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| Staburadze |
| Illustrazione di Voldemārs
Valdmanis |
L'ASSEMBLEA DEGLI DÈI DEL
BALTICO

ell'azzurra volta del cielo, dove brillano le luci eterne, gli dèi del
Baltico si radunarono in assemblea. Vi era Patrimps, il nume della
fecondità e della ricchezza, e Pakuls, il re dell'oltretomba, e Pērkons,
il dio del tuono, e Laima, la signora del fato. Gli dèi convennero nel
grande palazzo del dio del tuono, ché li aveva convocati Dievs, il padre
del cielo.
Dievs si levò in piedi e spiegò a tutti gli dèi come in una terra
lontana, a sud, il Figlio di Dio si fosse fatto uomo ed avesse lasciato
agli uomini un messaggio d'amore e di speranza. Erano trascorsi mille
anni, e quell'insegnamento si era lentamente diffuso nel mondo e tutti i
popoli avevano uno ad uno lasciato i loro antichi dèi per accogliere la
nuova fede. Tra non molto, aggiunse Dievs, gli uomini avrebbero portato la
legge di Gesù Cristo anche nelle fredde terre del Baltico.
A quel punto si alzò Pērkons e fece notare che gli uomini avevano la
discutibile virtù di cambiare il bene in male e che non si sarebbero fatti
scrupolo di distorcere il messaggio di Gesù per assecondare i loro scopi
malvagi. Dichiarò che coloro che si muovevano verso il Baltico con la
scusa di portarvi la fede di Cristo, venivano solo per occupare quella
terra ricca e prospera e per rendere schiavo il suo popolo. E di fronte a
tutta l'assemblea divina, Pērkons promise che avrebbe fatto del tutto per
aiutare i Balti a difendersi contro questi stranieri e i loro disegni
malvagi.
Gli dèi e le dee discussero a lungo di come portare aiuto alla genti del
Baltico. Serviva un eroe che si levasse contro l'invasore con validità
e forza. Allora la dea Staburadze, che viveva in una palazzo di cristallo
nelle profondità del possente fiume Daugava, si alzò e narrò di uno strano
ragazzo, figlio di un uomo e di un'orsa, che era caduto nel fiume. Sarebbe
annegato se lei non l'avesse salvato dalla morte. Adesso lo teneva nel suo
palazzo di cristallo sul fondale della Daugava, e non gli permetteva di
tornare in superficie.
Pērkons dichiarò che proprio quel giovane era colui che gli dèi
avrebbero destinato alla gloria.
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LĀČPLĒSIS, LO SQUARTATORE
D'ORSI

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| Lāčplēsis uccide
l'orso |
Opera congiunta (1935)
dello scultore Kārlis Zāle e
dell'architetto Ernest Stalbergs |
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Particolare del Monumento della Libertà
[Brīvības piemineklis] a Rīga. Il monumento, ricco di figure allegoriche, è il
simbolo della libertà e dell'identità nazionale della Lettonia.
Nelle intenzioni degli autori, l'uccisione dell'orso
rappresenterebbe la resistenza del popolo lettone contro il dominio
straniero. |
ualche tempo dopo, Lielvārde,
il capo di una delle molte tribù baltiche, trovò un ragazzo riverso sulla sponda del fiume Daugava. Era
giovane, forte e robusto; sarebbe anche stato bello d'aspetto, se non
fosse stato per le sue orecchie grandi e pelose, simili a quelle di un
orso.
Lielvārde lo adottò come se fosse suo figlio, e il ragazzo crebbe nella
sua casa.
Un giorno, mentre Lielvārde andava per la boscaglia insieme al ragazzo,
un orso emerse dal folto e aggredì il capotribù. Era un animale enorme e
feroce, e l'uomo temette che fosse giunta la sua fine. Ma subito
intervenne il ragazzo, agguantò l'orso per la gola, e dopo averlo
costretto al suolo, gli afferrò con una mano la mascella, con l'altra la
mandibola, e con la sola forza delle braccia gli aprì le fauci fino a
squartare l'orso in due.
Il vecchio Lielvārde rimase stupito per la forza e il coraggio
dimostrati dal suo figlioccio. Da quel giorno, il giovane fu conosciuto
come Lāčplēsis, lo Squartatore d'Orsi.
Lielvārde disse al giovane che sarebbe diventato un eroe per il suo
popolo. Gli procurò un cavallo, una spada, uno scudo, speroni d'argento e
un berretto di martora. E gli disse di dirigersi alla casa del saggio
Burtnieks, il custode delle tradizioni e della sapienza dei Balti, in modo
che crescesse in saggezza oltre che in forza.
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DISCESA NEL POZZO DEL DIAVOLO
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| Lāčplēsis |
| Disegni di autori sconosciuti |
così Lāčplēsis partì dal suo villaggio, e si allontanò dalle regioni
delle Daugava. Attraversò a cavallo desolate contrade, e di sera giunse a
un tetro palazzo, appartenente al signore Aizkraukle. Lāčplēsis chiese
alloggio per la notte, e lo ottenne da Spīdala, la figlia del padrone del
castello. Bella e malvagia a un tempo, Spīdala scorse quel giovane così
prestante e virile, e non esitò a sedurlo con le sue arti magiche e il suo
indiscutibile carisma.
Lāčplēsis rimase per qualche tempo in quel luogo, avvinto dalle arti di
Spīdala. Ma una notte che lei uscì dal palazzo, Lāčplēsis, insospettito,
decise di seguirla. La ragazza si recò al Pozzo del Diavolo, e vi entrò
dentro. Una lunga scalinata portava nel profondo della terra. Il giovane
la seguì incuriosito, e scese dietro di lei, una rampa dietro l'altro, fin
quasi agli inferi. Alla fine il ragazzo si ritrovò in una grande sala
affollata di figure agitate e urlanti. Lāčplēsis si nascose da una parte,
e poté assistere a una terribile scena di sabba. Vide Spīdala spogliarsi,
e quindi unirsi ad altre giovani streghe che danzavano nude e
caprioleggiavano insieme ad orribili dèmoni. Poi tutti insieme
parteciparono a un sanguinoso festino a base di mani di bambini e di
serpenti vivi.
E poi d'un tratto comparve il Diavolo in persona. Irruppe nella sala su
un carro d'oro trainato da un drago che soffiava fiamme. Il festino
s'interruppe e tutte le streghe urlarono il loro benvenuto.
Poi Lāčplēsis si accorse che in mezzo alla schiera demoniaca si
trovava, tremante, un vittima. Era un certo Kangars, che tutti conoscevano
come un uomo pio e devoto. Il poveretto implorava e urlava da far pietà,
ma le streghe ridevano e continuavano a trascinarlo verso il grande drago
che trainava il carro del diavolo, in modo che lo divorasse. Ma all'ultimo
momento, con un cenno imperioso, il Diavolo fermò l'esecuzione, si voltò
verso il disgraziato, ormai al culmine del terrore, e gli propose
un'alternativa: gli sarebbe stata risparmiata la vita, ma lui avrebbe
dovuto rinnegare Dio e tradire il suo popolo, consegnandolo in perpetua
schiavitù nelle mani degli stranieri che presto sarebbero venuti dalla
Germania. Fu così che il povero Kangars, vedendosi balenare dinanzi quel
miraggio di salvezza, da quell'uomo buono e pio che era, divenne il più
spregevole dei traditori.
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L'AIUTO DI STABURADZE

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| Lāčplēsis, Laimdota e Staburadze |
| Illustrazione di Aleksandrs Stankevičs |
questo punto Lāčplēsis ne aveva avuto abbastanza, e decise che era il
momento di ritornare al castello di Aizkraukle. Ma la sua presenza non
sfuggì agli occhi acuti di una vecchia strega, la quale lo additò a
Spīdala. La giovane lo inseguì su per il pozzo, decisa ad ucciderlo, e
Lāčplēsis dovette fuggire. Invece di dirigersi al castello, tagliò per i
boschi, cercando di seminare la sua inseguitrice. Poi un fiume gli sbarrò
la strada. Senza perdersi d'animo, il giovane gettò un tronco nel fiume,
vi salì a cavalcioni e si abbandonò alla corrente. D'un tratto, un vortice
s'impadronì del tronco, e lo trascinò giù.
Lāčplēsis credette di dover morire, eppure si svegliò sano e salvo in
una camera di cristallo. Si trovava di nuovo nel palazzo di Staburadze. La
dea lo aveva salvato ancora una volta.
Dopo averlo curato e assistito, Staburadze lo fece ritornare sulla
terra.
Emerso di nuovo dal fiume, Lāčplēsis incontrò Koknesis, un altro
giovane di grande forza e destrezza. I due divennero amici e decisero di
procedere insieme per la casa di Burtnieks, per istruirsi nella sapienza
degli antichi.
Ma quando passarono non lontano dal palazzo di Aizkraukle, li scorse la
malvagia Spīdala e rimase sconvolta nel vedere che Lāčplēsis era ancora
vivo.
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IL VECCHIO BURTNIEKS E IL SUO PALAZZO
SOMMERSO
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| Lāčplēsis contro il
gigante a tre teste |
| Illustrazione di Voldemārs
Valdmanis |
l vecchio Burtnieks era il depositario di tutta l'antica scienza del
popolo baltico: conosceva la storia del mondo e degli dèi, tutti i segreti
del mondo magico e di quello naturale. Tuttavia il suo palazzo era
scomparso: le forze del male l'avevano fatto sprofondare nelle acque di un
lago, con tutti i suoi antichi libri, e nessuno poteva più
raggiungerlo.
Ma Burtnieks era ancora disponibile, e Lāčplēsis e il suo amico
Koknesis trascorsero anni a studiare sotto la sua guida e la sua tutela.
Burtnieks aveva una figlia, Laimdota, che era così bella e incantevole che
Lāčplēsis s'innamorò di lei al primo sguardo.
Intanto l'infernale Spīdala e il traditore Kangars s'incontrarono con
Dītrichs, un prete tedesco la cui nave era naufragata nel corso di una
tempesta e che era stato trascinato a riva dalla tribù lettone dei Livoni.
I Livoni non sapevano, ovviamente, che la persona che avevano salvato
dalla morte intendeva conquistare e opprimere il loro paese. I tre si
misero d'accordo e fecero i loro piani per il futuro. Dītrichs sarebbe
tornato in Germania, e quindi a Roma, dove avrebbe preparato una
spedizione di crociati per evangelizzare il Baltico. Nel frattempo Kangars
e Spīdala si sarebbero occupati di Lāčplēsis.
Kangars si recò a nord-est, in Estonia, dove abitava Kalapuisis, un
possente gigante, e stuzzicando la sua cupidigia lo indusse a saccheggiare
i villaggi lettoni. Kangars sapeva che Lāčplēsis non avrebbe potuto
esimersi dall'affrontare il gigante, anche se questa sarebbe stata la sua
fine.
Così Kalapuisis scese in Lettonia, e cominciò a saccheggiare e
distruggere tutto ciò che trovava sul suo cammino. Allora il vecchio
Burtnieks chiamò a raccolta i suoi guerrieri al fine di sconfiggere il
gigante estone, e promise la mano di sua figlia Laimdota a chi l'avesse
sconfitto. Lāčplēsis, che era innamorato di Laimdota, partì per cimentarsi
nell'impresa. Affrontò Kalapuisis e lo sconfisse, ma poi fece pace con
lui. Da Kalapuisis, Lāčplēsis venne a sapere che tutta l'area del Baltico
era minacciata dal prossimo arrivo di un esercito invasore, e così i due
stabilirono che dovevano unire le loro forze per difendere quella che in
effetti era la loro terra comune.
Tornato da Burtnieks, Lāčplēsis si trovò ad affrontare e sconfiggere
una sorte di orribile orco. Era stato lui a lanciare la maledizione che
aveva fatto scomparire il vecchio castello di Burtnieks, e quando l'orco
venne ucciso, l'incantesimo si ruppe, il lago si aprì, e il palazzo che
giaceva sommerso sul fondale, sorse di nuovo, portando di nuovo alla luce
la sua vasta e prestigiosa biblioteca, nei cui testi erano nascosti tutti
i segreti del mondo. Lāčplēsis e Laimdota, che ormai era divenuta la sua
fidanzata, trascorsero l'intera notte immersi in quelle antichissime
scritture, desiderosi di apprendere tutta l'antica saggezza del popolo
baltico.
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| Lāčplēsis,
Burtnieks e Spīdala |
| Illustrazioni di Gunārs Krollis |
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IL RAPIMENTO
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| Spīdala, Kangars e Lāčplēsis |
| Illustrazione di Voldemārs
Valdmanis |
quel punto si mosse Spīdala. Nottetempo Laimdota e Koknesis furono
rapiti e portati alla nave di Dītrichs, che subito salpò per la Germania.
Su quel vascello si trovava anche Kaupa, il capo della tribù dei Livoni,
che aveva accettato di seguire Dītrichs in Germania e poi a Roma per
essere istruito sulla fede cristiana.
L'improvvisa scomparsa di Laimdota e Koknesis gettò Lāčplēsis in una
profonda agitazione, e l'eroe non risparmiò alcuno sforzo nel tentativo di
trovarli. La malvagia Spīdala fece in modo che Lāčplēsis venisse a credere
che Laimdota e il suo migliore amico erano divenuti amanti ed erano
partiti per la Germania. Lāčplēsis credette alla storia, e con il cuore a
pezzi, ritornò alla casa di suo padre Lielvārde.
Ma era tanto profonda e abissale la sua amarezza, che decise infine
d'imbarcarsi per il lontano nord, al fine di trovare la sublime figlia del
dio della terra Ziemelis. Solo questa bellissima signora avrebbe potuto
dar sollievo al suo capo febbricitante e avrebbe potuto aiutarlo a
ritrovare la felicità che aveva abbandonato il suo cuore.
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| Kaupa
e
Dītrichs |
| Illustrazione di
Aleksandrs Stankevičs |
I CAVALIERI TEUTONICI
omā lielā, vecā Romā...
Roma
grande, antica Roma. Qui erano convenuti tutti i crociati destinati alle
vie del Baltico, i Cavalieri Teutonici, e il Santo Padre li aveva
benedetti, aveva dato loro il compito di evangelizzare la Terra di Santa
Maria (così i cristiani chiamavano le regioni del Baltico) e aveva dato
loro l'assoluzione in vista della partenza.
Fatto questo, il Santo Padre ricevette il prete
Dītrichs e Kaupa capo
dei Livoni, il quale era rimasto incantato nel vedere tutte le meraviglie
della Città Eterna e dubitava ormai persino dei suoi stessi dèi. Kaupa
promise che sarebbe ritornato a casa e si sarebbe convertito al
cristianesimo insieme al suo intero popolo. E infatti, una volta che
ritornato nel Baltico, Kaupa mise il suo popolo al lavoro, al fine di
costruire una fortezza sul fiume Daugava, primo nucleo della città di
Rīga, e al centro di Rīga fece erigere la sua scura cattedrale, da cui
così tanta miseria si sarebbe presto riversata nelle terre
circostanti.
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NAUFRAGIO

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| Lāčplēsis e Spīdala in una serie
di francobolli lettoni. |
'amabile Laimdota era stata condotta in Germania, dove un
conte tedesco avrebbe abusato di lei se Koknesis non l'avesse salvata e
non l'avesse nascosta in un chiostro.
Più tardi i due riuscirono a fuggire, e guadagnato il porto, trovarono
una nave in proncinto di partire per il Baltico. Su quella nave si trovava
la stessa Spīdala: i due clandestini si nascosero ben bene nella stiva,
ben attenti a non farsi riconoscere.
Ma una volta partita per il mare, la nave venne catturata da una
tempesta, che la spinse ben più a nord di quanto dovesse arrivare, fino a
sperderla in mezzo al vasto oceano boreale...
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ZIEMEĻMEITA, LA DEA ALLA FINE
DEL CIELO

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| Ziemeļmeita e Lāčplēsis |
| Illustrazione di Voldemārs
Valdmanis |
el frattempo, Lāčplēsis era giunto alla fine del cielo, e qui aveva
incontrato la leggendaria figlia del dio Ziemelis.
Ziemeļmeita
aveva occhi del
colore che il cielo dell'estremo nord assume nei giorni sereni. La sua
meravigliosa bellezza tuttavia sbiadiva di fronte alla sua potenza, ma
tuttavia offrì a Lāčplēsis e al suo equipaggio la possibilità di restare.
E fu così che gli esausti viaggiatori furono accolti in un favoloso
giardino, rischiarato da una fiamma che sprizzava fuori dal centro della
terra.
Ma Lāčplēsis
ben presto iniziò ad annoiarsi di quella vita inerte e serena, e dopo un
po' annunciò che era tempo di fare i bagagli e di ritornare da dove erano
venuti. La splendida Ziemeļmeita lo mise in
guardia da tutti i pericoli del viaggio, e in particolar modo lo avvertì
di evitare l'Isola dei Cani Voraci, che era piena di creature assetate di
sangue.
Ma Lāčplēsis e il suo equipaggio non diedero ascolto a quei saggi
consigli, e dopo qualche giorno di navigazione sbarcarono proprio
sull'Isola dei Cani Voraci, ed a stento sopravvissero all'attacco delle
orrende creature. Ripresero di nuovo il mare, e dopo molte e lunghe
peregrinazioni, la nave giunse sull'orlo del mondo, dove si trovava
l'Isola degli Ultimi Incanti. Qui Lāčplēsis schiacciò le teste di tre
demoni policefali, i quali, meravigliosa combinazione, tenevano
prigionieri proprio Laimdota e Koknesis. Con loro c'era anche Spīdala, e
nei lunghi mesi di forzata coabitazione sull'isola, Lāčplēsis riuscì a
rendersela amica, e infine la convinse a infrangere il suo patto con
Satana. Dopodiché Spīdala e Koknesis divennero amanti.
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MORTE DI LĀČPLĒSIS

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| Lāčplēsis
contro i cavalieri teutonici |
| Disegni di autori sconosciuti |
ornati nel Baltico, Lāčplēsis e Laimdota, e Koknesis e Spīdala si
sposarono, e nella notte di mezz'estate si diedero ai festeggiamenti. Ma
un'ombra scura si preparava a stendersi sulla loro gioia: i Cavalieri
Teutonici avanzavano dalla Germania, mettevano a ferro e a fuoco i
villaggi e schiavizzavano tutte le popolazioni che incontravano,
battezzandole in massa.
Lāčplēsis allora dovette muoversi per difendere la libertà del suo
popolo. Riunì un esercito e lo mosse contro i Cavalieri Teutonici,
sbaragliandoli.
Il traditore Kangars, amareggiato perché non riusciva a togliere di
mezzo l'eroe, invocò allora il Diavolo e gli chiese di rivelargli il
segreto della forza dello Squartatore d'Orsi. Qual era la sorgente di tale
forza? Il diavolo gli rispose che la forza dell'eroe stava nelle sue
orecchie d'orso.
Il piano fu architettato in breve tempo. Di lì a poco, un gruppo di
cavalieri arrivò nel luogo dove si trovava Lāčplēsis. Tra di essi stava un
cavaliere interamente vestito di nero, che si recò dall'eroe e lo sfidò a
duello. Lāčplēsis accettò, e i due si ritrovarono nel campo scelto per la
sfida, su una roccia a strapiombo sul fiume Daugava. I due cominciarono a
colpirsi con le spade, poi, d'un tratto, il Cavaliere Nero si avventò e
con due rapidi colpi mozzò entrambe le orecchie di Lāčplēsis. L'eroe
s'infuriò, e la lotta si fece serrata e violenta. I due avversari si
afferrarono l'un con l'altro, e finì che entrambi caddero giù dal dirupo
dentro la Daugava e scomparvero per sempre sotto le scure onde.
Eliminato lo Squartatore d'Orsi, i Cavalieri Teutonici non trovarono
più alcuna resistenza, e avanzarono attraverso le terre del Baltico. I
Livoni furono i primi a cadere. Dopo di loro tutte le altre tribù furono
sottomesse. Iniziava così la schiavitù dei Balti, destinata a durare per
settecento anni.
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| Laimdota,
Kangars e Ziemeļmeita |
| Illustrazioni di Gunārs Krollis |
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NOTE
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Andrejs Pumpurs
(1841-1902) |
| Fotografia dell'autore del
Lāčplēsis, nella
divisa dell'Armata Rossa e con tanto di
medaglie! |
Pressoché sconosciuto in Europa occidentale, il Lāčplēsis è il poema
nazionale lettone. In tutti i paesi del Baltico, nell'Ottocento, la creazione di
un'epica nazionale coincise con la crescita e l'affermarsi della coscienza
nazionale. Esordì Elias Lönnrot, in Finlandia, con il
Kalevala;
seguì Friedrich Reinhold Kreuzwald, in Estonia, con il
Kalevipoeg.
La stessa tendenza si avvertì profondamente in Lettonia, all'epoca parte
integrante dell'impero russo. Kruogzemju Mikus (1850-1879), meglio conosciuto
con lo pseudonimo di Auseklis «stella del mattino», nella sua breve vita diede
alla letteratura lettone uno spirito squisitamente nazionale; le sue poesie, per
quanto formalmente si attenessero ai modelli tedeschi, avevano un contenuto
dichiaratamente patriottico. L'autore, che faceva parte della società dei
Giovani Lettoni, esaltava la terra lettone e le sue bellezze naturali, e si
rifaceva alla storia locale idealizzandone la lotta contro gli invasori
stranieri. Auseklis provvide tra l'altro a ricostruire l'antica mitologia
lettone a partire dalle tradizioni lituane e prussiane, ma anche servendosi
della sua fantasia. Ne sortì così una mitologia assai ricca, ma apocrifa e di
scarso valore per il mitografo, la quale tuttavia corrispondeva tanto bene
all'idea che si facevano i Lettoni del loro passato nazionale che nessuno ebbe
modo di rimproverare ad Auseklis il carattere fantasioso della sua creazione.
Meno dotato e meno colto, fu il suo successore spirituale, Andrejs Pumpurs
(1841-1902), geometra per studio e nella vita ufficiale dell'armata russa.
Interessato alle leggende e alle saghe lettoni, che raccolse con cura, Pumpurs
diede vita a quello che sarebbe stato il poema nazionale del suo paese: il
Lāčplēsis. Ma se Auseklis aveva «arricchito»
la mitologia lettone con la sua fantasia, Pumpurs riscrisse interamente il
materiale tradizionale, ricostruendo e riadattando le antiche leggende secondo
il gusto proprio e della sua epoca.
Se il Lāčplēsis ha scarso valore poetico,
non si può però negare al Pumpurs un genuino entusiasmo patriottico. Alla sua
uscita, nel 1888, l'opera fu accolta con enorme favore in tutto il paese, e
Lāčplēsis divenne il simbolo del coraggio e dell'eroismo guerriero dei Lettoni.
Allo stesso tempo le autorità russe non apprezzarono l'uscita di questo poema,
che mostrava come la Lettonia avesse una storia e una cultura altrettanto grande
quanto quella dei suoi dominatori.
Il Lāčplēsis era ambientato nella
Lettonia tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, all'epoca in cui il
Baltico fu conquistato dai Cavalieri Teutonici. L'eroe del poema, Lāčplēsis,
difende il paese contro il nemico invasore, ma finisce per soccombere a causa
del tradimento del perfido Kangers. Già Kreutzwald, in Estonia, aveva fatto
muovere l'eroe del suo Kalevipoeg contro i Cavalieri Teutonici, e Pumpurs non
evita di citare l'eroe estone facendolo apparire nel suo poema, con il nome
lettonizzato di Kalapuisis, prima acerrimo nemico di Lāčplēsis, in
seguito suo alleato contro il comune nemico germanico, gettando le basi di un
ideale schieramento dei piccoli paesi baltici contro la dominazione delle
potenti nazioni straniere.
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| Copertina da una vecchia edizione lettone
del Lāčplēsis. |
Il Lāčplēsis ha avuto un profondo impatto
sulla Lettonia, influenzando generazioni di scrittori, artisti e politici. E di
miti ha davvero bisogno questo piccolo paese, la cui storia è stata una continua
successione di dominazioni straniere, via via occupato e conteso da tedeschi,
russi, svedesi, danesi e polacco-lituani. Indipendente per la prima volta dal
1920, la Lettonia ha goduto, insieme alla Lituania e all'Estonia, di un breve
periodo di libertà prima della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere annessa
all'Unione Sovietica nel 1939 con il Patto Molotov-Ribbentrop.
Nel 1991, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la Lettonia ha riottenuto la
sua libertà. Il governo ha di nuovo istituito l'Ordine di Lāčplēsis, che già
esisteva prima della guerra, un importante premio conferito in ricompensa per i
servizi resi al Paese. Vi sono strade chiamate col nome dell'eroe e molti negozi
prendono il nome da personaggi dell'epica. La casa natale di Andrejs Pumpurs a
Lielvārde, è oggi un museo a lui dedicato.
RICERCHE
Il Lāčplēsis, per quel che
ne so, non è mai stato tradotto in italiano; tutto quel che si trova nella
nostra lingua è il riassunto, ridotto all'osso, in Le letterature dei paesi baltici, a cura
di Giacomo Devoto (Sansoni 1969). Una traduzione in inglese in versi è
stata eseguita nel 1988 da Rita Laima Krievina, che è anche l'autrice di
un breve riassunto dell'opera. Su tale riassunto ho condotto la mia
rielaborazione ed ho tratto alcuni dei disegni. Ringrazio Arthur Cropley per avermi messo a
disposizione la traduzione inglese del suo lavoro, The
Bearslayer, presente al Progetto Gutemberg.
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