimi» [galdrs föður], splendida kenning a indicare Óðinn, in virtù della sua sapienza e della sua capacità di dominare gli elementi e le creature con canti magici [galdrar]. Si veda in proposito l'impressionante quadro dei poteri magici del dio in Ynglingasaga [7]. — (e) Il manoscritto marca il quinto semiverso come inizio di una nuova strofa. Di conseguenza, alcune edizioni moderne combinano in maniera differente le strofe successive. È probabile che il testo, così come ci è pervenuto, sia piuttosto lacunoso. — (g-h) La dimora di Hel aveva nome Éljúðnir: era un palazzo dalla pareti e dal tetto fatti di serpenti intrecciati, protetto da un'alta quanto impenetrabile palizzata. Nel suo salone principale, gelido e triste, sedevano le anime di tutti coloro che, non essendo stati in vita dei guerrieri, non potevano accedere alla Valhöll. Torna al testo

4 — Questa strofa presenta un interessante quadro delle tecniche necromantiche e del linguaggio inerente. Che Óðinn fosse in grado di far parlare i morti è attestato nell'Hávamál, dove si dice conoscesse un incantesimo che gli permettesse di discorrere con gli impiccati:

Ef ek sé á tré uppi
váfa virgilná,
svá ek ríst
ok í rúnum fák
at sá gengr gumi
ok mælir við mik.

Se io vedo su un albero in alto
un impiccato oscillare,
in tal modo incido
e in rune dipingo
così che quell'uomo cammini
e parli con me.

Edda poetica > Hávamál [157]

Anche Snorri ricorda che Óðinn «a volte resuscitava dalla terra i morti o si sedeva sotto i corpi penzolanti dalle forche; perciò era detto signore degli spiriti dei morti o degli impiccati» [en stundum vakti hann upp dauða menn or jörðu, eða settist undir hanga; fyrir því var hann kallaðr drauga dróttinn eða hanga dróttinn] (Ynglingasaga [7]). — (g) Valgaldr, letteralmente «incantesimo dei caduti», è il termine qui attribuito al canto magico in grado di resuscitare i morti. — (h) Letteralmente: «pronunciò parole di cadavere». Nás orð sono le parole pronunciate da un defunto. Torna al testo

6 — (a-b) Óðinn si presenta alla völva con due epiteti piuttosto trasparenti. Vegtamr è «aduso alle vie», dunque «viandante», con riferimento al carattere pellegrino e vagabondo del dio. Valtamr, che nella presentazione fatta dal dio sarebbe il presunto padre di Vegtamr, è anch'esso epiteto inerente alla natura del dio: «aduso [alla scelta] dei caduti». Il fatto che Óðinn debba nascondere la sua identità è, in questo caso, abbastanza logico, visto che a quanto pare la völva appartiene alla razza dei giganti [13] e potrebbe non volere rispondere alle domande di un dio. — (e-h) «Per chi sono le panche giuncate d'anelli e le belle pareti ricoperte d'oro?» è la prima domanda che Óðinn pone alla völva. Il dio si riferisce al salone del palazzo di Hel, nel quale egli ha avuto evidentemente modo di gettare un'occhiata mentre vi cavalcava accanto. Il salone è stato addobbato per una festa di benvenuto, segno evidente che in Éljúðnir fervono i preparativi per accogliere un ospite di rango. Óðinn teme possa trattarsi di Baldr, e la risposta della völva conferma i suoi timori. Torna al testo

7 — (d) Uno scudo è qui usato come coperchio del calderone dell'idromele, forse per proteggerlo dal malocchio? (Gering 1927-1931). — (g-h) «Costretta ho parlato, | ora voglio tacere» [nauðug sagðak, | nú mun ek þegja]: la formula conclusiva nelle risposte della völva esprime l'estrema riluttanza dei morti a essere risvegliati e obbligati a rivelare i segreti a loro accessibili. Nel manoscritto, tale formula è indicata con un acrostico nelle strofe [9] e [11].Torna al testo

8 — (a-c) «Non zittirti, veggente! | Io chiederò | finché non saprò tutto» [Þegj-at-tu, völva, | þik vil ek fregna, | unz alkunna]: all'accorata preghiera della völva di tornare al suo sonno di morte, corrisponde la formula imperiosa con la quale Óðinn la obbliga a parlare. Nel manoscritto, tale formula è indicata con un acrostico nelle strofe [10] e [12].Torna al testo

9 — (a-f). Cfr. Edda in prosa > Gylfaginning [49]. Per i dettagli, vedi l'introduzione [SUPRA]. Torna al testo

11 — (a-f). Del dio Váli, Snorri dice semplicemente: «Áli o Váli si chiama un áss figlio di Óðinn e di Rindr. Egli è coraggioso in battaglia e un esperto tiratore» [Áli eða Váli heitir einn, sonr Óðins ok Rindar. Hann er djarfr í orrostum ok mjök happskeytr]. Detto questo, Snorri ignora del tutto il ruolo di questo dio quale vendicatore di Baldr, nonostante il motivo sia citato in un passo della Völuspá:

Baldrs bróðir vas
of borinn snimma,
sá nam Óðins sonr
einnættr vega.
Era il fratello di Baldr
nato precocemente;
il figlio di Óðinn
vecchio di una notte combatté.
Þó hann æva hendr
né höfuð kembði,
áðr á bál of bar
Baldrs andskota.
Non lavò mai le mani
né si pettinò il capo
finché non trascinò sul rogo
il nemico di Baldr.
Edda poetica > Völuspá [32-33]

La somiglianza tra Völuspá [32e-33d] e Baldrs Draumar [11c-11j] mostra che entrambi i passi dipendono da una fonte comune.

Baldrs bróðir vas
of borinn snimma,
sá nam Óðins sonr
einnættr vega.
Rindr berr Vála
í vestrsölum,
sá mun Óðins sonr
einnættr vega:
Þó hann æva hendr
né höfuð kembði,
áðr á bál of bar
Baldrs andskota.
hönd of þvær
né höfuð kembir,
áðr á bál of berr
Baldrs andskota...

Tra l'altro, è proprio dal confronto tra i due poemi che si evince che sia proprio Váli l'anonimo personaggio a cui il sopracitato passo della Völuspá attribuisce la vendetta dell'assassinio di Baldr. È possibile che, in qualche fase di interpolazione del passo nella Völuspá, sia caduto il verso in cui il vendicatore veniva presentato come Váli. Tale verso è stato invece conservato nel Baldrs Draumar; se non disponessimo di quest'ultimo testo, dunque, avremmo serie difficoltà a comprendere a chi si riferisca la Völuspá. Forse Snorri non conosceva il Baldrs Draumar, ragione per cui evitò di citare la presenza di un vendicatore di cui non comprendeva l'identità. Sembra comunque evidente che il brano originale sia pervenuto mutilo in entrambi i testi. Nel caso del Baldrs Draumar, si nota che l'aggiunta della formula di chiusura «Costretta ho parlato, | ora voglio tacere» porta la strofa a dieci semiversi, in luogo dei canonici otto. Questo suggerisce ancora una volta che il testo originale sia stato oggetto di pesanti manomissioni. — (b) Vestrsalir «sale d'occidente»: questo toponimo, dimora di Rindr, non è citato in nessun'altra fonte.Torna al testo

12 — Chi sono queste misteriose fanciulle che intonano il canto funebre e gettano al cielo i loro veli? Sophus Bugge rimanda alla scena del funerale di Baldr narrata da Snorri:

En æsirnir tóku lík Baldrs ok fluttu til sævar. Hringhorni hét skip Baldrs. Hann var allra skipa mestr [...]. Þá var borit út á skipit lík Baldrs, ok er þat sá kona hans, Nanna Nepsdóttir, þá sprakk hon af harmi ok dó. Var hon borin á bálit ok slegit í eldi.

Gli Æsir in seguito presero il corpo di Baldr e lo condussero al mare. Hringhorni si chiamava la nave di Baldr e di tutte era la più grande [...]. Venne allora posto sulla nave il corpo di Baldr e quando lo vide sua moglie, Nanna figlia di Nepr, per il dolore il cuore le cedette e morì. Fu posta anche ella sulla pira e venne appiccato il fuoco.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [49]

Sulla scolta di questo brano, Bugge identifica le fanciulle citate da Óðinn come le nove figlie di Ægir e Rán, personificazioni delle onde del mare, che sollevano la nave Hringhorni in modo che la vela arrivi a toccare il cielo, e vi vede un parallelo con Teti e le figlie di Nereo che piangono Achille (Bugge 1881-1889). Skaut, in norreno, è un lenzuolo, un velo, un mantello, o la vela di una nave; e secondo Gustav Neckel, però, l'espressione halsa skaut indicherebbe tanto il «fazzoletto da collo» che la «scotta della vela» (Neckel 1962). H.A. Bellows traduce in quest'ultimo senso: «Chi sono le fanciulle | che leveranno lamenti | e getteranno al cielo | i pennoni delle vele?» [What maidens are they | who then shall weep, | and toss to the sky | the yards of the sails?] (Bellows 1923). Più attendibile ancora, il suggerimento di Finnur Jónnson, tuttavia, il quale spiega halsa skaut come kenning per la schiuma del mare proiettata in alto dalle onde (Jónsson 1913-1916). (Ránar skaut «velo di Rán» è infatti una nota kenning per «onde». (Cleasby ~ Vigfússon 1874)) Torna al testo

13 — Che cosa ha permesso alla völva di riconoscere Óðinn? La domanda che questi le aveva posto in [12] – chi siano le fanciulle che avrebbero intonato per Baldr il canto funebre – non sembra infatti così significativa da suscitare lo smascheramento del dio. Il parallelo va al certamen di sapienza tra Óðinn e il gigante Vafþrúðnir; anche qui Óðinn si è presentato sotto mentite spoglie, ma quando chiede al gigante: «Che cosa disse Óðinn, | a chi saliva sul rogo | lui stesso nell'orecchio del figlio?» (Vafþrúðnismál [54]), viene immediatamente riconosciuto. È evidente che solo Óðinn può rispondere a un simile indovinello: Vafþrúðnir scopre l'identità del suo sfidante, ma intanto ha perduto la gara. Ma se nel Vafþrúðnismál le domande scambiate tra Óðinn e il gigante hanno lo scopo di mettersi la prova l'un l'altro, nel Baldrs Draumar hanno una ragione informativa: Óðinn chiede alla völva quanto desidera sapere sul destino di suo figlio. Ma non è chiaro che cosa, nella banale domanda sull'identità delle prefiche di Baldr, permetta alla völva di smascherare il dio. Sembra ragionevole presumere che la domanda giusta, quella destinata a suscitare il riconoscimento del dio, fosse in realtà la stessa già posta da Óðinn e Vafþrúðnir. La mecesima domanda ottiene il medesimo effetto in una scena nella Hervarar saga ok Heiðreks, dove Óðinn, qui anche qui dissimulato sotto una falsa identità, intrattiene re Heiðrekr con un gioco di indovinelli; e quand'egli chiede: «Che cosa disse Óðinn | all'orecchio di Baldr | prima che fosse issato sul rogo?», il re riconosce il dio e tenta di colpirlo (Hervarar saga ok Heiðreks [10]). È evidente che tale motivo che doveva essere ben noto alla poesia sapienziale norrena. È dunque possibile che, in un ipotetico antigrafo del Baldrs Draumar, Vegtamr chiedesse alla völva, alla fine di una lunga serie di domande riguardo al destino di Baldr, che cosa avrebbe mormorato Óðinn all'orecchio del figlio morto, e da questa domanda la veggente avrebbe riconosciuto il dio; in seguito, quando il poema venne redatto nella sua forma a noi nota, è possibile che questa parte sia andata perduta e la domanda di Óðinn sull'identità delle prefiche di Baldr e l'immediato riconoscimento da parte della völva siano stati disposti l'una di seguito all'altro per semplice giustapposizione dei due tronconi. Infine, il manoscritto del Codex Arnamagnæanus contrassegna il quinto semiverso [12e] come incipit di una nuova strofa, evidenziando la possibile presenza di una lacuna. — (d) Aldinn gautr «antico gautr»: v. nota 2 [SUPRA]. — (g-h) «Piuttosto sei di tre giganti la madre»: Óðinn risponde al riconoscimento da parte della völva identificandola a sua volta come un essere appartenente alla stirpe dei giganti. Alberto Mastrelli suggerisce si tratti forse di Angrboða, madre di Fenrir, Hel e Jörmungandr (Mastrelli 1951).Torna al testo

Bibliografia

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  • PRAMPOLINI Giacomo: Letterature germaniche insulari. In: Storia universale della letteratura, vol. III. UTET, Torino 1949.
  • RASK Rasmus Christian [trad.]: Sæmundar Edda. Stoccolma 1818.
  • REICHBORN-KJENNERUD Ingjald: Lægerådene i den eldre Edda. In: Maal og minne. 1923.
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BIBLIOGRAFIA
Archivio: Biblioteca - Guglielmo da Baskerville
Sezione: Fonti - Nabū-kudurri-uṣur
Area: Germanica - Brynhilldr
Traduzione di Luca Taglianetti.
Introduzione e note di Luca Taglianetti e Dario Giansanti.
Creazione pagina: 24.11.2008
Ultima modifica: 15.01.2012
 
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