MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
I FIGLI DI LOKI
L'INCATENAMENTO DI FENRIR
Un cuore divorato tra i carboni ardenti, e Loki genera un lupo, un serpente e la dea della morte. Tragiche profezie si accentrano su una terribile discendenza. Gli dèi non possono mutare il proprio destino, e le tre creature vengono esiliate ai confini dello spazio, in attesa del ragnarǫk.

1 - IL CUORE DI ANGRBOÐA

I figli di Loki ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall II]

na gigantessa viveva in Jǫtunheimr: il suo nome era Angrboða. Loki trovò il suo cuore, mezzo arrostito, tra le ceneri, e lo divorò. Ne fu reso gravido e, quando giunse il suo tempo, partorì tre figli. Il primo era un lupo e fu chiamato Fenrir. Il secondo era un serpente, ed ebbe nome Jǫrmungandr. La terza, una fanciulla, aveva il volto metà fresco e roseo, metà livido e avvizzito. Le fu messo nome Hel.

Ma quando gli Æsir seppero di questi tre mostruosi figli che venivano allevati nello Jǫtunheimr, tirarono le sorti, e le profezie annunciarono che da essi sarebbero giunti soltanto sventure e dolore. Parve evidente che una così mostruosa progenie annunciasse grandi mali, vista la natura della loro madre, e soprattutto del loro padre.

2 - IL LUPO, LA FANCIULLA, IL SERPENTE

llora Óðinn mandò gli dèi nello Jǫtunheimr a prendere i tre fratelli, e li fece condurre presso di sé. Quando tale tremenda figliolanza fu giunta al suo cospetto, egli preso per primo il serpente e lo gettò nell'úthaf, l'oceano esterno che avvolge tutte le terre. Ma le gelide acque ebbero su Jǫrmungandr di esso un effetto vivificante, e il serpente crebbe così tanto che finì col circondare il mondo intero e, trovata davanti a sé la propria coda, la serrò tra le fauci, cingendo le terre in un enorme circolo vivente. Ed esso fu chiamato Miðgarðsormr, il «serpente di Miðgarðr».

Poi Óðinn rivolse la sua attenzione ad Hel. La gettò nel Niflheimr e le permise di edificare laggiù la cupa dimora di Éljúðnir. Le diede potere sui nove mondi in modo che diventasse la signora di tutti coloro che morivano di malattia o di vecchiaia. Hel divenne la dea dei defunti.

In quanto a Fenrir, le profezie lo dicevano destinato a provocare in futuro gravi sventure e, addirittura, che sarebbe divenuto l'uccisore di Óðinn. Ma gli dèi avevano tale rispetto per le loro dimore e i loro santuari, che mai avrebbero voluto macchiarle col sangue del lupo. Così salvarono la vita a Fenrir e permisero che venisse allevato nell'Ásgarðr.

Loki e i suoi figli (✍ 1978)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)
3 - L'INCATENAMENTO DI FENRIR

a crescendo, il lupo Fenrir divenne una belva enorme e feroce, tanto che solo Týr aveva il coraggio di avvicinarsi per porgergli il cibo. Gli Æsir cominciarono ad averne paura, ben conoscendo le tremende profezie che lo riguardavano. Decisero infine di incatenarlo per impedirgli di nuocere.

Gli Æsir forgiarono allora una catena resistentissima, che chiamarono Lǿðingr. Ma come avvicinare Fenrir il tempo necessario per poterlo legare? Urgeva uno stratagemma. Così mostrarono apertamente al lupo la catena e gli proposero, per sfida, di provare la sua forza contro di essa. Il lupo osservò la catena e non gli parve al di là delle proprie forze. Si lasciò legare. Poi, con un minimo sforzo, spezzò Lǿðingr e si liberò.

Ma gli Æsir non si diedero per vinti. Forgiarono una seconda catena, più resistente della prima, e la chiamarono Drómi. La portarono al lupo, proponendogli di provarla, e dissero che avrebbe avuto grande fama se avesse dimostrato di potersi liberare anche da una catena fatta con tanta maestria.

Fenrir la annusò. Gli parve piuttosto resistente, ma era anche vero che la sua forza era assai cresciuta da quando aveva spezzato Lǿðingr. Del resto, rifletté, non si otteneva alcuna fama senza affrontare i pericoli. Si lasciò incatenare. Poi si scosse, scalciò, si agitò e i frammenti della catena volarono intorno. Così, fuggì da Drómi.

Da allora esiste il detto «liberarsi di Lǿðingr» o «sfuggire da Drómi» per dire che ci si libera da qualcosa di eccessivamente gravoso.

Fenrir spezza le catene (✍ 1875)
Rona F. Hart. Illustrazione (Young ~ Field 1914)
4 - LA MANO DI TÝR

L'incatenamento di Fenrir ( 1909)
Dorothy Hardy. Illustrazione (Guerber 1909)

opo questi fatti, gli Æsir temettero che non esistesse un modo per legare Fenrir. Óðinn mandò allora Skírnir, il messaggero di Freyr, giù nello Svartálfaheimr, presso certi abilissimi nani, perché forgiassero una nuova catena. Questi gli consegnarono un laccio chiamato Gleipnir. Era sottile e morbido come un nastro di seta, ma pressoché  impossibile da spezzare. Era fatto di sei cose: rumore di gatto, barba di donna, radice di roccia, tendini d'orso, respiro di pesce e latte (o saliva) di uccello. Ed è infatti questa la ragione per cui, da quel giorno, alla donne non crebbe più la barba, il balzo del gatto non fece più alcun suono e non vi furono più radici sotto le rocce.

Quando Gleipnir fu portato agli Æsir, essi ringraziarono Skírnir per il suo servigio. Poi si recarono al lago Ámsvartnir, sull'isolotto di Lyngvi, e, convocato Fenrir, gli mostrarono il laccio e gli proposero di provare a spezzarlo, avvertendolo che era assai più resistente di quanto non apparisse dalle suo aspetto. Gli dèi se lo passarono l'un l'altro, provandolo con la forza delle proprie mani, ed esso non si strappò. Si dissero tuttavia sicuri che il lupo vi sarebbe riuscito senza sforzo.

— Non otterrò alcuna gloria facendo a pezzi un laccio così sottile — considerò Fenrir. — Ma se è resistente come dite, allora vuol dire che è fatto con malizia e inganni, e non legherà mai le mie zampe.

— Spezzare questo nastro di seta sarà uno scherzo, per te che sei riuscito a frantumare robuste catene di ferro! — risposero gli Æsir. — Ma non temere. Se non riuscirai a liberarti da una striscia così sottile, non ci farai più alcuna paura, e quindi ti libereremo.

— Io credo che, se non riuscissi a liberarmi, passerebbe molto tempo prima che veniate in mio soccorso — disse il lupo. — Sono contrario a essere legato con questo nastro. Tuttavia non mi sono mai tirato indietro di fronte a una sfida. Piuttosto, invece di sfidare il mio coraggio, ché qualcuno di voi metta la sua mano nelle mie fauci a garanzia che tutto ciò sia fatto senza alcun inganno.

Gli Æsir si guardarono l'un l'altro, e nessuno voleva assecondare la richiesta di Fenrir. Ma poi avanzò Týr e stese coraggiosamente la mano destra tra i denti del lupo. Fenrir venne legato e cominciò a cimentarsi. Ma più forte si scrollava e scalciava, più forte Gleipnir si stringeva attorno al suo corpo, finché il lupo venne ridotto all'impotenza. Allora tutti gli dèi risero. Tranne Týr, che perse la mano.

Incatenamento del lupo Fenrir ( 1905)
Emil Doepler der Jüngere (1855-1922)
MUSEO: [Doepler. Walhall II]
5 - UNA SPADA TRA LE ZANNE

Quando gli Æsir si avvidero che Fenrir era completamente immobilizzato, presero la corda che spuntava dal nastro, chiamata Gelgja, e la legarono attorno a un pesante macigno, detto Gjǫll, che stava piantato nel suolo. Poi presero una grossa pietra, chiamata Þviti, e la utilizzarono come picchetto, conficcando il macigno nelle profondità della terra. Durante tutta l'operazione, il lupo spalancava le fauci, tentando di azzannarli. Perciò gli dèi gli infilarono in bocca una spada, con l'elsa contro la mascella inferiore e la punta contro il palato, costringendolo a tenere le fauci spalancate. Quindi se ne andarono e lo lasciarono lì.

Da allora, Fenrir ulula orribilmente e dalla sua bocca esce un rivolo di bava mista a sangue, che scorre lontano e forma il fiume Ván (o Vn). Egli resterà così fino al ragnarǫk.

L'incatenamento di Fenrir ( 1984)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)
Fonti
1-5 Ljóða Edda > Lokasenna [formáli | 38-39]
Ljóða Edda
> Hyndluljóð [38-39]
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]
I - L'ESILIO DELLE POTENZE MALVAGE

Destino dei figli di Loki ( 1875)
Lorenz Frølich (1820-1908). Illustrazione (Oehlenschläger 1875-1877)

Il racconto dell'incatenamento di Fenrir, implicato in alcuni accenni della Ljóða Edda ma narrato nei dettagli da Snorri, è di importanza capitale nel ciclo escatologico scandinavo. Buona parte del mito norreno è infatti costruito come una lunga, lenta preparazione al ragnarǫk, e una porzione considerevole delle vicende divine si svolge in vista della battaglia finale.

Loki e i suoi figli sono strumenti caotici, che si oppongono per loro natura all'ordine imposto dagli dèi. Gli Æsir sanno bene che da Hel, Jǫrmungandr e Fenrir non verranno che morte e distruzione, e per questo esiliano la fanciulla nel Niflheimr, scagliano il serpente nell'oceano esterno [úthaf] e incatenano il lupo. Dei tre, soltanto la livida Hel avrà un ruolo nel sistema governato dagli Æsir, divenendo la regina dei morti. Il serpente e il lupo sono esiliati ai confini dello spazio, allontanati dalla scena del mondo. Il loro stesso padre, Loki, dopo varie azioni malvagie, verrà incatenato nel sottosuolo, in attesa della fine del mondo.

Ci si può chiedere, a questo punto, perché gli dèi non abbiano ucciso i figli di Loki, viste le terribili profezie che si accentrano su di loro. Snorri deve essersi posto la medesima domanda e vi mette una toppa piuttosto maldestra:

Þá mælti Gangleri: “Furðu illa barnaeign gat Loki, en ǫll þessi systkin eru mikil fyrir sér. En fyrir hví drápu æsir eigi úlfinn er þeim er ills ván af honum?” Quindi parlò Gangleri: “Loki ha generato dei figli assai malvagi, ma sono tutti fratelli molto potenti. Perché gli Æsir non hanno subito ucciso il lupo, se da esso avevano previsto il male?”
Hár svarar: “Svá mikils virðu goðin vé sín ok griðastaði at eigi vildu þau saurga þá með blóði úlfsins, þótt svá segi spárnar at hann muni verða at bana Óðni”. Rispose Hár: “Tanto rispetto avevano gli dèi per la loro casa e santuario, che mai avrebbero voluto sporcarla col sangue del lupo, nonostante le profezie dicessero che sarebbe divenuto l'uccisore di Óðinn”.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]

È ovvio che gli dèi hanno risparmiato Loki e i suoi figli proprio perché essi sono necessari al compimento del dramma del mondo. Le motivazioni trovano le loro ragioni d'essere nelle esigenze del mito, ma manca una giustificazione interna alla narrazione. Quel che risulta, nell'ermeneutica del racconto, è che Loki e i suoi figli non possono essere annientati, ma soltanto respinti lontano, imprigionati e resi inoffensivi, seppure con la consapevolezza che tale isolamento è soltanto transitorio e che alla fine del tempo, nel ragnarǫk, essi torneranno dal loro esilio per infrangere la potenza degli dèi e far crollare l'ordine universale.

II - CHI BRUCIÒ ANGRBOÐA?

Della gigantessa Angrboða tratta innanzitutto Snorri, il quale si limita a segnalarla cine madre di Fenrir, Jǫrmungandr ed Hel:

Angrboða heitir gýgr í Jǫtunheimum. Við henni gat Loki þrjú bǫrn. Eitt var Fenrisúlfr, annat Jǫrmungandr (þat er Miðgarðsormr), þriðja er Hel. Angrboða si chiama una gigantessa dello Jǫtunheimr con cui Loki ebbe tre figli. Uno fu il lupo Fenrir, il secondo Jǫrmungandr (che è il Miðgarðsormr), la terza è Hel.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]

Che dietro questo semplice racconto vi sia una maggiore complessità, è suggerito da un paio di strofe dell'Hyndluljóð, uno degli Eddica minora, dove leggiamo nientemeno:

Ól úlf Loki
vid Angurbodu,
en Sleipni gat
vid Svaðilfara;
eitt þótti skass
allra feiknast,
það var bródur frá
Býleistri komit.
Il lupo generò Loki
con Angrboða
e Sleipnir partorì
con Svaðilfǿri.
Il peggior mostro
parve quello
che dal fratello
venne di Býleistr.
Loki af hjarta
lindi brenndu,
fann hann hálfsviðinn
hugstein konu;
varð Loptr kviðugr
af konu illri;
þaðan er a foldu
flagð hvert komit.
Loki divorò il cuore
che giaceva nella cenere:
mezzo cotta della donna
era la pietra dell'anima.
Ingravidato fu Loptr
della donna malvagia;
da lui sulla terra
venne la stirpe dei mostri.
Ljóða Edda > Hyndluljóð [38-39]

È abbastanza difficile capire cosa fosse accaduto. A quanto pare, il «fabbro d'inganni» avrebbe trovato in mezzo alla cenere il cuore mezzo arrostito di una donna, e l'avrebbe divorato. A rigore, non sappiamo neppure se le due strofe siano consequenziali e si riferiscano alla medesima vicenda, anche se è probabile di sì, visto che abbiamo Loki a fare da leit-motiv. Ma anche se accettiamo il fatto che la proprietaria del cuore divorato da Loki nella strofa [39] sia la stessa Angrboða della strofa [38], i dettagli del mito continuano a sfuggirci. Cos'è successo ad Angrboða? Il fatto che il suo cuore sia stato trovato nella cenere fa supporre che il corpo della donna sia stato arso. La maggior parte degli autori tende a pensare che ella fosse stata messa al rogo, ma una tale lettura non è necessariamente insita nel testo che abbiamo appena letto. Da quel che ne sappiamo, Angrboða potrebbe essere bruciata nell'incendio della propria casa o arsa già cadavere sul rogo funebre.

Come notava Viktor Rydberg, l'unico altro personaggio che sia stato messo sul rogo è Gullveig, a cui si riferiscono due strofe della Vǫluspá, dove leggiamo:

Þat man hon folkvíg
fyrst í haimi,
es Gullveigu
geirum studdu
ok í hǫll Háars
hána brendu,
þrysvar brendu
þrysvar borna,
opt ósjaldan,
þó hon enn lifir.
Lei ricorda lo scontro
primo nel mondo,
quando Gullveig
urtarono con lance
e nelle sale di Hár
le dettero fuoco:
tre volte l'arsero,
tre volte rinacque,
e altre tre volte,
ma è ancora in vita!
Heiði hétu,
hvars til húsa kom,
vǫlu velspáa,
vitti hon ganda;
seið, hvars kunni,
seið hug leikinn;
æ vas hon angan
illrar brúðar.
«Splendente» [Heiðr] le misero nome:
dovunque venisse nelle case
indovina esperta in profezie,
dava potere alle magiche verghe;
incantò, dovunque poteva,
incantò i sensi,
sempre era la delizia
di spose malvagie.
Ljóða Edda > Vǫluspá [21-22]

È abbastanza problematico interpretare un passo di cui sappiamo poco (Hyndluljóð [38-39]) alla luce di un altro su cui sappiamo ancor meno (Vǫluspá [21-22]). Ma è difficile presumere, su questa base, che Angrboða sia da identificare con Gullveig, se non altro perché quest'ultima non sarebbe neppure morta, sul rogo per lei approntato dagli dèi, e difficilmente Loki avrebbe potuto divorarne il cuore. Questo naturalmente non significa che i due miti non possano sottendere a un medesimo motivo – un racconto dove gli dèi mettono al rogo una strega malvagia – diversificatosi nelle due composizioni.

È curioso che Snorri, nell'Edda, non citi il racconto del rogo di Angrboða, e ci possiamo chiedere se egli conoscesse il passo citato del Hyndluljóð. Di questo poema, lo scrittore islandese cita unicamente la strofa [33] (in Gylfaginning {7}), affermando di averlo tratto però da un poema intitolato Vǫluspá inn skamma, «Breve profezia della Veggente». È possibile che Snorri conoscesse solo una parte del poema, o meglio, conoscesse un poema minore – la Vǫluspá inn skamma, appunto – poi confluito nel Hyndluljóð. Queste esiziali considerazioni, tuttavia, non ci forniscono certezze. E, d'altra parte, Snorri non cita neppure il racconto di Gullveig, nonostante dimostri di conoscere abbastanza bene la Vǫluspá: forse si trattava di un passo da lui stesso giudicato problematico, ragion per cui l'autore preferì ignorarlo. Non si esclude che abbia fatto la stessa cosa anche per quanto riguarda il rogo di Angrboða.

Un'altra linea seguita dagli studiosi è la possibile equiparazione tra Angrboða e Aurboða, la gigantessa madre di Gerðr. I due nomi sono in abbastanza simili da suggerire che l'uno possa essere derivato dall'altro per cacografia. Viktor Rydberg, seguito da Brian Branston, compie una serie di identificazione tra i vari personaggi, associandone le caratteristiche nel tentativo di suggerire un ipotetico mito originale, che – stando alle macchinose ipotesi dell'autore – sarebbe pure alla base del mito della guerra tra le stirpi divine. (Rydberg 1886 | Branston 1955)

III - PARTORIRE LUPI: CLICHÉ INFAMANTE NELLA LETTERATURA NORRENA

Quando Snorri introduce i tre figli che Loki ha avuto da Angrboða, e cioè Jǫrmungandr, Fenrir ed Hel, afferma che gli dèi fecero un vaticinio e scoprirono che da essi sarebbero giunti per loro soltanto danni e sventure. E scrive:

Ok þótti ǫllum mikils ills af væni, fyrst af móðerni ok enn verra af faðerni... A tutti sembrava in arrivo un grande male, per primo dalla madre, ma ancora peggio dal padre...
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [34]

Come abbiamo detto, non sappiamo se Snorri conoscesse il racconto della «gravidanza» di Loki. Nel caso la risposta sia positiva, dobbiamo allora inferire che Snorri fosse piuttosto ironico quando parlava di una «madre» e di un «padre». Che Loki abbia una sessualità ambigua già lo avevamo visto nel mito della nascita di Sleipnir, dove si trasforma in giumenta e viene montato dallo stallone Svaðilfǿri ①, e non è un caso che Hyndluljóð [38] associ tra loro i due concepimenti «femminili» di Loki.

Ól úlf Loki
vid Angurbodu,
en Sleipni gat
vid Svaðilfara...
Loki generò il lupo
con Angrboða
e Sleipnir partorì
con Svaðilfǿri...
Ljóða Edda > Hyndluljóð [38]

Nel Lokasenna gli dèi ingiuriano Loki ben due volte, al riguardo. Per primo prorompe Óðinn:

Átta vetr
vartu fyr jǫrð neðan
kýr mólkandi ok kona,
ok hefr þú þar bǫrn borit,
ok hugða ek þat args aðal.
Otto inverni
fosti, tu, sottoterra,
vacca da mungere e femmina
e là hai generato figli:
penso che da froci sia questo.
Ljóða Edda > Lokasenna [23]

Nella seconda, è Njǫrðr a rincarare:

Hitt er undr, er áss argr
er hér inn of kominn,
ok hefir sá bǫrn of borit.
Stupisce che un áss invertito
entri qui dentro,
un áss che ha anche partorito figli!
Ljóða Edda > Lokasenna [33]

In entrambi i passi, il termine-chiave è argr, «effeminato, pederasta, invertito, frocio», insulto sanguinosissimo presso tutti i popoli germanici, dove il difetto di virilità veniva associato alla nozione di vigliaccheria. Delineare Loki come un argr equivaleva a segnalarlo come l'antitesi dei più elevati ideali che la società germanica legava alla dignità maschile. Non è un caso che, in seguito a queste accuse, Loki si vanti di essersi portato a letto la maggior parte delle ásynjur e di aver messo le corna a quasi tutti gli æsir, compreso Þórr, come se cercasse di supplire ai suoi trascorsi «femminili» vantando la propria virilità.

D'altra parte, l'accusa di effeminatezza, paradossalmente spinta fino al parto, è locus communis della poesia scandinava. Vi si associava spesso il motivo denigratorio, particolarmente perfido, di aver partorito lupi. Per fare un esempio, nella Kristni saga, il vescovo tedesco Friðrekr e il suo aiutante Þórvaldr víðfǫrli sono vittime di un helmingr infamante:

Hefr bǫrn boret
biskop nío,
þeira 's allra
Þorvaldr faðer.
Si è sgravato il vescovo
di nove figli,
e di tutti e nove
il padre è Þórvaldr.
Kristni saga

E assai poco cristianamente, Þórvaldr si vendicherà uccidendo due uomini.

Un caso particolare di questo motivo è presente nella Helgakviða Hundingsbana in fyrri. Qui Guðmundr accusa Sinfjǫtli di aver vissuto come lupo (accusa peraltro fondata, in quanto, secondo la Vǫlsunga saga, Sinfjǫtli si era trasformato effettivamente in un lupo, da giovane, commettendo molti sanguinosi delitti). Questi non nega l'accusa, bensì asserisce di essere lui il padre dei nove lupacchiotti dati alla luce da Guðmundr. Prontamente Guðmundr ribatte che Sinfjǫtli non può essere il padre della cucciolata, in quanto incapace di generare:

Sinfjǫtli kvað: Disse Sinfjǫtli:
“Níu áttu vit
á nesi Ságu
ulfa alna,
ek var einn faðir þeira”.
“In numero di nove
sul promontorio di Sága,
lupi generammo,
e io fui di tutti il padre”.
Guðmundr kvað: Disse Guðmundr:
“Faðir var-at-tu
fenrisulfa
ǫllum ellri,
svá at ek muna,
síz þik geldu
fyr Gnipalundi
þursa meyjar
á Þórsnesi”.
“Padre non fosti,
il più vecchio di tutti
i lupi di Fenrir,
questo io ricordo:
tu fosti castrato
dinanzi a Gnípalundr
dalle fanciulle dei þursar,
presso Þórsnes”.
Ljóða Edda > Helgakviða Hundingsbana in fyrri [39-40]

In questo scambio di insulti, all'accusa già infamante di effeminatezza si unisce ancora una volta il motivo di partorire lupi. Nel caso di Loki, è il mito stesso a indicarlo come padre del lupo Fenrir, di averlo portato in grembo e partorito. È difficile dire se il motivo del partorire lupi trovi il suo archetipo in Loki, o se un tale curriculum di infamie e perversioni gli sia stato attribuito per motivi letterari. Certo, un cliché come il partorire lupi, che per i vichinghi era un insulto imperdonabile, in Loki assumeva un significato letterale.

IV - SACRIFICARE UNA MANO PER VIOLARE UN PATTO

Týr e Fenrir ( 1760)
Ólafur Brynjúlfsson
Ms. NKS 1867 4°. Det Kongelige Bibliotek, København (Danimarca).
MUSEO: [Ólafur Brynjúlfsson. Illustrazioni]►

Al mito dell'incatenamento di Fenrir, è legato quello del sacrificio della mano di Týr, unico episodio che abbia il dio come protagonista. Georges Dumézil mette in correlazione la perdita della mano di Týr con quella dell'occhio di Óðinn, sottolineando come tali «mutilazioni funzionali» rimanderebbero alla sfera del sacro a cui l'uno e l'altro dio appartengono. Nel caso di Óðinn, il sacrificio dell'occhio, lasciato nella sorgente di Mímisbrunnr, ne accentua e ne definisce il carattere di veggenza e sapienza. Ma nel caso di Týr?

Nell'interpretazione di Dumézil, Týr sarebbe una sorta di dio giurista, legato alle procedure di garanzia. L'essersi prestato al patto fraudolento che gli dèi stringono con Fenrir allo scopo di incatenarlo, sarebbe, secondo lo studioso francese, la vicenda che qualifica la funzione giuridica di Týr (Dumézil 1959). Nella visione germanica, il diritto non sarebbe vòlto alla conciliazione tra gli uomini, ma allo stabilimento e alla difesa di un ordine cosmico, in nome del quale è permesso prestarsi a un patto destinato a non essere rispettato.

Dumézil propone un interessante parallelo con la figura di Gaius Mucius Scævola. Entrato nel campo etrusco per pugnalare re Porsenna, l'eroe romano uccide la persona sbagliata e, catturato, viene condotto davanti al sovrano. A questo punto, Scævola brucia la propria mano destra sul braciere del re per indurlo a credere, grazie al proprio coraggio, che altri trecento giovani ripeteranno il tentativo con altrettanta decisione e risolutezza. L'atto induce Porsenna a stipulare una pace onorevole per Roma.

Secondo Dumézil, il risultato dell'azione di Scævola è lo stesso di quella di Týr: rendere inoffensivo un nemico, persuadendolo con una procedura di giuramento. Tale azione è collegata a una medesima mutilazione: Týr e Scævola perdono la mano destra come pegno di un falso giuramento. Ma come Dumézil si preme di sottolineare, la portata delle avventure, in un caso e nell'altro, è assai diseguale. A Roma, il sacrificio di Scævola è un fatto di cronaca illustre, privo di valore simbolico e senz'altro interesse che la propaganda patriottica, mentre in Scandinavia la mutilazione di Týr sarebbe espressione del teologema del cavillo procedurale (lo studio di Dumézil è diretto all'interpretazione di Týr quale dio del diritto: sulla validità di tale lettura, si veda il capitolo apposito). (Dumézil 1959)

Nei miti di Týr e Mucius Scævola è certamente confluita una medesima tradizione, di probabile origine indoeuropea, dove un dio o eroe sacrifica la propria mano per indurre il nemico a prestar fede a una falsa dichiarazione, allo scopo di allontanare la minaccia dalla comunità e mantenere lo status quo. Nella leggenda romana, l'invasione di Porsenna è collegata a un altro eroe, Horatius Cocles, il quale trattenne gli etruschi combattendo da solo sul Sublicius pons, lanciando loro occhiate spaventose con il suo unico occhio. Dumézil non ha esitato a mettere in correlazione la mutilazione di Cocles a quella di Óðinn, evidenziando la presenza di una coppia monco~orbo nelle due mitologie (Dumézil 1959). Quale che sia il valore che gli si voglia attribuire, è indubbio che si tratti di un motivo molto antico, nonostante il mito scandinavo non riporti alcun episodio in cui Óðinn e Týr appaiano affiancati nelle loro mutilazioni.

L'antichità del motivo ci viene confermata dal mito irlandese, dove è Núada Airgetlám, re delle Túatha Dé Danann, a perdere un braccio nel corso di un combattimento contro Sreng mac Sengainn, l'eroe dei Fir Bolg, nel corso della prima battaglia di Mag Tuired. In Irlanda il materiale sembra più corrotto, in quanto la perdita del braccio di Núada non sembra essere legata ad alcun patto o giuramento. I testi irlandesi non sono molto chiari, ma la mutilazione del re sembra avvenire nel corso di un duello giurisdizionale e, nonostante l'apparente vittoria di Sreng, sono paradossalmente le Túatha Dé Danann a dettare le condizioni di pace. Detto questo, bisogna però notare che l'Irlanda ha però conservato la coppia monco~orbo. Nel corso della seconda battaglia di Mag Tuired, narrata nel Cath Maige Tuired, vediamo Lúg Samildánach guatare le schiere nemiche con un solo occhio, tenendo l'altro chiuso, così come Horatius Cocles dardeggia gli etruschi sul ponte Sublicius pons e Óðinn terrorizza i nemici in battaglia con lo sguardo dell'occhio superstite. Alternativamente, nel tardo Aided Chloinne Tuirenn, a essere orbo è il portiere di Núada; il testo raccoglie i due personaggi in un'unica frase per far risaltare tutto il loro contrasto: «Il re aveva una mano d'argento e il suo portiere un unico occhio». ①

Bibliografia
  • BRANSTON Brian, Gods of the North. Thames & Hudson, Londra 1955. → ID., Gli dèi del nord. Mondadori, Milano 1991.
  • CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Guðbrandur, An Icelandic-English Dictionary. Oxford, 1874.
  • DOLFINI Giorgio [cura]: SNORRI Sturluson, Edda. Adelphi, Milano 1975.
  • DUMÉZIL Georges, Les dieux des Germains, Presses Universitaires de France, Paris 1959 → ID., Gli dèi dei Germani, Presses Adelphi, Milano 1974.
  • ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: SNORRI Sturluson, Edda di Snorri, Rusconi, Milano 1975.
  • ISNARDI Gianna Chiesa, I miti nordici, Longanesi, Milano 1991.
  • MASTRELLI Alberto [cura], L'Edda. Carmi norreni. In Classici della religione, Sansoni, Firenze 1951, 1982.
  • RYDBERG Viktor, Undersökningar i germanisk mythologi, Stockholm 1886 → ID., Teutonic Mythology. Gods and Goddesses of the Northland, New York 1889.
  • SCARDIGLI Piergiuseppe ~ MELI Marcello [cura], Il canzoniere Eddico. Garzanti, Milano 1992.

Iconografia

  • BRANSTON Brian, Gods & Heroes from Viking Mythology, Eurobook, London 1978. → ID., Dèi e eroi della mitologia vichinga. Mondadori, Milano 1981.
  • GUERBER Hélène Adeline, Myths of Norsemen. From the Eddas and Sagas. George G. Harrap and Co., London 1908.
  • RYDBERG Viktor, Fädernas Gudsaga. → HIERSCHE Josef [trad.], Die Göttersage der Väter. Leipzig 1911.
  • YOUNG Ella Flag ~ FIELD Walter Taylor, Young and Field Literary Readers, vol III: Stories of the Northland, Ginn and Company, Boston 1914.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti, Stefano Mazza e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 10.03.2010
Ultima modifica: 24.06.2017
 
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