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Giovanni de' Marignolli
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MONVMENTA HISTORICA BOHEMIAE - Testo
Note
Bibliografia
Titolo Monumenta historica Bohemiae
Autore Giovanni de' Marignolli (?-1359)
Genere Cronaca storica
Lingua Latino
Redazione ?
Pubblicazione 1768
Giovanni de' Marignolli
MONUMENTA HISTORICA BOHEMIAE
  1. Inizia la descrizione dei Čechové e della loro origine
  2. La descrizione della terra dei Čechové e di quanto contiene
  3. Come la regione ricevette il nome di Čechy
  4. Costumi delle prime genti ceche
  5. Il primo kníže dei Čechové e motivo della sua elezione
  6. Elezione di Přemysl, chiamato dall'aratro, e sua grande saggezza
  7. Su Přemysl, primo kníže, e sui suoi costumi
  8. Fondazione della città di Praha
  9. La straordinaria insolenza dei Čechové e soprattutto delle fanciulle
  10. La successione dei knížata dei Čechové
  11. Il kníže Vratislav e la sua guerra contro i Čechové
  12. Memorabile vittoria dei Čechové
  13. Intermezzo: empietà e misfatto di un pessimo traditore
  14. Bořivoj, primo kníže cristiano dei Čechové
  15. Fondazione della prima chiesa e nuove prove del kníže Bořivoj
       
Incipit deʃcripcio Boemorum et unde originem traxerunt. Inizia la descrizione dei Čechové e della loro origine  
a

Japhet, pater noʃter, eʃt tercius filius Noe, unde Sclaui et Boemi ʃumpʃerunt originem, non a Cham, ut fingunt quidam. Hic optinuit Europam, cuius termini ʃunt a montibus Cilicie et Syrie verʃus aquilonarem plagam, uʃque ad fluvium Tanaym et uʃque in Gadym et uʃque ad ʃtri荒um Morochiorum verʃus occidentem et mare occeanum. Nomina provinciarum et terrarum et li[n]guarum viginti ʃeptem:

Yāẹṯ, nostro progenitore, è il terzo figlio di Nōḥ; da lui discendono Slavi e Cechi, e non da Ḥām, come alcuni suppongono. Questi ottenne l'Europa, i cui confini si estendono dai monti della Cilicia e della Siria, verso nord fino al fiume Tanai, e a Cadice, verso occidente, fino allo stretto del Marocco e al mare Oceano. I nomi delle province, delle terre e delle lingue sono ventisette:

 
a
  • Mogog, a quo Scite et Goti;
  • Gomer, a quo Gallici;
  • Madaym, a quo Medi;
  • Tubal, a quo Yʃpani;
  • Janan, a quo Greci, qui nunc Ytalici vocantur,
  • Māgôg, da cui discendono gli Sciti e i Goti;
  • Gōmẹr, da cui i Galli;
  • Māḏay, da cui i Medi;
  • uḇāl, da cui gli Ispani;
  • Yāwān, da cui i Greci, che ora sono detti Italici.
a (nam ea hora Ytalia, que quondam ʃecundum Jeronimum Magna Grecia vocabatur, unde fuerunt deʃtru荒ores Troye, qui fuerunt Ytalici, ut expreʃʃe probat Pantheon, vir ille Viterbienʃis Gotfridus, et metrice ʃic dicit:

(infatti a quel tempo l'Italia, che una volta, secondo Hieronymus, era detta Magna Graecia, da dove giunsero i distruttori di Troía, che furono italici, come espressamente afferma il Pántheon di Gaufridus Viterbiensis, e in metrica così dice:

 
  Grecia, Troyanos que tunc ʃuperaʃʃe putatur,
non erat ex Danays gens Ytala, namque probatur.

La Grecia, che si ritiene abbia vinto un tempo i Troiani,
la gente italica non discendeva da Danaós e ciò è confermato.

 
a Itala namque tellus Grecia maior erat, quod hodie ʃunt Beneuentani, Apuli et Calabri et Regniculi; ubi eciam naʃcitur hodie vinum grecum) Quel territorio italico, dunque, che attualmente corrisponde a quello di Benevento, della Puglia, della Calabria, etc., era più esteso della Grecia; di là proviene anche oggi il vino greco)  
a
  • Moʃoth a quo Capadoces;
  • Tyras, a quo Traces;
  • Mẹšẹ, da cui i Cappadoci;
  • Ṯîrās, da cui i Traci;
 
a (de Janan alia li[n]gua Janus ytalico et de Gomer gallico deʃcenderunt primi Boemi, ut videtur per yʃtorias;) (da Yāwān, in una lingua diversa, deriva lo Ianus italico, e dal gallico Gōmẹr discendono i primi Boemi, come appare nelle leggende)
a
  • Elyʃa, a quo Elyʃani hodie Selaui mutata litera, ut fieri ʃolet;
  • Aʃcenez, a quo Graculi, qui Greci hodie.
  • Erifaz, a quo Frizones;
  • Dogorina, a quo Friges;
  • Tayʃis a quo Ytalici;
  • Chetym, a quo Cipri;
  • Dedaym, a quo Galli, qui et Burgundi.
  • Ẹ̆lîšāh, da cui gli Elisei, oggi detti Slavi, mutata una lettera, come spesso accade;
  • Aškǝnaz, da cui i Graeculi, i Greci di oggi;
  • Rîat, da cui i Frisoni;
  • Ṯōarmāh, da cui i Frigi;
  • Ṯaršîš, da cui gli Italici;
  • Kittîm, da cui i Ciprioti;
  • Dōḏānîm, da cui i Galli e i Burgundi.
 
a Ab Elysa Slaui, qui corrupto vocabulo Sclaui dicuntur, quaʃi ʃolares vel luminoʃi vel magis glorioʃi dicuntur. Cuius pars eʃt Boemia. Fuit enim inter iʃtos quidam nomine Boyam, a quo di荒a eʃt Boemia. Da Ẹ̆lîšāh discendono gli Slavi, i quali, corrotto il vocabolo, vengono detti Sclavi, quasi a significare «solari» o «luminosi» o piuttosto «gloriosi». Parte di costoro sono i Čechové. Infatti, ci fu tra loro un tale di nome Čech, da cui la razza fu detta ceca.
       
De deʃcripcione terre Boemorum et proprietatibus rerum ipʃius. La descrizione della terra dei Čechové e di quanto contiene  
b Boemia, pars Germanie, in Europa ʃita, ʃub polo artico verʃus aquilonarem plagam poʃita eʃt, que montibus altiʃʃimis a Pannonia et nacionibus aliis eʃt diviʃa per montes, ʃilvas et flumina. Eʃt autem regio facie celi conʃpicua, aere ʃaluberrima, moncium altitudine firma, auro, argento et aliis metallis ditiʃʃima, vinearum non expers, fontibus et fluminibus magna. Unus eʃt nobilis fluvius, qui de monte oritur Boemorum, nomine Albea, et alia flumina multa, ʃicut Wltaua, qui preterfluit civitatem Pragenʃem. La Čechy, parte della Germania, sita in Europa, posta verso nord sotto il polo artico, con cime molto elevate, è divisa dalla Pannonia e da altre nazioni con monti, boschi e fiumi. La regione è, comunque, piena di luce, di aria molto salubre, sicura grazie all'altezza dei rilievi, ricchissima di oro, di argento e di altri metalli, non priva di vigneti, con tante fonti e tanti corsi d'acqua. Vi è un solo fiume importante che nasce da un monte boemo, di nome Elba, più molti altri fiumi, come la Vltava che bagna la città di Praha.  
b In eius montibus habundant pini et abietes, herbe medicinales, mirabiles et aromatice. In ipʃa eʃt copia auri et argenti et omnium metallorum ʃuper omnes provincias occidentis. Beʃtie eciam domeʃtice et ʃilveʃtres innumerabiles, ʃicut urʃi, apri, cervi, capriole, tragelaphi, bubali bifontes. Eʃt et ibi beʃtia, habens magnitudinem bovis, ferox et ʃeva, cum magnis cornibus, cum quibus tamen ʃe non defendit. Hec beʃtia habet ʃub mento folliculum magnum, in quo aquas colligit multas et currendo aquas calefacit miro modo in illo folliculo, quas ʃuper canes et venatores proicit et quitquid tetigerit, depilat et urit hoiribiliter. Sui suoi monti abbondano pini e abeti, erbe medicinali, meravigliose e aromatiche.  Vi è gran quantità di oro e e argenti e altri metalli, più che in tutte le province d'occidente. Vi sono, inoltre, numerosi animali domestici e selvatici, come orsi, cinghiali, cervi, caprioli, stambecchi, bufali, bisonti. E lì è presente anche una bestia grande come un bue, feroce e selvaggia, con grandi corna con le quali, tuttavia, non si difende. Questa bestia ha sotto il mento una grande sacca nella quale raccoglie molta acqua; nella corsa, in modo molto strano, l'acqua si riscalda in tale sacca e la bestia la rigetta su cani e cacciatori, tanto da spellare e bruciare orribilmente qualunque essere abbia toccato.  
b Hec terra cingitur ex parte orientis Polonia et Morauia, ex parte aquilonis Saxonia, ex parte meridiei Auʃtria et ex parte occidentis Bauaria et Germania circumdatur. Questo territorio è cinto a oriente dalla Polonia e dalla Morava, a settentrione dalla Sassonia, a meridione dell'Austria e a occidente è circondato dalla Baviera e dalla Germania.  
       
De impoʃicione nominis terre Boemie Come la regione ricevette il nome di Čechy  
c Erat autem Boemia terra nemoroʃa, ʃilvis denʃiʃʃimis, melle et fru荒ibus et feris beʃtiis gratiʃʃima. In qua quidam ʃocii circa montem Rzip, inter duos fluvios, ʃcilicet Egram et Wltauam, primas ʃedes ʃtatuerunt. Tunc eorum ʃenior inquit: O ʃocii, una mecum graves labores per nemorum devia pervagantes ʃuʃtuliʃtis; tandem veniʃtis ad patriam. Hec eʃt terra optima vobis predeʃtinata. Hic vobis nichil deerit, ʃed perpetua incolumitate gaudebitis. Sed cum hec tam grata et pulcra patria in manibus veʃtris ʃit, cogitate aptum nomen eius. Tunc quaʃi divino oraculo dixerunt: Unde apcius nomen inveniemus quam, quia tu pater Boemus diceris, terra dicatur et Boemia. La Čechy, perciò, era una terra boscosa con selve molto fitte, generosissima di miele, di frutti e di bestie selvatiche. In essa alcuni compagni stabilirono le loro prime sedi presso il monte Říp, tra i due fiumi Ohře e Vltava. Allora uno di loro, il più anziano, disse: «Amici, avete affrontato con me gravi fatiche, passando attraverso gli impraticabili sentieri dei boschi; così siete arrivati in patria. Questa è l'ottima terra a voi predestinata. Qui non vi mancherà niente e godrete di incolumità perpetua. Ma essendo ormai nelle vostre mani, questa patria tanto gradita e bella, pensate a un nome adatto a essa». E quasi per un oracolo, gli fu risposto: «Da dove prenderemo un nome più adatto? Dal momento che sei detto padre Čech, anche la terra sia detta Čechy».  
c Tunc ille manus levans ad celum, motus ʃociorum augurio, cepit terram oʃculari, gaudens eam ʃuo nomine appellari et ʃurgens ac utraʃque palmas tendens ad ʃidera ʃic oravit: Salve terra fatalis mille votis queʃita nobis; conʃerva nos incolumes et multiplica noʃtram ʃobolem a generacione in generacionem. Amen. Allora egli, levando le mani al cielo, commosso dall'augurio dei compagni, cominciò a baciare la terra, felice che essa fosse chiamata col suo nome; poi, alzandosi e rivolgendo entrambi le palme verso le stelle, così pregò: «Salve, terra fatale, da noi desiderata con mille preghiere! Conservaci incolumi e moltiplica la nostra stirpe di generazione in generazione. Così sia».  
       
De moribus primorum gentilium Boemorum. Costumi delle prime genti ceche  
d Fuerunt autem primi Boemi genere Sclaui quaʃi Elyʃani. Elyʃa enim Solaris dicitur. Unde Eliopolis civitas Solis in Yʃaia. Hec namque generacio fuit generoʃa moribus, ʃtatura decora, capillorum fulgore venuʃta, proceritate corporum groʃʃa, moribus placida, converʃacione pacifica, curialis et affabilis ac delicioʃa. Sobrius eorum cibus fuit, glandes edebant et bibebant latices ʃaluberrimas de torrente; carnibus eciam ferinis uti ceperunt. Poʃt de filiabus Gomer uxores ʃibi copulare ceperunt et de nacionibus circumʃtantibus ipʃos; plures tamen uxores more primorum gentilium acceperunt. Inter eos nec lex nec rex nec princeps erat, ʃed lege nature viventes, quicunque ʃapiencior videbatur, queʃtiones et lites ʃimpliciter dirimebat. I primi Čechové furono dunque di stirpe slava come gli Elisei. Ẹ̆lîšāh, infatti, viene detto «solare», da cui deriva Hēlioúpolis, città del sole in Yǝšăʿyāhû. Questa generazione fu di costumi generosi, di buona statura, ornata di capelli lucenti, di gagliarda forma fisica, di modi tranquilli, pacifica nel parlare, rispettosa della comunità, affabile e gradita. Il loro cibo era sobrio: mangiavano ghiande e bevevano le saluberrime acque di torrente; cominciarono poi anche a usare la carne degli animali. Dal tempo delle figlie di Gōmẹr in poi, le mogli iniziarono a unirsi anche agli uomini dei popoli circostanti; comunque i Čechové prendevano più mogli, secondo il costume dei primi pagani. Tra loro non vi erano ne leggi, né re, né principi, ma vivendo secondo la legge di natura, chiunque venisse giudicato più saggio dirimeva le controversie e le liti con semplicità.  
d Inter quos fuit quidam nomine Crok, ex cuius vocabulo caʃtrum, quod adiacet ʃilve Ztibene, nomen accepit. Hic vir per omnia locuplex, ʃapiencia et eloquencia preditus, in conʃiliis et judiciis et dirimendis litibus ab omnibus colebatur. Hic prole maʃculina caruit, uxorem habuit phitoniʃʃam, que eciam tres peperit filias phitoniʃʃas, quarum prima Kazi do荒iʃʃima fuit, ex qua exivit proverbium, quando aliquid irrecuperabile perditur: Hoc non poʃʃe recuperare Kazi. Uʃque hodie ʃepulcrum eius cernitur ʃuper ripam fluminis Miʃis juxta viam, qua itur in partes provincie Bechin per montem Oʃeka. Secunda phitoniʃʃa, ʃoror eius Tetha nomine, caʃtrum Thetin edificavit juxta fluvium Miʃam, natura loci firmiʃʃimum. Hec magica et incantatrix fuit et omnem ʃuperʃticioʃam ʃe荒am adinvenit et creaturam pro creatore docuit rudes populos adorare. Tra loro vi fu un uomo chiamato Krok. Dal suo nome si chiamò il castello adiacente alla foresta di Ztibečné. Quest'uomo, ricco di tante qualità, dotato di sapienza e di eloquenza, era onorato da tutti nelle assemblee, nei giudizi e nel dirimere le contese. Non ebbe figli maschi; sua moglie, una profetessa, gli generò tre figlie, anche loro indovine, delle quali la più esperta fu la prima, Kazi. Da lei derivò il modo di dire riguardo a quando si perde qualcosa d'irrecuperabile: «Questo nemmeno Kazi può riaverlo». Ancora oggi si può vedere la sua tomba sulla riva del fiume Mže, lungo la strada che conduce nella provincia di Bechyně, attraverso il monte Osek. La seconda indovina, sua sorella, di nome Tetka, innalzò la fortezza di Tetín, lungo il fiume Mže, ben difeso dalla natura del luogo. Fu maga e incantatrice, inventato ogni genere di setta superstiziosa, e prescrisse a quei rozzi popoli di adorare la creatura in luogo del suo creatore.  
d Tercia iunior ʃed prudencia prior Libuʃʃa di荒a eʃt. Hec edificavit caʃtrum nomine Luboʃym juxta ʃilvam, que tendit ad pagum Ztikettinam firmiʃʃimum. Hec fuit inter feminas virorum traʃcendens prudenciam in concilio provida, in ʃermone facunda, corpore caʃta et morum venuʃtate conʃpicua, benigna et affabilis et omnibus gracioʃa. Hec ʃpiritu phitonico multa occulta et futura predixit, quare loco patris omnis populus eam ʃibi prefecit in judicem et prudentiʃʃime jura reddebat.

La terza, la minore, ma prima in sapienza, fu chiamata Libuše. Ella fece costruire la fortezza di Libušín, lungo la riva che arriva al villaggio ben fortificato di Ztibečné. Questa fu tra le donne, superando l'avvedutezza degli uomini, preveggente nelle assemblee, eloquente nei discorsi, casta nel corpo e notabile per la grazia dei modi; benigna, affabile e a tutti gradita. Col suo spirito profetico predisse molte cose segrete e future; per questo tutto il popolo la fece subentrare nella stessa posizione del padre con l'incarico di giudice ed ella amministrava la giustizia con molta saggezza.

 
       
De primo duce Boemorum et cauʃa ʃue eleccionis. Il primo kníže dei Čechové e motivo della sua elezione  
e Accidit, quod duo ex proceribus mire propter metas agri cuiuʃdam in tantam exardeʃcere[n]t iram, ut poʃt multas contumelias ac iniurias unus alteri barbam depilaret et clamoribus intrantes curiam judicem pro juʃticia invocarent. Cumque domina judicium differret uʃque ad examen juʃte cognicionis et litigantes in craʃtinum revertentes pro finali ʃentencia invenerunt dominam in le荒o cubantem et cervical parvum tenentem modo femineo quaʃi parvulum ʃub aʃcella. Accadde poi che, due dei maggiori notabili, giungessero a un violento dissidio per i confini di un certo terreno, e che, dopo tante offese e ingiurie, uno strappasse la barba all'altro ed entrando nella curia invocasse il giudice per aver giustizia. E poiché la signora differiva il giudizio per potersi adeguatamente informare [sul caso], i due ritornarono il giorno successivo per [ascoltare] la sentenza finale e trovarono la signora sdraiata su un letto, che teneva in atteggiamento femmineo un cuscinetto sotto il braccio, quasi fosse un bambino.  
e Cumque di荒aʃʃet juʃtam ʃentenciam, is cuius cauʃa non obtinuit palmam, leʃum ʃe reputans, terram baculo feriens, caput movens, ac more ruʃtico pre furore barbam propriam ʃaliva ʃua conʃpuens: O, inquit, non tolleranda viris tanta rabies mulieris, menteque doloʃa reddere jura viris, que magis eʃʃet apta marito, quam reddere militibus iura. Dopo che ella ebbe emesso la giusta sentenza, colui che non aveva ottenuto il riconoscimento, ritenendosi offeso, battendo a terra un bastone e scuotendo il capo, sputacchiandosi da villano la barba con la saliva per il furore, esclamò: «Oh, come non si può tollerare da parte maschile tanta rabbia di donna, e che amministri giustizia all’uomo con mente ingannevole, lei che sarebbe più adatta a un marito, anziché a emettere sentenze per dei soldati. Siamo infatti di disonore per gli altri popoli, non avendo un capo e non emanando sentenze virili. Sarebbe più onorevole morire che subire i dettami di una donna.»  
e Sumus enim opprobrium gentibus, quia nec nobis re荒or nec virilis cenʃura; ʃanccius eʃʃet mori quam feminea jura pati. Domina autem illatam ʃibi contumeliam prudenti animo celans, ʃubridens ait: Ita, inquit, eʃt, ut dicis; femina ʃum et ut femina vivo: ʃed jam tibi parum ʃapere videor, quia non rexi vos in virga ferrea, ut decebat, et quia ʃine timore vivitis, me deʃpicitis; nam ubi timor, ibi et honor.

Ma la signora, ignorando con saggia intuizione le contumelie a lei riferite, sorridendo disse: «È proprio come dici. Sono donna e come tale vivo. Ma ti sembra che io non abbia giudizio dal momento che non vi ho guidato con verga di ferro, come sarebbe stato il caso; e poiché vivete senza timore, mi disprezzate: infatti, dove c'è il timore, lì c'è anche l'onore.

 
e Nunc autem neceʃʃe eʃt, ut habeatis re荒orem femina forciorem ʃicut columbe, que deʃpexerunt milvum regem, quia non gravabat eas, et elegerunt ʃibi accipitrem, qui uʃque hodie eas devorare non ceʃʃat; ʃic accidet vobis. Cras ergo congregate omnes ad judicium, ut ducem virum eligatis, vobis judicem michique maritum. Cumque populus receʃʃiʃʃet, ʃorores convocat et quid inter ʃe conʃilii habuerint, ingnoratur. «Ora, però, è necessario che abbiate un capo più forte di una donna, come le colombe che non vollero il nibbio come re, perché non le opprimeva, e scelsero per sé lo sparviero che ancora oggi non smette di divorarle. Così accadrà a voi. Domani, pertanto, riunitevi tutti in assemblea per eleggere un uomo come capo: per voi giudice, per me marito». Dopo che il popolo se ne fu andato, andò a chiamare le sorelle, ma di cosa avessero parlato non si sa nulla.  
       
De Przemysl ele荒o ex aratro & eiuʃdem magna prudencia. Elezione di Přemysl, chiamato dall'aratro, e sua grande saggezza  
f Mane ʃequenti antequam populus conveniret, vidit de feneʃtra quendam ruʃticum venientem, cui occurrit querens ab eo cauʃam ʃui tam matutini adventus. Cui ille: Caʃus cupio phitoniʃʃe exponere. Ego, inquit illa, phitoniʃʃa ʃum et me tibi ʃponʃam et comitem eʃʃe promitto. Dum, inquit ille, boves junxiʃʃem ad aratrum, maxima multitudo avium, ʃcilicet aquilarum, pluries ʃuper capud meum volantes, tandem ʃuper meum aratrum quieverunt. Cui Libuʃʃa: Vade et revertere ad aratrum tuum et hec nulli pandas, ʃed expe荒a rei eventum, quia tibi eʃt bonum omen et tocius patrie princeps eris. Tunc ille reverʃus eʃt, ut ʃuam perficeret araturam. L'indomani mattina, prima che il popolo si riunisse, ella dalla finestra vide arrivare un contadino; così gli corse incontro, chiedendogli il perché di un arrivo così mattutino. Ed egli rispose: «Desidero chiedere le sorti a un'indovina». E lei: «Io sono profetessa e prometto di esserti sposa e compagna». E lui: «Mentre attaccavo i buoi all'aratro, una gran quantità di uccelli, cioè di aquile, volando sopra il mio capo, si fermò infine sull'aratro». E Libuše: «Vai, ritorna all'aratro e non dire niente a nessuno, ma aspetta lo sviluppo degli eventi, poiché per te c'è un buon augurio: sarai principe della tua patria». Allora egli ritornò per portare a termine la sua aratura.
f Convocat ergo Libuʃʃa poʃt hec omnem populum et in alto ʃolio reʃidens clara voce concionari cepit ad populam et viros agreʃtes ʃic: O gens miʃeranda nimis, que libere vivere neʃcitis, vos libertatem [fugitis et inʃuetae ʃervituti] ʃponte colla ʃubmittitis; heu tandem vos penitebit, ʃicut accidit ranis, que ydrum ʃibi contra dei voluntatem prefecerunt in regem, que eciam devorantur ab eo. Dopo queste cose, pertanto, convocato tutto il popolo, Libuše, assisa su un alto scranno, con chiara voce cominciò ad arringare la popolazione e anche gli uomini dei campi, in questo modo: «O gente degna proprio di commiserazione, voi non sapete vivere come vorreste! Fuggite la libertà e piegate spontaneamente il collo a una inconsueta servitù. Oh, alla fine vi pentirete, come accadde alle rane che, contro la volontà degli dèi, si diedero per re un'idra e ne vengono ancora divorate.  
f Si autem neʃcitis, que ʃint jura ducis, verbis paucis exprimam vobis. Inprimis facile eʃt ducem ponere, ʃed difficile poʃitum deponere; nam quod modo eʃt ʃub veʃtra poteʃtate, utrum eum ducem conʃtituatis aut non, poʃtquam autem conʃtitutus fuerit, et vos et omnia veʃtra ʃub ʃua poteʃtate tenebit. In eius conʃpe荒u genua veʃtra vacillabunt et li[n]gua veʃtra muto palato adherebit, ad cuius vocem pre timore vix audebitis reʃpondere. Ipʃe ʃolo ʃuo nutu, ʃine veʃtro conʃenʃu hunc deprimet et hunc exaltabit hunc ditabit et hunc inventa occaʃione trucidabit vel ponet in carcerem. Ex vobis pro libitu alios ʃervos, alios dominos, alios ruʃticos, alios tortores, alios exa荒ores, alios molendinarios, alios piʃtores conʃtituet. Tribunos quoque et centuriones, villicos et meʃʃores, cultores agrorum et vinearum et ʃutores pellium et coreorum ordinabit, pro libitu voluntatis filios veʃtros et filias tollet pro obʃequiis ʃuis. Equos veʃtros, boves et pecora optima queque tollet. Quid multis immoror? Ad quid hec, quaʃi vos terream, loquor? Si perʃiʃtitis in incepto, jam vobis vitam et nomen ducis indicabo et locum. «Ma se non sapete quali sono le prerogative di un capo, ve le dirò in poche parole. Innanzitutto è facile nominarlo ma, una volta eletto, è difficile deporlo. Infatti, adesso soltanto voi avete la facoltà di scegliere o meno un capo, ma dopo che egli sarà stato eletto, terrà sotto il suo dominio sia voi, sia tutti i vostri averi. Al suo cospetto le vostre ginocchia vacilleranno e la vostra lingua aderirà al muto palato. Alla sua voce, per timore, a stento oserete rispondere. Egli, per suo solo volere, senza vostro consenso, umilierà questo ed esalterà quello, renderà ricco uno e con un pretesto fasullo truciderà l'altro, o lo getterà in carcere. A suo piacimento, renderà alcuni di voi servi, altri padroni, alcuni contadini, altri boia, alcuni esattori, altri addetti alle macine e ai forni. Sceglierà anche tribuni e centurioni, villici e mietitori, quelli destinati ai campi e alle vigne, i cucitori di pelli e di corteccia; a sua volontà prenderà i vostri figli e le vostre figlie perché gli siano compiacenti. S'approprierà anche dei vostri cavalli, dei buoi e delle migliori pecore. Ma perché indugio con tante parole? Perché parlo di queste cose come per volervi atterrire? Se persistete nell'intento iniziale, ormai vi dirò il nome del kníže e dove si trova».  
f Ad hec vulgus mente confuʃa clamantes, ducem, ducem poʃtulant ʃibi dari. Tunc domina digito monʃtrat montem: Ultra, inquit, illum montem eʃt fluvius nomine Bielina, juxta quem eʃt villa nomine Stadicz, in cuius territorio eʃt novale duodecim paʃʃuum longitudinis et totidem latitudinis, quod ad nullum pertinet agrum. Ibi invenietis virum arantem in bobus duobus. Unus bos albo capite, alter precin荒us eʃt albedine et poʃteriores pedes albos habet; hunc aʃʃumite vobis ducem michique maritum. Accipite ergo meum dextrarium et veʃtes, quas mittam, et mea ac populi vota deferte viro. Cui eciam nomen eʃt Přemyʃl. Hic ʃupra veʃtra capita jura excogitabit; nam hoc nomen latine previe ditatus [præmeditans] dicitur. Il volgo, acclamando con mente confusa queste parole, chiese con forza: «Kníže, kníže!». Allora la signora indicò un monte con il dito dicendo: «Al di là di quel monte c'è un fiume, il Bílina, oltre il quale si trova il villaggio di Stadice. In questo territorio vi è un campo non ancora arato, lungo dodici passi e largo altrettanto, che non appartiene a nessuno. Qui troverete un uomo che sta arando con due buoi. Uno ha la testa bianca, l'altro è bianco sui fianchi e sulle zampe posteriori. Assumete quest'uomo come kníže per voi, e marito per me. Prendete, perciò, il mio destriero e le vesti che gli manderò, e recate all'uomo gli auguri miei e quelli del popolo. Inoltre si chiama Přemysl e stabilirà leggi sulle vostre teste. Infatti il suo nome si traduce in latino come praemeditans, il preveggente. La sua discendenza regnerà su di voi in eterno. Seguite il mio cavallo: esso stesso vi guiderà sulla retta via».
f Huius proles ʃuper vos regnabit in ʃempiternum. Equum meum ʃequimini; ipʃe vos diriget re荒a via. Nunccii autem predi荒i appropinquant ville, ad quam ibant ʃequentes caballum; et ecce Przemysl boves ʃtimulat more ruʃtico. Ad quem illi: Salve dux, magna digniʃʃimus laude, ʃolve boves mutaque veʃtes, aʃcende caballum. Domina noʃtra Libuʃʃa et plebs univerʃa mandat, ut cito fatale tibi regnum ʃuʃcipias. Omnia noʃtra in tua poteʃtate erunt et eciam nos ipʃi te ducem, te prote荒orem, te re荒orem noʃtrum omnes eligimus. I messaggeri si avvicinarono, perciò, alla campagna predetta, alla quale andavano seguendo il cavallo, ed ecco Přemysl che pungolava i buoi, secondo l'uso contadino, e così lo salutarono: «Salve, kníže, assai degno di gran lode; sciogli i buoi, cambia le vesti, sali a cavallo. Libuše, nostra signora, e tutto il popolo ti sollecitano affinché tu assuma subito il regno a te destinato. I nostri beni saranno in tuo potere e anche noi stessi ti scegliamo come kníže, protettore e guida di tutti noi».  
f Ad quam vocem, quaʃi admirans et inʃcius, vir prudens ʃubʃtitit et boves ʃolvit: ite, inquit, unde veniʃtis. Qui ʃtatim diʃparuerunt. Stimulum autem fixit in terram, qui ʃtatim, ut dicitur, produxit frondes et nuces. Viri autem illi ʃtabant ʃtupefa荒i, quos ille gratulanter invitat ad prandium et de pera ʃua ʃubere contexta extrahit muʃcidum panem et caʃeum et partem in vomere collocat, ut habetur in alia hyʃtoria: et bibunt laticem de barletto. A queste parole, il brav'uomo, meravigliato e quasi incredulo, si fermò e sciolse i buoi dicendo: «Andate da dove siete venuti». Ed essi, immediatamente, spariscono. Poi piantò a terra il pungolo che subito, da come corre voce, produsse fronde e frutti. Così gli uomini rimasero a bocca aperta, e lui, allegramente, li invitò a mangiare. Quindi tirò fuori da una bisaccia di sughero pane ammuffito e formaggio, e ne pose una parte sul vomere, o, come si evidenzia in un'altra versione, bevvero acqua da un barilotto.  
f Dum reficiunt, duas virgulas aruiʃʃe conʃpiciunt, ʃed alcius ʃubcreʃcere unam vident. Cumque admirarentur: Quid, inquit, miramini? Sciatis de noʃtra progenie multos dominos naʃcituros, tandem unum principaliter dominari. Poʃt hec calciatus et indutus veʃte regali aʃcendit equum arator, tamen non immemor ʃue ʃortis tollit ʃecum ʃuos coturnos, ʃubere ex omni parte conʃutos, ut in memoriam ʃempiternam in poʃterum reʃervarentur, qui ʃunt hodie in Vincegradu. Mentre si ristoravano, videro che due rametti si erano seccati, mentre uno stava crescendo più alto. Ed essendo stupiti, Přemysl disse: «Perché vi meravigliate? Sappiate che dalla nostra progenie nasceranno molti signori, ma che alla fine uno soprattutto regnerà». Dopo queste parole l'aratore si alzò e, indossata la veste regale, montò a cavallo; tuttavia, non dimentico della sua sorte, prese con sé i coturni di sughero, del tutto consunti, affinché fossero conservati in futuro a eterna memoria: ed essi si trovano ancora oggi nella fortezza di Vyšehrad.  
f Cui unus ʃociorum dixit in via: Domine, quid ʃibi volunt iʃta viliʃʃima calciamenta, que jubes deferri. Cui ille: Ad hec, inquit, feci iʃta ʃervari, ut diʃcant poʃteri, de quam humili progenie proceʃʃerunt, et non ʃuperbiant, nec deʃpiciant pauperes, nec homines ʃibi ʃubditos opprimant, memores condicionis ʃue. Nam ʃanccius eʃt de paupertate ad regnum conʃcendere quam de regali ʃolio redigi ad miʃeriam ʃua ignavia vel tyrannide vicioʃa; paupertas enim tunc eʃt in gloria, cum per virtutem ʃublevatur ad ʃumma. Uno di coloro che lo accompagnava lungo il tragitto, gli chiese: «Signore, che cosa significano questi vilissimi calzari che comandi di portare via?». E lui rispose: «Li faccio conservare per questo: affinché i posteri apprendano da quale umile progenie siano discesi, non insuperbiscano, non disprezzino i poveri e non opprimano i loro sottoposti, memori della loro origine. Infatti è più decoroso salire dalla povertà al regno anziché dal trono essere ridotti in miseria per la propria ignavia o per viziosa tirannia. Infatti la povertà è gloriosa allorquando, grazie alla virtù, assurge a somme vette».  
f Interim colloquentes dum urbi appropinquant, occurit domina vallata frequencia populorum et ʃe conʃertis manibus amplexantes connubia celebrant et nupcias gaudioʃas. Parlando nel frattempo, mentre si avvicinavano alla città, la signora, circondata da una gran folla, andò loro incontro. Ed essi, stringendosi le mani e abbracciandosi celebrarono l'unione con nozze felici.  
       
De Przemysl primo duce et moribus eius. Su Přemysl, primo kníže, e sui suoi costumi  
g Przemysl ergo, dux primus Boemorum, qui ex virtutis opere vir merito eʃt dicendus, hanc feram gentem virtute et prudencia frenavit legibus et indomitum populum juʃto imperio domuit et racionabilibus conʃuetudinibus ʃubiugavit cum Libuʃʃa; omnia jura, quibus hec terra regitur, ʃolus ipʃe di荒avit. Verum quia de aratro levatus eʃt ad regnum, jugum bovum collis equorum impoʃuiʃʃe fertur et aquilam pro ʃigno; pro eo, quod tali ʃigno, ʃcilicet aquilarum vel aliarum avium augurio futurus princeps fuit celitus deʃignatus. Così Přemysl, il primo kníže dei Čechové, che meritatamente deve essere considerato un uomo nell'esercizio delle virtù, frenò questo popolo selvaggio con sobrietà e saggezza di leggi e domò, con il dovuto potere, un popolo indomito, sottomettendolo, insieme a Libuše, a ragionevoli costumi. Solo lui dettò tutte le leggi con le quali si regge questo territorio. E poiché fu elevato dall'aratro al regno, si narra che egli abbia imposto il giogo dei buoi sul collo dei cavalli, dando come insegna un'aquila; per questo, con tale insegna, cioè per l'indicazione profetica delle aquile o di altri uccelli, fu designato come futuro principe del cielo.  
       
De fundacione urbis Pragenʃis Fondazione della città di Praha  
h Huius temporibus Praga phitoniʃʃe oraculo condita eʃt. Una ʃiquidem die predi荒a domina preʃente viro et ʃenioribus ʃic fari exorʃa eʃt: A suo tempo, secondo l'oracolo della pitonessa, fu fondata Praga. Infatti, un giorno, la predetta signora, di fronte al marito e agli anziani, così si levò a dire:  
  «Urbem conʃpicio, fama que ʃydera tangit.
Eʃt locus in ʃilva, villa qui diʃtat ab iʃta
terdenis ʃtadiis, quem Wltaua terminat undis.
«Vedo una città che per fama raggiunge le stelle.
È un luogo nel bosco, che dista da questa dimora
tre volte dieci stadi, chiuso dalle onde della Vltava.
 
h Hunc ex parte aquilonari valde munit valle profunda rivulus Bruzinica ac ex auʃtrali latere latus mons, nimis petroʃus, qui a petris dicitur Petrzin, qui protenditur uʃque ad predi荒um amnem. In qua ʃilva invenietis hominem excidentem limen domus, ex cuius eventu urbem, quam edificabitis, vocabiti Pragam. In hac urbe bine aʃcendent olyve auree, que cacumine ʃuo penetrabunt ʃeptimum celum et per totum mundum ʃignis et miraculis coruʃcabunt; has in hoʃtiiʃet muneribus colent et adorabunt [omnes tribus] terre Boemie et naciones [reliquae]. Una vocabitur maior gloria vel vincens laudem, ʃcilicet Wenceʃlaus, altera dicetur exercitus conʃolacio, ʃcilicet Adalbertus. Huius ergo indu荒i oraculo, ʃigno predi荒o, urbis Prage fundamenta jecerunt et tocius Boemie urbem et metropolim ʃtatuerunt. «A nord lo ripara molte bene, in una valle profonda, il torrente Brzina e, a sud, un gran monte assai roccioso, che dalle pietre è detto Petřín e che si protende fino al fiume suddetto. In questa selva troverete un tale che sta intagliando la soglia di una casa; perciò la città che edificherete, la chiamerete Praha, “soglia”. In questa città cresceranno due aurei alberi di ulivo che con la cima toccheranno il settimo cielo e brilleranno in tutto il mondo per segni e miracoli. Nei sacrifici e nelle offerte, tutte le tribù delle terre ceche e le altre nazioni li adoreranno e li venereranno. Un albero sarà detto maior gloria, ossia vincens laude, ossia Wenceslaus [Václav]; l'altro sarà detto exercitus consolatio, ossia Adalbertus [Vojtěch]. Indotti, perciò, dall'oracolo di lei al segno predetto, gettarono le fondamenta di Praha, stabilendo la città e la capitale di tutta la Čechy.  
       
De mirabili inʃolencia Boemorum et maxime puellarum La straordinaria insolenza dei Čechové e soprattutto delle fanciulle  
i Eodem tempore creʃcente populo Boemorum propter multiplices divicias et delicias in tantam laʃciviam puelle devenerunt, ut oblite condicionis ʃue more amazonum militaria arma ʃumerent et facientes ʃibi du荒rices uti tyrones militare ceperunt, venacionibus et ludis militaribus pervagantes, et ʃicut gens ʃcitica inter virum et mulierem diʃcrimen nullum [in habitu facientes] ʃimilibus veʃtibus utebantur. Unde in tantam proruperunt audaciam, ut prope Pragam caʃtrum in rupe firmiʃʃimum edificare preʃume rent, cui nomine virginali nomen inditum eʃt Diewin. Nel medesimo tempo, accresciutasi la popolazione ceca in ricchezza e agi, le fanciulle pervennero a tale libertinaggio che, dimentiche della loro condizione, si fornirono di armi da guerra, secondo il costume delle amazzoni, e, dichiarandosi condottiere, iniziarono a combattere come reclute, aggirandosi tra cacce e competizioni militari, e, come la gente scita, non facendo alcuna distinzione tra abbigliamento maschile e femminile, usavano vesti simili [a quelle degli uomini]. Da qui giunsero a tanta audacia da pretendere di edificare, su una rupe dei pressi di Praha, una rocca assai munita, cui fu dato, dal termine per «fanciulle», il nome di Děvín.  
i Laʃcivi autem juvenes hec videntes multo plures et forciores ex oppoʃito aliud condunt caʃtrum inter arbuʃta et nemora, quod nunc dicitur Wyʃʃegrad. Cumque ad invicem multa prelia frequenter haberent et nec vincerent nec viucerentur, tandem communi concilio trium dierum feʃta celebrare conʃtituunt. Prima itaque die vacabant epulis; no荒e ʃuperveniente juvenes ut lupi rapaces irruunt in puellas et volentes et nolentes opprimunt caʃtrumque comburunt, et poʃt pacis federa mulieres reda荒e ʃunt ʃub virorum poteʃtatem, maxime quia parum poʃt mortua eʃt principiʃʃa Libuʃʃa, poʃt quam eciam plenus dierum conʃtitutis legibus Boemorum defun荒us eʃt primus dux Přemysl in ʃene荒ute bona. Dal canto loro, i giovani maschi, arroganti, vedendo queste cose ed essendo molto più numerosi e più forti, fondarono dalla parte opposta, nella selva, un altro castello, che ora è detto Vyšehrad. E dandosi a molti e frequenti scontri reciproci, in cui non vincevano né erano vinti, alla fine, di comune accordo, stabilirono di celebrare feste per tre giorni. Il primo giorno si vuotarono le mense, ma la notte seguente i ragazzi irruppero come lupi rapaci sulle fanciulle, avendo la meglio su di loro, volenti o nolenti, e incendiarono la fortezza. Poi, dopo il patto di pace, le donne furono ricondotte sotto il potere degli uomini, soprattutto perché poco dopo morì la kněžna Libuše e dopo di lei, dopo aver stabilito le leggi, morì anche Přemysl, il primo kníže dei Čechové, gravato dagli anni, dopo una serena vecchiaia.
       
De succeʃʃione ducum Boemie La successione dei knížata dei Čechové  
j Przemysl, primo duci Boemie, ʃucceʃʃerunt o荒o duces ʃequentes ydolatre, colentes ydola, donec deventum eʃt ad ducem Borziwoy. Hic primus fa荒us fuit chriʃtianus inter ipʃos duces. A Přemysl primo kníže dei Čechové, succedettero otto knížata pagani, che veneravano idoli, finché non si giunse al kníže Bořivoj. Questi fu il primo tra gli knížata  che si fece cristiano.  
j Przemysl,
Nezamysl,
Mnata,
Wuoyn,
Wnizlaus,
Crezomyls,
Neclan,
Buʃtiwicz, Hoʃtiwicz, ʃeu Goʃtiwicz
Burziwoy, filius Buʃtiwicz, fa荒us chriʃtianus,
Spitignew,
Wratiʃlaus, pater ʃan荒i Wenceʃlai,
Wenceʃlaus ʃan荒us martyr.
Přemysl ,
Nezamysl,
Mnata,
Vojen,
Vnislav,
Křesomysl,
Neklan,
Bustivít, Hostivít o Gostivít
Bořivoj, figlio di Bustivít, divenuto cristiano,
Spytimír,
Wratislaus, padre di san Václav,
Václav, santo martire
 
j [Omissis] [Omissis]
j Deʃcriptis ergo principibus ad yʃtorie ordinem revertamur. Citati dunque i principi, ritorniamo all’ordine della storia.  
       
De duce Wratiʃlaw et exercitu eius contra Bohemos. Il kníže Vratislav e la sua guerra contro i Čechové  
k Przemysl duce defun荒o ʃex duces ʃine notabili memoria tranʃierunt. Tempore autem ducis ʃeptimi nomine Nicla fuit prelium inter Boemos et Luzanos, qui nunc ab urbe Sace vocantur Sacenʃes. Hiis prefuit dux peʃʃimus et ʃuperbus, Boemis infeʃtus, nomine Wratiʃlaus, qui frequentibus preliis attriverat terminos Boemorum et in tantum vaʃtaverat, quod quaʃi de ʃalute propria deʃperantes querebant latibula, quorum primates in quodam ʃe oppido concluʃerunt nomine Leuigradec. Hic tyrannus edificavit urbem, quam nomine ʃuo appellavit Wratiʃlaw, in confinio duarum provinciarum, ʃcilicet Bielina et Luthomierzicz, et elatus ʃpiritu ʃuperbie omnem Boemiam proponit ʃuo dominio ʃubiugare, et mittit gladium per omnes terminos ʃuos, ut quicunque maior gladio non occurreret ad prelium, gladio puniretur. Dopo Přemysl si succedono sei knížata  di scarsa importanza, ma al tempo del settimo kníže ci fu uno scontro tra Čechové e Lučané, che ora, dalla città di Žatec, sono chiamati Žatecky. Su di loro ebbe potere un vojvoda pessimo e superbo, avverso ai Čechové, di nome Vratislav, che con frequenti attacchi aveva indebolito i loro confini, con tale devastazione che i Čechové, quasi disperando della propria salvezza, cercavano ripari, e i loro maggiorenti si erano chiusi in una cittadella fortificata chiamata Levý Hradec. Questo tiranno edificò una città che dal suo nome si chiamò Vratislav, al confine tra due province, cioè di Belín e Litomyšl, ed esaltato dalla superbia, si propose di sottomettere al suo dominio tutta la Čechy, inviando una spada per tutti i suoi confini di modo che, chiunque, abile di spada, non si fosse più gettato nella mischia, di spada fosse punito.  
k Suis ergo congregatis ʃic dux alloquitur ʃuum exercitum, ʃtans in eorum medio, vibrans enʃem: O, inquit, viri, quibus in manibus ultima eʃt vi荒oria, non ʃemel viciʃtis [sic], quid ergo opus eʃt armis, falcones et aves alias pro dele荒acione ferte in manibus, quibus carnes inimicorum, ʃi ʃufficiant, dabimus ad veʃcendum, et catulos uberibus matrum pro infantibus applicabo, arma ferte ad decus; tolite moras, ʃemper nocuit differre paratis, ite velociter, vincite feliciter. Oritur clamor ad ʃydera: arma, arma. Hec concio ducis Wratiʃlaw contra Boemos non minus accendit animos Boemorum. Perciò, riuniti i suoi, così il vojvoda arringò i soldati, stando in mezzo a loro e vibrando la spada: «O uomini, nelle cui mani sta l'ultima possibilità di vittoria, non una volta avete perso, perciò che bisogno c'è di armi? Portate sul braccio, per diletto, falconi e altri uccelli, ai quali daremo da mangiare le carni dei nemici, se basteranno, e io farò attaccare alle poppe delle donne cuccioli di cane al posto dei lattanti. Portate le armi all'onore, smettete gli indugi: è sempre dannoso, per chi è pronto, il differire. Andate velocemente e felicemente vincete». Esplode un grido fino alle stelle: «Alle armi, alle armi!». Questo discorso del vojvoda Vratislav contro i Čechové, nondimeno, accese i cuori di questi ultimi.
k Interea mulier quedam vocat privignum ʃuum: Quamvis, inquit, non ʃit conʃuetudinis novercarum bene facere privignis, amore tamen patris tui tantum ʃcire te faciam, quod poʃʃis vivere, ʃi vis. Scias, ʃtrigas Boemorum noʃtris prevaluiʃʃe, unde dabitur Boemiis vi荒oria noʃtris uʃque ad unum interfe荒is. Tu ergo inter pedes equi tui crucem in terra cum enʃe lineabis et ʃic ʃolves inviʃibiles ligaturas, quibus veʃtrorum equi ligabuntur, et poʃt primum tibi occurentem in prelio interficias et aures eius amputabis et pones in burʃa tua, et ʃtatim aʃcenʃo equo tuo fugias, nec propter clamorem aʃpicias retro, quia tu ʃolus evades, aliis omnibus interfe荒is. Frattanto una donna fece venire il suo figliastro e gli disse: «Benché non sia abitudine delle matrigne fare del bene ai figliastri, tuttavia, per amore di tuo padre, ti farò sapere quel tanto perché tu possa vivere, se vuoi. Sappi che le streghe dei Čechové hanno prevalso su di noi: da ciò è data la vittoria dei Čechové sui nostri, che saranno uccisi fino all'ultimo. Tu, perciò, segnerai con la spada una croce per terra, tra le zampe del tuo cavallo, e così scioglierai gli invisibili lacci con i quali saranno legati i vostri cavalli. Poi, dopo aver ucciso il primo che ti troverai di fronte in battaglia, gli mozzerai le orecchie e le porrai nella tua sacca; quindi, montato a cavallo, fuggirai subito senza guardare indietro per il clamore, perché tu solo scapperai, mentre gli altri saranno tutti uccisi.  
       
De notabili vi荒oria Boemorum. Memorabile vittoria dei Čechové  
l Boemi autem jam quaʃi de ʃua deʃperantes ʃalute ex jam expertis vi荒oriis hoʃtium unam ʃolam ʃpem habebant, nullam ʃperare ʃalutem. Dux namque eorum Niclan lepore pavidior, fi荒a infirmitate vocat militem probiʃʃimum nomine Tyronem, qui erat poʃt ducem ʃecundus, et paucis ʃcientibus precepit, ut ʃua arma aʃʃummeret et equum aʃcenderet et precederet exercitum Boemorum. Qui erat audax ut leo, nullum timere ʃolens. I Čechové, però, quasi disperando della loro salvezza, subite ormai le vittorie nemiche, non si aspettavano che una sola sorte: nessuno scampo. E infatti il loro kníže Neklan, più pavido di una lepre, fingendo una malattia, convocò un soldato di nome Štyr, persona onestissima, secondo solo al kníže, e di fronte a pochi testimoni gli ordinò di indossare le sue armi, di montare il suo cavallo e di condurre l'esercito dei Čechové: [Štyr] era audace come un leone e non era solito temere nessuno.  
l Ante tamen quam ad bellum procedant, conʃulunt phitoniʃʃam, que ʃpiritu phitonico plena reʃpondit: Si vultis, inquit, vi荒oriam, libate diis grata libamina; Jupiter enim, Mars et [gener] Cereris ʃibi petivit ymmolari aʃellum. Queritur ergo miʃer aʃellus et ʃtatim ab univerʃo exercitu devoratur. Quo fa荒o animati ex inhercia fa荒i ʃunt animoʃi, leonibus prompciores, aquilis leviores, et in vicino campo leti currunt ad bellum. Boemi tamen in medio campi preoccupant collem. Tuttavia, prima di avanzare in battaglia, venne consultata un'indovina che, piena di spirito profetico risponde: «Se volete la vittoria, offrite agli dèi gradite libagioni: Iuppiter, infatti, Mars e il genio di Ceres hanno chiesto sia loro immolato un asinello». Gemeva, così, il misero asinello, e presto venne dato in pasto a tutto l'esercito. Incoraggiati da ciò, da inerti divennero animosi, più scattanti di leoni, più agili di aquile, e corsero baldanzosi nel campo vicino per combattere. I Čechové, quindi, occuparono prima una zona più alta nel mezzo del campo.
l Dux autem putativus, qui ʃupra, nomine Tyro ʃtans in medio clara voce milites alloquitur dicens: Si phas eʃʃet duci verbis augere virtutem, multis vos o commilitones tenerem verborum ambagibus. Sed quia hoʃtis ad oculum ʃtat, paucis ʃufficiat veʃtros animas accendere di荒is: Omnibus in bellis dimicandi par eʃt devocio, ʃed impar vincendi condicio. Illi pugnant pro gloria, nos pro patria dimicamus et libertate et ʃalute ultima; illi ut rapiant aliena, nos ut defendamus dulcia filiorum et filiarum pignora et cara connubia. Il finto kníže di cui sopra, intanto, di nome Štyr, stando nel mezzo, a chiara voce così arringò i soldati: «Se fosse possibile al kníže aumentare il valore con le parole, vi tratterrei, o soldati, con un ampio discorso; ma poiché il nemico è in vista, sia sufficiente accendere il vostro cuore con poco: in guerra è uguale per tutti la propria dedizione nel combattere ma è impari la condizione di vincere. Quelli combattono per la gloria: noi per la patria, la libertà e da ultimo per la salvezza. Loro per rapinare le case altrui: noi per difendere i dolci pegni di figli e figlie e i cari legami nuziali.  
l Confortamini ergo et eʃtote viri virtutis; nam deos, quos aliquando nobis iratos ʃenʃimus, jam placaʃtis votis, quibus placari voluerunt. Non ergo timeatis eos, nam qui timet in prelio, ʃemper eʃt in periculo. Audaces fortuna juvat timidoʃque repellit. Credite michi, ultra illa inimicorum caʃtra, veʃtra poʃita eʃt ʃalus et gloria. Si terga vertitis, mortem non effugitis, ʃed peius morte periculum incurretis. In oculis veʃtris uxores veʃtre violabuntur et in ʃinu earum filios veʃtros trucidabunt et ad la荒andum uberibus earum catulos applicabunt, quia vi荒is commune eʃt, vi荒oribus nil negare. «Confortatevi dunque e siate uomini di valore; infatti gli dèi, che talora abbiamo avvertito pieni d'ira, li, li avete ormai placati con le offerte da loro volute. Perciò non temeteli: infatti in battaglia chi è timoroso è sempre in pericolo. La fortuna aiuta gli audaci e respinge i pavidi. Credetemi, oltre quegli accampamenti nemici si trovano la salvezza e la gloria. Se volgete le spalle non sfuggirete alla morte, ma incorrerete in un pericolo ancora peggiore. Le vostre mogli saranno violate davanti ai vostri occhi. Essi trucideranno i vostri figli nel loro seno e attaccheranno alle loro mammelle i cuccioli di cane perché siano allattati, dal momento che è cosa comune per i vinti non negare nulla ai vincitori».  
l Interea dux Luczenʃis ferociʃʃimus mente quaʃi fulgor veniens ex adverʃo dum vidit Boemes non cedere loco, parum perʃtare jubet et ʃic ʃuos alloquitur. O miʃerabilis fortuna timidorum, dum fingunt audaciam; cernitis, quia in planis vobis occurrere non preʃumunt et jam parant fugam; ʃed vos, prius quam fugiant, irruite ʃuper eos, non armis ʃed pedibus conculcate velud ʃtipulam, ne ignavorum ʃa[n]guine veʃtra nobilia tela polluatis, ʃed ʃubmittite, que portatis volatilia, ut terreatis veʃtris falconibus pavidas eorum acies ut columbas. Nel frattempo, il capo dei Lučané, di mente ferocissima, come un fulmine che viene dirimpetto, vedendo che i Čechové non retrocedevano dalla loro postazione, ordinò ai suoi di fermarsi un po' e così li arringò: «O miserabile condizione dei vili, mentre simulano audacia! Guardate: non osano affrontarvi in pianura e si preparano ormai alla fuga! Ma voi, prima che scappino, irrompete su di loro e non con le armi, ma con i piedi: calpestateli come paglia, per non macchiare le vostre nobili vesti con il sangue dei codardi, e fate spiccare il volo a quei volatili che portate, onde atterrire con i vostri falconi quelle schiere pavide come colombe!»  
l Qui ʃtatim dimiʃerunt aves in predam, et tanta erat multitudo, ut quaʃi aer fieret tenebroʃus. Tyro autem, Boemorum heros et dux probiʃʃimus: Si, inquid, moriar in prelio, in hoc colliculo me ʃepelite. Et quaʃi leo prorumpens in hoʃtes quaʃi papavera ipʃorum exercitum proʃternebat, Boemos confortans, hoʃtes vigoroʃo clamore proʃternens. Tanta autem erat in eo multitudo telorum, ut quaʃi erinacius ʃuper occiʃorum cadavera occumberet glorioʃus. Ed essi subito fecero volare gli uccelli sulla preda e ne ce n'erano così tanti che il cielo era diventato quasi scuro. Štyr, però, l'eroe dei Čechové, capo assai probo, disse: «Se morirò in battaglia, seppellitemi in questo piccolo colle». E scagliandosi sui nemici come un leone, abbatteva le loro schiere quasi come papaveri; e così animava i Čechové, mentre prostrava con gran clamore il nemico. E su di lui vi era una tal quantità di frecce che cadde glorioso, quasi come un riccio sui cadaveri degli uccisi.  
l Boemi autem forcius animati omnes hoʃtes nullo ʃuperʃtite occiderunt, preter illum unum, de quo ʃupra fecimus mencionem, qui fa荒o ʃigno crucis fugeret proʃtrato adverʃario primitus occurente, cui abʃcidit aures. Dum autem pervenit ad domum ʃuam, invenit uxorem portari ad tumulam, quam cum conʃpexiʃʃet, vidit in pe荒ore vulneratum et ʃine auriculis, per quas extra荒as de burʃa cognovit uxorem fuiʃʃe in ʃpecie illius, quem occidit in prelio ʃibi occurrentem et adverʃantem. I Čechové, però, ancor più animati, uccisero tutti i nemici senza lasciare alcun superstite, tranne colui che abbiamo menzionato sopra: quello che, fatto il segno di croce, fuggì dopo aver atterrato l'avversario in cui per primo si era imbattuto, e al quale aveva mozzato le orecchie. E tornando a casa, trovò la moglie che veniva portata alla sepoltura e, avendola osservata, la vide ferita sul petto e senza orecchie. E da quelle estratte dalla borsa capì che c'era stata sua moglie sotto l'apparenza di chi lo aveva assalito e avversato in battaglia.  
l Boemi vero intrantes terram illam deʃtruxerunt civitates et ʃpolia diripientes revertuntur vi荒ores. Ducem eciam ʃuum in collem, ʃicut dixerat, tradiderunt honorifice ʃepulture, que uʃque hodie dicitur Tyri probiʃʃimi ducis buʃtum. I Čechové, dal canto loro, entrando in quel territorio [dei Lučané], ne distrussero le città e, trafugato il bottino, tornarono da vincitori. Inoltre, trasportarono sul colle il loro condottiero, come lui aveva richiesto, per un'onorevole sepoltura. Ancora oggi questa è detta la tomba di Štyr, probo condottiero.  
       
Incidens de impietate et ʃcelere cuiuʃdam peʃʃimi proditoris Intermezzo: empietà e misfatto di un pessimo traditore  
m Nec ʃilendum puto, quod Boemi poʃt hoc intrantes terram eorum urbes et omnia vaʃtaverunt. Verum ne vicina terra redigeretur in nichilum et in ʃolitudinem, inventum herilem dominellum, filium ducis occiʃi, apud quandam vetulam latitantem Boemorum dux quaʃi catholicus miʃericordia motus ʃuo reddidit pedagogo nomine Thuringo de Zribia, cui pater commendaverat nutriendum, parcens eius etatule ac nobili forme, et ut animos ʃuorum revocaret ad propria quaʃi ad ʃuum ducem. Maiori eciam motus miʃericordia urbem eis reedificat in plano loco nomine Dragus ʃuper ripam fluminis Ockre juxta pagum Poʃtoloprth, ubi nunc cernitur cenobium ʃan荒e Marie. Poʃt hoc ad propria cum gaudio revertentes vi荒rices aquilas in Boemiam reduxerunt. Non credo si debba passare sotto silenzio il fatto che, dopo questi eventi, i Čechové entrando nel territorio [dei nemici], devastarono le città e tutti i loro beni. Ma per non ridurre la regione vicina al nulla e all'abbandono, trovato il signorino, figlio del vojvoda ucciso, nascosto presso una vecchia, il kníže dei Čechové, mosso da pietà quasi fosse un cattolico, lo restituì al suo pedagogo, di nome Duryňk, dal Srbsko, al quale il padre stesso lo aveva affidato perché ne avesse cura, sia per riguardo alla sua giovane età e al suo nobile aspetto, sia per richiamare l'interesse dei suoi uomini alle loro cose, quasi come a un loro capo. E mosso da una misericordia ancora maggiore, [Neklan] riedificò la loro città in un luogo pianeggiante chiamato Drahouš, sulla riva del fiume Ohře, vicino al villaggio di Postoloprty, dove sorge l'eremo di santa Maria. Dopo di ciò, ritornando con gioia a propri interessi, ricondusse le aquile vincitrici in Čechy.
m Pedagogus autem predi荒us omni fera crudelior et proditor peʃʃimus, ʃceleʃtus Zribin, crudele perpetrat ʃcelus et inauditum olim. Nam dominellum ʃuum et ʃue cure tam a patre quam a vi荒ore duce commiʃʃum tamquam puerum educit ad fluvium et, ut ʃub glacie more puerili piʃces aʃpiciat, exortatur eum. Dum autem puer caput inclinat, ʃecuri preʃcidit collum illius et ʃyndone munda involvens horrendum munus defert duci et aliis principibus Boemorum. Et intrans in concilium, dum datur ʃibi loquendi copia, ʃic ait: En ego domini, ut dormiatis ʃecuri, mea effeci ʃecuri. Sepe enim parva ʃcintilla totam domum comburit ac eciam dominum domus. Hanc ʃcintillam ego extinxi. Si eʃt meritum, videte, quantum merui apud vos; ʃi facinus, plus michi debetis, quia preveni vos in ʃcelere, ut ʃitis immunes. Certe nec rapide carnes ʃapide nec ʃuave jus vel brodium eʃt lupi; ecce paterni ʃa[n]gwinis ultor vobis quandoque nociturus. Et protulit tenelli pueri caput, in quo nichil pulcritudinis adhuc minus erat, niʃi quod erat ʃolummodo ʃine voce. Il suddetto pedagogo, però, più crudele di qualsiasi belva e pessimo traditore, il malvagio serbo, compì un misfatto crudele e fino ad allora inaudito. Infatti condusse al fiume, come se fosse un bambino, il giovane signore affidato alle sue cure sia dal padre sia dal kníže vincitore, e lo esortò a guardare i pesci, proprio in modo infantile, sotto il ghiaccio. Ma quando il ragazzo abbassò la testa, con una scure gli troncò il collo e, avvolgendo [il capo] in un bianco lenzuolo consegnò l'orrendo dono al kníže e agli altri dignitari cechi. Ed entrando in assemblea e, concedendosi abbondanza di parole, si espresse così: «Ecco, signori, con la mia scure ho fatto in modo che dormiste sonni sicuri. Spesso, infatti, una piccola scintilla incendia tutta la casa e anche quella padronale. Io questa scintilla l'ho spenta. Se è un merito, considerate quanto ho meritato presso di voi; se è un delitto, voi siete ancora più debitori verso di me, prevenendovi in esso affinché rimaniate innocenti. Certamente, non subito risultano saporite le carni del lupo, né ottimo il suo brodo; ecco, io sono il vendicatore, per voi, del sangue paterno, dal momento che, presto o tardi, vi avrebbe nuociuto». E presentò il capo del tenero fanciullo, del quale non c'era ancora minore bellezza senonché era soltanto senza voce.  
m Expavit dux et tremuerunt comitum corda, avertentes facies a munere tam nefando. O, inquit dux, hominum excedens ʃcelera! Num quit michi licuit occidere inimicum, tibi autem dominum occidere non licebat. Nulla pena tuo ʃcelere eʃt condigna; ideo unam pro maxima remuneracione eligas mortem, quam petis. Aut de alta rupe te ipʃum precipita, aut in alta alno laqueo te ʃuʃpendas, aut tuo te tranʃverberes enʃe. Inorridì il kníže e tremarono i cuori dei presenti, che distolsero lo sguardo da un dono così nefando, poi disse: «Oh, quanto ciò supera ogni delitto umano! Forse a me poté essere lecito uccidere il nemico, ma a te non era concesso uccidere il signore. Nessun supplizio è proporzionato al tuo delitto. Perciò, come massima ricompensa, scegli la morte che vuoi: o precipitarti da un'alta rupe, o impiccarti su di un alto ontano, o trafiggerti con una spada».  
m Heu, inquit infelix, quam male michi preter ʃpem evenit, et in alno, que juxta viam erat, ʃtatim laqueo ʃe ʃuʃpendit, que ab eventu alnus Durinci ab incolis eʃt di荒a. «Ohimé misero,» rispose quello, «quanto male mi è capitato invece della speranza!» E subito s'impiccò a un alto ontano lungo la strada. Dopo quell'evento, l'ontano è chiamato dagli abitanti «ontano di Duryňk».  
       
De Borziwoy, primo duce Boemorum chriʃtiano. Bořivoj, primo kníže cristiano dei Čechové  
n Excurʃis temporibus tenebroʃis tam fidei quam numeri principum paganorum nunc lumen veritatis cepit ʃplendeʃcere populo Boemorum. Novum enim ʃydus emicuit de partibus Greciarum, beatus pontifex Cyrillus, latine et [graecae], li[n]gwe plenius eruditus. Hic diffinitor creditur fuiʃʃe tercii concilii Effeʃini vel magis Calcedonenʃis tempere Marciani auguʃti. In qua ʃynodo iʃto dei atleta dimicante Neʃtorinus, Conʃtantinopolitanus epiʃcopus, cum ʃuis hereʃibus eʃt dampnatus. Hic Cyrillus Sclauos pro magna parte convertit et in eorum li[n]gua miʃʃas et divina officia Romana eccleʃia permittente celebrari conʃtituit. Quo ad celeʃtia regna vocato, germanus eius beatus Metudius in pontificem ʃublimatur, habens ʃub ʃe pontifices ʃeptem in regno Morauie, cui tunc Boemia ʃuberat, vel minor erat. Mirabilis deus in ʃan荒is ʃuis faciens prodigia, quando ʃue placuit pietati, lumen vere fidei fecit ʃplendeʃcere populo Boemorum, ipʃorum duce nono nomine Borziwoy celitus illuʃtrato anno domini o荒ingenteʃimo nonageʃimo quarto. Trascorsi tempi bui, sia riguardo alla fede che al numero dei knížata pagani, cominciò a splendere una luce di verità sul popolo ceco. Il nuovo astro, infatti, brillò dalle regioni greche, e fu il beato vescovo  Kýrillos, ancor più erudito nella lingua greca e latina. Si ritiene che egli abbia concluso il terzo concilio di Éphesos e piuttosto quello di Chalkēdṓn, al tempo di Marcianus augusto. E combattendo in questo sinodo come un atleta di Dio, per condannare Nestórios, vescovo di Kōnstantinoúpolis, per le sue eresie. Questo Kýrillos convertì in gran parte gli Slavi e stabilì che le messe e i riti divini fossero officiati nella loro lingua, con il permesso della Chiesa romana. E dopo che fu chiamato al regno celeste, venne innalzato al soglio vescovile suo fratello, il beato Methódios, che ebbe sotto di sé sette vescovi nel regno di Morava, a cui allora la Čechy era sottomessa, come parte minore. Il mirabile santo, compiendo prodigi nei suoi riti, quando piacque alla sua misericordia, fece risplendere la luce della vera fede sul popolo dei Čechové, sotto il loro nono principe Bořivoj, celebrato, per volere divino, nell'anno del Signore ottocento novantesimo quarto.  
n Hic cum egregie eʃʃet forme et egregie juventutis, cauʃa populi ʃibi commiʃʃi regem Morauie cum triginta ʃociis adiit, a quo benigne ʃuʃcipitur et cum aliis ad convivium invitatur. Verum quia paganus erat, non inter criʃticolas ʃed ʃeparatim loco duci non conbruo collocatur in mensa. Cuius rubori beatus Methudius metropolitanus compaciens post prandium in partem vocato: Heu, inquit, quia pro cultura demonum hodie fuisti tam modicum honoratus, nec cum ducibus vel principibus, ut tuam decet nobilitatem, sed magis inter rusticos collatus. Questi, essendo di esimia bellezza e gioventù, per sostenere il popolo a lui affidato, si presentò con trenta compagni al re di Morava, dal quale venne accolto benignamente e invitato a un banchetto insieme con gli altri. Però, poiché era pagano, non venne fatto sedere a tavola con i cristiani ma, separatamente, in un posto non consono a un kníže. E il beato vescovo Methódios, compatendo la sua vergogna, avendolo chiamato da parte dopo il pranzo, gli disse: «Ahimé, a causa degli idoli che veneri, oggi sei stato così poco onorato e non sei stato posto tra duchi e principi come si conviene alla tua nobiltà, ma piuttosto tra gente di campagna».  
n Quid inquit dux, ex hoc perdo, vel quid de chriʃtianitate lucrabor? Cui Metudius: Si abrenunccias ydolis et Criʃto credas, preter hoc, quod vitam poʃʃidebis et gaudia ʃempiterna, eciam hic eris dominus dominorum tuorum et progenies tua regnabit feliciter per tempora longiora. E il kníže chiese: «Che cosa perdo da ciò e che cosa guadagnerò nella cristianità?». E Methódios: «Rinunciando agli idoli e credendo in Cristo, oltre a ciò, poiché avrai la vita e i gaudi eterni, anche qui sarai il prescelto dei tuoi signori e la tua progenie regnerà felicemente per tempi più lunghi».  
n Cui Borziwoy ʃan荒o ʃpiritu illuʃtratus: Si inquit, ita eʃt, ʃicut dicis, que mora eʃt baptizandi? et advolutus pedibus pontificis inʃtanter peciit baptizari. Quem beatus pontifex indi荒o jeiunio in fide inʃtru荒um cum triginta ʃociis baptizavit et remiʃit ad propria, dans eis ʃacerdotem venerabilem nomine Cayt in do荒orem, miniʃtrum fidei et paʃtorem, qui in omni ʃan荒itute exortans populos, multos domino filios aggregavit, qui eciam baptizavit eius uxorem nobilem Ludmillam. Allora, Bořivoj, illuminato dallo Spirito Santo, rispose: «Se è così come dici, perché indugi a battezzarmi?» E, inginocchiatosi ai piedi del vescovo, chiese subito di essere battezzato. E il beato vescovo, indetto il digiuno, battezzò lui, istruito nella fede con i suoi trenta compagni e li rimandò a casa, affidando loro un venerabile sacerdote di nome Kayt come dottore, maestro della fede e pastore, il quale, esortando il popolo a ogni genere di santità, aggregò molti figli al Signore e battezzò anche sua moglie, la nobile Ludmila.  
       
De fundacione primo eccleʃie et temptacione ducis Borziwoy Fondazione della prima chiesa e nuove prove del kníže Bořivoj  
o Predi荒us eciam venerabilis dux Borziwoy rediens in Boemiam in caʃtro, cui nomen Gradic, per manum ʃacerdotis predi荒i fundavit eccleʃiam in honore beati Clementis pape et martiris, in qua ʃtatuit ʃacerdotem predi荒um, multum deo populum acquirentes. Inimicus autem humani generis non ferens tantum lumen fidei creʃcere ʃuorum corda inflammat in odium ducis, et quaʃi nove et vane ʃuperʃticionis inventorem morte intemptata eum ad regem Morauie et Metudium pontificem fugere compulerunt, a quibus benigne ʃuʃcipitur et in fide plenius informatur. Anche il predetto venerabile kníže Bořivoj, ritornando in Čechy, nel castello di Levý Hradec, con l'aiuto del sacerdote citato, fondò una chiesa in onore del beato Clemens, papa e martire, nella quale fece risiedere il sacerdote stesso, conquistando a Dio molta gente. Ma un nuovo nemico del genere umano, non sopportando che crescesse tanta luce di fede, infiammò il cuore dei [Čechové] di odio contro il kníže; ed essi, minacciatolo di morte, quasi fosse inventore di una nuova e vana superstizione, lo costrinsero a rifugiarsi presso il re di Morava e il vescovo Methódios; da questi venne accolto benevolmente e ancor più confermato nella fede.  
o Boemi autem proditores ʃui ipʃius de theotonica li[n]gwa fugitivum quendam Zroymir nomine, ydioma boemicum ponitus ignorantem, ʃibi in principem ʃtatuerunt. Deo autem diʃʃipante concilium peʃʃimorum, licet plurimi eʃʃent quam cum Borziwoy, duce chriʃtiano, ipʃum ele荒um Theotonicum de Boemia expulerunt et pars Borziwoy prevalens occidit adverʃarios et ducem proprium honorifice reduxerunt. Predi荒us autem Borziwoy, dux chriʃtianus, votum voverat in Morauia, quod ʃi eum dominus ad propria revocaret, eccleʃiam conʃtrueret Virgini glorioʃe. Ideo ʃtatim eccleʃiam beate Marie in ipʃa civitate Pragenʃi fundavit. Ma i traditori cechi si decretarono, come principe, un tale, transfuga, di lingua teutonica, di nome Strojmir, del tutto ignorante dell'idioma češi. Tuttavia, avendo Dio disperso l'assemblea di quelle pessime persone, benché in numero superiore a quelle che stavano dalla parte del kníže cristiano Bořivoj, cacciarono dalla Čechy il teutonico che era stato eletto. Prevalendo così i sostenitori di Bořivoj, uccisero gli avversari e ristabilirono il loro kníže con molto onore. Il predetto kníže cristiano Bořivoj, comunque, aveva fatto un voto in Morava, che se Dio lo avesse fatto richiamare in patria, avrebbe fatto innalzare una chiesa alla Vergine gloriosa. Perciò, ben presto fondò una chiesa alla beata Maria nella stessa città di Praha.  
o Hic primus fundator locorum ʃan荒orum, congregator clericorum et inʃtitutor religionum habuit eciam uxorem nomine Ludmillam, filiam ducis Slauoborii, comitis civitatis, que nunc Mielnik vocitatur, que ʃicut par fuit in errore gentilitatis ita in fide chriʃtiana fa荒a eʃt precellens virtutes viri ʃui. Questi, primo fondatore dei luoghi sacri, raccolti chierici e istituiti riti, ebbe anche una moglie, Ludmila, figlia del kníže Slavibor, signore della città che ora è detta Mělník [presso gli Pšované]. Ed ella, come fu sua pari nell'errore pagano, così lo divenne nella fede cristiana, superando la virtù di suo marito.  
o Suʃcepit autem ex ea tres filios et tres filias. Primo autem ʃubtra荒o de medio tantum duo remanʃerunt, ʃcilicet Spitignew dux et Wratiʃlaw, ambo duces de Ludmilla, ʃicut ei beatus Metudius predixit. Et augmentabatur cottidie regnum eius curʃumque ʃui temporis triginta quinque annorum feliciter terminavit. [Bořivoj] ebbe tre figli e tre figlie. Tuttavia, venuto meno il primo, ne rimasero solo due, Spytihněv e Vratislav,  figli di Ludmila, entrambi knížata, come il beato Methódius gli aveva predetto. E ogni giorno s'accresceva il suo regno ed egli terminò felicemente il corso della sua vita a trentacinque anni.  
       

NOTE

a ― Una parte considerevole delle speculazioni genealogiche medievali tentava di far risalire la discendenza dei vari popoli ai discendenti dei tre figli di Nōḥ, elencati nel «catalogo delle nazioni» del Bǝrēʾšîṯ, forse il documento etnografico più antico e completo della letteratura mondiale. Il decimo capitolo del Bǝrēʾšîṯ elenca infatti cinque figli di Šēm (ʿÊlām, Aššûr, Arakšāḏ, Lûḏ e Ărām), quattro figli di Ḥām (Kûš, Miṣrayim, Pûṭ e Kǝnāʿan) e sette figli di Yāẹṯ (Gōmẹr, Māgôg, Māḏay, Yāwān, uḇāl, Mẹšẹ e Ṯîrās). Più esattamente, i redattori medievali guardarono a quella parte che si riferiva alla discendenza di Yāẹṯ. Riportiamo il testo nella vulgata latina:

Filii Iafeth Gomer Magog et Madai Iavan et Thubal et Mosoch et Thiras. Porro filii Gomer Aschenez et Rifath et Thogorma. Filii autem Iavan Elisa et Tharsis Cetthim et Dodanim. Ab his divisæ sunt insulæ gentium in regionibus suis unusquisque secundum linguam et familias in nationibus suis.

I figli di Yāẹṯ sono: Gōmẹr, Māgôg, Māḏay, Yāwān, uḇāl, Mẹšẹ e Ṯîrās. I figli di Gōmẹr sono: Aškǝnaz, Rîaṯ e Ṯōarmāh. I figli di Yāwān sono: Ẹ̆lîšāh, Ṯaršîš, Kittîm e Dōḏānîm. Da questi uscirono quelli che si divisero le isole delle genti, nelle diverse regioni, ciascuno secondo la sua lingua, secondo la sua famiglia, nella sua nazione.
Bǝrēʾšîṯ [10, -]

La maggior parte di questi nomi sono evidentemente gli antenati eponimi dei popoli europei, così come erano conosciuti nel Medio Oriente nella prima metà del Primo Millennio avanti Cristo. L'analisi etimologica non è sempre agevole. Senza entrare nei dettagli, l'opinione accettata dalla maggior parte degli studiosi è all'incirca seguente (Ginzberg 1909 | Graves & Pataï 1963 | Asimov 1981): Gōmẹr viene generalmente identificato con i Cimmeri (accadico Gimirrai), stanziati nelle steppe a nord del Mar Nero. Māgôg rappresenta probabilmente la «terra di Gog» (il re Gýgēs delle fonti greche), cioè i Lidi dell'Anatolia. Māḏay sono i Medi. Yāwān corrisponde agli Ioni, i quali intorno al 1000 a.C. occupavano le isole dell'Egeo e la cosiddetta costa ionica dell'Asia Minore: essi erano la popolazione ellenica più vicina agli Ebrei ed è naturale che il loro nome fosse applicato ai Greci in generale. uḇāl e Mẹšẹ  rappresentano forse i Tibareni e i Moschi, popolazioni di possibile lingua caucasica, stanziate nel sud-est dell'Anatolia. Ṯîrās è da identificare con uno dei popoli del mare, i Tereš/Turša, stanziati sulle coste dell'Asia Minore; sembra si tratti di coloro che i Greci chiamavano Tyrsenoí e i cui discendenti, secondo Hēródotos, si trasferirono poi nel Tirreno, dando origine al popolo degli Etruschi. I figli di Gōmẹr sembra vadano riferiti ai popoli delle steppe. Questo è senz'altro vero per Aškǝnaz, il quale va forse messo in correlazione con l'etnonimo Ašguza delle iscrizioni accadiche; sembra che tale nome si riferisca agli Sciti o ai Sarmati, che abitavano a nord del Mar Nero. Riguardo a Rîaṯ e a Ṯōarmāh non si può dire molto. I figli di Yāwān sono coloro che «si divisero le isole delle genti». Ẹ̆lîšāh è da avvicinare ad Alašiya, nome accadico di Cipro (a sua volta possibile deformazione del greco Hellás). Ṯaršîš riguarda probabilmente i Cilici, la cui capitale era Tarso, sulla costa meridionale dell'Anatolia. Kittîm è forse da identificare con gli Ḫittiti dell'Anatolia. Dōḏānîm è considerato l'antenato degli abitanti di Rodi e per estensione delle isole del Mar Egeo; d'altro canto, potrebbe anche riguardare la Dardania, la regione nord-occidentale dell'Anatolia dove, prima del 1200 a.C., sorgeva la città di Troía. Gli studiosi del Medioevo, privi dei moderni mezzi filologici, interpretarono le voci della discendenza giapetica rifacendosi alle opinioni dei padri della chiesa, i quali seguivano evidentemente le interpretazioni tradizionali dell'esegesi biblica. Isidorus Hispaliensis dedicò a questo problema un lungo capitolo delle sue Etymologiae, fornendo una serie di interessanti interpretazioni del catalogo delle nazioni».

Item tribus filiorum Iafeth. Filii igitur Iaphet septem nominantur: Gomer, ex quo Galatæ, id est Galli. Magog, a quo arbitrantur Scythas et Gothos traxisse originem. Madai, a quo Medos existere putant. Iavan, a quo Iones, qui et Græci. Vnde et mare Ionium. Thubal, a quo Iberi, qui et Hispani; licet quidam ex eo et Italos suspicentur. Mosoch, ex quo Cappadoces. Vnde et urbs apud eos usque hodie Mazaca dicitur. Thiras, ex quo Thraces; quorum non satis inmutatum vocabulum est, quasi Tiraces.

Lo stesso dicasi delle tribù dei discendenti di Yāẹṯ. Si conoscono i nomi di sette figli di quest'ultimo. Gōmẹr, da cui discesero i Galati, cioè i Galli. Māgôg, da cui si crede abbiano avuto origine gli Sciti ed i Goti. Māḏay, dal quale si ritiene siano discesi i Medi. Yāwān, da cui discesero gli Ioni, chiamati anche Greci, donde anche il nome del mar Ionio. uḇāl, da cui discesero gli Iberi, chiamati anche Ispani, sebbene alcuni sospettino che da lui siano discesi anche gli Italici. Mẹšẹ , da cui discesero i Cappadoci, donde anche il nome Mazaca, dato sino ad oggi alla loro capitale. Ṯîrās, da cui discesero i Traci, con nome appena immutato, quasi fosse Tiraces.
Filii Gomer, nepotes Iaphet. Aschanaz, a quo Sarmatae, quos Græci Rheginos vocant. Riphath, a quo Paphlagones. Gotorna, a quo sunt Phryges. I figli di Gōmẹr, nipoti di Yāẹṯ. Aschenez, da cui discesero i Sarmati, che i Greci chiamano Regini. Rîaṯ, da cui discesero i Paflagoni. Ṯōarmāh, da cui ebbero origine i Frigi
Filii Iavan. Elisa, a quibus Graeci Elisæi, qui vocantur Æolides. Vnde et lingua quinta Græce Αιολίς appellatur. Tharsis, a quo Cilices, ut Iosephus arbitratur. Vnde et metropolis civitas eorum Tharsus dicitur. Cethim, a quo Citii, id est Cyprii, a quibus hodieque urbs Citium nominatur. Dodanim, a quo Rhodii. I figli di Iavan. Ẹ̆lîšāh, da cui i discesero i greci Elisei, chiamati Eoli, donde la quinta lingua greca è chiamata eolica. Ṯaršîš, da cui secondo Giuseppe [Flavio] discesero i Cilici, donde la loro capitale è detta Tarso. Kittîm, da cui discesero i Citiei, ossia i Ciprioti, dai quali deriva il nome della città di Cizio, tuttora in uso. Dōḏānîm, da cui discesero i Rodii.
Hæc sunt gentes de stirpe Iaphet, quæ a Tauro monte ad aquilonem mediam partem Asiæ et omnem Europam usque ad Oceanum Brittanicum possident, nomina et locis et gentibus reliquentes. Questi sono i popoli della stirpe di Yāẹṯ: essi occupano la parte centrale dell'Asia, dal monte Tauro siano al nord, dove soffia l'aquilone, nonché tutta l'Europa sino all'Oceano Britannico, dando a luoghi e genti nomi nuovi.
Isidorus Hispaliensis: Etymologiae [IX: ii, 26-37]

Giovanni de' Marignolli, come è evidente, ha le sue idee riguardo alle popolazione che discendono dai vari figli e nipoti di Yāẹṯ: anche per il nostro autore, in ogni caso, l'importante è ricondurre le nazioni del mondo al dettato biblico.

a ― I «Boemi» che de' Marignolli fa discendere da Gōmẹr sono in realtà i galli Boii, di razza celtica, da tenere ben distinti dai successivi Boemi o Cechi, che invece, essendo slavi, vengono fatti discendere da Ẹ̆lîšāh.

a ― L'etimologia proposta è da slava, «gloria».

f ― Di questo incontro tra Libuše e Přemysl non vi è traccia negli altri testi.

f ― Nell'originale, l'espressione previe ditatus, di senso non chiaro, viene emendata in praemeditans, che è traduzione latina del nome di Přemysl.

i ― Rispetto agli altri autori, Marignolli confonde la successione degli avvenimenti. Innanzitutto, la rocca di Vyšehrad risulta già presente sull'opposta sponda della Vltava, almeno dai tempi di Krok. Inoltre, l'insurrezione delle fanciulle, negli altri testi, avviene solo dopo la morte di Libuše, non prima.

j ― Segue qui una lunga lista degli knížata e dei králové cechi, fino a Karl IV (♔ 1346-1378). È stata omessa, essendo estranea alle intenzioni del nostro lavoro.

k ― In originale, non semel vicistis, è da tradurre in realtà «non una volta avete vinto». Il significato letterale della frase, tuttavia, è contraddetto dal contesto, dove il popolo dei Lučané stava in realtà ottenendo una serie di schiaccianti vittorie nei confronti dei Boemi, i quali disperavano ormai per la propria salvezza. La frase viene dunque emendata in «non una volta avete perso».

l ― I nomina divina Iuppiter, Mars e Ceres sono da intendere come interpraetationes romanae di divinità slave. Difficile dire però quali siano le divinità originarie celate dietro i nomi classici, anche perché conosciamo molto poco il pántheon slavo occidentale. Probabilmente Iuppiter è da intendere come una forma occidentale di Perunŭ, dio del tuono e signore delle divinità antico-russe; difficile è identificare Mars e Ceres.

m ―  Il toponimo Zribia, che compare in molte diverse lezioni nella letteratura medievale (Sorabi, Sorbi, Suburbi, Suirbi, Surabi, Suurbi, Swrbi, Zrbii, Zurbi, Zurvi, etc.) si riferisce alla Serbia Bianca (ceco Bílé Srbsko), stanziati nell'attuale regione di Łusazia. Intorno alla metà del IX secolo, una forte presenza di questi Serbi dell'Europa centrale era presente nella vicina Thuringia. Il nome Thuringo o Duringo (ceco Duryňk) rimanda appunto a questa particolare etnia.

Bibliografia

  • VILLAR Francisco: Los Indoeuropeos y lor orígenes de Europa. Lenguaje e historia. Gregos, Madrid 1996. → ID.: Gli indoeuropei e le origini dell'Europa. Il Mulino, Bologna 1997.

BIBLIOGRAFIA
Archivio: Biblioteca - Guglielmo da Baskerville
Area: Slava - Koščej Vessmertij
Traduzione di: Giuseppina Gatti.
Cura e note di:
Dario Giansanti.
Creazione pagina: 18.12.2010
Ultima modifica: 24.11.2015
 
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