MITI

ELLENI
Greci

MITI ELLENICI
LA NASCITA DI ZEÚS
IL FANCIULLO NELLA CULLA D'ORO
Il neonato re dell'universo viene occultato in una grotta, celato agli occhi del crudele sovrano. Una storia antichissima, in compagnia di gentili nymphaí, di una capretta e di una manciata d'api.
Indice
MITI
SAGGI
Fonti
Bibliografia

1 - IL TEMPIO SENZA OMBRE

econdo alcuni, Zeús nacque in Parrhasía, nel meridione dell'Arkadía. Qui sorge il monte Lýkaion, che gli Arcadi chiamano anche Ólympos; vi è nella zona una località detta Krētéa, e gli Arcadi sostengono che sia proprio questa – e non l'isola di Krḗtē – il luogo in cui Zeús nacque e fu allevato. Non lontano sorge la città di Lykosoúra, fondata da Lykáōn, che dicono sia il più antico centro abitato in assoluto, da cui gli uomini impararono a costruire altre città.

Sulla cima più alta del monte, da dove la vista spazia su tutto il Pelopónnēsos, gli Arcadi hanno innalzato un tumulo di terra, quale altare dedicato a Zeús Lykaíos. Al dio è parimenti dedicato un recinto, posto nei pressi, nel quale nessuno, uomo o animale che sia, getta ombra. È proibito a chiunque entrare in questo recinto, e se qualcuno, contravvenendo alla legge, vi fa ingresso, inevitabilmente muore nel giro di un anno.

2 - NASCITA DI ZEÚS SUL MONTE LÝKAION

arrano, gli Arcadi, che Rhéa venne segretamente a partorire in una fitta macchia sul monte Lýkaion. Quel luogo è tuttora chiamato «antico giaciglio del parto di Rhéa», e nessuna donna incinta ci si reca a sgravarsi.

Accorsero ad aiutarla tre nymphaí: Nédē, Theisóa e Hagnṓ, e non appena Rhéa ebbe dato alla luce il neonato, andò subito a cercare un corso d'acqua per lavarlo. Ma a quel tempo, nessun fiume attraversava quella terra, e la ciottolosa Azēnía era percorsa da viandanti assetati. Crescevano querce dove oggi scorre l'umido Iáōn; passavano carri sul corso del Mélas; dove oggi serpeggia il Karíōn facevano il nido i serpenti. Allora, presa d'angoscia, la regina Rhéa sollevò il braccio e percosse con il suo scettro il fianco del monte.

, cara terra, sgràvati anche tu. Non è lieve il tuo travaglio.

Zeús allattato dalla capra Amáltheia
Dipinto di Jacob Jordaens (1593-1678)

Subito la roccia si spalancò, e dalla voragine sgorgò un flutto d'acqua. Rhéa vi lavò il neonato e l'affidò a Nédē, la più anziana delle tre nymphaí, affinché lo portasse al più presto a Krḗtē, per nasconderlo agli occhi di Krónos. La nýmphē obbedì, e Rhéa, riconoscente, diede il suo nome al fiume appena sgorgato.

Quando Nédē giunse a Krḗtē, con il bambino in braccio, al neonato si staccò il cordone ombelicale. Questo avvenne a Thenaí, in una valle vicino Knōsós, e tuttora i Kýdōnes chiamano quel luogo Omphalós. In seguito il bimbo fu portato sul monte Díktē, dove fu preso in braccio dalle Díktai Melíai, le nýmphē dei frassini che dimoravano sul monte, sorelle dei Kourêtes. Qui il bimbo fu deposto in un culla d'oro e cullato da Adrásteia, figlia di re Melisseús. Le nymphaí condussero a lui la capra Amáltheia, che lo allattò. Anche l'ape Panakrídos si mosse dai monti idei detti Pánakra, per nutrire il piccolo con il miele.

I Kourêtes (o Korýbantes) intrecciarono la prýlis, una danza di guerra, intorno alla culla, mascherando i vagiti del piccolo con il clangore delle loro armi, in modo che non lo scoprisse suo padre Krónos.

3 - L'OCCULTAMENTO DI ZEÚS

Educazione del piccolo Zeús
Dipinto di Jacob Jordaens (1593-1678)

oloro che sostengono la nascita di Zeús nell'isola di Krḗtē, affermano che Rhéa lo partorì in un antro del monte Díktē, e pose i Kourêtes a proteggere il neonato nella grotta, celandone i vagiti con il clangore delle loro armi. Dicono che anche la culla venne ricavata dal cavo di uno scudo curetico.

A quell'epoca regnava su Krḗtē l'antico Melisseús. Costui fu il primo uomo a escogitare i riti religiosi e ad offrire sacrifici agli dèi. E fu alle sue figlie, le nymphaí Adrásteia e Ídē, che Rhéa affidò l'infante. Ma poiché le due fanciulle non avevano latte, posero accanto al pargolo la capra Amáltheia, che aveva appena partorito due capretti, e fu essa a fare da nutrice al piccolo Zeús. In seguito, riconoscente, il dio trasportò tra le stelle Amáltheia e i suoi due capretti.

Altri dicono invece che le figlie di Melisseús avessero nome Amáltheia e Mélissa: la prima nutrì Zeús con il latte di capra, la seconda con il miele.

Zeús crebbe indisturbato a Krḗtē, sotto la vigile attenzione delle due nymphaí. Adrásteia gli donò, per giocare, una meravigliosa palla, fatta di cerchi dorati e ricoperta da una volta azzurra. Una volta lanciata, lasciava in aria un solco splendente, come una stella cadente.

4 - L'INGANNO DI KRÓNOS

uando Krónos si avvide che Rhéa aveva partorito, le ordinò di portarle immediatamente il bambino. Rhéa avvolse una pietra in un panno, così come fosse un neonato, e la porse al marito. Senza avvedersi dell'inganno, Krónos la trangugiò. I suoi denti, urtando contro la roccia, si spezzarono. Egli fu comunque persuaso di aver divorato il suo ultimo discendente.

L'inganno di Rhéa, purtroppo, non poté essere sostenuto a lungo. Quando Krónos si avvide di essere stato ingannato e scoprì che suo figlio era ancora in vita, cominciò a cercare dovunque il piccolo Zeús, al fine di ucciderlo.

Fu allora che le sue nutrici, la titanessa Thémis e la naïás Amáltheia, a cui Rhéa aveva affidato il bimbo, lo nascosero sull'isola di Krḗtē. Per impedire che il padre lo trovasse, Amáltheia lo depose in una culla sospesa al ramo di un albero, affinché egli non si trovasse né in terra, né in mare, né in cielo, e sfuggisse così alle ricerche di Krónos. E per dissimulare i vagiti del pargolo, fece venire dei giovani di età impubere ai quali consegnò lance e scudi di bronzo, e ordinò che essi, danzando intorno all'albero, li battessero gli uni contro gli altri. Essi vengono chiamati Kourêtes o Korýbantes.

5 - AMÁLTHEIA E LA SUA CAPRETTA

a naïás Amáltheia aveva, tra i suoi animali preferiti, una capretta, chiamata Aíx, figlia di Hḗlios. Il suo vello non aveva uguali per candore e morbidezza, ma il suo sguardo era terribile, tanto che gli stessi Titânes ne erano atterriti. Per tale ragione, essi avevano chiesto a di nascondere l'animale, e la dea-terra aveva occultato la capra in una grotta di Krḗtē. Fu appunto Aíx a nutrire il piccolo Zeús con il latte delle sue ubertose mammelle.

La capra aveva, si narra, due magnifiche corna, ritte e ricurve. Una si ruppe nell'urto con un albero. Amáltheia la raccolse e, dopo averla inghirlandata di erbe e riempita di frutti, la porse alle labbra di Zeús. Questo corno ebbe da allora la proprietà di riempirsi di frutta, e divenne la cornucopia o corno dell'abbondanza.

Anni dopo, quando Zeús mosse guerra contro i Titânes, si rivestì della pelle di Aíx. Un oracolo lo aveva infatti avvertito che solo così egli avrebbe potuto ottenere la vittoria. Una volta riconquistato il suo regno, Zeús raccolse nella pelle le ossa della capretta, le restituì la vita e la pose tra le stelle, a perpetua memoria. Quelle pelle, chiamata aigís «egida», adorna della testa di Médousa, venne in seguito donata ad Athēnâ, che la utilizzò per coprire il proprio scudo.

Zeús infante custodito dalle nymphaí e dai Kourêtes (± 1535)
Giulio Romano (1499-1546), dipinto.
National Gallery, Londra (Regno Unito)
Fonti

1 Pausanías: Periḗgēsis [VIII: 38]
2 Kallímachos: Hymnia [I] > Eis Día [-]
Pausanías: Periḗgēsis [VIII: 38]
3 Apollódōros: Bibliothḗkē [I: 1]
Diódōros Sikeliṓtēs: Bibliothḗkē Historikḗ [V: 70]
Apollṓnios hò Rhódios: Tá Argonautiká [III: -]
Nónnos Panopolítēs: Dionysiaká [XXVII: ]
Publius Ovidius Naso: Fasti [IV: -]
Hyginus Astronomus: De Astronomia [II: 13, 3²]
Lucius Caecilius Firmianus Lactantius: Divinarum institutionum [I: 22]
4 Mythographus Primus Vaticanus [104]
Hyginus Astronomus: Fabulae [139]
5 Hyginus Astronomus: Fabulae [139]
Hyginus Astronomus: De Astronomia [II: 13, 4]
Publius Ovidius Naso: Fasti [V: -]
Scholius apud Áratos hò Soleús: Phainómena [136]

I - MA DOV'È CHE NACQUE ZEÚS?

L'antichità conosceva molte tradizioni alternative sul luogo della nascita di Zeús, tanto che lo stesso Kallímachos, nell'incipit dell'inno al dio, scrive desolatamente:

 

Come ti chiameremo? Diktaîos o Lykaîos?
In dubbio è il mio cuore, perché disputata è la nascita.
Zeús, tu – dicono – nascesti sui monti dell'Ídē.
Zeús, tu in Arkadía. Chi dei due, padre, ha mentito?
I cretesi mentono sempre...
Kallímachos: Hymnia [I] > Eis Día [-]

Secondo la versione più antica, che è quella riportata da Hēsíodos, Zeús sarebbe nato a Krḗtē. Il racconto esiodeo è rapido ed elegante. Rhéa avrebbe partorito il dio a Lýktos (località presso l'attuale Kastélli Pediados), ma poi lo avrebbe nascosto in un antro scosceso, sotto i recessi della terra, nel monte Aigaíōs (da aíx: «capra»).

Pémpsan d’ es Lýkton, Krḗtēs es píona dêmon,
hoppót’ ár’ hoplótaton paídōn téxesthai émelle,
Zêna mégan; tòn mén hoi edéxato Gaîa pelṓrē
Krḗtēı en eureíēı traphémen atitallémenaí te.
Éntha min îkto phérousa thoḕn dia nýkta mélainan
prṓtēn es Lýkton; krýpsen dé he chersì laboûsa
ántrōı en ēlibátōı, zathéēs hypò keúthesi gaíēs,
Aigaíōı en órei pepykasménōı hylḗenti.

E [Rhéa] mandarono a Lýktos, nel pingue paese di Krḗtē,
affinché il suo ultimo figlio potesse partorire,
Zeús grande. Lo accolse prodigiosa
nell'ampia Krḗtē, da nutrire ed educare.
Lui dunque portando, essa giunse veloce nella nera notte
dapprima a Lýktos, e lo nascose, prendendolo con le sue mani
in un antro scosceso, sotto i recessi della terra divina,
nel monte Aigaíōs, coperto di una folta foresta.
Hēsíodos: Theogonía [-]

Ma la tradizione relativa al monte Aigaíōs è pressoché isolata in Hēsíodos. Nella maggior parte dei testi sono piuttosto i complessi montuosi dell'Ídē e del Díktē a contendersi l'onore di aver ospitato il divino neonato in una grotta. Le montagne dividevano anche la parte: a seconda delle versioni, il dio sarebbe nato sull'una e allevato sull'altra. L'incertezza su questo punto è rivelata da Apollódōros che, mentre indica l'antro sul monte Díktē come luogo della nascita di Zeús, denomina Ídē una delle nutrici del dio (Bibliothḗkē [I: 1: ]). Secondo altre tradizioni, Zeús sarebbe stato portato a Krḗtē soltanto dopo la nascita, al fine di nasconderlo agli occhi di Krónos.

Alla tradizione «cretese» si affianca quella «arcadica», attestata da Kallímachos (Hymnia [I]). Zeús sarebbe stato partorito in Arkadía, sul monte Lýkaion, e solo in seguito condotto e nascosto a Krḗtē. Tale tradizione è testimoniata da un importante culto a Zeús Lykaíos, di cui dà testimonianza Pausanías (Periḗgēsis [VIII: 38]).

Vediamo in breve le principali versioni sui luoghi legati alla nascita e all'infanzia di Zeús:

Sia l'Ántron Idaíon che l'Ántron Diktaíon (oggi caverna di Psychró, dal nome del villaggio nelle vicinanze) sono state grotte sacre minoiche, oggetto di rilevamenti archeologici fin dall'ultimo quarto del XIX secolo. Entrambe erano probabilmente utilizzate come luogo di culto o di iniziazione fin dal Medio Minoico (2100-1600 a.C.). Soprattutto nella caverna di Psychró sono state trovate offerte votive in bronzo, minuscole asce bipenni [labrys], coltelli, punte di lancia, ami da pesca, spille, statuette maschili e femminili, e altri piccoli oggetti collocati nelle nicchie delle rocce, frammenti di piatti e coppe per le libagioni, lampade in pietra e in ceramica, più ossa di animali sacrificati: tori, pecore e capre, un cervo e un cinghiale.

 
Ántron Idaíon   Ántron Diktaíon

II - LE NUTRICI DI ZEÚS

Nelle varie versioni del mito, a occuparsi di Zeús neonato sono una o due giovani nymphaí o naïádes, in genere identificate con le figlie di un certo Melisseús. I nomi delle due ragazze cambiano da testo a testo ma, come vedremo, rientrano in un tema mitico costante.

La nýmphē Adrásteia e la capra Amáltheia con il piccolo Zeús
Dipinto di Ignaz Stern (1679-1748)
Bibliotheque des Arts Decoratifs, Parigi (Francia)

Kallímachos ne cita soltanto una: Adrásteia, la quale avrebbe cullato il dio neonato in un canestro d'oro (Hymnia [I: ]). Anche Apollṓnios Rhódios cita Adrásteia, la quale avrebbe donato al piccolo Zeús una palla di cerchi dorati, sormontata da una cupola azzurra (Argonautiká [III: -]), evidente simbolo della sua futura regalità universale. Adrásteia compare perlopiù da sola, ma in Apollódōros fa coppia con Ídē (Bibliothḗkē [I: 1]), nome sorto probabilmente per confusione con l'oronimo cretese.

Hyginus, a cui dobbiamo ben quattro versioni del mito della nascita di Zeús, riporta una tradizione che fa risalire a Mousaîos, dove le nutrici di Zeús sono la titanessa Thémis e la nýmphē Amáltheia (De Astronomia [II: 13, 4]).

Ora, Thémis in greco è la «legge», così come Adrásteia, il cui nome ha il non rassicurante significato di «inesorabile», è connessa con la giustizia (il nomen è anche un appellativo di Némesis, la giustizia compensatrice, punitrice dei peccati di hýbris). Próklos scrive addirittura che «Al decreto di Adrásteia tutte le cose sono sottomesse, e tutte le norme degli dèi e tutte le misure e le precauzioni sussistono in virtù di essa» (Perì tēs katà Plátōna theologías [IV: 16]).

Thémis e Adrásteia sembrano preludere, seppure separatamente (non sono mai attestate insieme), a un futuro ruolo di Zeús quale arbitro e regolatore delle sorti del mondo.

Amáltheia, la «tenera dea», è in Hyginus la nýmphē o naïás che avrebbe deposto Zeús in una culla appesa ai rami di un albero, per nasconderlo agli occhi di Krónos (Fabulae [139]). È però ricordata soprattutto come la nutrice che condusse a Zeús la propria capretta, affinché lo allattasse. Così in Ovidius (Fasti [III:  | V: ]), negli scolii ad Áratos (Phainómena [136]) e, ancora una volta, in Hyginus (De Astronomia [II: 13, 4]).

Nelle fonti greche, Amaltheia è invece il nome della capra.

Un'altra versione, che Hyginus fa risalire al grammatico alessandrino Parmenískos, afferma che Zeús venne accudito da due nymphaí, figlie di Melisseús, di cui non fa il nome. Sarebbero state loro a condurre da Zeús la capra Amáltheia. (De Astronomia [II: 13, 3²])

È Lucius Lactantius a fornirci qualche informazione su Melisseús. Sarebbe stato un re cretese dei primordi, il primo uomo a introdurre riti per onorare gli dèi e a offrire loro sacrifici. Le sue figlie avevano nome Amáltheia e Mélissa: la prima nutrì Zeús con latte di capra, l'altra con il miele (Divinarum institutionum [I: 22]). Si noti che in Nónnos Panopolítēs, Melisseús è invece detto essere uno dei Kourêtes (Dionysiaká [XXVIII: -])

È difficile mettere ordine in una materia tanto indisciplinata, ma sembra di capire che le nutrici di Zeús facciano capo a due distinte funzioni: una che rimanda a nozioni di legge, ordine, giustizia (Adrásteia, Thémis), relative al futuro ruolo del neonato quale re dell'universo; l'altra al nutrimento (Amáltheia, Mélissa), esemplificato dal latte e dal miele, cibo paradisiaco che prelude allo status divino e all'immortalità.

III - IL MOTIVO DELLA TERIOTROFIA

Il nutrimento di Zeús neonato, come abbiamo detto, consisteva in latte e miele. Il primo fornito da una capra, il secondo dalle api. La combinazione tra i due viene esplicitata in diverse fonti: in Diódōros Sikeliṓtēs, in Kallímachos, in Lactantius.

 

I Kourêtes lo portarono in una certa caverna e lo consegnarono alle nymphaí, con il comando di soddisfare tutte le sue necessità. E le nymphaí nutrirono il bimbo con una mistura di miele e latte, e glielo diedero attaccandolo alla mammella della capra che ha nome Amáltheia.
 Diódōros Sikeliṓtēs: Bibliothḗkē Historikḗ [V: 70]

Tutte le fonti concordano sul fatto che Zeús neonato succhiò il latte dalle mammelle di una capra. Essa apparteneva alle nimphaí del monte Díktē o Ídē, e furono proprio loro a condurrla al piccolo Zeús affinché lo allattasse. Le fonti greche tendono a dare all'animale il nome di Amáltheia, la «tenera dea». Così in Kallímachos (Hymnia [I: ]), in Apollódōros (Bibliothḗkē [I: 1]), in Diódōros Sikeliṓtēs (Bibliothḗkē Historikḗ [V: 70]), in Nónnos Panopolítēs (Dionysiaká [XXVII: ]), in Hyginus (De Astronomia [II: 13, 3²]) e nel tardo Mythographus Secundus Vaticanus [16]. Altrove la capra è anonima: in Áratos (Phainómena [136]), in Strábōn (Geōgraphiká [VIII: 8, ]), in Manilius (Astronomica [I: ]), in Antoninus Liberalis (Metamorphṓseōn Synagōgḗ [36: 1]), nel lessico bizantino Suîdas, etc. Le fonti romane tendono invece ad attribuire il nome di Amáltheia alla nýmphē che aveva in custodia la capretta: così in Ovidius (Fasti: [V: ]), in Hyginus (Fabulae [139] | De Astronomia [II: 13, 4]), negli scolii ad Áratos (Phainómena [136]), etc.

Zeús allevato dalle nimphaí e dalla capra Amáltheia (1555-1556)
Affresco (particolare) di Giorgio Vasari (1511-1574)
Palazzo Vecchio, Firenze (Italia)

Se il nome di Amáltheia vada originariamente attribuito alla capretta o alla nýmphē, è questione che divide gli interpreti. Non è facile prendere posizione, considerato che non è sempre vero che a fonti più tarde corrispondano tradizioni più corrotte. Sembra ragionevole presumere che, nella forma più arcaica del mito, Zeús doveva essere stato direttamente allevato dalla capra e dalle api, e nutrito con latte e miele: l'intervento delle nimphaí ha tutta l'aria di essere un'elaborazione posteriore. In tal caso, lo spostamento del nome dalla capra alla nýmphē potrebbe essere il risultato di tendenze razionalistiche che si andavano diffondendo in epoca ellenistica, anche se è pure possibile che sia stata la capra, prima anonima, a rubare il nome alla nýmphē Amáltheia (Guidorizzi 1995).

A indicazione dell'antichità del motivo della teriotrofia, si può far notare come questo faccia parte – seppure in contesto diverso – del racconto cosmogonico indoeuropeo: ricordiamo il mito iranico del protoantropo Gāyōmar nutrito dal latte della mucca Gə̄uš Urvan, o quello norreno di Ymir che si abbevera ai fiumi di latte sgorgati dalle mammelle di Auðhumla. Si tratta però solo di vaghe analogie: il mito greco è profondamente differente, negli intenti e nel significato, da quello iranico e germanico.

Sul miele, le fonti insistono in misura minore. Kallímachos ci parla dell'ape Panakrídos, giunta dalle omonime cime del monte Ídē, per portare il miele a Zeús infante (Hymnia [I: ]). Anche Virgilius afferma che le api del monte Díktē nutrirono Zeús e vennero da lui ricompensate (Georgica [IV: -]). Le api compaiono anche nel Mythographus Secundus Vaticanus [16].

Nella versione di Lactantius, sono le nymphaí Amáltheia e Mélissa a offrire a Zeús, rispettivamente, il latte e il miele: non viene qui fatto alcun cenno di intermediazione animale (Divinarum institutionum [I: 22]). Ma come il nome di Amáltheia si collega ancora una volta a quello della capretta, il nome di Mélissa si connette subito al greco mélissai «api» (Ferrari 1990). La conclusione è che i personaggi di Mélissa e di suo padre Melisseús siano nati da un tentativo di razionalizzare il mito di Zeús nutrito dalle api (Guidorizzi 1995).

Notiamo infine, per completezza, la presenza di miti differenti da quelli «canonici». Ad esempio, esisteva un racconto secondo il quale Zeús fu nutrito da una scrofa, la quale sostituiva i Kourêtes coprendo con i suoi grugniti i vagiti del dio neonato (Kerényi 1951-1958). Antoninus Liberalis associa alla capretta Amáltheia un cane d'oro che difendeva l'antro di Zeús in luogo dei Kourêtes (Metamorphṓseōn Synagōgḗ [36: 1]).

IV - UNA CAPRA NEL CIELO

Il mito di Zeús allattato della capretta Amáltheia, aveva anche un significato astronomico: il dio aveva infatti ricompensato la cornuta nutrice trasformandola in una stella. Al motivo del catasterismo accennano molte fonti, in primis i testi astronomici. Ne parlano sia Eratosthénēs (Katasterismoí [13]) che Áratos (Phainómena [136]):

 

Capra [Aíx] sacra che, come raccontano, hai offerto a Zeús la tua mammella. I sapienti la chiamano la Capra olenia di Zeús. È una [stella] grande e brillante.
Áratos: Phainómena [136]

Auriga

Rappresentazione classica della costellazione dell'Auriga. Capella indica la capra Amáltheia. Le stelle η e ζ corrispondono ai Capretti.

La stella in questione è α Aurigae, una delle più luminose del cielo. I greci la chiamavano Aíx «capra», nome poi arabizzato in al-˓Ayyūq. Tuttora essa è conosciuta con il nome latino di Capella, la «capretta».

La costellazione dell'Auriga sembra fosse rappresentata come un cocchiere che teneva in braccio una capra e reggeva due capretti sulla mano sinistra. Questi corrispondono a loro volta alle stelle η Aurigae e ζ Aurigae. Stando a una notizia riportata da Hyginus (De Astronomia [II: 13]), i Capretti sarebbero citati per la prima volta in un poema di Kleóstratos Tenédios (VI sec. a.C.), l'antico astronomo a cui si attribuiva il completamento dello zodiaco.

Così Manilius descrive la costellazione:

 

[All'Auriga] stanno addosso i Capretti,
stelle che chiudono la via del mare,
e la Capra famosa per aver nutrito il re dell'universo,
che dalle sue mammelle ascese al grande Ólympos,
crescendo dal ferino latte ai fulmini e alla potenza del tuono.
Dunque per debito merito la consacrò tra gli astri eterni,
Zeús, e il cielo ripagò con il compenso in cielo.
Marcus Manilius: Astronomica [I: -]

Manilius afferma che i Capretti [Haedi] «chiudono la via del mare» perché nell'antichità il loro tramonto mattutino cadeva tra la fine di novembre e i primi di dicembre, coincidendo con l'inizio della cattiva stagione e dunque concludendo il periodo favorevole alla navigazione (Cattabiani 1998). La dizione «piovosi Capretti» [pluviales haedi] o «piovosa Capra» [pluvialis Capella] è un diffuso cliché alla poesia latina (cfr. Virgilius: AEneis [IX: ]; Ovidius: Metamorphosis [III: ]).

Ovidius, che colloca al l° maggio la levata mattutina di Capella, aggiunge:

...Prima mihi nocte videnda
stella est in cunas officiosa Iovis:
nascitur Oleniae signum pluviale Capellae;
illa dati caelum praemia lactis habet.

...Nella prima notte io devo
vedere la costellazione che fu utile a Zeús nella culla:
sorge infatti la olenia Capra [Capella], segno di pioggia;
essa ha il cielo in premio del latte che gli ha dato.
Publius Ovidius Naso: Fasti [VI: -]

A giustificazione dell'immagine ravvisata nell'asterismo dell'Auriga, soprattutto per quanto riguarda la presenza dei Capretti, Hyginus fornisce il dovuto completamento mitologico:

 

Un tempo regnava a Krḗtē un re chiamato Melisseús e Zeús era stato affidato alle sue figlie perché lo nutrissero. Dato però che non avevano latte, gli pose accanto la capra Amáltheia, che dicono sia stata sua nutrice. Essa era solita generare ogni volta una coppia di capretti e li generò all'incirca nello stesso tempo in cui Zeús gli fu portato da nutrire. E così per riconoscenza verso la madre, il dio trasportò fra le stelle anche i capretti.
Hyginus Astronomus: De Astronomia [II: 13: 3²]

Un'altra storia, riportata sempre da Hyginus, ci conduce in un diverso ordine di idee:

 

Sembra che sulla spalla sinistra [dell'Auriga] stia una capra e nella mano sinistra siano raffigurati dei capretti, sui quali c'è chi racconta questo. Un giorno visse un uomo chiamato Ṓlenos, figlio di Hḗphaistos. Da lui nacquero due nymphaí, Aíx ed Helíkē, che furono nutrici di Zeús. Altri affermano che da loro presero nome alcune città...
Hyginus Astronomus: De Astronomia [II: 13: 3¹]

Questo secondo racconto di Hyginus ignora la contraddizione che porrebbe Zeús almeno tre generazioni dopo Hḗphaistos. Comunque sia, i nomi delle due nutrici sono assai indicativi: Aíx (lat. AEx) significa infatti «capra» ed Helíkē (lat. Helice) «riccioluta», rimandando tutt'e due al mondo caprino. Il collegamento dei nomi con località della Grecia continentale è anche sottolineato da Strábōn, il quale cita l'espressione di Áratos «Capra olenia di Zeús» [ōleníēn aîga Diòs] per sottolineare il legame mitologico con l'eroe Ṓlenos e con l'omonima città dell'Achaía (Geōgraphiká [VIII: 8, 5]).

Ma con la Capra siamo in un contesto astronomico, non geografico. Le pseudo-etimologie di Strábōn e Hyginus lasciano un po' il tempo che trovano. L'aggettivo «olenio», infatti, più che rimandare a una città, o al suo eroe eponimo, si riferisce più tecnicamente alla posizione della stella Aíx/Capella, collocata sulla spalla sinistra dell'Auriga (cfr. ōlénē «omero, spalla»). Da qui, il continuo riferimento degli autori romani ad una Olenia Capella (ad es. Ovidius: Fasti [VI: 113]).

V - L'OCCULTAMENTO DEL RE DEL MONDO E LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Il motivo del futuro re del mondo che nasce in una caverna – luogo sacro, iniziatico, idoneo alla manifestazione divina nel cosmo (Maschio 2005) – o comunque occultato in un sito segreto, in modo che il vecchio re, geloso dei propri privilegi, non possa arrivare a nuocergli, è ben conosciuto ai mitologi. Solitamente il regale bambino cresce indisturbato in un ambiente bucolico, in compagnia di pastori e delle loro greggi, finché, divenuto un uomo, detronizza l'antico sovrano e stabilisce il proprio regno.

Il racconto in questione è un tema narrativo diffuso anche in ambiente storico o semi-storico. Si pensi, a titolo esemplificativo, al racconto di Hēródotos su Kýros II Achaiménēs (pers. Kūruš Haxāmanišiya), re dei re [xšāyaθiya xšāyaθiyānām] dell'impero persiano (♔ ±560-530 a.C.). Suo nonno Astyágēs, re dei Medi, una volta ottenuto il potere, sogna che dal grembo di sua figlia Mandánēs – sposa del persiano Kambýsēs – spunti una vite che, crescendo, copre tutta l'Asia. I suoi magi, interrogati, gli rivelano il significato del sogno: il figlio di Mandánēs lo spodesterà e prenderà il suo posto. Appena Mandánēs dà alla luce il figlio Kýros, Astyágēs fa chiamare il suo fedele congiunto Hárpagos e gli consegna il neonato, già avvolto nei panni funebri, ordinandogli di ucciderlo. Ma Hárpagos, non osando compiere il delitto, ne incarica a sua volta un pastore, a nome Mithradátēs. Costui, invece di obbedire, decide di crescere il bambino come fosse suo figlio, consegnando ad Hárpagos il corpo del proprio figlioletto, nato morto proprio in quei giorni. Kýros cresce così tra i pastori della Media; divenuto grande, fomenta una ribellione da parte dei Persiani, muove guerra ai Medi di Astyágēs e li sbaraglia. Kýros diviene re dell'impero persiano e Astyágēs viene preso prigioniero. (Historíai [I: 107-130])

Vasudeva conduce Kṛṣṇa oltre il fiume Yamunā
Immagine devozionale indù

Un caso emblematico è rappresentato, nella mitologia indiana, dal dio-eroe Kṛṣṇa, ottavo avatāra di Viṣṇu. A re Kaṁsa di Mathurā, sovrano degli Yādava, era stato profetizzato che sarebbe stato detronizzato dal figlio di sua sorella Devakī. Il crudele re aveva allora gettato in prigione la donna e suo marito Vasudeva, e uccideva sistematicamente tutti i loro figli, man mano che venivano alla luce. Sette bambini erano stati così eliminati. Quando Devakī partorì per l'ottava volta, Vasudeva raccolse il pargolo e uscì magicamente dalla prigione. Il fiume Yamunā si spalancò dinanzi a lui, permettendogli di passare nel distretto di Vṛndāvana. Qui, in una casa vaiṣya, Yaśodā, moglie del pastore Nanda, aveva appena partorito una figlia. Fu assai facile a Vasudeva sostituire i due infanti. In seguito, scoperto l'inganno, re Kaṁsa ordinò ai suoi uomini di uccidere tutti i neonati di Mathurā.

Kṛṣṇa fu così allevato da Nanda e Yaśodā, e trascorse la sua infanzia nei boschi di Gokula, tra i ricchi pastori e le loro mogli. Il giovane crebbe in compagnia di molte compiacenti pastorelle (gopī). Infine, divenuto un uomo, tornò a Mathurā, uccise re Kaṁsa e ne prese il posto.

I motivi sono stretti anche con il racconto della nascita di Gesù, partorito in una stalla, in un luogo frequentato dai pastori e dalle loro greggi. Re Erode, come Krónos e Kaṁsa, non esita a far uccidere tutti i neonati del regno, pur di liberarsi della minaccia rappresentata dal futuro re. Ma mentre la crudeltà di Krónos si esplica in maniera «verticale», eliminando uno ad uno i fratelli maggiori di Zeús, quella di Erode è «orizzontale»: Gesù non ha fratelli maggiori, sono i suoi coetanei a essere trucidati. Kaṁsa si macchia invece di entrambi i delitti: elimina prima i fratelli maggiori di Kṛṣṇa, poi anche i suoi coetanei.

L'episodio di Vasudeva che nottetempo trasporta Kṛṣṇa oltre il fiume, è evidentemente parallelo al motivo di che prende tra le braccia il piccolo Zeús, per poi correre «veloce nella nera notte» (Theogonía []). Nella versione di Kallímachos, è la dea fluviale Nédē a trasportare il neonato dall'Arkadía a Krḗtē. Nella tradizione cristiana, questo mitema è rappresentato dall'episodio della fuga in Egitto, sviluppato soprattutto nei Vangeli apocrifi (nello Pseudo-Matteo, nel Vangelo dell'infanzia armeno e nel Vangelo dell'infanzia arabo-siriaco).

Gli altri dettagli del mito divergono più o meno sensibilmente. Zeús viene nutrito alle mammelle di una capretta, laddove Kṛṣṇa viene allattato dalla demoniessa Pūtanā: costei era stata inviata al fanciullo da Kaṁsa affinché lo uccidesse con il suo latte avvelenato, ma Kṛṣṇa, immune al veleno, sugge tanto avidamente la mammella della malvagia donna da farla morire. La presenza della capretta di Zeús sembra corrispondere al bue e all'asinello presenti nella stalla dove nasce Gesù, per quanto questi ultimi non abbiano alcun ruolo nel nutrimento del futuro salvatore. D'altra parte, i tre fanciulli divini appaiono regolarmente circondati dai pastori e dalle loro greggi. I pastori sono i primi a rendere omaggio a Gesù; Zeús cresce tra i pastori del monte Ídē; Kṛṣṇa diviene uomo pascolando i buoi delle gopī.

Piuttosto interessante il motivo dei «doni funzionali» recati al divino fanciullo. I Magi recano a Gesù oro, incenso e mirra: riconoscimento, rispettivamente, di regalità, divinità e mortalità. Altre interpretazioni pongono l'incenso come simbolo piuttosto di sacerdozio, e la mirra del suo ruolo messianico; ma molto sono le letture proposte per questi doni (cfr. Iacopo da Varazze, Legenda Aurea [14]). Molti dettagli del racconto della nascita di Zeús rimandano a quest'ordine di idee: la culla d'oro in cui egli viene messo a giacere è, ancora una volta, un simbolo di regalità; le sue nutrici Thémis e Adrásteia rimandano a concetti di legge e giustizia; il latte e il miele con cui Zeús viene nutrito preludono all'ambrosía – cibo d'immortalità – che consumerà una volta preso il suo posto nell'Ólympos. La cornucopia, l'inesauribile corno dell'abbondanza della capra Amáltheia, assolve di nuovo a una funzione regale: si pensi al calderone inesauribile del Dagda Mór, nella tradizione irlandese, tale che nessuna compagnia, per quanto numerosa, se ne allontanava mai insoddisfatta.

Assai interessante la palla che, secondo Apollṓnios Rhódios, Adrásteia avrebbe donato a Zeús.

 

...il balocco stupendo di Zeús,
quello che fece per lui la nutrice Adrásteia
nell'antro dell'Ídē, quand'era ancora bambino,
una palla veloce; niente potresti avere più bello
dalle mani di Hḗphaistos. È fatta di cerchi dorati,
e attorno a ogni cerchio, dall'una parte e dall'altra,
girano intorno gli anelli, ma le giunture
sono nascoste; sopra di loro corre un'azzurra voluta.
Se tu l'avrai nelle mani, e la lanci,
lascia per l'aria un solco splendente, come una stella.
Apollṓnios hò Rhódios: Ta Argonautiká [III: -]

Questa palla è una vera e propria immagine dell'universo. Così come il globo tripartito, che l'arte antica e medievale metteva spesso in mano a Cristo o agli imperatori, rappresenta la sovranità universale.

Esempi di globo tripartito nella storia dell'arte
Bibliografia

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Sezione: Miti - Asteríōn.
Area: Ellenica - Odysseús.
Testi di Daniele Bello.
Ricerche di Daniele Bello e Dario Giansanti.
Theogonía: traduzione di Daniele Bello.
Creazione pagina:27.12.2011
Ultima modifica: 17.01.2014
 
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