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1 - IUPPITER: IL DIO CON LA
RUOTA
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curioso il posto che i
Galli riservano a Iuppiter.
Lo considerano il re degli dèi, com'è
giusto che sia, ma nel mito e nel culto non gli
dànno grande importanza. Di ciò diede
testimonianza il divo Cesare nei commentari delle
sue campagne. Nel citare i cinque principali
dèi gallici, Cesare dice che è Mercurius
il dio che i Celti adorano sopra ogni altro, e che
solo dopo di lui seguono Apollo,
Mars,
Iuppiter
e Minerva.
Può sembrare bizzarro, che questi barbari
assegnino un posto più che secondario al dio
che è signore e padrone di tutti gli
dèi, ma ciò non deve far pensare che
i Galli siano ignoranti in fatto di religione,
materia in cui, anzi, sono molto versati. Questa
minore importanza che essi assegnano a Iuppiter
non è da considerarsi un'empietà, ma
solo un diverso approccio alle potenze divine.
Per il resto, lo Iuppiter
gallico non differisce molto dal nostro Iuppiter.
È un dio celeste nel suo aspetto più
sublime e terrifico, ma anche un dio del tuono e
della pioggia vivificante. Il suo albero sacro
è la quercia, e anche in questo i Galli sono
concordi con i Greci e i Romani.
Da quando le Gallie sono state sottomesse, Iuppiter
viene rappresentato con i soliti attributi classici: lo
scettro, il fulmine e l'aquila. Tipicamente gallica è invece
la ruota che il dio porta con sé, che talvolta impugna, a cui
altre volte sembra appoggiarsi. Questa ruota, che ha un numero
variabile di raggi, rappresenta forse il corso dell'anno, ma
più probabilmente il rombo del tuono tra le nuvole. |
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2 - EPITETI DELLO IUPPITER
GALLICO
on solo molti gli epiteti che i Galli hanno
attribuito a Iuppiter,
a questo loro re degli dèi, soprattutto
confrontandoli con tutti quelli attribuiti a Mercurius
o a Mars.
Di questi epiteti, alcuni sono di origine
gallica; tra questi è molto importante
quello di Taranis,
il tonante. Altri epiteti i Galli li hanno presi
dal culto romano, come quello, diffuso nelle zone
romanizzate, di Iuppiter Optimus Maximus. I
principali epiteti sono:
-
Accionis
-
Arubianus
-
Baginatis «Dio delle
querce»
-
Beissirissa
-
Brixianus
«Bresciano»
-
Bussumarus
«Colui che ben colpisce»
-
Cernenus
-
Cundamius
-
Ladicus
«Del monte Ladus»
-
Optimus Maximus
«Ottimo Massimo»
-
Parthinus /
Partinus
«Dei Parteni» (?)
-
Pœninus
«Delle vette»
-
Saranicus
-
Sucælus
-
Taranis
-
Tanaros
«Tonante»
-
Taranucnus
- Taranucus
«Tonante» o «Figlio del
Tonante» (?)
-
Uxellinus
«Altissimo»
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3 - TARANIS: IL SIGNORE DEL
TUONO
on conosciamo con esattezza il nome dello Iuppiter
gallico, ma molti pensano che sia Taranis,
il Tonante. Con questo nome, Iuppiter
viene adorato in tutto il territorio celtico: in
Gallia, in Britannia e in Germania. Lungo il Reno
il dio è conosciuto col nome di Iuppiter Taranucnus.
Vi sono tracce di un culto a Iuppiter Taranucus
persino nella lontana Dalmazia. Taranis
è il signore del tuono, il cui rimbombo
è evocato dal suo stesso nome, e come tale
gli ha potere tra le potenze del cielo. Da lui
derivano le tempeste e il maltempo. Da lui viene la
pioggia, apportatrice di fertilità e di
abbondanza.
Anche il poeta Lucano cita Taranis,
e aggiunge che sul suo altare avvengono sacrifici
non meno feroci di quelli che gli Sciti tributano a
Diana.
I suoi scoliasti aggiungono che i Galli
considerano Taranis
un dio simile a Iuppiter,
signore delle guerre e massimo degli dèi, ma
pure simile a Dis
Pater, dio dell'oscurità e della
morte. Quando Taranis
ha l'aspetto di Iuppiter,
viene placato sacrificandogli vite umane con riti
sanguinosi. Quando invece ha l'aspetto di Dis
Pater, le sue vittime sono bruciate vive
dentro grandi tini di legno. Anche Cesare concordava sul fatto che alcune
popolazioni galliche immolassero numerose vittime
umane arse vive in grandi tini o simulacri di
legno.
Ma con la cristianizzazione delle Gallie, questi
usi barbari sono in parte cessati, e i Galli hanno
cominciato a sostituire, nei sacrifici, gli uomini
con gli animali. Ancora oggi, infatti, rimane tra
loro l'uso di fare dei grandi falò per poi
gettarvi sopra cani, gatti, volpi e altri animali,
racchiusi in cesti di legno o di vimini.
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L'uso di
bruciare vivi animali in grandi
falò, in occasione di
particolari festività, era
ancora in voga a Parigi nel XVII
secolo, allorché fu
abolito da re Luigi XIV. |
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4 - PŒNINUS: IL DIO DELLE
VETTE
ella Gallia Cisalpina, Iuppiter
veniva adorato sulle cime al sommo dei monti, e per
questo veniva chiama Pœninus,
il dio delle vette.
Nell'anno 218 a.C., il condottiero Annibale,
alla testa dell'imponente esercito cartaginese,
varcò le Alpi e scese dalla Gallia in
Italia, minacciando la potenza di Roma sul suo
stesso territorio. La Seconda Guerra Punica
giungeva al suo momento più drammatico.
Due secoli dopo, tuttavia, gli storici romani
ancora discutevano su quale fosse stato il valico
alpino per il quale erano transitate le schiere
cartaginesi, e si tendeva a indicare un certo
passaggio nei pressi del Monte Pennino [Mons Pœninus].
Anzi, si pensava che questo monte avesse preso nome
dagli stessi Cartaginesi [Pœni].
Tito Livio, nella sua opera storica, confuta
quest'argomentazione. Se Annibale avesse preso il
valico del Pennino non sarebbe giunto nel
territorio dei celti Taurini, come poi fece. In
realtà, dice Livio, l'origine del nome del
monte è diversa, come ben sapeva la
tribù celtica dei Seduni Veragri che abitava
quelle montagne. Costoro, infatti, facevano
risalire il nome delle Alpi Pennine non certo al
passaggio dei Cartaginesi, bensì al dio che
essi adoravano sulla cima più alta di quelle
montagne. Un dio che i Romani identificavano con
Iuppiter
e con Silvanus,
ma che loro chiamavano Pœninus,
il signore delle vette.
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Gli storici
oggi tendono a pensare che Annibale sia
passato piuttosto per il Monginevro. In tal
caso, il
Mons Pœninus
di cui qui si parla sarebbe da identificare
con il Gran San Bernardo. |
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5 - BAGINATIS: IL DIO DELLE
QUERCE
alvolta i Galli si rivolgono a Iuppiter
con l'epiteto di Baginatis,
dio delle querce. E infatti le genti celtiche, che
comunque portano un grande rispetto a tutti gli
alberi, considerano le querce particolarmente
sacre. A quanto pare, essi adorano Iuppiter
proprio nell'immagine di una quercia.
Ma questa non è una novità. Molti
popoli adorano il dio del tuono nella quercia e nel
faggio, specie quando l'albero viene colpito da un
fulmine. I Traci e i Germani, per esempio. Ma anche
Greci e Romani credono che la quercia sia l'albero
sacro a Iuppiter. |
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6 - IL CAVALIERE E L'ANGUIPEDE
on conosciamo direttamente alcun mito che
riguardi il Dio
con la Ruota, ovvero lo Iuppiter
gallico. Uno di essi sembra però suggerito
da certi pilastri e colonne diffuse in molti luoghi
dell'area celtica: tra i Lingoni, i Treveri, gli
Arverni, e soprattutto nella valle del Reno, ma
anche tra gli Elvezi e addirittura in Britannia.
Vi si trova l'immagine di un dio a cavallo,
ritto a sovrastare un gigante barbuto dalla coda di
serpente o di pesce: l'Anguipede giace al suolo, il
volto contorto dal terrore, schiacciato sotto gli
zoccoli del cavallo. Altre volte il dio è in
piedi, eretto, e il mostro è disteso ai suoi
piedi.
Il dio è armato: spesso impugna un
giavellotto, ma altre volte regge la ruota, e solo
per questo lo si può identificare con Iuppiter.
Sotto sono raffigurate le sette divinità
planetarie, oppure quattro divinità
identificate con
Iuno,
Mercurius,
Hercules
e Minerva.
Quale storia, mito o simbologia sia alla base di
tale figura, non sappiamo dirlo. |
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Fonti
FONTI EPIGRAFICHE
- Dediche
dello Iuppiter gallico
[ANTOLOGIA]
- Dediche a
Taranis/Taranuc(n)us/Tanaros [ANTOLOGIA]
FONTI
ICONOGRAFICHE
-
Archeologia gallo-romana -
Statuetta di Châtelet: il Dio con la Ruota
[IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Stele del Dio con la Ruota [IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Calderone di Gundestrup: Dio con la
Ruota [IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Altare di Lasargues con dedica a
Iuppiter e immagine di una ruota [IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Altare di Lasargues con dedica a
Iuppiter e immagine di una ruota [IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Altare di Böckingen con dedica a
Taranis [IMMAGINE]
[MUSEO]
-
Archeologia gallo-romana -
Iscrizione di Orgon con dedica a
Taranis [IMMAGINE]
[MUSEO]
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I - LO IUPPITER GALLICO:
INTRODUZIONE
Questo capitolo tratta
essenzialmente di tre figure, diversamente
documentate, di cui sosteniamo la reciproca
identificazione. Esse sono:
-
lo
Iuppiter gallico, citato da Cesare, di cui vi
sono testimonianze epigrafiche e
iconografiche; -
il
Dio
con la Ruota, di cui
vi sono numerose figurazioni; -
il dio
Taranis, presente nelle iscrizioni
dedicatorie.
Che lo
Iuppiter gallico sia da identificare nel
Dio
con la Ruota è
dimostrato dalle iscrizioni che talvolta
accompagnano le figurazioni di quest'ultimo. Che
sia da identificare con
Taranis, invece, lo si deduce dall'accostamento
dei nomi nelle dediche a quest'ultimo, ma anche da
un passo (controverso) dei
Commenti Bernesi a
Lucano.
Che questo dio, lo
Iuppiter gallico, fosse stato un dio-tuono (e non un dio-cielo
come lo
Iuppiter romano), lo si deduce dalla presenza
della ruota e dall'etimologia del nome
Taranis. Ciò non contraddice
affatto la notizia
che Cesare fornisce nella
Guerra gallica
secondo cui lo
Iuppiter gallico era considerato il re degli
dèi, per quanto non a lui era tributato il
massimo culto, essendo la regalità guerriera, nelle mitologie
indoeuropee, attributo tradizionale del dio-tuono (si veda l'esempio indiano di
Indra). |
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II - LO IUPPITER GALLICO:
L'INTERPRETAZIONE ROMANA
Nella
Guerra gallica Cesare cita
Iuppiter solo al quarto posto tra i cinque
dèi principali dei Galli, con una scolorita
formula: «è il signore degli
dèi». Al primo posto nella gerarchia
divina, infatti, Cesare aveva posto
Mercurius:
|
Post hunc Apollinem et
Martem et Iouem et
Minerua. de his eandem
fer quam reliquæ
gentes habent
hopinionem: Apollinem
morbos depellere,
Mineruam operum atque
artificiorum initia
tradere, Iouem imperium
cælestium tenere,
Martem bella
regere. |
Dopo di lui [Mercurius]
[i Galli] adorano
Apollo,
Mars,
Iuppiter e
Minerva.
Essi si fanno di questi dèi
pressappoco la stessa idea degli
altri popoli:
Apollo
guarisce dalle malattie,
Minerva insegna
i princìpi
dei lavori manuali,
Iuppiter
è il signore
degli dèi,
Mars
presiede alla
guerra. |
|
Caio Giulio Cesare:
La guerra
gallica [VI: 17] |
|
La perplessità di Cesare
è ancora una volta spiegata: la
divinità celtica che i Romani interpretarono
con
Iuppiter rassomigliava solo per alcuni tratti al
dio classico, per altri era un personaggio
affatto diverso. Questa è la ragione per cui
lo
Iuppiter gallico, che pure era il re degli
dèi, si trovava in posizione subordinata
rispetto a
Mercurius.
Il
pantheon celtico era organizzato in maniera diversa
dal pantheon classico.
La posizione
d'inferiorità dello
Iuppiter gallico rispetto a
Mercurius sembra confermata dai ritrovamenti
archeologici. Per quanto concerne il numero di
iscrizioni e dediche,
Iuppiter non raggiunge di gran lunga l'abbondanza
di
Mercurius, anche se i dati a nostra disposizione
testimoniano un culto assai sentito e duraturo.
Sembra che a
Iuppiter i Galli tributassero sacrifici
umani.
Anche l'agiografia cristiana
testimonia il perdurare della venerazione di
Iuppiter in Gallia. Suoi luoghi di culto furono
ad esempio Artins (Vita di San Giuliano), Lectoure
(Vita di San Clario), e Agde
(Passione dei Santi Tiberio, Modesto e Fiorenza).
Nelle figurazioni, lo
Iuppiter gallico porta spesso gli attributi del
suo omologo romano: lo scettro, il fulmine e
l'aquila. Ma è più importante il
fatto che venga talvolta identificato in un dio
armato di ruota. |
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III - GLI EPITETI DELLO
IUPPITER GALLICO
L'epigrafia dedicata allo
Iuppiter gallico non raggiunge l'abbondanza e
diversità di quelli dedicati a
Mercurius o
Mars, anzi testimonia quanto la figura romana
si sia sovraimpressa a quella della divinità
gallica. Alcuni di questi epiteti, a cominciare dal
diffuso
Optimus Maximus (abbreviata in
O.M.) sono
infatti di origine classica.
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Iuppiter
Accionis
Questo epiteto
può forse essere ricollegato alla
palude di Accion, presso il lago di
Ginevra, di cui parla Avieno in
Ora
maritima [682]. |
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Iuppiter
Baginatis
Etimologia: dal termine
indoeuropeo
*BHĀGOS, che indica sia la quercia che
il faggio (alberi confusi tra loro in
molte lingue) (cfr. greco
phēgós, latino
fagus).
L'esistenza di uno
Iuppiter Baginatis «delle querce» viene
a confermare la notizia di Massimo di Tiro
secondo cui i Celti adoravano
Zeús nell'immagine di una vecchia
quercia (Lógoi [VIII:
8]). Una
rappresentazione dello
Iuppiter
gallico trovata a Séguret (Vaucluse) è
accompagnata da una quercia. Anche le
cosiddette «Colonne del
Cavaliere», che si ritiene
reppresentino lo
Iuppiter gallico, sono
spesso fatte a immagine
di una quercia.
Esistono comunque
numerosissime testimonianze della santità della
quercia tra le genti galliche. In un brano della sua
storia
Storia
Naturale,
Plinio parla di una festa che si svolgeva nel sesto
giorno del mese lunare, durante la quale i druidi
salivano su una quercia sacra, tagliavano un rametto
di vischio e sacrificavano due tori bianchi; egli
stesso aggiunge che la parola «druido» deriverebbe
dalla radice
drýs «quercia».
|
Non bisogna
dimenticare a questo
proposito anche
l'ammirazione a cui il
vischio è fatto
oggetto in Gallia. I
Druidi - così si
chiamano i maghi di quei
paesi - non considerano
niente più sacro
del vischio e
dell'albero su cui esso
cresce, purché si
tratti di un rovere.
Già scelgono come
sacri i boschi di rovere
in quanto tali, e non
compiono alcun rito
religioso se non hanno
fronde di questo albero
tanto che il termine di
Druidi può
sembrare di derivazione
greca. In realtà
essi ritengono tutto
ciò che nasce
sulle piante di rovere
come inviato dal cielo,
un segno che l'albero
è stato scelto
dalla divinità
stessa. Peraltro il
vischio di rovere
è molto raro a
trovarsi e quando viene
scoperto lo si raccoglie
con grande devozione:
innanzitutto al sesto
giorno della luna (che
segna per loro l'inizio
del mese e dell'anno e
del secolo, ogni trent'anni), e questo
perché in tale
giorno la luna ha
già abbastanza
forza e non è a
mezzo. Il nome che hanno
dato al vischio
significa «che
guarisce tutto».
Dopo aver apprestato
secondo il rituale il
sacrificio e il
banchetto ai piedi
dell'albero, fanno
avvicinare due tori
bianchi a cui per la
prima volta vengono
legate le corna. Il
sacerdote, vestito di
bianco, sale
sull'albero, taglia il
vischio con un falcetto
d'oro e lo raccoglie in
un panno bianco. Poi
immolano le vittime,
pregando il dio
perché renda il
suo dono propizio a
coloro ai quali lo ha
destinato. Ritengono che
il vischio, preso in
pozione, dia la
capacità di
riprodursi a qualunque
animale sterile, e che
sia un rimedio contro
tutti i veleni:
così grande
è la devozione
che certi popoli
rivolgono a cose per lo
più prive
d'importanza. |
|
Plinio:
Storia Naturale [XVI:
95] |
|
Il
rapporto tra il dio fulminante e la
quercia non è affatto una
caratteristica celtica, anzi, sembra
essere una costante di molte mitologie. In
Grecia c'era uno Zeús
Phēgōnaîos; in Frigia uno Zeús
Bagaîos; a
Roma si aveva parimenti uno Iuppiter
Quercus.
Non ci si
stupisce dunque di trovare anche in ambito
celtico uno
Iuppiter Baginatis, a continuare questo lungo
rapporto tra il dio fulminante e la
quercia. La quercia era inoltre sacra
a
Þórr
nel mondo germanico, e il dio del tuono
baltico,
Pērkuns/Perkū́nas
(a cui va forse anche aggiunto forse anche il russo
Perun) sembra
derivi dall'indoeuropeo
*PERKUOS
«quercia»
[VEDI].
|
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Iuppiter
Beissirissa
Di significato
sconosciuto, questo epiteto è
attribuito a
Iuppiter in una sola iscrizione trovata
a Cadéac
(Hautes-Pyrénées), nel
territorio dei Bigerrioni
[CIL xiii
370]. |
|
Iuppiter
Brixianus
Con questo epiteto,
Iuppiter era localmente adorato nella
città cisalpina di Brescia
[Brixia]
(Pascal 1964,
Green 1992). |
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Iuppiter
Bussumarus
Da
bussu «colpo» e
maru «grande» (cfr.
irlandese
mór «grande»). Dunque
«Colui che ben colpisce». |
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Iuppiter
Cernenus
Diffuso nella Dacia
romana. Per questo epiteto è stato
proposto un parallelo con il nome di
Cernunnos, anche se potrebbe invece
derivare dal luogo di provenienza:
Verespatak vicino a Korna. |
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Iuppiter
Ladicus
Con questo nome,
Iuppiter era adorato sul monte Ladus dai
Celtiberi del nord-ovest della
Spagna. |
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Iuppiter
Optimus Maximus
Abbreviata in
O.M., quest'iscrizione è di
origine classica. Si tratta di uno dei
più importanti e diffusi epiteti
dello
Iuppiter romano. [ANTOLOGIA]. |
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Iuppiter
Parthinus/Partinus
Con l'epiteto di
Parthinus o
Partinus,
Iuppiter era adorato lungo i confini
nord-orientali della Dalmazia (Jugoslavia)
e della Moesia Superiore (Bulgaria)
[CIL iii 8353
14613]. È
possibile che questo epiteto sia legato
alla locale tribù dei Partheni
(Wilkes 1969,
Čremošnik 1959, Green 1984, Green 1998). |
|
Iuppiter
Pœninus
«Delle
vette», dalla radice celtica
penn «testa, capo, cima»
(cfr. i nomi delle Alpi Pennine e dei
monti Appennini). Attestato in
un'iscrizione trovata a Tirnovo. È
epiteto di
Iuppiter, ma in un caso anche di
Silvanus. Di un dio
Pœninus,
adorato dai Seduni Veragri tra i valichi alpini, parla Tito Livio,
associando tra l'altro il suo nome a quello dei
Cartaginesi [Pœni]
che vi sarebbero transitati al seguito di Annibale:
|
...eo magis miror ambigi quanam
Alpes transierit et vulgo credere
Pœnino - atque inde nomen ei iugo
Alpium inditum - transgressum,
Cœlium per Cremonis iugum dicere
transisse; qui ambo saltus eum non
in Taurinos sed per Salassos
montanos ad Libuos Gallos
deduxerint. Nec veri simile est ea
tum ad Galliam patuisse itinera;
utique quæ ad Pœninum ferunt
obsæpta gentibus semigermanis
fuissent. Neque hercule montibus
hism si quem forte id movet, ab
transiuto Pœnorum ullo Seduni
Veragri, incolæ iugi eius, [nomen] norint inditum sed ab eo quem in
summo sacratum vertice Pœninum
montani appellant. |
Mi meraviglio che vi
sia disaccordo circa il
valico attraverso il
quale Annibale
varcò le Alpi; mi
stupisco anche che
generalmente si creda
sia passato per il
Pennino (anche se questo sarebbe
il motivo per cui quel
valico ha questo nome) e che Celio
dica che è passato attraverso il
passo di Cremone. Entrambi questi
valichi non lo avrebbero condotto
nel territorio dei Taurini ma in
quello dei Galli Liqui, dopo aver
attraversato la regione montagnosa
dei Salassi. E non sembra
plausibile che a quel tempo quelle
vie verso la Gallia fossero aperte
e, in ogni caso, quelle che portano
al valico del Pennino sarebbero
state sbarrate da popolazioni
semi-germaniche. E certo i Seduni
Veragri, abitanti di
quella zona montagnosa,
non attribuiscono
l'origine del nome di
questi monti al
passaggio dei
Cartaginesi [Pœni]:
essi fanno derivare quel
nome dal dio che,
adorato sulla cima
più alta,
è chiamato
Pœninus
dai montanari. |
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Tito Livio:
Storia di Roma
dalla Fondazione [XXI: 38: 9] |
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Iuppiter
Sucælus
Il problematico epiteto
Sucælus è stato trovato a Mainz
in una dedica a
Iuppiter Optimus Maximus:
Secondo alcuni autori, questo epiteto
identificherebbe
Iuppiter
con
Sucellus
(Pisani 1949, Lambrechts 1942)
Non condividiamo questa identificazione. [VEDI] |
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Iuppiter
Taranis/Taranuc(n)us/Tanaros
La forma primaria di
questo epiteto è
Taranis «tonante» (una sola
iscrizione dalla Gallia
[CIL xii
820]). Sue varianti
sono
Taranucnus (due iscrizioni dalla
Germania [CIL xiii 6094,
6478]) e
Taranucus (una dalla Dalmazia [CIL iii
2804]). Altra
variante è
Tanaros (dalla Britannia
[CIL vii
168]) [ANTOLOGIA].
[VEDI]. |
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Iuppiter
Uxellinus
Forse da intendersi con
«Altissimo», con possibile
allusione alle sue qualità di
dio-cielo,
Iuppiter era così venerato
nel Norico, in
Austria
[CIL iii 5145]
(Alföldy
1974, Green 1986, Green 1992).
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IV - IL DIO CON LA RUOTA
|
Il cosiddetto
Dio
con la Ruota compare in
molte figurazioni galliche: si tratta di un
personaggio barbuto, nudo, che si appoggia o regge
in pugno una ruota con un numero variabile di
raggi. In alcune immagini il dio viene identificato
con
Iuppiter.
Esaminiamo le immagini
più importanti del
Dio
con la Ruota.
Sul calderone di Gundestrup
compare un personaggio barbuto che solleva in alto
ambedue le braccia: la destra sembra afferrare una
ruota con otto raggi, visibile solo per
metà; accanto, un giovane inginocchiato
sembra prendere la ruota con entrambe le mani. Sono
inoltre rappresentate due pantere che si muovono
verso destra e tre grifoni che si muovono verso
sinistra; sotto si trova il simbolo celtico del Serpente
Criocefalo. Purtroppo non vi
sono iscrizioni. [MUSEO]
Una statuetta di bronzo,
ugualmente anonima, rinvenuta a Châtelet
(Haute-Marne) rappresenta un uomo nudo con la
barba. Regge con la mano sinistra una ruota a sei
raggi, deposta al suolo accanto a sé; nella
mano destra, sollevata, impugna quello che sembra
il simbolo classico del fulmine. Al braccio destro
sono appesi nove oggetti dall'andamento sinuoso di
non facile interpretazione (non è molto
chiara l'ipotesi di alcuni autori secondo il quale
tali oggetti simboleggerebbero la traccia lasciata
dal lampo). [MUSEO]
C'è
poi la statua proveniente da Séguret
(Vaucluse), l'antico territorio degli Avantici,
dove il dio si appoggia con la destra a una ruota a
dieci raggi. Altri esempi sono stati trovati a
Trier. C'è anche la matrice di una statua che tiene una ruota
in ambedue le mani, proveniente da Caer Llyon, l'antica Isca Silurum,
nel Galles. Poche di queste figurazioni portano
iscrizioni, come la statua di Landouzy-la-Ville
(Aisne), dove I.O.M.
è la tradizionale sigla per
Iuppiter Optimus Maximus.
|
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Talvolta compare il simbolo
della ruota, ma senza la figura divina. Un altare
trovato presso Laudan (Dip. Gard) presenta su
ambedue i lati un'aquila e una ruota a cinque
raggi. Un altro proveniente da Lasargues
[MUSEO] mostra una ruota a sei raggi tra due
fulmini; l'iscrizione è anche qui una dedica
a
Iuppiter:
A Montmirat (Gard) è
venuto alla luce un frammento di altare con una
ruota a nove raggi, sotto cui era effigiato un
fulgur
conditum. Su un altare a
Vauvert, presso Nîmes, troviamo su una
facciata una ruota con otto raggi e su ambedue i
lati un fulmine stilizzato. Altri tre altari sono
stati dedicati a
Iuppiter nell'Inghilterra del nord (di cui due
dedicati da devoti appartenenti alla tribù
germanica dei Tungri!).
Qualche volta la ruota compare
anche come attributo di
Iuno sposa di
Iuppiter (Autun, Alzey, Tongern).
Nonostante la maggior parte
delle figurazioni del
Dio
con la Ruota sia
anonima, le poche dediche sono sempre e comunque
rivolte a
Iuppiter; si è visto che anche alcune
immagini di ruote portano dediche a
Iuppiter.
È evidente che la
ruota sia il simbolo che i Galli attribuivano a
quel loro dio che in epoca romana venne assimilato
a
Iuppiter. Lo
Iuppiter gallico e il
Dio
con la Ruota sono, con
sufficiente certezza, lo stesso personaggio. |
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V - SIGNIFICATO DELLA
RUOTA
Abbiamo visto
come il simbolo della ruota sia il tradizionale
attributo di
Iuppiter in Gallia, sia che compaia impugnata dal
dio, sia che appaia senza la figura divina. In
entrambi i casi vi sono esempî di iscrizioni
che rimandano a
Iuppiter Optimus Maximus.
Piccole ruote erano portate come
amuleto tanto in Gallia quanto in Britannia. Nel
sud della Francia sono state rinvenute monete che
mostrano una ruota con quattro spirali o una croce
(si tratta di riproduzioni del
kýklos
mantikós di
Delfi, ma il loro adattamento in Gallia dovrebbe
indicare che esse trovavano corrispondenza nelle
concezioni locali).
Ma qual è il significato
della ruota? Gli studiosi sono arrivati a
interpretazioni diverse. Secondo Gaidoz la ruota
era un simbolo solare
(Gaidoz
1884), idea ripresa da altri
autori (Vendryes
1948, Pettazzoni
1954). Anche De Vries considera il
Dio
con la Ruota una
divinità di carattere celeste, di cui il
sole sarebbe la più radiosa manifestazione,
e siccome il sole vede tutto, il
Dio
con la Ruota sarebbe
anche un dio onniveggente e invocato nei
giuramenti, ed al proposito De Vries ricorda le
antiche formule irlandesi in cui s'invocano le
forze della natura: il sole spesso nominato in
primo luogo, poi la luna e le stelle
(De Vries 1961).
Altri studiosi hanno visto nella
ruota il simbolo del ciclo dell'anno, preludendo a
certe immagini medievali dove l'anno è
raffigurato come una ruota, divisa in quattro o
dodici parti, quante sono le stagioni o i mesi. Ma
in tal caso la ruota impugnata dal dio non dovrebbe
avere un numero di raggi così incerto e
variabile.
Flouest ha invece visto nella
ruota un simbolo del tuono, richiamando
l'attenzione sull'idea del carro su cui viaggerebbe
un dio del tuono: quest'idea si richiama al
parallelo germanico, dove il dio-tuono
Þórr
viaggia su un carro tirato da caproni, le
cui ruote producono il rombo del tuono tra le nubi
(Flouest 1885). A tale opinione fanno
seguito molti autori
(Renel 1907, Hatt 1951).
È questa, a nostro avviso, la proposta
più ragionevole, soprattutto tenendo conto
dei molti parallelismi che sussistevano tra le
culture celtica germanica. |
|
VI - TARANIS: FONTI CLASSICHE
E TESTIMONIANZE EPIGRAFICHE
Il più importante epiteto
gallico di
Iuppiter è
Taranis, ricordato dal poeta Lucano in un celebre verso del
Farsalia
, ripreso poi dai suoi
scoliasti, con qualche identificazione
discordante:
|
...Et
Taranis Schythicæ non
mitior ara Dianæ. |
...E
l'ara di
Taranis non più mite di quella
di Diana scitica. |
|
M. Anneo
Lucano:
Farsalia [BRANO] |
|
Taranis
/
Dis
pater presso di loro viene
placato in questo modo: uomini
vengono bruciati vivi in tini di
legno [...]. [Credono] che
Taranis
sia
Iuppiter,
signore delle guerre e
massimo fra gli
dèi celesti,
avvezzo un tempo a
essere placato con
vittime umane, ora con
sacrificio di animali. |
|
Commenti Bernesi a
Lucano [BRANO] |
|
Lucano cita il nome del dio
senza ridurlo a epiteto e questo ci autorizza a
pensare che
Taranis fosse il nome proprio di una
divinità identificata con lo
Iuppiter romano.
Purtroppo i
Commenti Bernesi sono fonte di
confusione: essi identificano
Taranis prima con
Iuppiter e poi con
Dis Pater.
Possiamo accettare la prima interpretazione, la seconda lascia
un po' perplessi. L'ignoto scoliaste sembra operare le sue
identificazioni su basi alquanto discutibili!
Se conosciamo il nome del
dio al nominativo lo dobbiamo appunto a Lucano. Le fonti
archeologiche sono poche e contraddittorie, e il nome del dio
vi compare in forme declinate o derivate.
Conosciamo sette altari
dedicati a un dio il cui nome può essere fatto risalire al
Taranis
di Lucano, tutti eretti nel corso
dell'occupazione romana dei territori celtici. Essi
hanno provenienza eterogenea, provenendo
rispettivamente da Orgon, Thauron e Tours in
Francia, Chester in Britannia, Böckingen e
Godranstein in Germania e Scardona in
Slovenia.
In una sola di queste iscrizioni
ritroviamo il
Taranis
di Lucano
[CIL xii 820]. È
stata rinvenuta ad Orgon
(Bouches-du-Rhône) nel 1886 ed oggi è
custodita nel Musée Calvet di Avignone. Si
tratta di una dedica scritta in lettere greche,
fatta da un certo Vebrumaros
nel II secolo, dove il nome del dio compare declinato al
dativo in Taranoou:
|
ΟΥΗΒΡΟΥΜΑΡΟC
ΔΕΔΕ ΤΑΡΑΝΟΟΥ
ΒΡΑΤΟΥΔΕΚΑΝΤΕΜ |
|
Ouēbromaros
Dede Taranoou
Bratoudekantem |
|
[CIL xii 820] [MUSEO]
[ANTOLOGIA] |
|
Ci sono poi
le varianti del nome. Un'iscrizione latina a
Iuppiter Taranucus rinvenuta a Scardona in Dalmazia
(Slovenia)
[CIL iii 2804], e due iscrizioni dedicate a
Taranucnus
entrambe provenienti dalla Germania. La prima di esse
[CIL xiii 6094] è stata rinvenuta a Godranstein presso Landau
ed è:
|
IN
H
D
D DEO
TARANVCNO
TRAVINI
QVIBVS
EX
COLLATA STIRPE
IVL IVL
IVSS
|
|
In honorem Domus
Divinæ Deo
Taranucno
travini
quibus ex
collata stirpe [+]
Iulius Iul[+]
iussu [+] |
|
[CIL xiii 6094]
[ANTOLOGIA] |
|
La seconda, incisa sull'altare
gallo-romano trovato a Böckingen presso
Heilbronn, è dedicata al dio per ordine [ex iussu]
di un certo Veratius Primus:
|
DEO
TARANUCNO
VERATIVS
PRIMVS
EX IVSSV
|
|
Deo
Taranuno
Veratius Primus
ex iussu |
|
[CIL xii
6478] [MUSEO]
[ANTOLOGIA] |
|
La forma alternativa
Tanaros appare nella dedica trovata a Chester,
in Britannia
[CIL vii 168]. L'altare è quasi completamente
consumato e per la sua lettura è stato
necessario affidarsi a una trascrizione più
tarda (Green 1992). Il testo viene
generalmente accettato come segue:
|
A
Iuppiter Optimus Maximus
Tanaros, Lucius Bruttius Præsens, della tribù Galeria, da
Clunia [Spagna], a capo della Legione XX Valeria Victrix,
volentieri e giustamente ha adempiuto al suo voto
durante i consolati di Commodus e Lateranus [154 d.C.].
[CIL vii 168]
|
Quest'ultima iscrizione è
forse da mettere in relazione con un'altra
rinvenuta a Blockberg
[CIL iii 10418]
che contiene solo le quattro iniziali
I.O.M.T..
Queste iscrizioni provengono dunque dalla Francia,
dalla Germania, dalla Slovenia e dalla Britannia.
Il che ci permette di constatare quanto il culto di
Taranis fosse diffuso in tutta l'area
celtica.
|
|
VII - TARANIS:
INTERPRETAZIONI
Il nome
Taranis, attestato
in questa forma nelle fonti classiche e
nell'iscrizione in caratteri greci di Orgon
[CIL xii
820], deriva senza dubbio dalla radice
*taran-
«tuono» (cfr.
bretone
taran e
antico irlandese
torann
«tuono»; la forma in moderno irlandese
è
toirneach).
Dunque questo nome va reso come «Tuono» o
«Tonante».
Più problematica la forma
Taranucnus, presente nelle iscrizioni renane
[CIL xiii
6094 6478] con la variazione
dalmata di
Taranucus
[CIL iii 2804]. Secondo Pisani, poiché il
suffisso
-cno
indicherebbe un patronimico, il dio chiamato
Taranucnus sarebbe in realtà un figlio del
dio
Taranis e non
Taranis stesso
(Pisani 1949). Più convincente l'ipotesi secondo la quale il termine vada
considerato come titolo aggettivale, e quindi
«Colui che tuona»
(Green 1992).
La forma
Tanaros, attestata nell'iscrizione di Chester
[CIL vii
168], si spiega ipotizzando
un'alternanza di radici
*taran-/*tanar-,
di cui una si è formata dall'altra per
metatesi (inversione delle consonanti), anche se
non è facile capire quale sia la forma
originale e quale la derivata. Si può invece
respingere l'ipotesi che vorrebbe far derivare la
forma
Tanaros dal nome greco del fiume ligure Tanaro
[Tánaros].
Lo scarso numero di iscrizioni
rivolte a questo dio, soltanto sette in tutta
l'area celtica, fanno pensare, a dispetto delle
informazioni di Lucano, che
Taranis non fosse stata una divinità
celtica molto importante; di contro non si
può fare a meno di notare che questi sette
monumenti sono ben distribuiti, essendo stati
trovati in Gallia, in Germania, in Britannia e
persino in Dalmazia, implicando quindi che
Taranis fosse perlomeno conosciuto su una vasta
area. Secondo la Green, è possibile che
Lucano abbia esagerato l'importanza del dio per
ignoranza o per licenza poetica; sembra infatti che
egli non avesse visitato personalmente la Gallia e
quindi abbia ottenuto le informazioni di seconda
mano, portando i chiosatori posteriori a
esagerare l'importanza dei pochi nomi tramandati
dalle fonti classiche
(Green 1992).
Nessuna delle dediche a
Taranis che possediamo è accompagnata
dall'immagine del dio, così non sappiamo con
certezza quale fosse il suo aspetto.
L'interpretazione di
Taranis
quale dio del tuono, dovuta esclusivamente all'etimologia del
nome e ormai ampiamente accettata dalla maggioranza degli
studiosi, fu proposta già nella prima metà del Settecento
(Martin 1727). Improbabili le
ipotesi che designano
Taranis un dio solare e psicopompo
(Le Roux 1955), o addirittura un dio
dei morti
(Lambrechts 1942). Restrittiva l'ipotesi che lo indica
come un dio dei giuramenti
(Van Hamel 1934). Da scartare anche l'ipotesi che
pretenderebbe di identificare
Taranis nel
Dio
col Mazzuolo,
il quale
nell'epigrafia si chiama invece
Sucellos.
Ma il punto dolente della
questione è se
Taranis vada o meno identificato con lo
Iuppiter gallico di cui parla Cesare nella
Guerra gallica. Delle
sette dediche, soltanto in tre il teonimo è usato come epiteto
di
Iuppiter, e cioè nella dedica proveniente
dalla Dalmazia, in quella da Thauron e in quella da
Chester. La maggior parte degli esperti si è
pronunciata a favore della correttezza di tale
identificazione
(Heichelheim
1932, Lambrechts 1942, Grenier 1945, Duval 1954 e 1957, Le Roux 1959). Altri autori, pur
accettando tale identificazione, pensano tuttavia
che sia stata effettuata su basi piuttosto
superficiali: mentre lo
Iuppiter romano era una divinità
complessa, con un'ampia gamma di funzioni che
variavano dalla regalità al potere
atmosferico,
Taranis sembra essere stato esclusivamente una
divinità naturalistica
(Green 1998). Tale affermazione, tuttavia, è
basata sul fatto che quel poco che sappiamo di
Taranis siamo stati costretti a dedurlo per via
etimologica e quindi non sappiamo quali sfumature
della divinità siano andate perdute.
Al contrario, De Vries, che come
abbiamo visto considera la ruota un simbolo solare
e dunque dà allo
Iuppiter gallico un carattere di dio-cielo, nega la sua identificazione con
Taranis. Secondo quest'ultimo studioso,
Taranis sarebbe stato essenzialmente un
dio-tuono sul tipo di
Indra
o
Þórr, e come
tale legato alla casta guerriera; se in epoca
romana venne interpretato con
Iuppiter, lo fu solo a causa del suo carattere
tonante (De Vries 1961). Ma anche se la
ruota può essere interpretata come simbolo
solare, non esistono reali identificazioni tra
dio-sole e dio-tuono
(Green 1992).
La nostra opinione è che
il vizio di interpretazione è piuttosto tra
lo
Iuppiter romano e lo
Iuppiter gallico, il primo un dio-cielo e il secondo un dio-tuono, avvicinati
l'uno all'altro esclusivamente per il comune
carattere tonante. Ritengo che lo
Iuppiter gallico, ovvero il
Dio
con la Ruota, sia stato
a tutti gli effetti un dio-tuono sul tipo di
Indra
o
Þórr, e che
quindi si possa senz'altro accettare la sua
identificazione con
Taranis. Ed ora vedremo per quali
ragioni. |
|
VIII - LO IUPPITER GALLICO:
DIO-CIELO O DIO-TUONO?
La questione
dello
Iuppiter gallico, che ha a lungo diviso gli
studiosi, è alla fine riassumibile in due
scuole di pensiero. C'è chi vuole che lo
Iuppiter gallico fosse stato un dio-cielo, sulla falsariga dello
Iuppiter classico; chi pensa invece a un dio-tuono,
come il
Þórr germanico.
Chi opta per la seconda alternativa ammette
l'identità tra lo
Iuppiter gallico e
Taranis, altrimenti è costretto a
considerarli due divinità distinte.
Prima di affrontare il problema,
sarà meglio definire entrambi i mitologemi,
del dio-cielo e
del dio-tuono,
ben distinti in tutte le mitologie di matrice
indoeuropea.
In termini tradizionali, il dio-cielo
è l'incarnazione del cielo nel suo aspetto
più alto e luminoso. Il dio-cielo simboleggia la legge eterna che dirige
il tempo e lo spazio, e quindi l'ordine cosmico. Ma
come conseguenza, il dio-cielo
tende a porsi in un sovrumano distacco dalle cose
terrene, cosicché nei suoi vari esiti
troviamo la sua figura quasi sempre piuttosto
sbiadita e lontana. Il dio-cielo,
pur avendo mutato la fisionomia, ha conservato
quasi dovunque un nome derivato dall'originario *DIĒUS PƏTER indoeuropeo.
Abbiamo così Dyaus Pitar
in India, Zeús
Patḗr in Grecia,
Iuppiter a Roma e *Tīwaz / Týr
tra i Germani.
Il dio-tuono
è invece il re degli dèi, dunque il
detentore della regalità guerriera. È
un dio atmosferico, signore delle nubi e della
pioggia. È colui che tutela l'ordine cosmico
contro le forze del caos, l'uccisore dei mostri e
dei giganti, e le sue armi sono il tuono e la
folgore. Al contrario del dio-cielo,
il dio tuono non ha conservato il nome originale,
ma la sua fisionomia è rimasta
pressoché inalterata in tutte le mitologie.
È Indra in India,
Hēraklês in Grecia,
Hercules a
Roma,
*Þūnraz
/
Þórr
tra i
Germani.
A questo punto dobbiamo
chiederci chi fosse lo Iuppiter gallico: un dio-cielo
abbassato di livello, o un dio-tuono
ancora perfettamente funzionale?
La nostra idea è che si
trattasse effettivamente di un dio-tuono.
Parecchi elementi riconducono
verso questa assimilazione: la sua regalità
di second'ordine, il fulmine che impugna, la ruota
che simboleggia forse il rombo del tuono, e
ovviamente l'epiteto
Taranis
/ Tanaros che non solo ci riporta all'idea di
tuono, ma che sembra anche corradicale con il nome
del dio-tuono
germanico
*Þūnraz
/
Þórr.
Data questa ipotesi di lavoro,
facciamo un rapido confronto con le altre mitologie
indoeuropee, e analizziamo i vari esiti di dio-cielo e dio-tuono.
Nell'India vedica troviamo, fin
dai primi documenti a noi pervenuti, il dio-cielo
Dyaus
Pitar quasi del tutto
assente dalla mitologia. Il dio-tuono
Indra ha
invece la parte dell'impetuoso re degli dèi,
la cui arma prediletta è il fulmine
[vajra]. Nel
mito,
Indra appare
come l'uccisore del serpente
Vṛtra,
che con le sue spire tratteneva le acque del mondo
provocando la siccità.
La Grecia dovette invece subire,
negli stadî più arcaici del suo
sviluppo culturale, l'influsso culturale del Medio
Oriente. La figura del dio-cielo fu
caricata di una regalità di stampo
orientale, sulla falsariga delle divinità
supreme delle mitologie semitiche (Ba‘al,
Marduk,
Yahweh);
come risultato,
Zeús
assunse una regalità più diretta, non
dissimile da quella dei monarchi orientali, si
armò del fulmine e prese potere
sull'atmosfera e sulla pioggia. Il dio-tuono
Hēraklês, privato della regalità
guerriera, scaduto il fulmine in una semplice
clava, fu invece declassato al rango di semi-dio e
si accontentò di portare avanti la sua
tradizionale missione di uccisore di mostri.
A Roma la situazione fu forse
diversa, prima che il fascino esercitato dal mondo
ellenico inducesse i Romani a ridefinire i
caratteri delle loro divinità sul calco di
quelle greche. Tuttavia qui
Iuppiter conservò molti più
caratteri del dio-cielo di
quanto non fosse avvenuto in Grecia ed
Hercules fu sempre considerato un dio a tutti gli
effetti.
Ora, mentre in Grecia ed a
Roma il dio-cielo si arricchiva a spese del dio-tuono, tra i
Germani ebbe un esito completamente diverso. Qui, toccò invece
al dio-vento
*Wōtanaz / Óðinn divenire dio supremo, riducendo il dio-cielo
*Tīwaz / Týr
a una scialba figura di contorno; il dio-tuono
*Þūnraz
/
Þórr
rimase un
guerriero fracassone, grande uccisore di mostri,
nonché signore del tuono, ma privo della
regalità:
*Wōtanaz
/
Óðinn aveva assunto in sé sia la
regalità guerriera del dio-tuono, sia la supremità del dio-cielo.
Anche tra i Celti, come tra i
Germani, il trasferimento del dio-vento in posizione suprema rivoluzionò
i quadri del pantheon, ma in maniera un po'
diversa. Il
Mercurius gallico ebbe la supremità, ma non
la regalità, che evidentemente rimase allo
Iuppiter gallico. Ecco perché nella sua
lista, Cesare cita
Mercurius al primo posto tra le cinque principali
divinità galliche, e mette al quarto posto
Iuppiter, anche se afferma essere il re degli
dèi. In effetti è possibile che lo
Iuppiter gallico fosse un sovrano tipo
Indra: un re guerriero, ma non il detentore
della suprema regalità.
La cosa è perfettamente
ammissibile. Si ricordi del resto che anche il dio-tuono
germanico
*Þūnraz
/
Þórr
venne in
seguito interpretato con
Iuppiter.
Quanto abbiamo detto non esclude
però che differenti figure divine del
pantheon celtico non possano essere state
parallelamente identificate con
Iuppiter in epoca gallo-romana; oppure (il che
è la stessa cosa) che lo Iuppiter romano in
Gallia non abbia assunto su di sé epiteti e
attributi di altre divinità celtiche. Tra
queste potrebbe esserci stato per esempio un antico dio-cielo
celtico ormai uscito dal culto e dalla
mitologia.
Questo fatto spiegherebbe la
compresenza, per quanto riguarda lo
Iuppiter gallico, di epiteti da dio-tuono, quali
Taranis «tonante»,
Baginatis «delle querce»,
Bussumarus «colui che ben colpisce»,
accanto a epiteti più adatti a un dio-cielo,
come
Uxellinus «altissimo» e forse il
discusso
Sucælus (cfr. latino
cælum
«cielo»). |
|
IX - RAPPORTI TRA IL
DIO-TUONO GERMANICO E IL DIO-TUONO CELTICO
Abbiamo visto che il più
importante degli epiteti dello
Iuppiter gallico è
Taranis (dalla radice
*taran
«tuono»). Abbiamo anche visto che una
delle forme alternative di questo nome è
Tanaros, spiegabile ipotizzando un'alternanza di
radici
*taran-/*tanar-,
di cui una si sarebbe formata dall'altra per
metatesi o inversione delle consonanti
(TRN/TNR).
Ora, questa seconda successione
di consonanti (TNR) la
troviamo nel nome del dio-tuono
germanico
*Þūnraz. È infatti probabile che lo
Iuppiter gallico (Taranis), sia stato un personaggio assai simile
al dio-tuono
germanico.
Tra i Germani il dio-tuono si chiamava
*Þūnraz (da cui l'antico alto tedesco
donar
«tuono» e il norreno
Þórr). Secondo
le tradizioni scandinave, Þórr produceva il fulmine con il martello
Mjöllnir e il rombo del tuono con le ruote del
suo carro (e fulmine e ruota sembrano appunto gli
elementi caratteristici dello Iuppiter
gallico).
Già Tacito aveva
identificato il dio-tuono
germanico
*Þūnraz con il dio-tuono romano
Hercules (Germania [9])
[BRANO], basandosi verosimilmente sul fatto che
erano entrambi eroi forzuti avvezzi a uccidere
mostri a colpi di clava o di maglio. In seguito, il dio-tuono
germanico
*Þūnraz venne piuttosto identificato col dio-cielo
romano Iuppiter a
causa del carattere tonante. Ecco perché il
giovedì (latino
dies Iovis),
giorno tradizionalmente sacro al dio-cielo, nelle lingue germaniche è invece
associato al dio-tuono
(tedesco Donnerstag,
inglese thursday,
danese e svedese torsdag).
Ci troviamo dunque di fronte a
due diverse divinità, un dio-tuono celtico e un dio-tuono
germanico, che i Romani interpretarono entrambe con
Iuppiter. Che tali divinità fossero simili
è ragionevole. Non c'è motivo per
pensare che Celti e Germani avessero innalzato una
barriera tra l'una e l'altra sponda del Reno; anzi,
vi sono tutte le ragioni per credere a profondi
scambi culturali tra i due popoli. È dunque
probabile che esistesse una figura divina di dio-tuono,
diffusa indifferentemente tra Celti e Germani, i
cui attributi sfumassero di popolazione in
popolazione. Il suo nome copriva un vasto spettro
di nomi, celtici e germanici, tutti derivanti dalla
medesima radice per «tuono».
Taranis /
Tanaros tra i Celti;
*Þūnraz /
Þórr tra i Germani. |
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X - LO IUPPITER GALLICO:
POSSIBILI ESITI NELLA MITOLOGIA CELTICA
INSULARE
Un'altra domanda è: quale
personaggio della mitologia celtica insulare
può corrispondere allo
Iuppiter gallico. Ebbene, siamo costretti ad
ammettere che, secondo il nostro schema, non
è possibile rintracciare con sicurezza, tra
i Celti insulari, alcun dio omologo allo
Iuppiter /
Taranis.
In genere si è cercato di
ritrovare lo
Iuppiter gallico nel
Dagda Mór irlandese. Ad assimilare le due figure
ci sarebbero innanzitutto la mazza del
Dagda, che era montata su ruote, e il fatto
che il
Dagda
fosse
chiamato «Padre di Tutti» [Ollathair]. Tuttavia, se
la nostra ipotesi è buona e lo Iuppiter
gallico è un dio-tuono,
allora quest'interpretazione viene a cadere: il
Dagda Mór non ha
assolutamente nulla del tradizionale dio-tuono, tranne, forse, la spiccata ingordigia.
E ancora, la mazza del
Dagda,
capace di dare la morte ma di far tornare alla
vita, sembra avere molti punti in comune con il
martello di
Þórr. Ma come
vedremo meglio in seguito, noi associamo piuttosto
il
Dagda Mór al dio
Sucellos.
Anche
Núada
Aircetlám sembra
avere poco dello
Iuppiter
gallico, a parte la sua regalità guerriera. Il mito della
mutilazione del braccio di
Núada
però ha riscontro nel mito norreno del dio-cielo
Týr,
che ebbe la mano staccata dal lupo
Fenrir. Ma tutto ciò è
insufficiente per interpretare
Núada in entrambi i sensi: sia come dio-tuono
che come dio-cielo.
Eliminati il
Dagda Mór e
Núada, non esistono personaggi della mitologia
celtica insulare che possiamo porre vicini allo
Iuppiter gallico. |
|
XI - LE COLONNE DEL CAVALIERE
Lo scorcio
superstite di un antico mito celtico che aveva
forse come protagonista lo
Iuppiter gallico, compare in una serie di circa
150 monumenti, eretti fra gli anni 170 e 240 d.C..
Tali monumenti, detti «Colonne del
Cavaliere» (il termine tecnico è in tedesco
Jupitergigantensäule), sono diffusi soprattutto nel
territorio dei Lingoni e dei Mediomatrici, nel
nord-est della Gallia, da cui si irradiano nella
valle della Mosella, territorio dei Treveri. Ve ne
erano ancora lungo il Reno, su entrambe le sponde
del fiume, fino nella terra degli Elvezi
(Altenburg). Esemplari isolati sono stati trovati
anche nelle Fiandre, in Bretagna e nel territorio
degli Arverni. Uno è stato rinvenuto
addirittura in Britannia (Willingham Fen presso
Cambridge).
Le «Colonne del
Cavaliere» sono generalmente formate da un
tamburo di base da cui si diparte la colonna vera e
propria. Il tamburo o plinto è normalmente a
due livelli, a quattro e a otto lati, su cui sono
raffigurate le sette divinità planetarie o
quattro divinità romane:
Iuno,
Mercurius,
Hercules e
Minerva. La colonna, alta diversi metri,
è generalmente sormontata da un capitello
corinzio. In cima al capitello è ritratto un
Cavaliere
che cavalca con solenne andatura, il mantello
gonfio di vento; il fulmine di cui è armato
veniva spesso realizzato in metallo in modo che
riflettesse la luce imitando la traccia del lampo.
A volte il Cavaliere impugna la ruota a guisa di
scudo protettivo, come a Luxeuil
(Haute-Saône), Meaux (Seine-et-Marne),
Quémigny-sur-Seine (Côte-d'Or) e
Obernberg (Baviera). Il cavallo calpesta con gli
zoccoli un
Anguipede,
una sorta di gigante il cui corpo termina in una
coda di serpente o di pesce, il quale giace al
suolo schiacciato dagli zoccoli del cavallo. L'
Anguipede
è spesso barbuto, lo vediamo contorcersi dal
dolore, mentre il suo viso ferito e i suoi muscoli
tesi rivelano l'intollerabile peso del carico che
lo sta schiacciando. In un caso, tuttavia, pare che
l'Anguipede
sorregga con le proprie mani le zampe anteriori
dell'animale. Nel monumento rinvenuto nelle
vicinanze di Mainz, l'Anguipede ha
la testa che giace sotto lo zoccolo del cavallo e
guarda a ritroso il cavaliere. Vi sono poi dei casi
in cui il
Cavaliere
non monta a cavallo, ma si erge con le proprie
gambe sul mostro, come nel monumento di Grand o in
quello trovato a Waal (presso Nimega). Esemplari
completi di questo monumento, come quelli di Mainz
o di Trier, sono rari; generalmente possediamo solo
dei frammenti della figura del cavaliere.
Che il
Cavaliere
sia da identificare con lo
Iuppiter gallico lo si deduce unicamente dal
fatto che qualche volta impugna la ruota.
Un'indicazione secondaria può essere il
fatto che in certi casi tali colonne sembrano avere
come modello un albero di quercia in pieno rigoglio
(il pilastro di Stoccarda [MUSEO] è decorato con foglie di quercia
e ghiande) e la quercia era ugualmente sacra allo
Iuppiter romano ed a quello gallico. A questo si
unisce la notizia di Valerio Flacco che annota come
la tribù dei Coralli (probabilmente celtica)
venerava effigi di
Iuppiter associate a ruote e pilastri
(Argonautica [VI: 89]). Ma per quanto coerenti, queste sono
solo vaghe indicazioni: non vi è certezza
che la figura del Cavaliere sia davvero da
identificare con
Iuppiter. Nel caso tale identificazione sia
corretta, si potrebbe forse dedurre che l'idea di
collocare un'immagine del cio-cielo su un alto
pilastro poteva nascere in parte dalla
volontà di innalzarlo verso il cielo; il
pilastro era dunque percepito come un ponte tra il
mondo terreno e quello celeste
(Green 1992). Al contrario, non si può fare a
meno di notare che nel mondo classico non troviamo
mai
Iuppiter in veste di cavaliere, ragione per cui
se ne deduce facilmente che l'immagine appartiene a
buon diritto al simbolismo celtico.
Queste colonne sono state
trovate fuori dalle città e dalle grandi vie
di comunicazioni, per lo più tra le rovine
di villæ ma
anche nel letto di un fiume o nelle vicinanze di
sepolcri. Ci sono degli esempi in cui il basamento
di una pietra con quattro divinità è
stato murato sotto l'altare di una chiesa
cristiana. L'influsso romano è
incontestabile, ma non si deve concludere che si
tratti di monumenti romani
(Riese 1898). Si è anche argomentato, con
scarso fondamento, che tali monumenti fossero di
origine germanica
(Hertlein 1910).
È molto difficile
decidere che cosa significhi effettivamente la
scena. Chi o che cos'è l'Anguipede? In quale rapporto sta con il
Cavaliere
che lo sovrasta? Benoît è stato il
primo a parlare di una versione celtica della
Gigantomachia
(Benoît 1954), ripreso in seguito dalla Green secondo
la quale vi sarebbero alla base delle influenze
mediterranee
(Green 1992), cosa che De Vries aveva precedentemente
negato (De Vries 1961). Sempre secondo
la Green, ciò che tali colonne
illustrerebbero è la lotta tra cielo e mondo
sotterraneo, tra vita e morte, bene e male, luce e
oscurità. Il gigante, con i suoi arti
anguiformi, rappresenterebbe l'elemento ctonio e
negativo, soggiogato dalla forza positiva del
dio-cielo.
Questo senza negare un rapporto dualistico, di
interdipendenza, tra i due personaggi
(Green 1998). In effetti sembra di capire che
c'è stata una lotta, il
Cavaliere ha vinto e ora schiaccia sotto di
sé l'avversario; l'espressione di terrore
dell'Anguipede
s'accorderebbe con questa interpretazione.
Tra le altre teorie proposte nel
corso degli anni, interessante quella di Haug, il
quale, ritornando ritornando al tempo in cui certe
parti della Gallia erano minacciate dalle invasioni
dei Germani, ha immaginato che il monumento
raffigurasse la vittoria dell'esercito romano sui
barbari
(Haug 1891).
Hertlein ha invece pensato a una divinità
terrestre in procinto di sorreggere il cielo
(Hertlein 1910). Reinach ha visto
nell'Anguipede le acque nascoste nelle
profondità della terra
(Reinach 1914). Jullian ha pensato
invece alla vittoria del dio del sole (sempre
interpretando la ruota quale simbolo solare) sulle
tenebre
(Jullian 1907-1920). E siccome le colonne nel territorio dei
Lingoni si trovavano presso una sorgente o nel
letto d'un fiume, Lambrecht ha voluto dedurre che
il Cavaliere fosse un genio delle sorgenti, dei
laghi o dei corsi d'acqua: un'ipotesi che altri
autori hanno giudicato vaga e discutibile e non
sempre in accordo con la situazione di altri
reperti (Lambrecht
1949).
Alcuni studiosi sono convinti
che non si possa assolutamente parlare di una
battaglia. Difatti il mostro, in alcuni casi, come
per esempio nella figurazione trovava a Saint-Malo
in Bretagna, è donna. Questa circostanza ha
portato Drioux a concepire nel gruppo il dio del
sole e la dea della guerra
(Drioux 1934): ma pure si tratta di un'interpretazione
improbabile (gli esempi in cui il mostro è
una donna costituiscono delle eccezioni
isolate).
Ebbene, non conoscendo il mito
non sapremo mai quali ipotesi siano giuste o
sbagliate. Proponiamo qui, riallacciandoci in parte
a Lambrecht, una possibile soluzione dell'enigma:
il motivo indoeuropeo della lotta contro il
serpente. Nel mito vedico,
Indra, il dio-tuono,
combatté e uccise il serpente Vṛtra, il quale tratteneva tutte le acque del
mondo causando una siccità di portata
cosmica. Possiamo allora vedere nell'immagine la
lotta tra il dio-tuono e
il serpente
della siccità,
ipotesi avvalorata dal fatto che le immagini nel
territorio dei Lingoni si trovavano vicino a corsi
d'acqua, forse per scongiurare il loro disseccarsi
estivo. Che il mito indoeuropeo fosse conosciuto in
area celtica è del resto testimoniato
dall'omologo mito irlandese della lotta tra
Dían
Cécht e il serpente
Méchi, le cui ceneri vennero poi disperse
appunto nella corrente di un fiume. |
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