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MITI GERMANICI
ÞÓRR A ÚTGARĐR
IL DIO DERISO
Þórr e i suoi compagni, dopo un lungo girovagare, arrivano alla fortezza di Útgarðr. Circondati da uomini giganteschi, il dio del tuono e i suoi compagni vengono sfidati da re Útgarðaloki a prove inusitate, nei quali usciranno regolarmente umiliati e perdenti...
Le porte di Utgarðr ( 1984)
Illustrazione di Alan Lee (1947-)

1 - ARRIVO A ÚTGARĐR

opo essersi rimessi in cammino, a mezzogiorno, Þórr e Loki, insieme a Þjálfi e Rǫskva, videro, in mezzo a una pianura, una fortezza così imponente che dovettero inarcare il collo fino alla schiena prima di riuscire a scorgerne la sommità.

Le porte di Útgarðr erano chiuse da un cancello talmente poderoso che Þórr non riuscì ad aprirlo in alcun modo. Decisi a penetrare nella rocca, i quattro strisciarono fra le sbarre e così riuscirono a passare. Le porte dell'edificio principale erano aperte. Vi entrarono, e si trovarono in una vasta hǫll.

Þórr dinanzi a Útgarðaloki ( 1888)
Alfred Kappes (1850-1894), illustrazione (Baldwin 1888)

2 - ÚTGARĐALOKI

ungo due panche, stavano seduti uomini di proporzioni davvero gigantesche. I quattro giunsero dinanzi al re della fortezza, Útgarðaloki, e lo salutarono. Questi volse lentamente lo sguardo su di loro, sogghignò mostrando i denti e disse:

— È tardi per chiedere notizie a chi ha percorso una lunga via. Ma mi sbaglio o questo giovanotto è Ǫkuþórr? Spero tu sia migliore di quanto non sembri. Per quali prove tu e i tuoi compagni pensate di esser pronti? Non resterà in mezzo a noi chi non conosce un'arte di qualche tipo o sia più abile della maggioranza degli uomini.

Loki e Logi ( 1888)
Autore sconosciuto, illustrazione (Gordon 1910)
3 - LOKI E LOGI, SFIDA TRA MANGIONI

arlò l'ultimo del gruppo, Loki: — Io ho un'abilità che sono disposto a mettere alla prova. Non c'è nessuno, in questa sala, che può mangiare più velocemente di me.

Rispose Útgarðaloki: — È un'abilità solo se riuscirai a dimostrarla.

Chiamò dall'altra estremità della panca un tale chiamato Logi, affinché avanzasse nella sala e si misurasse con Loki.

Un trogolo fu posto sul pavimento della sala e riempito di carne. Loki sedette a un capo e Logi all'altro; ciascuno mangiò più veloce che poteva e s'incontrarono nel mezzo. Ma però Loki aveva mangiato tutta la carne fino alle ossa, Logi aveva anche le ossa e persino il trogolo. Parve quindi a tutti che Loki avesse perso la sfida.

4 - GARA DI CORSA TRA ÞJÁLFI E HUGI

llora Útgarðaloki chiese cosa fosse in grado di fare Þjálfi. Il giovane dichiarò avrebbe gareggiato nella corsa con chiunque Útgarðaloki avesse scelto.

Útgarðaloki valutò il giovane con un'occhiata e approvò l'idea. Si alzò e uscì dalla fortezza. Fuori si stendeva una lunga pianura, il luogo ideale per lo svolgimento della gara. Útgarðaloki chiamò un giovane chiamato Hugi e gli chiese di gareggiare con Þjálfi.

Partirono e Hugi, giunto per primo al traguardo, si voltò ad aspettare Þjálfi.

— Bisognerà, Þjálfi, che ti sforzi maggiormente se vuoi vincere la gara lo incitò Útgarðaloki. — Bisogna però ammettere che qui non è arrivato nessuno che sapesse correre più velocemente di te.

Fecero un'altra gara e quando Hugi arrivò al traguardo, Þjálfi era ancora lontano quanto un lungo tiro di freccia.

— Sebbene Þjálfi abbia corso bene, non credo abbia vinto la gara — osservò Útgarðaloki. — Ma questo lo decideremo dopo aver corso il terzo giro.

Partirono di nuovo, ma quando Hugi fu arrivato al traguardo, Þjálfi non era ancora a metà percorso. Tutti dichiararono che la gara aveva avuto il suo esito.

5 - ÞÓRR ALLA PROVA DEL CORNO

questo punto, Útgarðaloki si rivolse a Þórr: — Gli uomini hanno narrato grandi cose sulla tua forza e potenza. In quali prove vuoi dunque misurarti?

 — Potrei sfidare chiunque a una gara di bevute! — rispose Þórr.

Tornarono nella hǫll. Útgarðaloki chiamò il suo coppiere e gli ordinò di prendere il vítishorn da cui solitamente bevevano i suoi hirðmenn. Il coppiere tornò subito dopo col corno e lo diede in mano a Þórr.

Þórr alla prova del corno ( 1978)
Giovanni Caselli. Illustrazione (Branston 1978)

Disse quindi Útgarðaloki: — Vuotare questo corno in un sorso è quel che noi chiamiamo una buona bevuta. Ad alcuni occorrono due sorsi, ma nessun bevitore è così scarso da seccarlo in tre.

Þórr esaminò il corno: non aveva un'ampia imboccatura, ma era piuttosto lungo. L'áss aveva tuttavia molta sete, agguantò il corno e cominciò a tracannarlo con gran foga, sicuro di riuscire a vuotarlo con una sola bevuta. Quando però il fiato gli venne meno, abbassò il corno e ne esaminò il livello. Era calato di pochissimo.

— Una buona bevuta, ma non certo sostanziosa — commentò Útgarðaloki, deluso. — Non avrei mai pensato che Ásaþórr fosse un così scarso bevitore, nemmeno se me lo avessero detto. Sono tuttavia certo che vorrai vuotare il corno con una seconda bevuta.

Þórr non rispose e portò il corno alla bocca, deciso di tracannare un'abbondante sorsata. E così fece, ma per quanto rovesciasse indietro la testa, la punta del corno non si sollevava mai abbastanza. Þórr si sforzò di bere finché non gli mancò il respiro. Quando, infine, staccò il corno dalle labbra e vi guardò dentro, gli parve che il liquido fosse sceso ancor meno della prima volta.

— Che c'è ora, Þórr? — lo irrise Útgarðaloki. — Ti stai risparmiando per la bevuta finale? Se berrai un terzo sorso, credo converrai che dovrà essere il più profondo. Non ti chiameremo mai un uomo valente, così come ti ritengono gli Æsir, se nelle altre tue imprese non dài miglior prova di te stesso, più di quanto non faccia qui.

— Avrei trovato strano, quand'ero a casa con gli Æsir, se simili bevute fossero ritenute piccole! — dichiarò Þórr. Ormai furioso, portò il corno alla bocca e bevve quanto più poté, sostenendo la bevuta per tantissimo tempo. Quando infine guardò dentro il corno, Þórr vide che almeno il livello era calato sensibilmente.

Vítishorn: «corno della punizione». Quando gli hirðmenn i membri della corte di un sovrano nordico, o gli uomini della sua drótt, non rispettavano le leggi o le consuetudini del gruppo, potevano subire punizioni di vario tipo, fra cui c’era anche quella della bevuta tutta d’un fiato da un corno che solitamente veniva riservato per tale scopo, detto per l’appunto vítishorn.
6 - IL SOLLEVAMENTO DEL GATTO

Þórr e il gatto ( 1913)
Frederick Richardson (1862-1937), illustrazione (Treadwell ~ Free 1913)

ommentò Útgarðaloki: — È evidente, Þórr, che la tua forza non è così grande come credevamo. Vuoi affrontare qualche altra prova? Mi sembra, però, che non farai migliore figura.

— Io posso affrontare le sfide più ardue! — dichiarò Þórr.

— Una cosa che qui fanno i giovani e che sembrerà di ben poco conto: sollevare da terra il mio gatto. Non avrei certo proposto un giochino simile ad Ásaþórr, se non mi fossi reso conto di quanto poco vali.

Un grosso gatto grigio balzò in mezzo alla sala. Þórr gli andò vicino, gli mise la mano sotto la pancia e lo sollevò. Ma tanto Þórr sollevava la mano, tanto il gatto inarcava la schiena. E quando Þórr ebbe rizzato il braccio più in alto che poteva, il gatto aveva alzato da terra solo una zampa e Þórr non riuscì a ottenere un maggiore successo in questa prova.

— E anche questa prova è andata come avevo previsto — sospirò Útgarðaloki. — Il gatto è piuttosto grosso, e Þórr è debole e piccolo in confronto ai grandi uomini che sono qui con noi.

7 - ÞÓRR CONTRO LA VECCHIA

Þórr contro Elli ( 1930)
Charles E. Brock, illustrazione (Keary ~ Keary 1930)

órr era furibondo: — Per quanto mi consideriate piccolo, venga avanti qualcuno e combatta con me!

Útgarðaloki guardò fra le panche e scosse il capo. — Non vedo nessuno che non possa ritenere una cosuccia da nulla un combattimento con te. Ma vediamo... c'è Elli, la mia vecchia levatrice. Mandatela a chiamare. Che Þórr combatta con lei, se vuole. Ella ha abbattuto uomini che non erano certo più deboli di quanto sia Þórr.

Una vecchia entrò nella hǫll e Útgarðaloki le disse che doveva battersi con Ásaþórr. I due si agguantarono, tentando di rovesciarsi al suolo, ma quanta più forza usava Þórr, tanto più Elli resisteva. Poi la vecchia reagì, Þórr perse l'equilibrio e la lotta si fece violenta. Dopo non molto Þórr crollò su un ginocchio.

Útgarðaloki mise allora fine allo scontro e disse che Þórr non avrebbe più dovuto sforzarsi di combattere contro altri dei suoi hirðmenn.

Quando giunse la notte, Útgarðaloki offrì a Þórr e ai suoi compagni un posto dove dormire. I quattro trascorsero la notte a Útgarðr, e nessuno di loro si sentiva tranquillo e soddisfatto.

8 - SPIEGAZIONI E SJÓNHVERFINGAR

Þórr sulla strada per Útgarðr ( 1909)
Dorothy Hardy. Illustrazione (Guerber 1909)

l mattino seguente, mentre albeggiava, Þórr si alzò insieme ai suoi compagni, si vestirono e si prepararono a partire. Venne allora Útgarðaloki e fece imbandire per loro un tavolo. Non mancarono buona ospitalità, cibo e bevande. Quando i quattro ebbero mangiato, si misero in viaggio.

Útgarðaloki li accompagnò per un tratto di strada e, al momento di separarsi, chiese a Þórr come pensasse fosse andato il suo viaggio. Þórr ammise lo smacco subito. — So che dirai che sono uomo dappoco e me ne dispiaccio.

— Ora che sei uscito dalla fortezza, posso dirti la verità — mormorò Útgarðaloki. — E mi auguro, se vivrò e continuò a regnarvi, che tu non tornerai più da noi. In fede mia, non ti avrei mai lasciato entrare, se solo avessi saputo di quanta forza tu fossi dotato e quale grande pericolo rappresenti.

— Sappi che ti ho illuso con delle sjónhverfingar fin dal primo incontro nella foresta, allorché giunsi a ricevervi, nelle vesti di Skrýmir. Se tu non riuscisti ad aprire il tascapane, era perché l'avevo legato con un fil di ferro incantato. Poi mi hai sferrato tre colpi col tuo Mjǫllnir e il primo, il più debole, era talmente possente che avrebbe potuto farmi secco, se solo fosse arrivato a segno. Quando hai visto vicino alla mia hǫll un monte con tre valli quadrate in cima, ebbene, quelli erano i segni del tuo martello. Ho usato quel monte per parare i tuoi colpi, sebbene tu non te ne sia accorto.

— Così è stato anche per le prove che tu e i tuoi compagni avete sostenuto contro i miei hirðmenn. Il primo a gareggiare è stato Loki. Era molto affamato e ha mangiato voracemente la sua parte, ma il suo avversario, Logi, era vilieldr, il fuoco selvaggio, e insieme alla carne ha bruciato anche le ossa e il trogolo.

— Quando Þjálfi ha gareggiato con Hugi, ebbene, quello era il mio hugr, il pensiero, e non potevamo certo aspettarci che Þjálfi potesse misurarsi in velocità con esso.

— Quando poi tu hai bevuto dal corno e ti sembrava di progredire lentamente, in fede mia, è stato un prodigio a cui spero di non dover più assistere. L'estremità del corno arrivava fino all'oceano, sebbene tu non te ne sia accorto. Quando arriverai al mare potrai vedere quanto l'hai abbassato bevendolo.

E infatti è proprio questa la causa della bassa marea.

Útgarðaloki continuò: — Né mi è sembrato meno stupefacente quando hai provato a sollevare il gatto, e invero ti dico che tutti sono rimasti terrorizzati quando gli hai fatto staccare una zampa da terra. Quel gatto non era ciò che appariva: era Jǫrmungandr, il Miðgarðsormr, il serpente che circonda tutto il mondo. Bene, tu hai allungato tanto il braccio da sollevarlo quasi fino al cielo.

— Ed è stato un grande prodigio anche la lotta che tu hai sostenuto tanto a lungo con la mia levatrice, senza cedere se non con un ginocchio. Poiché nessuno è mai riuscito e mai riuscirà a non crollare quando giunge Elli, la vecchiaia, se diviene abbastanza anziano da incontrarla.

E fatta questa rivelazione, Útgarðaloki si congedò. — Ma ora dobbiamo separarci e sarà meglio che tu non venga ancora a cercarmi. La prossima volta difenderò la mia fortezza con incantesimi anche migliori, in modo tale che voi non possiate avere potere su di me .

Nell'udire queste parole, Þórr afferrò il martello e lo sollevò in aria, pronto a scagliarlo, ma d'un tratto Útgarðaloki era scomparso dinanzi ai suoi occhi. Tornò alla fortezza, deciso a ridurla in pezzi, ma al suo posto vide solo una vasta pianura, completamente vuoto. Allora si voltò indietro e ritornò a Þrúðvangar.

Si dice però che, dopo questa esperienza, meditava in cuor suo di affrontare il Miðgarðsormr, e così in seguito avvenne.

Sjónhverfingar: «visioni ingannevoli», incantesimi atti a confondere i sensi dell'avversario. In islandese moderno la parola si è mantenuta inalterata col significato di «illusioni ottiche».
Fonti

1-8 Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [46-47]

I - INGANNI DELLA VISTA, O FORSE SOLO DELLA LETTERATURA

L'ultimo movimento di quella che il Codex Upsaliensis [U] chiama «saga di Þórr e Útgarðaloki», è un po' il cuore della divertente storia del viaggio del dio del tuono a Útgarðr. Nella pagina precedente abbiamo riportato i primi due episodi: la necessaria scena nella quale Þjálfi e Rǫskva diventano i servitori di Þórr, e il confronto/scontro del dio con Skrýmir. Quest'ultimo è un individuo talmente colossale da creare un paradosso di proporzioni con lo stesso Þórr, le cui più possenti martellate non riescono neppure a scalfirlo. ①

E ora, arrivati finalmente a Útgarðr, Þórr e i suoi compagni vengono ripetutamente surclassati, nei piani delle rispettive e vantate capacità, da Útgarðaloki e dai suoi hirðmenn. Alla fine si scopre che le sfide erano viziate da sjónhverfingar, magici inganni della vista e dei sensi. Sebbene umiliato, Þórr non ne esce però sconfitto. Quale personaggio di seconda funzione, Þórr spiega le sue capacità nel campo della pura forza fisica, ma è del tutto impotente contro la magia. Se le sfide di Útgarðaloki si fossero svolte sul corretto piano funzionale, il dio del tuono ne sarebbe uscito vincitore. E infatti, a ben guardare, ne è uscito vincitore: l'apparente sconfitta si rivela un inganno svolto nella dimensione dei sensi. La grande abilità di Útgarðaloki è stata quella di far credere a Þórr e ai suoi compagni di essere stati sconfitti in gare che in realtà hanno superato (la prova del corno o il sollevamento del gatto), o che erano del tutto impossibili da superare (il confronto con le personificazioni dei principi astratti: logi, hugi, elli, ovvero, rispettivamente, il fuoco, il pensiero, la vecchiaia).

Le spiegazioni di Útgarðaloki vengono estese anche all'episodio dell'incontro con Skrýmir. Quest'ultimo era infatti lo stesso signore di Útgarðr sotto mentite spoglie, e se era rimasto indifferente alle potenti martellate di Þórr, era stato perché si era fatto scudo con un'invisibile montagna. È probabile che i tre episodi della «saga» fossero dei racconti originariamente separati, ed è possibile che sia stato proprio l'autore della cucitura a voler collocare l'umiliante confronto di Þórr con Skrýmir sotto il mantello magico delle sjónhverfingar di Útgarðaloki, con il preciso intento di razionalizzare e giustificare la défaillance di Þórr nell'episodio del suo incontro/scontro con Skrýmir.

II - ÚTGARĐALOKI: PROBLEMI INTERPRETATIVI

La figura di Útgarðaloki è stato oggetto di ipotesi e controversie da parte degli studiosi.

Che Útgarðaloki sia un gigante non è affatto pacifico, nonostante la letteratura divulgativa lo dia per scontato. Sia nell'episodio di Skrýmir, che in quello di Útgarðaloki, Snorri non utilizza mai nessuna delle molte parole che indicano i giganti: Skrýmir e Útgarðaloki non sono mai definiti jǫtnar, hrímþursar o bergrísar, ma solo e semplicemente menn «uomini». Nella letteratura mitologica, la parola viene menn viene utilizzata per indicare qualsiasi essere di aspetto umano, compresi gli dèi e i giganti, e Snorri sottolinea a più riprese le enormi dimensioni di Skrýmir o degli «uomini» al seguito di Útgarðaloki. Ma questa, in realtà, è più un'eccezione, perché nella letteratura i giganti non sono quasi mai descritti come esseri giganteschi; anzi, di solito paiono avere dimensioni paragonabili a quelle degli stessi Æsir: partecipano ai medesimi banchetti (come Hrungnir nella Valhǫll, o Þórr nella dimora di Þrymr), si dànno il cambio ai remi di una barca (Þórr e Hymir), o addirittura hanno storie d'amore o si sposano tra loro (Skaði e Njǫrðr; Járnsaxa e Þórr). La letteratura mitologica presenta dunque la paradossale situazione dove gli jǫtnar non sono quasi mai descritti con taglie superiori a quelle degli dèi, ma alcuni menn possono svettare assai ben alti sopra le teste di Þórr e dei suoi compagni.

L'ambiente dove Útgarðaloki accoglie i suoi ospiti appare essere una corte nordica assai simile a quelle dell'epoca di Snorri. Útgarðaloki è definito konungr «re», ed è ovviamente circondato dai suoi hirðmenn o «cortigiani». Certamente, in tali corti non mancava un personale impiegato all'intrattenimento – scaldi, giullari, fantasisti –, e ciò spiega in parte la richiesta affinché Þórr e i suoi compagni esibiscano le proprie íþróttir, «talenti, doti, capacità artistiche». «Non resterà in mezzo a noi chi non conosce un'arte di qualche tipo o sia più abile della maggioranza degli uomini» [engi skal hér vera með oss sá er eigi kunni nǫkkurs konar list eða kunnandi um fram flesta menn], dichiara Útgarðaloki. Una regola che ricorda quella che, nella mitologia irlandese, viene imposta da Núada Airgetlám, re delle Túatha Dé Danann: «Nessuno può entrare in Temáir se non possiede un'arte» [ar ni teid nech cin dan i Temruig] (Cath Maige Tuired). La richiesta che gli ospiti, per essere bene accolti, debbano dimostrare di eccellere in qualche list eða kunnandi, «arte o capacità», sembra far parte del registro di queste corti mitologiche. Contrariamente all'ideale nordico del sovrano prodigo e ospitale, infatti, Núada e Útgarðaloki non ammettono tutti al proprio desco, ma soltanto coloro che ne sono giudicati meritevoli. Gli ospiti, seppure provati da un lungo e difficile viaggio, non vengono immediatamente fatti accomodare e rifocillare; al contrario, cibo e bevande diventano oggetto di dure e difficili prove.

La sicumera che Þórr aveva mostrato, in precedenza, nella casa del fattore (Egill), a Útgarðr viene meno: egli fallisce nelle prove, si dimostra goffo e incapace. Un'ulteriore indicazione che ci troviamo in un ambiente regale: Þórr era legato alla categoria dei contadini, degli uomini liberi, dei servi; Óðinn, al contrario, era il dio degli járlar e dei re. Su questa base, non sono mancati studiosi che hanno interpretato Útgarðaloki come un döppelganger di Óðinn. Effettivamente, Útgarðaloki si presenta come re di una vasta corte che ricorda la Valhǫll, è esperto nello stesso tipo di incantesimi (sjónhverfingar) che gli Æsir utilizzano contro re Gylfi all'inizio del Gylfaginning; inoltre, come Óðinn è affiancato dai suoi corvi, visti come emanazioni sciamaniche, Útgarðaloki è scortato dalla personificazione del proprio pensiero, Hugi, e da quella del fuoco, Logi. Anche le prove che deve affrontare Þórr, bere da un corno che arriva fino al mare, sollevare un gatto che in realtà è il serpente Jǫrmungandr, combattere contro la vecchiaia, sembrano celare inganni di natura poetico-linguistica, come se il dio del tuono fosse messo di fronte a kenningar che non è in grado di risolvere. E anche qui ci troviamo nel campo funzionale di Óðinn. (Ström 1956 | Lindow 2000)

Ma l'interpretazione di Útgarðaloki quale ipostasi di Óðinn presenta una difficoltà piuttosto seria. Il nome del sovrano, lungi dal rimandare alla sfera odinica, è costruito sul nome di Loki. Útgarðaloki è infatti «Loki degli Útgarðar» (Útgarða- è genitivo plurale), cioè, il «Loki dei recinti esterni».

Come dobbiamo intendere questa particolare determinazione di Loki? Útgarðaloki è una kenning costruita sul nome di Loki, una sua forma alternativa, o un personaggio a lui paragonabile?

È certamente possibile che il nome Útgarðaloki vada inteso come una kenning. Snorri specifica che uomini e donne possono essere metaforicamente chiamati con nomi di divinità (Skáldskaparmál [39]). Tuttavia, un procedimento utilizzato in poesia con una certa disinvoltura, può rivelarsi più delicato nei testi mitologici, dove il collegamento andrebbe sorretto da un'impalcatura narrativa. Ad esempio, il nome del frassino Yggdrasill, «destriero di Yggr», è anch'esso una kenning, ma giustificata dal fatto che l'albero servì da forca a Yggr, cioè a Óðinn.

Forse, il nome di Útgarðaloki potrebbe qualificare il personaggio come paragonabile a Loki, più esattamente, un loki esperto in inganni magici e metamorfosi. Secondo la prudente ipotesi di John Lindow, sembrerebbe logico che il mondo dei giganti, visto come speculare a quello divino, dovesse avere un suo loki. (Lindow 2000)

Alternativamente, però, un nome teoforo può essere usato come estensione particolare del nome originale: Ásaþórr «Þórr degli Æsir» e Ǫkuþórr «Þórr del carro» sono due epiteti di Þórr costruiti come estensione del nome stesso del dio del tuono. Quindi, forse, Útgarðaloki non è «un loki», ma proprio una forma alternativa di Loki. Se così è, nulla traspare tuttavia dal testo. Dunque, il teonimo loki nel nome del re di Útgarðr non sarebbe tanto una cosciente scelta del mitografo, quanto il risultato di una errata trasmissione del materiale originale da parte degli antigrafi di Snorri, che ha portato a un'erronea duplicazione di Loki in due personaggi distinti.

III - LA VERSIONE DI SAXO GRAMMATICUS: UTGARTHILOCUS

Una differente versione del viaggio di Þórr alla corte di Útgarðaloki è narrata dal cronista danese Saxo Grammaticus (1150-1220), contemporaneo di Snorri Sturluson, nell'ottavo libro della sua Historia Danorum. Al contrario di quelli snorriani, i racconti di Saxo sono presentati come una cronaca storica, e quindi sono fortemente evemerizzati: la mitologia è cangiata in una narrazione ibrida, che non ha più né la suggestione del mito, né la verosimiglianza della realtà.

Nel racconto di Saxo, Thorkillus è un marinaio islandese, agli ordini del re danese Gormo (non necessariamente identificabile con il semimitico Gormr gamli, il «vecchio»). Sobillato dai suoi consiglieri, che in realtà vogliono la morte di Thorkillus, il re lo invia in un pericolosissimo viaggio ai confini del mondo, affinché chieda al dio Útgarthilocus quale sarà la sua dimora ultraterrena, dopo la morte. Thorkillus naviga per giorni, finché la sua nave si ritrova ad avanzare sotto un cielo privo di sole e di stelle, avvolto in una notte perpetua. Dopo essere arrivato in una «terra oltremondana» [extramundanum clima], Thorkillus sbarca su un'isola brulla e dirupata. Il buio è pressoché totale e, accese delle fiaccole, gli uomini penetrano all'interno di una caverna. Da ogni parte, si rilevano ai loro occhi seggi di ferro, alternati da fitti grovigli di serpenti. Attraversato un fiumiciattolo, gli uomini giungono in una sala tenebrosa e ripugnante...

Intra quod Utgarthilocus manus pedesque immensis catenarum molibus oneratus aspicitur, cuius olentes pili tam magnitudine quam rigore corneas aequaverant hastas. Quorum unum Thorkillus, adnitentibus sociis, mento patientis excussum, quo promptior fides suis haberetur operibus, asservavit; statimque tanta foetoris vis ad circumstantes manavit, ut nisi repressis amiculo naribus respirare nequirent. Dentro quella sala si vedeva Útgarthilocus, con i piedi e le mani carichi di enormi catene; i suoi peli maleodoranti erano simili, per grandezza e durezza, a rami di corniolo. Con l'aiuto dei suoi compagni, Thorkillus ne strappò uno a Útgarthilocus, senza che questi opponesse la minima resistenza, e lo conservò per ottenere una più immediata credibilità delle sue fatiche. Subito si sparse tutt'intorno un fetore talmente acuto che, se non si fossero coperti il naso con il mantello, non sarebbero stati capaci di respirare...
Saxo Grammaticus: Historia Danorum [VIII: xv, 8]
Thorkillus e Utgarthilocus (1898)
Louis Moe (1857-1945)

Thorkillus e i suoi compagni fuggono, mentre nuguli di serpenti lasciano piovere sopra di loro sputi velenosi: a chi consumano un braccio, a chi staccano la testa, a chi bruciano gli occhi. I marinai riescono a tornare alla nave e salpare. In quanto a Thorkillus, è tale la ripugnanza che gli ha ispirato l'incontro con quel dio pagano, puzzolente e incatenato, che si convertirà al cristianesimo...

La maggior parte degli studiosi è concorde nel ritenere che l'Historia Danorum descriva qui un viaggio nel regno dei morti. L'ipotesi centra probabilmente l'intentio auctoris di Saxo, che in altri episodi identifica senza alcun dubbio le destinazioni oltremondane di Thorkillus con i reami dell'aldilà. Tuttavia, la cosmologia sottesa alla vicenda è, più che metafisica, mitologica. Quello che Saxo sta descrivendo non è l'oltretomba, ma piuttosto un luogo fuori dal mondo; o, per usare la bella formula eddica, un reame «al limite del cielo» [at himins enda] (Hymiskviða [5]). Siamo nello stesso ordine di idee del viaggio di Þórr a Útgarðr descritto da Snorri.

La differenza sostanziale con il racconto snorriano sta proprio nella descrizione di Utgarthilocus, che in Saxo non è il gigantesco sovrano di una terra oltremondana, ma un dio decaduto, malvagio, incatenato. Questi tre aggettivi sono particolarmente significativi. Quella che Saxo ci consegna è un'immagine di Loki.

L'ipotesi non richiede particolari dimostrazioni. Nel racconto di Snorri, Loki viene incatenato in una profonda caverna, in punizione per aver causato la morte di Baldr, e un serpente stillante veleno gli viene sospeso sopra il suo capo. Si tratta dello stesso macchinario di tortura messo in atto per Utgarthilocus. In Snorri, le coordinate della caverna non vengono specificata: che essa sia posta ai confini dello spazio sembra un'ovvia deduzione, e se questo luogo fosse stato proprio Útgarðr, il «recinto esterno», potrebbe esserne derivato, per Loki, esiliato e allontanato dal consesso degli dèi, un epiteto come Útgarðaloki, il «Loki dei recinti esterni».

Se, come sembra, l'Utgarthilocus di Saxo rappresenta una versione più arcaica del personaggio, possiamo chiederci in quale modo sia derivato l'Útgarðaloki di Snorri. Il quale rassomiglia a Loki nel carattere ingannevole e metamorfico, ma non è un prigioniero, bensì un sovrano, a capo di una ricca corte. Anch'egli, come Utgarthilocus, ha la sua dimora in una terra ai confini del mondo, oltre l'oceano esterno, e ha addirittura, come Utgarthilocus e come Loki, un serpente nella sua corte: in questo caso Jǫrmungandr. Ma non è gravato da catene, e non sta scontando condanne. Inoltre, Loki stesso fa parte del gruppetto dei suoi ospiti, cosicché i due duplicati del medesimo personaggio convivono fianco a fianco nella medesima scena: Útgarðaloki e Loki.

Quest'ultimo punto non è effettivamente un problema: si pensi al caso di Frigg e Freyja, due dee scandinave derivate da un'unica figura continentale, *Frīgja. La mitologia, nella sua evoluzione, fa spesso di questi scherzi. Se la nostra ipotesi è corretta, e se Útgarðaloki (Utgarthilocus) è una versione divergente dello stesso Loki, sembra ovvio che la vicenda narrata in Gylfaginning [46-47] sia andata incontro a lunghe e complesse manipolazioni.

IV - LE «FATICHE» DI ÞÓRR

Il significato complessivo della vicenda del viaggio di Þórr alla corte di Útgarðaloki si comprende meglio comparando tra loro un ampio spettro di racconti omologhi, tratti da sistemi mitologici differenti. In altra sede, abbiamo tentato una comparazione tra Loki e Promētheús, due astuti titani, entrambi parvenu nei rispettivi pánthea, e infine incatenati ai confini del mondo per aver sfidato gli dèi ①. La «terra oltremondana» [extramundanum clima] dove è imprigionato Útgarthilocus (che Snorri chiama Útgarðr, il «recinto esterno»), cosmologicamente è molto simile alla regione remota dove era stato inchiodato Promētheús: il Caucaso era infatti, nell'esperienza greco-arcaica, l'estremo limite orientale del mondo conosciuto. «L'estrema plaga della terra, la Scizia solitaria, inaccessibile» [chthonòs mèn es tēlouròn hḗkomen pédon, Skýthēn es hoîmon, ábroton eis erēmían], la definisce Aischýlos nella sua tragedia (Promētheús desmṓtēs [-]).

Il viaggio di Thorkillus presso Útgarthilocus (cioè di Þórr presso Útgarðaloki) ricorda, sotto molti aspetti, l'incontro di Hēraklês con Promētheús incatenato. Hēraklês è l'esito greco del dio-tuono indoeuropeo, un personaggio perfettamente omologo al Þórr scandinavo. Inesausti viaggiatori, Hēraklês e Þórr percorrere il mondo per abbattere, a colpi delle loro armi funzionali – rispettivamente una clava e un martello –, i mostri e i giganti che minacciano l'ordine cosmico. La loro affinità era ben nota anche nel mondo classico, e anche Tacitus li identifica (Germania [9]).

Re Gormo, che, divorato dalla curiosità di comprendere i fenomeni e i segreti della natura, invia Thorkillus nei luoghi più lontani del mondo, ricorda molto re Eurystheús, il quale spediva Hēraklês in continui viaggi dall'uno all'altro capo della terra, alla ricerca delle creature e degli oggetti più favolosi. L'uno e l'altro sovrano coltivavano inoltre la malcelata speranza che il loro esploratore finisse per soccombere nell'una o nell'altra delle sue missioni.

Uno degli érga più interessanti svolti da Hēraklês è l'undicesimo: quello relativo ai pomi delle Hesperídes. È nel corso di questo viaggio che Hēraklês ascende le vette del Caucaso e scorge Promētheús, appesa alla rupe. Con il permesso di Zeús, Hēraklês uccide con un colpo di freccia l'aquila che rodeva il fegato al titán e gli rende la libertà. Una conclusione diversa da quella del racconto di Saxo. Ma abbiamo già visto quali trasformazioni ideologiche, in Grecia, abbiano mutato la sorte dell'eroe incatenato ②. Ma allo stesso tempo, lo hanno duplicato in un'immagine speculare: quella di Átlas, il fratello di Promētheús, condannato a sorreggere le colonne che sostengono il cielo (Hómēros: Odýsseia [I: 52-54]), o alternativamente, a portare sulle spalle il peso della volta celeste. Lasciato Promētheús, Hēraklês si dirige infatti all'estremo settentrione, nella terra degli Hyperbóreoi, e giunge al cospetto di Átlas, il quale non avrà tuttavia la stessa sorte fortunata del fratello. La punizione che nel mondo nordico spetta a Loki e/o Útgarthilocus, il mondo greco la devia da Promētheús su Átlas. Ed è proprio accanto a questi che ritroviamo il serpente, Ládōn, il drákōn hespérios, a guardia dei pomi delle Hesperídes, e in alcune versioni della vicenda, Hēraklês lo uccide, per potersene impadronire. (Apollódōros: Bibliothḗkē [II: 5])

Sia nel mito greco che in quello scandinavo è fortissimo il motivo cosmologico. Per arrivare al cospetto del dio incatenato, sia Hēraklês che Thorkillus/Þórr compiono un lunghissimo periplo fino ai confini del mondo. Un poema eddico ci fornisce una buona collocazione geografica di questo reame ultramondano: si trova «a oriente degli Élivágar» [fyr austan Élivága], «al confine del cielo» [at himins enda] (Hymiskviða [5]). I fiumi cosmici Élivágar sono analoghi all'úthaf, l'oceano esterno della tradizione norrena, che Þórr e i suoi compagni attraversano prima di giungere a Útgarðr (Gylfaginning [45]). Anche Hēraklês naviga sul fiume Ōkeanós Questo oceano esterno, nelle impalcature cosmologiche, non era un semplice tratto di mare, ma il confine tra la terra e il firmamento. Le fatiche di Hēraklês rappresentano un viaggio zodiacale, e non per nulla egli naviga sulla barca del dio-sole Hḗlios. Il motivo astronomico, nei viaggi di Thorkillus/Þórr, è più sfumato, ma sempre presente.

Le uscite dal mondo, in queste antiche cosmologie, sono contrassegnate dai punti equinoziali: i punti dove l'eclittica incontra l'equatore celeste. Questi punti, situati al limite del cielo, indicano le «porte» da cui si può accedere nello spazio zodiacale. Nell'epopea di Gilgameš, l'eroe imbocca la porta orientale, situata tra i picchi gemelli del monte Mâšu: è attraverso di essi che il sole passa ogni giorno al suo sorgere. L'eroe deve attraversare il buio anfratto tra le due montagne, se vuole arrivare sulle sponde del mare della morte. E una volta arrivato su questo oceano zodiacale, dovrà usare anch'egli la barca del dio-sole, Utu/Šamaš (Ša nagba imuru [X]).

Nel mito greco, il punto equinoziale è rappresentato, a occidente, dalle Hērákleioi Stêlai, le colonne che Hēraklês aveva innalzato sugli opposti capi di quello che è oggi lo stretto di Gibilterra, altro passaggio obbligato per accedere al fiume Ōkeanós. I geografi greci le consideravano il limite occidentale del mondo (Strábōn: Geōgraphiká [III: v, 5]). Secondo Plinius, Hēraklês aveva addirittura aperto la porta tra il Mediterraneo e l'Oceano Atlantico: «gli abitanti del luogo le chiamano colonne di Hēraklês, e credono che quel dio avesse cavato un varco in mezzo ad esse, mettendo in comunicazione i due mari prima separati e mutando l'aspetto della natura» [indigenae columnas eius dei vocant creduntque perfossas exclusa antea admisisse maria et rerum naturae mutasse faciem] (Naturalis historia [III: 4]).

Incredibilmente, il mito scandinavo ha conservato questo passaggio di Þórr attraverso la porta del punto equinoziale.

...ganga til borgarinnar ok var grind fyrir borghliðinu ok lokin aptr. Þórr gekk á grindina ok fekk eigi upp lokit, en er þeir þreyttu at komask í borgina þá smugu þeir milli spalanna ok kómu svá inn, sá þá hǫll mikla ok gengu þannig. ...Giunsero fino alla rocca, davanti alle porte, che erano chiuse da un cancello. Þórr andò al cancello ma non riuscì ad aprirlo. Decisi a penetrare nella rocca, essi strisciarono fra le sbarre e così riuscirono a passare.
Snorri Sturluson: Prose Edda > Gylfaginning [46]

E così, incredibilmente, in una scena insignificante, e che sarebbe passata del tutto inosservata, se non fosse rimasta incagliata nel giusto contesto, sentiamo riecheggiare il passaggio di Gilgameš attraverso i picchi gemelli del monte Mâšu e ritroviamo Hēraklês stagliato sul limitare delle sue imponenti colonne.

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BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti, Stefano Mazza, Luca Taglianetti.
Creazione pagina: 15.04.2013
Ultima modifica: 04.02.2017
 
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