GUNDESTRUP
KARRET |
IL CALDERONE DI GUNDESTRUP |
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Genere |
Altorilievo d'argento parzialmente dorato |
Luogo |
Rævemose, Himmerland (Jutland, Danimarca) |
Epoca |
Fine II sec. a.C. |
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GUNDESTRUP KARRET |
IL CALDERONE DI GUNDESTRUP |
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IL CALDERONE DI GUNDESTRUP
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Calderone di Gundestrup |
Nationalmuseet, København (Danimarca) |
Il calderone di Gundestrup (danese Gundestrup karret) è un recipiente
d'argento, dal diametro di 69 cm,
alto 42 cm, e dal peso di quasi nove chilogrammi.
Fu rinvenuto il 28 maggio 1891 in una
piccola torbiera
chiamata Rævemose, nell'Himmerland (Jutland,
Danimarca). I raccoglitori di torba che lo
scoprirono ebbero in seguito a discutere
aspramente tra loro per la divisione della
ricompensa elargita loro dal governo danese.
Il calderone è formato da tredici pannelli:
cinque interni rettangolari e sette esterni
quadrati, più uno circolare che ne
costituisce il fondo. Si ritiene che
un ottavo pannello esterno sia andato
perduto, in quanto la circonferenza dei
sette pannelli esterni è minore della
circonferenza dei cinque interni.
I pannelli presentano raffinate figure umane, immagini di
divinità o raffigurazioni dall'apparente
significato religioso, che ne fanno
una delle più importanti
opere d'arte della protostoria
europea.
Il calderone fu rinvenuto smontato, insieme
a due frammenti dei tubi d'argento che
formavano l'intelaiatura e un pezzo di ferro
che era forse parte di un anello inserito
all'interno dei tubi. L'accurato impilamento
dei pannelli fa pensare a un tentativo di
nascondere l'oggetto o di renderlo poco
appariscente. Dall'analisi dei pollini
risulta che il calderone era stato deposto
in un luogo originariamente asciutto; la
torbiera si sarebbe dunque formata soltanto
in un secondo tempo. Armi e ornamenti
raffigurati sul calderone rendono
ragionevole l'ipotesi che sia stato
fabbricato verso il 100 a.C., mentre vi sono
differenti opinioni circa il suo luogo di
origine.
Attualmente il calderone si trova al Nationalmuseet di
København (Danimarca). |
IL PROBLEMA DELL'ORIGINE
Ampiamente dibattute le
opinioni circa il luogo
d'origine del calderone, ma le preferenze sono
andate a due regioni: la Gallia
centrale e la regione del basso
Danubio. Il motivo di tali
divergenze va cercato
nell'ambivalenza della
testimonianza offerta
dall'oggetto: da un lato lo stile
e la lavorazione sono chiaramente
traci, dall'altro alcuni dei
motivi sono inequivocabilmente
celtici e alcuni di essi sono
frequentissimi in Gallia.
È troppo lungo qui
descrivere nei dettagli quali
particolari sono traci e quali
celti. In primo luogo, il bacile
stesso risponde a una tipologia celtica mai riscontrata
tra i Traci; d'altro canto la
tecnica – argento sbalzato ad alto
rilievo e parzialmente dorato –
è tipica dell'artigianato tracio tra il
IV e il I sec. a.C.. Dei vari motivi presenti sul calderone
alcuni sono celtici, altri traci, altri
presentano tipologie ambigue. Ad esempio, la
maniera in cui è eseguito il pelame degli
animali è decisamente tracia come rivelano
il motivo a forma di penne per il pelo lungo
e quello a file di tratti trasversali per il
pelo più corto. La presenza di cani e
certuni animali fantastici, come i grifoni,
è pure indicativa di una stretta
correlazione tra le immagini del calderone e
l'arte tracia. Infine, uno stilema
particolare è rappresentato dal ricciolo
sulle fronte del toro raffigurato sul
pannello circolare di base. Sebbene questi
vortici o trisceli siano ben noti nell'arte
celtica, mai in essa ricorrono sulle fronti
dei tori, mentre questa caratteristica
sembra tipicamente tracia.
Affinità nello stile delle teste umane sono
rilevabili sia in Tracia che in Gallia. In
quanto agli abiti dei personaggi
rappresentati sul calderone, è difficile
tracciare paralleli soddisfacenti, ma un
confronto assai stringente lo si ha in una
phalera tracia ritrovata in una tomba
a Čatalka, presso Stara Zagora (Bulgaria): in essa compare
un eroe (Hēraklês?) che combatte contro il leone
vestito con un abito in tutto e per tutto
identico a quello più volte visibile sul
calderone: la blusa e i calzoni aderenti sopra
il ginocchio, con i
loro motivi a strisce. Anche le ampie
cinture sono del tutto simili. ①
L'attribuzione della Gallia
orientale come luogo d'origine
del calderone, oggi superata, è basata
su una serie di elementi inequivocabilmente
celtici. Il più appariscente è rappresentato
dall'immagine del
«dio dai palchi
cervini», ma anche il simbolo del
serpente criocefalo è celtico. I volti
presentano collegamenti con le maschere di
bronzo rinvenute nella Gallia
nord-orientale (Compiègne,
Danicourt, Evreux), mentre la maggior parte
dei torques appartengono con ogni
evidenza a tipi celtici frequentissimi in
occidente, sebbene anche usati da Celti
orientali e sudorientali (due di essi
possono però essere ricondotti a un raro
tipo di torques non celtici, la cui
origine va probabilmente individuata sulla
sponda del Mar Nero). Gli elmi visibili sul
bacile sono celtici, soprattutto quelli
aventi per cimiero uccelli rapaci o
cinghiali, e anche gli scudi lunghi sono
tipicamente celtici (sebbene ritrovamenti in
Bulgaria e in Romania provano che scudi del
genere fossero usati da tribù non celtiche).
Infine, il lungo corno a testa d'animale
rappresentato sul calderone, il carnyx,
è rappresentato con una certa frequenza in
Europa occidentale e mai in quella
orientale. Se l'ipotesi occidentale fosse
tuttavia confermata, la fabbricazione del caldaio
andrebbe postdatata al III-IV sec.
Si ritiene che la miglior
soluzione sull'origine del calderone sia costituita
dagli Scordisci, una tribù che
nel III sec. a.C. si
stanziò in parte nella regione del basso
Danubio. Soprattutto in Bulgaria, parecchie
necropoli documento una coesistenza,
apparentemente pacifica, tra la tribù trace
dei Triballoí e quella celtica degli Scordisci. È probabile
che il calderone sia stato
fabbricato in una zona con ampia
compenetrazione culturale tra i
due gruppi. Probabilmente non si
saprà mai come il
calderone sia giunto in
Danimarca. Forse vi fu portato
dalla popolazione germanica dei Cimbri, che durante i loro
spostamenti ebbero contatti anche
con gli Scordisci. Sconfitti dai Romani
intorno al 110 a.C., i Cimbri emigrarono in parte
verso il nord, stanziandosi proprio nell'Himmerland,
regione di ritrovamento del calderone.
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METALLURGIA E LAVORAZIONE
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Particolare del pannello esterno c |
Nationalmuseet, København (Danimarca) |
Il
calderone di Gundestrup è composto quasi
interamente d'argento, ma è stato anche
impiegato dell'oro per le dorature e stagno
per la saldatura; gli occhi delle figure
sono in vetro. L'argento fuso è stato colato in
lingotti piatti e martellato fino a ottenere
pannelli intermedi. Il foglio d'argento è stato
poi
sbalzato a rilievo con l'ausilio di successive temprature; i
rilievi sono stati quindi decorati con punzoni e/o
altri strumenti. I fogli, inizialmente
piatti, sarebbero stati quindi piegati e
saldati insieme. Le varie parti che
compongono il recipiente non risalgono alla
stessa epoca ma sono stati probabilmente
aggiunti in momenti successivi. L'analisi
del microscopio a scansione ha permesso a Benner Larson di individuare ben quindici
diversi punzoni utilizzati sui pannelli,
ripartiti in
tre set di strumenti distinti. Nessun
pannello riporta segni da più di un
set, rimandando dunque al lavoro di tre
distinti argentieri, i quali potrebbero aver
lavorato forse nell'arco di molti anni,
forse addirittura di secoli. Inoltre, il
diverso stile tra i pannelli interni
rettangoli, dalle immagini complesse e
dinamiche, finemente rifinite, e i pannelli
esterni quadrati, dominati da figure
centrali, lisce, rappresentate in posture
statiche e simmetriche, conferma che furono
almeno due gli artisti che hanno istoriato
i pannelli. Il calderone
presenta anche diversi restauri e
riparazioni, di qualità inferiore rispetto
alla maestria originale.
L'argento è stato ottenuto attraverso
coppellazione di piombo argentifero.
Confrontando la concentrazione degli isotopi
del piombo si è potuto
stabilire che l'argento utilizzato per il
calderone di Gundestrup sia stato raccolto da
diversi
depositi di minerale sparsi tra il nord
della Gallia e la Germania occidentale, nel
periodo preromano. Per il recipiente sono stati
utilizzati da tre a sei partite distinte
d'argento. È possibile che il metallo
sia stato riciclato fondendo precedenti
manufatti d'argento. In particolare, il
pannello circolare alla base, può avere
avuto origine come phalera – un disco
decorativo utilizzato per decorare tanto le
armature che i finimenti dei cavalli – e si
ritiene sia stato saldato sul fondo del
calderone soltanto in un secondo tempo, per
riparare un foro.
Due le qualità d'oro utilizzate per
il calderone, distinguibili
in base alla diversa concentrazione
d'argento e rame. Gli intarsi
eseguiti con oro più puro aderiscono meglio
all'argento rispetto agli altri. La
doratura eseguita con metallo meno puro è meno raffinata e potrebbe
individuare
una successiva riparazione. L'assenza
di mercurio suggerisce che non venne usata la tecnica della
doratura a fuoco; la doratura risulta
applicata con mezzi meccanici, come risulta
dalle punzonature ravvicinate presenti nelle
aree dorate.
Il vetro utilizzato per gli inserti,
infine, contiene elementi che suggeriscono
l'uso di sabbia calcarea e carbonato di
sodio, tipica della costa orientale del
Mediterraneo. Le analisi hanno anche
permesso di stabilire l'epoca di produzione
del vetro tra il II sec. a.C. e il
I sec.
d.C. |
RICOSTRUZIONE
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Particolare della saldatura dei pannelli D, B, A |
Nationalmuseet, København (Danimarca) |
Dal momento che il calderone è stato trovato
in pezzi, ha dovuto essere ricostruito. Un
possibile ordine dei pannelli è stato determinato
dall'archeologo danese Sophus Otto Müller
(1846-1934), il primo studioso ad analizzare
la caldaia, il quale si è basato
innanzitutto sulle posizioni della traccia
di saldatura intorno al bordo del
recipiente. In due casi, il segno di una
punzonatura che ha interessato sia un
pannello esterno che uno interno ha aiutato a
stabilirne la disposizione. Nel loro ordine
definitivo, le piastre esterne risultano
disposte in un alternarsi di
rappresentazioni di figure femminili e
maschili, assumendo che il pannello mancante
riporti un'immagine femminile.
Ma non tutti gli studiosi sono d'accordo con la ricostruzione di Müller.
Timothy Taylor ha sottolineato che, a parte
i due casi di perforazione, l'ordine non può
essere stabilito con certezza dai soli
allineamenti della saldatura. Non possiamo
perciò essere certi che le illustrazioni
suggeriscano la narrazione proposta da Garrett Olmsted
[infra]▼. Taylor ipotizza che
i pannelli non
fossero direttamente adiacenti gli uni agli
altri, ma fossero separati da uno spazio di
almeno due centimetri.
(Taylor 1992) |
INTERPRETAZIONE
Sui pannelli del calderone di Gundestrup
appaiono volti umani, immagini di guerrieri,
animali reali o fantastici. Le figurazioni
sono generalmente interpretate come ritratti
di divinità, oppure come scene mitologiche,
sebbene non sia stato possibile darne
un'interpretazione convincente.
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Veduta dall'alto del caldaio |
Nationalmuseet, København (Danimarca) |
Per molti anni gli studiosi hanno cercato di
interpretare le immagini del calderone in
termini di pántheon celtico. La
figura con i palchi cervini sul pannello
A è stato comunemente identificato con
il
Cernunnos attestato sul
pilastro dei Nautae Parisiaci; per la figura
che tiene la ruota sulla lamiera C si
è pensato, con un maggior margine di
incertezza, a
Taranis,
lo
Iuppiter gallico. Non c'è consenso per
quanto riguarda le altre figure. Alcuni
celticisti hanno spiegato gli elefanti sul
pannello B come un riferimento al
passaggio di Ḥannibaʿal sulle Alpi. I due
«cavalli marini» sorretti dalla figura
sul pannello b hanno fatto pensare al
dio irlandese
Manannán mac Lir. Nella figura femminile
affiancata da due volatili sul pannello f
si è voluta vedere l'eroina gallese
Rhiannon, il
canto dei cui uccelli poteva «risvegliare i
morti e addormentare i vivi».
Un complesso lavoro di interpretazione è
stato proposto da Garrett Olmsted, il quale
ha letto le immagini presenti nei vari
pannelli come illustrazioni di una versione
continentale del
Táin
Bó Cúailnge. Secondo Olmsted, gli animali presenti sul pannello
A rappresenterebbero le
trasformazioni a cui, nell'epopea irlandese,
vanno incontro i due tori
Finnbennach e
Donn Cúailnge,
rappresentati alle due estremità
dell'immagine. La figura centrale sul
pannello B andrebbe invece identificata
con la regina irlandese
Medb, che
Olmsted vuole seduta su un carro:
gli animali rappresenterebbero il suo
carattere bellicoso, il carro la sua natura
territoriale. I due personaggi che si
contendono la ruota sul pannello C
sarebbero invece Cú
Chulainn e
Fergus mac Róich; il serpente
criocefalo rappresenterebbe invece la dea
Mórrígan, la quale, in un episodio
dell'epopea, si trasforma in anguilla e ha
le costole fratturate sotto i piedi di
Cú Chulainn.
Nella figura barbuta sul pannello a,
ritratta nell'atto di sorreggere due piccole
figure umane, le quali tendono a loro volta
le mani verso dei piccoli
cinghiali, Olmsted vede ingegnosamente
Cú Roí mac Dáiri,
intento a giudicare i campioni dell'Ulaid
nella contesa per la curadmír, la
porzione del campione al banchetto degli
Ulaid, in un
remscél del
Táin
Bó, il
Fled Bricrenn. La figura che
regge due cavalli marini, sul pannello b,
è Fróech,
personaggio che combatte contro un mostro
acquatico nel
Táin Bó Fraich.
La donna affiancata da due piccoli uomini,
sul pannello d, è stata interpretata
come
Medb affiancata
dal marito Ailill mac Róich
e dall'amante
Fergus mac Róich (pure presente sul
pannello C). La
signora con gli uccelli sul pannello f
potrebbe invece essere, per Olmsted, la stessa
Mórrígan, la
quale appariva sovente in forma di corvo, oppure
Medb,
circondata dai suoi animali domestici.
(Olmsted 1979).
Le ipotesi di Garrett Olmsted, per quanto
ingegnose, si basano però su interpretazioni
spesso piuttosto deboli. Sebbene molti
episodi del
Táin
Bó Cúailnge e dei suoi
remscéla mostrino omologie con miti
indoeuropei, l'epopea della «grande razzia» è il risultato di una
giustapposizione di vicende originariamente
separate,
assemblate in Irlanda forse solo a partire
dal V secolo,
e la sua collocazione
risente in maniera decisiva del territorio e
della storia irlandese. Nulla ci fa pensare
che l'epopea possa essere conosciuta fuori
dall'Irlanda (ad esempio, non ne abbiamo
traccia in Galles); ciò rende piuttosto
difficile immaginare che i Celti dell'Europa
sud-orientale potessero conoscere una versione tanto simile a quella irlandese.
Un altro studioso, Timothy Taylor, si è
spinto assai oltre il territorio celtico
presentando una visione multiculturale delle
immagini sul calderone. Egli, ad esempio,
paragona Rhiannon
– che secondo lui è la figura del pannello
f – con la demoniessa
Hārītī della
mitologia indoiranica; sottolinea inoltre
la figura femminile del pannello B
con la dea indiana
Lakṣmī, che è spesso affiancata da
elefanti. La ruota presente sul pannello
C rimanderebbe invece al cakra,
uno dei simboli di
Viṣṇu.
(Taylor 1992).
Seppure ingegnose, le ipotesi di Taylor
offrono però ben pochi appigli, visto che,
una volta allargato il campo di comparazione
fino all'India, la possibilità di trovare
immagini pertinenti sale di conseguenza, con
il rischio, alla fine, di non dimostrare
nulla.
Sebbene possano mostrare affinità sia con il
mondo mitologico celtico che con quello dacio o trace, le
immagini sul calderone di Gundestrup
appartengono a una cultura che non ha
lasciato alcuna fonte scritta, rendendoci
arduo qualsiasi tentativo di decifrarle.
Buona parte di esse sembra rimandare a una
sfera religiosa e si può presumere che il calderone
fosse impiegato a uso cultuale. Può darsi
che servisse come bacinella per raccogliere il
sangue nel corso dei sacrifici, come
suggerisce l'immagine del toro sul
piatto di base, la cui prospettiva
suggerisce una visione
dall'alto. Ma siamo sempre nel campo delle
ipotesi. È probabile che il calderone
continuerà a lungo a conservare i propri
enigmi e il proprio fascino. |
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d
GUNDESTRUP KARRET |
IL CALDERONE DI GUNDESTRUP |
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Peso: 9 kg
Diametro: 69 cm
Altezza: 42 cm |
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Pannello
interno A.
Il dio dai
palchi cervini
Il personaggio dalle corna di cervo è
solitamente identificato con il
Cernunnos
raffigurato nel pilastro dei Nautae
Parisiaci, sebbene l'assenza di
iscrizioni renda del tutto ipotetica
l'identificazione. La figura è accosciata in
una posizione assai inusuale
nell'iconografia celtica, nella quale si
sono voluti riconoscere influssi orientali.
Regge con la mano destra un torques, con
la sinistra un serpente criocefalo, entrambi
elementi tipicamente celtici.
Tra gli
animali che circondano la figura centrale,
si riconoscono a sinistra un cervo e un toro. A destra, un cane è rivolto verso il personaggio centrale. Sopra di
esso un animale non bene identificato è
voltato nella direzione opposta: potrebbe
essere un mastino o un leone.
Curiosa la piccola figura dell'uomo che
cavalca un animale ittiomorfo; questo è in
genere identificato con un delfino, ma la
lavorazione a squame del suo dorso e la
presenza delle pinne anali fanno piuttosto
pensare a un pesce, probabilmente a uno
storione, come si evince dalle barbe sotto
il muso. All'estrema destra viene
replicato il medesimo toro già presente a
sinistra. In basso a destra, i due animali
che si fronteggiano sono generalmente
interpretati come leoni, per quanto la
strana criniera e il corpo coperto di una
lavorazione a scaglie suggeriscono piuttosto
qualche tipo di animale mitologico. Anch'essi sembrano
suggerire elementi iconografici orientali. |
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Pannello
interno B. La dea degli elefanti
Il pannello mostra una disposizione
simmetrica di animali disposta ai due lati
di un busto femminile. La donna – quasi
identica alla figura che compare sul
pannello g – è caratterizzata
da ciocche di capelli a S e sopraccigli che
formano una T con il naso. La resa delle
braccia è simile a quella della figura sul
pannello e. Ai lati della
figura compaiono due rose esafolie, motivo
assai diffuso nell'Europa dell'età del
bronzo.
Sebbene l'immagine sia stata a volte
interpretata come se la dea fosse seduta su
un carro, la rosa è un motivo non
confondibile con quello della ruota (invece
presente sul pannello C).
La figura è affiancata da una coppia di
elefanti che si confrontano tra loro, sotto
i quali compaiono due grifoni. Gli elefanti
sono a volte attestati nell'arte celtica
orientale e, nel caso del calderone,
potrebbero anche rappresentare un'influenza
della monetazione romana (il denarius
fatto coniare da Caesar intorno al 50 a.C.,
per celebrare la vittoriosa campagna
gallica, ritrae un elefante con la
proboscide sollevata). L'animale qui
raffigurato, pur avendo proboscide e zanne
da elefante, sembra incorporare le zampe
posteriori e la coda del toro sul pannello
D e il tronco del leone sul pannello
C. Anche i grifoni, ritratti con le zampe anteriori
sollevate, mostrano un
influsso orientale (li si confronti con
quelli presenti sull'elmo geto-dacio di
Coțofenești ①). In basso, al centro del
piatto, è posto un
cane (o forse un leone?) con le zampe
dotate di artigli. Le decorazioni degli
animali – puntini per gli elefanti, linee
per i grifoni e per il cane – sono
caratteristici delle argenterie traciche.
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Pannello
interno C.
Il dio con la
ruota
L'iconografia del pannello C è piuttosto
intrigante. Al centro del piatto, un busto
maschile, barbuto, il quale sembra
impugnare, nella mano destra, metà di una
ruota. La figura è quasi identica al piccolo
busto posto sulla spalla destra della figura
femminile sul pannello e. A sinistra, un giovane
raffigurato nell'atto di spiccare un salto,
tiene anch'essa la ruota con il braccio
destro. Quest'ultimo è vestito in modo
simile ai personaggi presenti sui pannelli
A ed E, ma indossa anche un
elmo con le corna a manubrio. Ai suoi piedi, un
serpente criocefalo.
Il pannello sembra illustrare qualche
narrazione, o forse un perduto mito celtico
continentale, sebbene nessuno tentativo di
dare un senso alla scena abbia dato
risultati convincenti. Non è nemmeno chiaro
se la ruota sia davvero spezzata – come
sostengono alcuni studiosi – o se l'artista
ne abbia raffigurata soltanto metà per
esigenza di spazio. Quale che sia il suo
significato, la ruota è un simbolo ben noto
all'arte celtica ed è un attribuito di
Taranis,
lo
Iuppiter gallico. Identificare la
divinità barbuta su questo pannello con
Taranis è tuttavia piuttosto azzardato:
le
ruote sono un motivo piuttosto comune nelle
incisioni rupestri della tarda età del
bronzo e dell'età del ferro.
Ai lati delle figure centrali, due cani (leoni? linci?) sono rivolti verso destra; nella
parte inferiore del pannello, tre grifoni
sono invece rivolti verso sinistra. Gli uni
e gli altri rassomigliano agli animali
ritratti sul pannello B. Lo
spazio tra il gruppo superiore i quello
inferiore è riempito con motivi botanici a
forma di goccia, interpretati come viticci
di edera. |
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Pannello
interno D. Caccia o sacrificio
Questo pannello è generalmente interpretato
come una scena di caccia o di sacrificio.
Oggetto dell'uccisione sono tre grossi
animali ungulati, generalmente interpretati
come tori. L'identificazione dell'animale è
però resa problematica dall'unico corno
visibile, perlopiù collocato in una
posizione assai inusuale: lo si confronti
con le due corna dei tori raffigurati nel
pannello A. Rimane dunque il dubbio
che si tratti non di tori, ma di qualche
tipo di bestia mitologica, forse addirittura
unicorne. Le bestie sono
collocate in orizzontale, rivolte nella
stessa direzione. Hanno corpi molto robusti,
con colli imponenti e grandi cosce.
Sul lato inferiore destro di ogni
toro/unicorno, un
uomo è in procinto di attaccarlo con
una spada. A fianco di ogni uomo, sotto gli
zoccoli dell'animale, è raffigurato un cane
nell'atto di correre verso sinistra, mentre
una creatura felina fugge nella medesima
direzione nello spazio libero sopra la
groppa del toro/unicorno.
Gli spazi tra le figure sono riempiti con
motivi vegetali a forma di goccia.
La composizione triplice
di questo pannello ha fatto pensare al
tipico schema mitologico attestato nella
letteratura gallese e irlandese in cui le
azioni degli eroi e le uccisioni dei mostri
sono fissati in gruppi di tre. La struttura,
in questo caso, non è completamente
identica, in quanto la figurina umana
centrale indossa blusa e brache, mentre le
altre due sono a torso nudo. Il dettaglio
forse non è significativo. Poiché i tori e
le figure umane sono rappresentati in modo
stilizzato, con postura è statica, quasi
monumentale, la scena va probabilmente
intesa in senso artistico-espositivo, senza
alcuna pretesa di realismo narrativo
(Ellis
Davidson 1993). |
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Pannello
interno E. Immersione e rinascita (?)
È forse il più strutturato ed enigmatico dei
pannelli, dominato, sul lato sinistro, da
una figura di dimensioni assai maggiori di
tutte le altre. La figura è in piedi,
abbigliata con la blusa e le brache a
strisce presenti anche negli altri pannelli,
e con in testa un berretto di maglia
terminante con una coda o un fiocco. Tiene
un piccolo uomo a testa in giù al di sopra
di un oggetto a forma di secchio, nel quale
sembra immergerlo o tirarlo fuori.
Nel resto della scena,
due file di guerrieri si muovono ai lati di
un fusto d'albero disposto orizzontalmente:
la fila superiore è costituita da quattro
cavalieri; la fila inferiore da sette fanti.
I cavalieri si muovono verso destra e due di
loro sono armati di lancia. I fanti si
muovono verso sinistra: impugnano nella
destra un gladio che rizzano verso l'alto,
fino a sfiorare il fusto, e
imbracciano con la sinistra uno scudo dalla
forma allungata. Il settimo della fila tiene
però la spada appoggiata alla spalla ed è privo di
scudo: il cimiero a forma di cinghiale che
orna il suo elmo lo qualifica, forse, come
il comandante del gruppo. Un cane sembra accogliere, aggredire
o fare le feste al primo dei fanti. Sul lato
destro del pannello, tre uomini soffiano in
altrettanti carnyces, lunghi corni con
il tubo verticale e la svasatura in forma di
testa di cinghiale, con le ganasce
spalancate e la criniera sporgente sul
retro ①. Sopra si riconosce il serpente criocefalo.
Se il carnyx è uno strumento
tipicamente celtico, anche gli elmi dei
cavalieri presentano decorazioni celtiche:
uno presenta un cimiero a forma di
cinghiale, il secondo ha un paio di corna
sottili simile a manubri, il terzo porta una
decorazione a forma di mezzaluna con le
punte rivolte verso il basso, il quarto un
uccello con le ali spiegate (quest'ultimo assai simile a
un elmo dacio-celtico del IV
secolo rinvenuto a Ciumești, Romania ②). Questi elmi
coincidono con le descrizioni che ne dà Poseidṓnios. Anche gli scudi con gli umboni
circolari sembrano quelli presenti in Europa
centro-occidentale ③. Altri dettagli rimandano
però a testimonianze extra-celtiche: le
phalerae che ornano le cinghie dei
cavalli hanno riscontri nell'Europa
sud-orientale. Anche la disposizione delle
figure nel pannello, su due file rivolte in
direzione opposta, sopra e sotto un tralcio
orizzontale, è presente sull'elmo geto-dacio di
Coțofenești ④.
Per quanto riguarda il significato
dell'immagine, sono state date differenti
interpretazioni. La si interpreta
solitamente come scena di un'immersione
rituale e l'oggetto a forma di secchio viene
letto come una sorta di calderone della
rinascita. Questo lo si ritrova in varie
leggende celtiche, in particolare nel
mabinogi di Brân
Bendigeidfran (Brânwen
ferch Lŷr), dove i morti possono
essere portati in vita se immersi in un
magico calderone; nel
Cath Maige Tuired,
il guaritore
Dían
Cécht immerge morti e feriti in una
speciale sorgente in grado di riportarli in
vita e guarirli magicamente. A favore di
questa interpretazione, Hilda Ellis Davidson
legge il cane e il serpente criocefalo come
simboli dell'altro mondo
(Ellis
Davidson 1993), sebbene essi siano presenti in altri
pannelli. È stato ipotizzato che i fanti rappresentino i guerrieri morti che
si recano al calderone, quindi, una volta
resuscitati, si allontanano a cavallo,
sebbene inon vi sia alcuna garanzia
che tale interpretazione sia corretta. Garrett Olmsted sostiene che l'immagine
rappresenti un mito di annegamento in una
botte, come spesso si trova nei racconti
irlandesi o scandinavi (si veda ad esempio la
morte di re
Muirchertaich mac Erca, narrata nell'Aided
Muirchertaig maic Erca). Poco
convincente l'interpretazione di Wolfgang
Kimmig, il quale suggerisce che i soldati
stiano portando un albero da collocarsi come
offerta votiva in un pozzo sacro celtico
(Kimmig 1965).
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Pannello di
base.
Il toro abbattuto
Un pannello circolare, aggiunto in un
secondo tempo, forse per riparare un foro, è
posto alla base del calderone. È dominato
dall'immagine di un toro, visto
evidentemente dall'alto. Il corpo robusto,
tratteggiato con una sapiente serie di linee
(punti nel caso delle parti in ombra) non
appare sostenuto dalle zampe: il toro è
infatti steso al suolo su un fianco, come se
riposasse, o fosse
stato abbattuto, dettaglio che forse
conferma l'uso del calderone come recipiente
in cui si lasciava colare il sangue nel
corso dei sacrifici. Il toro è ancora vivo:
la sua testa è parzialmente
sollevata. Si vedono i fori in cui, in
precedenza, erano state impiantate le corna.
Accanto alle zampe del toro l'immagine
in rilievo di un
animale dalla lunga coda, un topo o un
mustelide, conferma la visione dall'alto del
quadro. Vicino alla coda di quest'ultimo
s'intravede il profilo di una
bestiola acciambellata, simile a un gatto.
Nel lato accanto la groppa del toro, un uomo
con blusa e brache al ginocchio, i capelli
stretti in una coda o in uno
chignon, sembra in procinto di colpire
con una spada il posteriore di un cagnolino. Quest'immagine, al contrario del toro, non sembra destinata a una
visione dall'alto.
Tralci di edera fungono da ricorrenti motivi
decorativi. |
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Pannello
esterno a
Un personaggio maschile, con capelli
riccioluti, lunghi baffi e una folta barba
arrangiata in due trecce, ritratto nella
cosiddetta «posizione dell'orante», regge
per il braccio due piccoli uomini abbigliati
con semplici brache. Questi ultimi sembrano
reggere nel braccio libero due piccoli
cinghiali, o piuttosto sembrano sollevare le
braccia per sfiorarli. Sulle spalle della
figura centrale, sotto i piccoli uomini, si
trovano un cane (a sinistra) e un cavallo
alato (a destra). |
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Pannello
esterno b
Il personaggio maschile presente in questo
pannello regge tra le mani due animali
fantastici, sorta di draghi alati,
con zampe anteriori provviste di zoccoli, costole ben evidenti e la parte
posteriore che si sviluppa in una lunga coda
serpentina. Alcuni studiosi hanno
interpretato i due animali come cavalli
marini, leggendo dunque il personaggio
centrale come dio del mare, forse una versione continentale di
Manannán mac Lir.
Assai
interessante l'immagine in basso, dove una
lunga creatura anfidroma assale, con
entrambe le estremità dotate di zampe e testa, due
uomini. Mostri di questo tipo sono
ben presenti nell'iconografia tardo-antica e
medievale, ma anche rimandano a un certo
tipo di alari da focolare, di cui ne sono
stati ritrovati esemplari nelle tombe
celtiche tanto continentali quanto insulari ①,
i quali portavano alle estremità teste di tori, arieti o
altri animali. Hilda Ellis Davidson ritiene
dunque che i due uomini stiano in realtà
banchettando accanto a un focolare e che
questa immagine sia una rappresentazione
della festa dei defunti, suggerendo un
legame tra la divinità rappresentata e
l'altro mondo (Ellis
Davidson 1993).
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Pannello
esterno
c
Il personaggio presente in questo pannello,
caratterizzato da una tripla treccia (krṓbylos)
attorno al capo e una barba finemente
lavorata, è ritratto anch'esso nella
«posizione dell'orante», ma ha le mani
vuote. Sulle sue spalle due figurine umane:
a destra, un uomo in brache in posizione da
pugile; a sinistra, una figurina con capelli
lunghi o chignon, simile a quella
ritratta sul pannello di base, sembra
spiccare un salto. Sotto di essa, un
minuscolo uomo a cavallo. |
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Pannello
esterno
d
Un personaggio riccioluto e barbuto,
anch'esso nella «posizione dell'orante»,
tiene due cervi per la zampa posteriore. I
cervi sono stati abbattuti, suggerendo forse
il successo in una caccia. L'area compresa
tra il capo e le braccia ha il fondo
tratteggiato e termina, in alto, con un
confine irregolare. Viticci di edera
riempiono le parti vuote.
Poiché cinghiali, orsi e cervi sono stati
tra i principali animali venerati dai Celti,
gli studiosi si sono sentiti giustificati
nel sostenere il carattere gallico di questa
immagine. Tali forme di zoolatria erano
tuttavia diffuse anche presso molti altri
popoli dell'Europa centrale o meridionale. |
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Pannello
esterno
e
Una figura centrale, femminile, con un
krṓbylos attorno al capo e, ai lati,
quelle che sembrano lunghe trecce. Ha un
torques al collo e i seni appena
accennati. A suoi lati, due figure maschili:
a sinistra, un personaggio con la barba,
assai simile a quello presente nel pannello
interno C; a destra, una figura più
giovane, sbarbata, anch'egli ornato con un
torques. Gli spazi vuoti sono
riempiti con tralci d'edera, mentre il
fondale è interamente tratteggiato.
La disposizione simmetrica delle figure ha
dato adito a molte interpretazioni. Che
rapporto c'è tra la donna centrale e i due
uomini? Questi ultimi sono figure differenti
o si tratta di uno stesso personaggio in due
contesti diversi? Le possibili risposte
possono dipendere dal fatto che le immagini
del calderone illustrino o meno dei racconti
mitici e che i vari pannelli possano essere interconnessi. |
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Pannello
esterno
f
Il pannello porta al centro una figura
femminile
caratterizzata da lunghi capelli o trecce e
da un complesso krṓbylos attorno al
capo. La donna tiene la mano sinistra contro il petto
mentre sulla destra, sollevata, è posato un
uccellino. Ha un torques al
collo e piccoli seni conici.
La donna è affiancata da altre due figurine
femminili: sulla destra, una ragazza è in
procinto di acconciarle una ciocca di
capelli; sulla sinistra, una seconda ragazza
è ritratta seduta sulla sua spalla. Di
traverso lungo il suo braccio sinistro,
inoltre, giace la figurina di un uomo; sul lato
opposto compare un cagnolino steso sul
dorso, le zampe in aria.
È stato suggerito che la donna stia abbracciando o cullando
il piccolo uomo. Ma l'ipotesi è difficile da
sostenere: l'immagine
suggerisce, al contrario, che l'uomo e il
cane
stiano cadendo.
I due uccelli che si stagliano, con perfetta
simmetria, ai due lati del pannello sono
verosimilmente aquile o corvi. Le penne e i
particolari delle zampe sono evidenziati con
perfetta maestria. A sinistra un leone è
raffigurato nell'atto di balzare verso
l'alto.
Gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi
sull'identità della figura centrale. Garrett Olmsted
ha pensato a una versione continentale della
Mórrígan, la
quale appariva sovente in forma di corvo, oppure
alla regina irlandese
Medb, circondata dai suoi animali domestici.
(Olmsted 1979).
Timothy Taylor vi ha visto Rhiannon
con i suoi uccelli fatati, e ha anche
proposto un
paragone con la demoniessa
Hārītī della
mitologia indo-iranica
(Taylor 1992).
Sebbene il contenuto dell'immagine non sia
noto, Berquist e Taylor hanno
puntato l'attenzione su una phalera del
II sec. a.C., rinvenuta a Galiče (Bulgaria),
dove compare un busto femminile con un
uccello sopra ogni spalla ①. Dal momento che
l'immagine del calderone e quello della
phalera sono di stile molto diverso, è
difficile sostenere una relazione stretta
tra le due immagini. Tuttavia la struttura
iconografica è simile, e possiamo
verosimilmente chiederci se non vi sia, alla
base delle due figure, un medesimo mito
celtico o tracio. (Berquist
~ Taylor 1983)
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Pannello
esterno
g
Un'altra figura femminile, con lunghe
ciocche ai lati, un krṓbylos attorno
al capo e un torques al
collo. Tiene le braccia incrociate contro il
petto; i seni sono conici. Sulla sua spalla
destra un uomo lotta con un leone; sulla
sinistra, una figura dalla lunga chioma è
colta nell'atto di spiccare un salto: è
quasi identica a quelle presenti sul
pannello c e sul pannello di
base.
L'uomo a destra è di solito associato a Hēraklês
che lotta con il leone di Neméa [Léōn tēs Neméas],
ma in realtà il motivo è ben presente
nell'iconografia dell'antico Vicino Oriente
(Gilgameš).
Anders Berquist e Timothy Taylor hanno
associato questa immagine a quella presente
su una brocca d'argento da Orlovo, vicino
Voronež (Russia), dove un volto femminile,
circondato da motivi floreali, è affiancato
da due figure maschili: a sinistra un
individuo in piedi, a destra un uomo alle
prese con un animale. (Berquist
~ Taylor 1983)
Una phalera d'argento tracia
rinvenuta a Čatalka, presso Stara Zagora
(Bulgaria), mostra un uomo (Hēraklês?)
nell'atto di uccidere il leone con un
pugnale. Per quanto la scena sia sottilmente
diversa da quella qui raffigurata, gli abiti
indossati dal personaggio sono gli stessi
che compaiono nel calderone di Gundestrup.
①
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GUNDESTRUP KARRET |
APPENDICI ICONOGRAFICHE |
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Elmo di Coțofenești
Elmo geto-dacio (IV
sec. a.C.) rinvenuto a
Poiana Coțofenești (Romania). L'immagine
mostra il lavoro sul lato posteriore dove
una decorazione orizzontale divide due file
di figure che si muovono in direzione
opposte: una fila di persone rivolte a
destra nel lato superiore, una fila di
grifoni rivolti a sinistra nel lato
inferiore.
Immagine:
[Vista
frontale dell'elmo]✦
Immagine:
[Vista
laterale dell'elmo]✦ |
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Muzeul Naţional de Istorie a României, București
(Romania) |
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Carnyx
Ricostruzione di due carnyces, i
lunghi corni con le estremità decorate a
teste di animale raffigurati nel pannello
E del calderone di Gundestrup.
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Elmo di Ciumești
Elmo celtico risalente al IV
secolo a.C.,
con cimiero a forma di uccello, rinvenuto a Ciumești
(Romania). Un elmo analogo compare nel
pannello E del calderone di
Gundestrup. |
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Muzeul Militar Naţional, București (Romania) |
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Scudo di Battersea Scudo celtico dell'età del ferro (350-50 a.C.),
rinvenuto nel fiume Thames presso Battersea
Bridge (Inghilterra, Regno Unito). La forma
oblunga, sviluppata in verticale, e l'umbone
circolare sono molto simili agli scudi
rappresentati nel pannello E del
calderone di Gundestrup. |
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British Museum, London (Regno Unito) |
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Alare di Garmond Alare per
focolare rinvenuto a Garmond, risalente al
periodo tra il 50 a.C. e il 50 d.C. La
decorazioni con teste di animali rivolte in
direzioni opposte, tipica di questi oggetti,
è stata messa in relazione con la creatura
bicefala presente nel pannello b. |
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Amgueddfa Genedlaethol / National Museum, Caerdydd/Cardiff (Galles, Regno Unito) |
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Phalera di Čatalka
Phalera tracia in argento dorato (II-I sec.
a.C.), rinvenuta a Čatalka, presso Stara
Zagora (Bulgaria). Sulla circonferenza è
raffigurato un giro di leoni e grifoni; al
centro, un eroe colpisce un leone con la
spada: i suoi abiti sono identici a quelli
delle figure presenti sul calderone di
Gundestrup.
Diametro: 17,8 cm.
Immagine:
[Vista
complessiva della phalera]✦ |
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Okrǎžen Naroden Muzej, Stara Zagora
(Bulgaria) |
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Phalera di Galiče
Phalera tracia in argento (II sec. a.C.),
da Galiče (Bulgaria).
Diametro: 18 cm. La figura femminile è
caratterizzata dalla presenza di due
uccellini posati sulle spalle, e per tale
ragione è stata messa in correlazione con
l'iconografia del pannello f
del calderone di Gundestrup. |
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Nacionalen arheologičeski muzey, Sofia (Bulgaria) |
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BIBLIOGRAFIA
- BERGQUIST ~ TAYLOR 1983. K. Bergquist, Timothy Taylor, Thrace and
Gundestrup Reconsidered. In: «Proceedings of the Seventh
International Congress of Celtic Studies», Oxford 1983.
- ELLIS DAVIDSON 1993. Hilda Ellis Davidson, The Lost Belief of Northern
Europe, Routledge, London 1993.
- JOUTTIJÄRVI 2009. Arne Jouttijärvi, The Gundestrup Cauldron.
Metallurgy and Manufacturing technical investigations. In: «Materials and Manufacturing Processes», 24. Taylor & Francis Group,
London (?) 2009.
- KAUL 1991. Flemming Kaul, Il calderone di Gundestrup.
In: «I Celti», Bompiani, Milano 1991.
- KIMMIG 1965. Wolfgang Kimmig, Zur Interpretation der Opferszene
auf den Gundestrup-Kessel. In: «Sonderdruck aus Fundberichte aus
Schwaben», Neue Folge xiv, 1965.
- OLMSTED 1979. Garrett S. Omsted, The Gundestrup cauldron: its
archaeological context, the style and iconography of its portrayed motifs and
their narration of a Gaulish version of Táin Bó Cúailnge. Collection
Latomus, 192. Bruxelles, 1979.
- TAYLOR 1992. Timothy F. Taylor, The Gundestrup cauldron.
In: «Scientific American». 1992.
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BIBLIOGRAFIA ► |
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Intersezione Sezioni:
Alianora
Sezione Museo:
Līlīth
Area Celtica:
Óengus Óc |
Annotazioni di Eleonora Dispetti |
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Creazione pagina:
08.03.2004
Ristrutturazione pagina: 04.01.2014
Ultima modifica:
23.01.2016 |
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