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YFR TALIESIN
X
Daronỽy
Daronỽy
ỺYFR TALIESIN
Ỻyfr Taliesin. Libro di Taliesin
x. Daronỽy
xxiii. Traỽsganu Cynan Garỽyn
xliii. Marỽnadd Dylan Eil Ton
xlvi. Marỽnadd Cunedda
Avviso
X. Daronỽy - Saggio
X. Daronỽy - Testo
X. Daronỽy - Traduzioni
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YFR TALIESIN
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Daronỽy
Daronỽy
LA COMPOSIZIONE

La composizione Daronỽy, appartenente al corpus Talgesinianum, è la decima lirica contenuta nel Ỻyfr Taliesin (nlw Peniarth, ms. 2, prima metà del xiv sec.), oggi custodito nella Llyfrgell Genedlaethol Cymru («Biblioteca Nazionale del Galles»), ai ff. 13 e 14 (pp. 28-29).

La composizione è intitolata Kerdd Daronỽy («Canto di Daronỽy») nel primo volume della poderosa Myvyrian Archaiology of Wales (Myfyr ~ Pughe 1801-1807): questo è infatti il titolo che compare negli studi ottocenteschi (Nash 1868 | Skene 1868), prima della pubblicazione dell'edizione diplomatica del manoscritto medio-gallese a cura del reverendo John Gwenogvryn Evans (Evans² 1910).

Il poema presenta l'accostamento di due metri diversi: dapprima un pentasillabo [1-37], poi un verso più lungo, formato da otto sillabe [42-55]. I quattro versi o semiversi centrali, [38-41], vengono ripartiti in maniera differente dai vari studiosi e assegnati al primo o al secondo metro. Da qui l'impressione che questa composizione sia in realtà formata da due poemi distinti, o parti di poemi, giustapposti tra loro.

Il testo è sorprendentemente ermetico, come si evince semplicemente confrontando le traduzioni e le interpretazioni tentate dagli specialisti. Molti loci obscuri sono stati variamenti interpretati come il risultato di corruttele del testo, indice del fatto che la composizione fosse incomprensibile già agli scribi del documento medievale. I tentativi degli studiosi di emendare il testo non ha portato molta luce sul suo significato.

Vi sono nel testo diversi riferimenti mitologici, citando la verga druidica di Mâthonỽy (padre o madre di Mâth, l'eroe del racconto mabinogico Mâth fap Mâthony) e (forse) la lancia di Goronỽy (cioè Gronỽ Pebr, sempre nel Mâth fap Mâthony); cita anche i nomi di alcuni sovrani semileggendari, nei quali si riconoscono Cynan Garỽyn, brenhin del Poỽys, e Rhun Hir fap Maelgỽn, brenhin del Gỽynedd. Questi due nomi pongono, quale data minima per la composizione del testo, il vi secolo. Tuttavia, nella classificazione di Thomas Stephens, il Daronỽy è elencato tra le composizioni incertae: non vi è piena certezza che il Daronỽy possa essere assegnato allo strato più antico del corpus Talgesinianum (Stephens ~ Evans¹ 1849 | Morris-Jones 1918).

Per i fautori della tarda datazione del Daronỽy, l'uso di nomi mitologici cela in realtà, quali metafore, i nomi di personaggi reali (cfr. Evans² 1915). Non sappiamo se sia così e, d'altra parte, indovinare le intentio auctoris dietro le composizioni del Ỻyfr Taliesin sembra un'impresa assai ardua. Quest'uso di nomi mitologici è però una preziosa indicazione che il pubblico a cui era destinata la composizione avesse una certa dimestichezza con l'antica tradizione britanno-gallese, o che tali nomi evocassero una materia sentita antica e alta.

IL PERSONAGGIO: DARONỼY

Chi sia Daronỽy, il personaggio a cui è dedicata la composizione (sempre che si tratti di una persona), è impossibile da dire. Nelle triadi, un Daronỽy è citato come uno dei «tre grandi oppressori di Môn», insieme al Cath Paluc e a Edỽin, brenhin del Ỻoegyr:

...a meibion Paluc yMon a'e magassant, yr drỽc vdunt. A honno vu Gath Paluc. Ac a uu vn o Deir Prif Ormes Mon a uagỽyt yndi. A'r eil oed Daronỽy. A'r dryded, Edỽin vrenhin Lloegyr.

E i figli di Paluc lo allevarono in Môn, con le loro stesse mani: e quello fu il Cath Paluc, uno dei tre grandi oppressori di Môn, colà nutriti. Il secondo fu Daronỽy, e il terzo Edỽin, brenhin del Ỻoegyr.
Trioedd Ynys Prydein > Ỻyfr coch Hergest, 56

Poiché il Cath Paluc («gatto di Paluc») è una belva mostruosa ed Edỽin non è altri che re Ēadwine di Norþhymbra (♔ ±616-633), è difficile capire in quale campo semantico inserire Daronỽy. La triade non permette di evincere se si tratti  di un uomo, di un animale, di un mostro. Il suo collegamento con Môn (l'isola di Anglesey) non ci aiuta molto. Sir John Rhŷs nota tuttavia che il nome sopravviveva, nella forma Dronỽy, in quello di una fattoria nella parrocchia di Ỻanfachreth, sempre sull'isola di Môn (Bromwich 1961).

L'antiquario e falsario Iolo Morganwg (al secolo Edward Williams, 1747-1826), nei suoi Barddas (una raccolta di testi bardici tratti apparentemente da antichi manoscritti, in realtà contraffatti dallo stesso Morganwg) afferma che Daronỽy sia un nomen divinum legato al cielo e al tuono, e scrive: «Daronỽy è uno degli epiteti della divinità [...]. Il nome è probabilmente dato al mese di marzo, ma non per via di una qualche concezione che il tuono si manifesti in questo mese più che negli altri, ma perché marzo è un mese potente, il signore dei mesi, com'è evidente dalla rigidità del clima: marzo da Mars, dio della guerra» (Morganwg 1862). Si pone su questa linea anche il pastore John Williams (1811-1862), conosciuto con il suo epiteto bardico Ab Ithel, entusiasta sostenitore di Morganwg, il quale ipotizza una connessione di dar, «quercia», con taran, «fulmine», e interpreta i termini daron e daronỽy come sinonimi di taranon e taranỽr, «tonante». Sebbene tali collegamenti non abbiano una reale base etimologica, studiosi successivi, prendendo in considerazione le elucubrazioni di Morganwg e Williams, hanno suggerito che Daronỽy potesse essere un esito gallese del dio-tuono. L'ipotesi manca di qualsiasi sostegno.

In conclusione, bisogna ammettere che non sappiamo chi fosse Daronỽy, né ci aiuta la complessità e l'ermetismo del testo che, nonostante gli ingegnosi tentativi di interpretazione degli studiosi, conserva tuttora i suoi segreti.

UNA COMPOSIZIONE PROFETICA?

Marged Haycock, autrice di una moderna edizione critica dei testi talesiniani, ampiamente consultata per il nostro lavoro, appoggia senza dubbio l'ipotesi della datazione tarda delle composizioni del Ỻyfr Taliesin. Queste sarebbero state elaborate, secondo la studiosa, tra la fine del xii e il prima metà del xiii secolo (Haycock 2013). I poeti di corte gallesi del tempo erano avvezzi a comporre testi apparentemente arcaicizzante, sia tramite l'utilizzo di un linguaggio aulico, sia introducendo astruse quanto sapienti citazioni mitologiche. In questo non facevano altro che seguire il gusto antiquario dell'epoca che, a partire dai lavori pseudo-storici di Galfridus Monemutensis (±1100-±1155), aveva creato un interesse non indifferente verso la materia eroico-mitologica e le antichità britanniche, soprattutto arturiane.

In particolare, la Haycock considera il Daronỽy un poema «profetico», un classico vaticinium ex eventu costruito in modo volutamente ermetico, nel quale i fruitori trecenteschi potessero cogliere accenni ad avvenimenti storici, più o meno recenti. Ad esempio, l'autrice propone di identificare la vedova citata nel v. [29] con Matilda (1102-1167), figlia di Henry i Beauclerc, re d'Inghilterra (♔ 1100-1135). Matilda fu incoronata imperatrice in seguito al suo matrimonio con Enrico v di Franconia, sacro romano imperatore (♔ 1111-1125), ma rimase vedova nel 1125, subito dopo essere tornata in Inghilterra (Haycock 2013). Siamo tuttavia nel puro campo delle illazioni. La stessa Haycock ci ricorda che in passato erano state avanzate altre possibili identificazioni della «vedova», nella quale si erano volute vedere la regina Æthelflæd di Mercia (±870-918), la principessa Gỽenỻian ferch Gruffydd (±1100-1136) o la stessa Eleonora d'Aquitania (1137-1204).

YFR TALIESIN
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Daronỽy
Daronỽy
aronỽy, lezione dal ms. del Ỻyfr Taliesin
Daronỽy, testo medio-gallese normalizzato
Daronỽy
, versione italiana

The Song of Daronwy, traduzione inglese di William Forbes Skene
The Song of Daronwy, traduzione inglese di David William Nash
    Lezione dal ms. del Ỻyfr Taliesin  
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                                     aronỽy
D
vỽ ꝺıffertꟌ nefỽy rɑc llɑnỽ llet ofrỽy. kyn
tɑf ɑttɑrrỽy. treıſ ꝺꝛſ vorꝺỽy. py pꝛen ɑ
vo mỽy noꟊet ꝺɑronỽy. Nyt ỽy ɑm noꝺỽy ɑm
ꟊylcꟌ bɑlcꟌ nefỽy. yſſıt rın yſſyꝺ uỽy ꟊỽɑỽꝛ ꟊỽyr
ꟊoronỽy. oꝺıt ɑe ꟊỽypỽy. ꟌutlɑtꟌ vɑtꟌonỽy. ẏꟊ


 

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koet pɑn tyfỽy. ffrỽytꟌeu nỽy kymrỽy. r lɑn
ꟊỽyllyonỽy. kynɑn ɑe kɑffỽy pꝛyt pɑn wleꝺycꟌ
ỽy. ꝺeꝺeuɑnt etwɑetꟌ troſ treı ɑtꟌroſ trɑetꟌ. pe
ꝺeır pꝛıf pennɑetꟌ. r pymꟌet nyt ꟊỽɑetꟌ. ꟊỽyr
ꟊỽꝛꝺ eꟌelɑetꟌ ɑr pꝛyꝺeın ɑruɑetꟌ. Gỽrɑꟊeꝺ ɑuı
ffrɑetꟌ. ıllon ɑuı kɑetꟌ. RyfertꟌỽy ꟌırɑetꟌ meꝺ
ɑ mɑrcꟌoꟊɑetꟌ. eꝺeuꟌo ꝺỽy reın. ꟊỽeꝺỽ ɑꟊỽꝛy
ɑỽc veın Ꟍeyrn eu Ꟍɑꝺeın. ɑr wyr yn ꟊoꝛyeın.
yꝺeuꟌo kynreın o ɑmtır rufeın. eu kerꝺ ɑꟊyꟊ
eın eu ꟊỽɑỽt ɑyſceın. ɑnɑn ꝺerỽ ɑꝺꝛeın. r ꟊerꝺ
yt ꟊyꟊeın. kı ẏtynnu. mɑrcꟌ yrynnyɑỽ. ıꝺon
ywɑn. ꟌỽcꟌ y tyruu. pymꟌet llỽꝺyn ꟊỽyn ɑw
nɑetꟌ ıeſſu. o wıſc ɑꝺɑf yỵṃṛɑ̣ ymtrɑu. Gỽyꝺ
uet coet keın eu ſyllu. Ꟍyt yt uuɑnt ɑꟌyt yt
uu. pɑn wnel kymry kɑmuɑlꟌɑu. keır ɑrɑlluro
pỽy kɑro nu. llemeıs ı lɑm olɑm eꟊlỽc. keỽſſıt
ꝺɑ nyr ꟊɑꟌo ꝺꝛỽc. ꟖeꟊeꝺoꝛtꟌ run yſſef ɑọ‘ỽc.
rỽꟊ kɑer rıɑn ɑcꟌɑer ryỽc. Rỽꟊ ꝺıneıꝺẏn. ɑꝺı
neıꝺỽc. eꟊlur ꝺꝛemynt ɑwyl ꟊolỽc. rɑc rynɑỽt
tɑn ꝺycꟌyfrỽymỽc. nren ꝺuỽ ɑn ry ɑmỽc.
Daronỽy
Dal Llyfr Taliesin, nlw Peniarth, ms. 2.
folii
13 (p. 28) e 14 (p. 29)
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  Dvỽ differth nefỽy
rhag ỻanỽ ỻed ofrỽy
cyntaf a tarỽy
atreis dros fordỽy
py pren a fo mỽy
noget Daronỽy
nyt ỽy am nodỽy
am gylch balch nefỽy
yssid rhin y sydd uỽy
gỽaỽr gỽyr Goronỽy
odid ai gỽypỽy
hutlath Fathonỽy
ynghoed pan dyfỽy
ffrỽytheu mỽy cymrỽy
ar lan Gỽyỻionỽy
Cynan ae caffỽy
pryd pan ỽledychỽy
dyddefant etỽaeth
tros drei a thros draeth
pedeir prif pennaeth
ar pummed nid gỽaeth
gỽŷr gỽrd ehelaeth
ar Brydain arfaeth
gỽragedd a fi ffraeth
eiỻon a fi caeth
ryferthỽy hiraeth
medd a marchogaeth
dyddeu dỽy rhiein
gỽeddỽ a gỽriog fein
heyrn eu hadein
ar ỽyr yn goriein
dyddeu cynrein
o am tir Rhufein
eu cerdd a gyngein
eu gỽaỽd a ysgein
anian derỽ a drein
ar gerdd yd gyngein
ci i dynnu.
march i rynniaỽ
eidion a ỽân
hỽch i dyrfu
pymed ỻỽdyn gỽyn a ỽnaeth Iesu
o ỽysc Adaf i ymtrau
gỽyduilet coed cain eu syỻu
hyd yd buant a hyd yd bu
pan ỽnel Cymry camgỽalhau
ceir araỻfro pỽy caro nu.
ỻemeis i lam o lam eglỽc
heỽssit da nir gaho drỽc
mygedorth Run ys ef a ddiỽc
rhỽng Caer Rian a Chaer Ryỽc
rhỽng Din Eiddyn a Din Eiddỽc
eglur dremynt a ỽyl golỽc
rhag rynnaỽd tan dychyffrỽy mỽc
an rhen Duỽ ann ry amỽgc
Che Dio protegga il cielo
dal dilagare della marea crescente.
Innanzitutto colpirli
con forza oltre il mare in tempesta.
Quale albero è più grande
di Daronỽy?
Non è lui la mia difesa
intorno al superbo cerchio del cielo.
C'è un mistero ancora più grande:
il fulgore degli uomini di Goronỽy,
una sapienza nota a pochi;
la bacchetta magica di Mâthonỽy
nel bosco, quando cresce,
renderà i frutti più belli
sulla sponda del Gỽyỻionỽy.
Possa Cynan ottenerla
quando governerà.
Verranno ancora,
oltre la marea e sulla spiaggia,
quattro supremi comandanti
e il quinto non sarà peggiore.
Uomini valorosi, generosi:
su Prydein le loro mire.
Le donne saranno eloquenti,
i contadini saranno prigionieri.
Una marea di nostalgia,
idromele e cavalcate.
Verranno due nobildonne:
una vedova e una gentile sposa.
Di ferro le loro ali
sugli uomini urlanti.
Verranno campioni
dalle terre di Roma;
per loro canti armoniosi,
per loro vaste lodi.
La natura della quercia e del biancospino
nel canto sarà armonioso.
Un cane per cacciare,
un cavallo per galoppare,
un bue per incornare,
una scrofa per grufolare.
Per quinta, una gentile creatura fece Iesu,
dalla stirpe di Adaf [...?].
Gli animali della foresta, belli da vedere,
finché furono e finché fu.
Quando i Cymry cadranno nel peccato
troveranno un paese che ancora li amerà.
Saltai di salto in salto chiaro:
se avrai buona sorte non subirai danno.
La pira di Rhun è ben visibile
tra Caer Rian e Caer Ryỽc,
tra Din Eiddyn e Din Eiddỽc.
Un chiaro sguardo e un'occhiata attenta:
dalla furia del fuoco si solleva il fumo.
Dio, nostro signore, sommamente ci difenderà.
       
YFR TALIESIN
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The Song of Daronwy
English Translations
 
The Song of Daronwy
Translation of William Forbes Skene
The Song of Daronwy
Translation of David William Nash
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  God preserve the heavens
from a flood wide spreading.
the first surging billow
has rolled over the sea-beach.
What tree is greater
than he, Daronwy?
I know not for a refuge
around the proud circle of heaven,
that there is a mystery which is greater.
the light of the men of Goronwy.
Perhaps it may be known,
the magic wand of Mathonwy,
in the wood when it grows.
Fruits more profitable,
on the bank of Gwyllyonwy.
Cynan shall obtain it,
at the time when he governs.
There will come yet
over the ebb and over the strand,
four chief sovereignties,
and the fifth not worse.
Men vehement, extensive.
Over Prydain (their) purpose.
Women shall be eloquent,
strangers shall be captive,
a torrent of longing
for mead and horsemanship.
There will come two ladies,
a widow, and a slender single one;
iron their wings,
on warriors brooding.
Chieftains will come,
from about the land of Rome.
Their song will harmonise,
their praise will spread abroad.
The nature of the oak and thorns
in song will harmonise.
A dog to draw,
a horse to move.
An ox to gore,
a sow to turn up.
The fifth fair young beast Jesus made
from the apparel of Adam to proceed.
The foliage of trees, fair to behold them,
whilst they were, and whilst it was.
When the Cymry shall commit transgressions,
a foreigner will be found, who will love what was.
I have leaped a leap from a clear leap,
good has been dispersed abroad, if a person finds no evil.
The funeral-pile of Rhun, it is an expiation,
between Caer Rian and Caer Rywg,
between Dineiddyn and Dineiddwg;
a clear glance and a watchful sight.
From the agitation of fire smoke will be raised,
and God our Creator will defend us.
O God, protect che sanctuary
from the widely spreading flood:
first, in driving back
the oppression across the sea.
What chief has been greater
than he, Daronwy?
He is not my protection
around the lofty sanctuary.
Is there a mystery which is greater.
than the darting of the spear of Goronwy?
Wonderful its magic lore.
The magic wand of Mathonwy,
when it came into the wood,
caused an abundance of fruit [to appear]
on the banks of Gwyllyonwy.
Kynon obtained it,
at the time when he ruled.
There are coming again,
over tide, over strand,
four chief rulers,
the fifth not inferior,
a hero strong and mighty,
nourished in Britain
Women shall be eloquent [about him].
The others in captivity [shall come]
the long-desired abundance
of mead and horsemanship.
There shall come two queens,
a widow and a fair bride,
with iron wings,
to rule over men.
There shall come a race,
from the land of Rome,
their song and chants,
their hymns and sprinklings,
under oak and thorns
with their songs in tune.
A dog to pull,
a horse tu run,
a steer to gore,
a hog to burrow.
The fifth fair form he made was Jesus,
of the clothing of Adam originally,
the foliage of trees, fair their appareance;
an apt covering they were and have been.
When the Cymry shall be unjustly driven out
another land shall be obtained where they shall be loved.
I have leaped, leap by leap, over the crag,
a boot is good lest hurt be taken.
The funeral pile of Rhun is, by his desire,
between Caer Rian and Caer Rywg,
between Din Eiddyn and Din Eiddwg.
They see clearly who see its appearance.
From a very little fire there is a great productin of smoke.
In the eternal God is my great defence.
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NOTE

1     <Dvỽ ꝺıffertꟌ nefỽy> | Dvỽ differth nefỽy |

  • nef è «cielo», inteso anche in senso soprannaturale (anche in [8]). Il termine (corradicale a irlandese neamh, bretone neñv, manx niau), deriva da un antico celtico *nemos. Il dizionario gallese di William Oven Pughe ci informa che il suo derivato nefwy vuol dire «celeste» (Pughe 1832). Questo senso è tuttavia ignorato da Skene, che traduce «God preserve the heavens» (Skene 1868). Fonologicamente simile a nef è il gallese moderno nyfed (a sua volta corradicale con il gallico nemeton, «bosco sacro»), che Pughe glossa con «a pure or holy nature» (Pughe 1832). La difficoltà di interpretazione del testo ha portato Nash a privilegiare il secondo significato, traducendo «sanctuary» (Nash 1868).
  • John Gwenogvryn Evans emenda la frase in <Duw nev δifferwy> e traduce «May God of heaven defend (us)»; ma per arrivare a questo significato, scinde nef- e -ỽy: il primo elemento, interpretato come nef, «cielo», diventa un sostantivo attributivo di Duỽ, «Dio» (e quindi Duỽ nef, «Dio del cielo»); il secondo elemento viene spostato in coda al verbo come desinenza del congiuntivo presente (Evans² 1915).
  • Marged Haycock, la quale interpreta i primi otto versi della composizione come un riferimento al racconto del diluvio universale, interpreta nefỽy come una particolare forma medio-gallese di Noe, ovvero il biblico Nōḥ. Al riguardo, l'autrice indica la lezione <o plant Nevuy>, «la stirpe di Noe» (Cyfres Beirdd y Tyỽysogion [I: 1.22])(Gruffydd 1991-1996). Il primo verso diviene dunque, per l'autrice, «God protected Noah». (Haycock 2013)

    <rɑc llɑnỽ llet ofrỽy> | rhac ỻanỽ ỻed ofrỽy

  • In gallese, ỻanỽ è «marea, diluvio»; ỻed può essere «ampio, dilagante»; ofrỽy è forma lenita di g(ỽ)ofrỽy, il quale come aggettivo è «bello, piacevole», e come sostantivo «bellezza». La maggior parte degli interpreti intende quest'ultimo termine come forma lenita di gỽofrỽy, glossato da Pughe come «pervading, universal» (Pughe 1832). Da qui la maggior parte delle traduzioni: «from a flood wide spreading» (Skene 1868); «from the widely spreading flood» (Nash 1868). Evans, da par suo, pensa piuttosto a una forma lenita di gorddỽy, «violenza», e traduce «against the rising tide of violence» (Evans² 1915). La Haycock si ricollega agilmente alla sua interpretazione del verso precedente: «God protected Noe from the flood, a radiant extent» (Haycock 2013).

    <kyntɑf ɑttɑrrỽy> | cyntaf a tarỽy

  • La parola <ɑttɑrrỽy> viene in genere normalizzata in a tarỽy, dove il termine tarỽ ha per primo significato «toro», ma può indicare, per estensione, un eroe di forza e statura formidabile; Pughe glossa «that strikes against» (Pughe 1832). Marged Haycock emenda <ɑttɑrrỽy> in a tannỽy (dal verbo tannaf/tannu, «spandersi, disperdersi, allargarsi»), e traduce: «the swiftest thing to spread out» (Haycock 2013).

    <treıſ ꝺꝛſ vorꝺỽy> | a treis dros fordỽy

  • <treıſ> va scisso in a treis, dove a è la congiunzione e treis è il sostantivo «violenza, forza, tirannia, oppressione»; fordỽy, forma lenita di mordỽy, indica il mare mosso, agitato, tempestoso, ma può significare anche un viaggio o uno spostamento oltre il mare.
  • Comprensibile la traduzione di Nash, «the oppression across the sea» (Nash 1868), un po' meno chiara ci sembra quella di Skene: «[the first surging billow] has rolled over the sea-beach» (Skene 1868). Evans, a suo solito, si manifesta per originalità: egli conserva il soggetto Duỽ, «Dio», del distico [1-2], ma emenda la parola fordỽy in <Đovrdwy>, ovvero l'afon Dyfrdwy, nome gallese del fiume Dee: «who will pillage beyond the Dee» (Evans² 1915).

    <py pꝛen ɑ vo mỽy> | py pren a fo mỽy

  • In gallese pren è «albero»: Davies e Skene traducono letteralmente (Davies¹ 1809 | Skene 1868). Secondo Nash <pꝛen> sarebbe qui un lapsus calami per pen, «capo» (Nash 1868). Evans trasforma <pꝛen> in dren, forma lenita di tren, «insolenza, furia, rapidità».
  • Sebbene la maggior parte degli interpreti traduca introducendo un verbo «essere» («quale... è più grande...»), a potrebbe essere qui l'indicativo, terza persona singolare, del verbo myned, «andare, diventare».

    <no ꟊet ꝺɑronỽy> | noget Daronỽy

  • È l'espressione <no ꟊet> a presentare alcuni problemi interpretativi: Nash emenda in <nog ef>, dove nog introduce il secondo termine di paragone nei comparativi ed ef è il pronome di terza personale singolare, «egli, lui» (Nash 1868); Evans emenda invece in <nog yn>, dove yn è (tra varie altre possibilità) la preposizione che introduce lo stato in luogo (Evans² 1915).
  • Stante la diversa interpretazione della parola pren in [5], le traduzioni assumono un carattere assai diverso. Le più letterali sono quelle di Davies, «A greater tree than he, Taronwy» (Davies² 2001), di Skene: «What tree is greater than he, Daronwy?» (Skene 1868), e, recentemente, della Haycock: «What tree could be greater than Daronwy?» (Haycock 2013). Nash emenda pren in pen, «capo»: «What chief has been greater than he, Daronwy?» (Nash 1868). Tutt'e tre, ponendo un ef, «egli» in [6], presuppongono che Daronỽy sia un vocativo, o un nome che chiarisce l'identità dell'ef precedente. A noi sembra tuttavia che si possa fare a meno di quel pronome, in quanto nogyd (nei manoscritti <noꟊet>) è già una proposizione che introduce il secondo termine di paragone. Curiosa la traduzione di Evans, dove Daronỽy viene interpretato come un toponimo: «What insolence can be greater than that at Daronwy?» (Evans² 1915).
  • Sulla falsariga dell'interpretazione apocrifa di Iolo Morganwg di Daronỽy come dio del tuono (Morganwg 1862), alcuni studiosi hanno inteso il distico [5-6] come un accenno al tuono che si abbatte su un albero (pren), o che si identifica in certa misura con l'albero stesso, secondo il mitema indoeuropeo del dio-tuono (Davies² 2001). In tal caso, la descrizione del cielo, in [7-9], rimanderebbe appunto a un'immagine atmosferica e temporalesca.

    <Nyt ỽy ɑm noꝺỽy> | nyt ỽy am nodỽy

  • La traduzione letterale di questo verso sembra essere quella di Nash: «he is not my protection» (Nash 1868); Skene, forse interpretando il pronome ỽy, «egli», come radice del sostantivo (g)ỽŷdd, «conoscenza» (cfr. gỽŷbod, «conoscere»), traduce «I know not for a refuge» (Skene 1868). Evans emenda in <Ni·d vi a·n nodwy> e traduce: «There will be none to protect us» (Evans² 1915).
  • Edward Davies, con un'appropriata interpunzione, connette i versi [5-8] e traduce: «A greater tree than he, Taronwy, there has not been, to afford us a sanctuary, round the proud celestial circle» («Non c'è stato un albero più grande di lui, o Taronỽy, a offrirci un asilo intorno al fiero cerchio del cielo») (Davies¹ 1809).

    <ɑm ꟊylcꟌ bɑlcꟌ nefỽy> | am gylch balch nefỽy

  • Ritorna qui la parola nefỽy già presente in [1] e i nostri traduttori ancora una volta alternano tra «heavens» (Skene 1868) e «sanctuary» (Nash 1868). Evans traduce: «when the Proud one enters the sanctuary», lasciandoci nel dubbio su chi sia questo «superbo» e in quale «santuario» dovrà entrare (Evans² 1915).
  • Come aggettivo, balch vuol dire «superbo, fiero, coraggioso», ma come sostantivo può significare «barca» (< latino barca). Su questa linea, riprendendo la sua interpretazione «diluviale», Marged Haycock interpreta <bɑlcꟌ nefỽy> come «arca di Noe» e rende i versi [7-8] nella forma: «He [God] will cherish those around Noah's Ark» (Haycock 2013).

9     <yſſıt rın yſſyꝺ uỽy> | yssid rhin y sydd uỽy

  • La maggior parte dei traduttori è d'accordo sul senso generale di questo verso: «c'è un mistero ancora più grande», sebbene la mancanza di una punteggiatura sintattica renda arduo stabilire se questo <rın> = rhin, «mistero» o «segreto», si riferisca ai versi precedenti o premetta i successivi.
  • Differenti le proposte dei traduttori: secondo Skene il verso chiuderebbe il discorso iniziato in precedenza, e così traduce i versi [7-9]: «I know not for a refuge / around the proud circle of heaven, / that there is a mystery which is greater» (Skene 1868). Per Nash, <rın> = rhin si riferisce invece al passo successivo e traduce il distico [9-10] con una sorta di domanda retorica: «Is there a mystery which is greater / than the darting of the spear of Goronwy?» (Nash 1868). Davies comprende nell'interrelazione i tre versi [9-11]: «There is a greater secret / the dawn of the men of Goronwy / though known to few» (Davies¹ 1809). Così la Haycock in [9-11]: «There is a secret which is greater: the radiance of Goronwy's men... it is a rare man who knows it» (Haycock 2013).
  • Evans, pur traducendo in modo analogo, «'Tis a secret that Hugh will sink», infila nella frase il nome «Hugh», assente nel testo originale, nel tentativo di dimostrare che il poema si riferisca ad avvenimenti assai più tardi (Evans² 1915).

10     <ꟊỽɑỽꝛ ꟊỽyr ꟊoronỽy.> | gỽaỽr gỽyr Goronỽy

  • Letteralmente «l'alba degli uomini di Goronỽy», dove gỽaỽr è «alba, aurora, chiarore» (cfr. latino aurora, greco hḗōs), e gỽŷr è plurale di gr, «uomo» (cfr. latino vir). Nash emenda <ꟊỽɑỽꝛ ꟊỽyr> in <gỽaeỽaỽr>, «colpo di lancia» (da gỽaeỽ o gỽayỽ, «lancia, giavellotto», ma anche «colpo, dolore, spasmo»), e traduce «the darting of the spear of Goronwy» (Nash 1868).
  • La scelta è giustificata col fatto che, nelle trioedd, Goronỽy viene identificato con l'eroe mabinogico Gronỽ Pebr, il quale uccise Ỻeu Ỻaỽ Gyffes con un colpo di lancia, con la complicità della sposa di costui, Blodeỽeudd, di cui era l'amante. In seguito, dopo la resurrezione di Ỻeu a opera di Gỽydion fap Dôn, Gronỽ Pebr fu a sua volta ucciso con un colpo di lancia (Mabinogion > Mâth fap Mâthonỽy; Trioedd Ynys Prydein [P, 27]).
  • La pietra dello scandalo è Evans, che emenda in <gwanawr gwyr Cornwy> e traduce: «that the Cornovi will be dispatched», trasformando il nome proprio Goronỽy nel toponimo Cornỽy, «Cornovaglia»; l'espressione gỽyr Cornỽy viene dunque a indicare gli «uomini di Cornovaglia» o «Cornovi» (Evans² 1915).

11-12     <oꝺıt ɑe ꟊỽypỽy. ꟌutlɑtꟌ vɑtꟌonỽy.> | odid ai gỽypỽy hutlath Fathonỽy

  • Forse nel senso: si poteva riconoscere la verga druidica di Mâthonỽy mentre non era stata ancora ricavata dall'albero? Tutto quello che sappiamo di questo personaggio è che compare nel patronimico (o matronimico) dell'eroe mabinogico Mâth fap Mâthonỽy, nel racconto omonimo (Mabinogion > Mâth fap Mâthonỽy).
  • Nell'interpretazione di Edward Davies questa parte, in cui si spiega quale sia il «segreto più grande» del verso [9] andrebbe collegata in un discorso unitario che comprende i versi [11-15] nel loro complesso: «the magic wand of Mathonwy, which grows in the wood, with more exuberant fruit, on the bank of the river of spectres: Kynan shall obtain it at the time when he governs» (Davies¹ 1809).

14     <ffrỽytꟌeu nỽy kymrỽy> | ffrỽytheu mỽy cymrỽy

  • Seguiamo i principali interpreti emendando <nỽy> = nỽy (forma contratta di nỽyf, «gioia, desiderio») con <mỽy>, «più», particella che, dinanzi a un aggettivo, introduce un comparativo. Ffrwytheu è il plurale di ffrwyth, «frutto», ma anche nel senso di «profitto, vantaggio, successo, prosperità, discendenza». Cymrwy è indicativo presente, terza persona, di cymrwyaf, «abbellire, adornare». Detto ciò i traduttori non si sono accordati sul significato esatto dell'espressione; tra le proposte: «fruits more profitable» (Skene 1868); «caused an abundance of fruit [to appear]» (Nash 1868); «its fruits none may take» (Evans² 1915); «promotes fruits/successes» (Haycock 2013).

15     <r lɑn ꟊỽyllyonỽy> | ar lan Gỽyỻionỽy

  • Gỽyỻyonỽy: termine apparentemente legato al termine gỽyỻyon, «ombre, spettri», attestato solo al plurale. Che si tratti del nome di un fiume lo si evince forse dal contesto: ar lan Gỽyỻyonỽy, «sulle sponde del Gỽyỻyonỽy». Edward Davies lo interpreta come «river of spectres» (Davies¹ 1809). John Gwenogvryn Evans, nella sua lettura storicistica, lo identifica con un tributario dell'afon Dulas (presso il villaggio di Ỻangybi, sir Ceredigion) (Evans² 1915). D'altra parte, ar lan significa anche, semplicemente, «vicino, a fianco, sopra», senza alcun riferimento alle sponde dei fiumi. In questo caso, Gỽyỻyonỽy potrebbe essere un nome proprio o un sostantivo, e il verso andrebbe tradotto «a fianco di Gỽyỻyonỽy» o «a fianco del gỽyỻyonỽy» («a fianco degli spettri»?). La Haycock preferisce lasciare il toponimo nella forma originale: «on the bank of the Gwyllionwy» (Haycock 2013).

16     <kynɑn ɑe kɑffỽy> | Cynan ae caffỽy

  •  Si tratta probabilmente di Cynan Garỽyn, un semileggendario brenhin del Poỽys, vissuto nel vi secolo. Gli è dedicata la composizione xxiii del Ỻyfr Taliesin (Traỽsganu Cynan Garỽyn mab Brochỽael), ed è citato nella vi (Armes Prydein Vaỽsr) e nella xii (Glasỽsaỽst Taliesin) insieme con Cadỽaladyr Bendigeid. La tradizione gallese lo considera uno dei tre sovrani di cui si profetizza il ritorno a Prydein per cacciare via i Saesneg (gli altri due sono Arthur fab Uthyr e, appunto, Cadỽaladyr Bendigeid).
  • Tutti gli interpreti intendono la frase nel senso che Cynan è destinato a ottenere la verga druidica di Mâthonỽy: «Cynan shall obtain it» (Skene 1868), «Kynon obtained it» (Nash 1868). Marged Haycock emenda invece <ɑe> in <a'e> e volge quindi l'oggetto al plurale: «Cynan will secure them», intendendo i «fruits/successes» del verso [14] Haycock 2013).

18     <dyddeuant etỽaeth> | dyddefant etỽaeth

  • La frase non sembra dare adito a grossi dubbi: <dyddeuant>, normalizzato in dyddefant, è scindibile nella particella negativa di-, più una terza persona plurale presente (ma anche con valore di futuro), da un verbo dyfod, «venire»; etwaeth è «ancora, di nuovo». Da cui le traduzioni: «there will come yet» (Skene 1868), «there are coming again» (Nash 1868), «...will yet» (Evans² 1915), «they shall come again» (Haycock 2013).

19     <troſ treı ɑtꟌroſ trɑetꟌ> | tros drei a thros draeth

  • tros vuol dire «sopra, oltre»; poiché la forma <ɑtꟌroſ> va scissa in a thros, «e oltre», la frase può essere tradotta «oltre la marea e oltre la spiaggia». I traduttori sono d'accordo: «over the ebb and over the strand» (Skene 1868, Nash 1868), «over ebb and strand...» (Evans² 1915), «over ebb and over shore...» (Haycock 2013).

20     <peꝺeır pꝛıf pennɑetꟌ> | pedeir prif pennaeth

  • In gallese prif è «supremo, principale», mentre il sostantivo pennaeth si traduce come «sovranità, supremazia, autorità» (da pen, «capo, testa, cima»), potendo tuttavia indicare anche la persona del sovrano o del comandante. I traduttori sono concordi: «four chief sovereignties» (Skene 1868), «four chief rulers» (Nash 1868), «four / sovereign powers» (Evans² 1915), «four chief dominions» (Haycock 2013).

22     <ꟊỽyr ꟊỽꝛꝺ eꟌelɑetꟌ> | gỽŷr gỽrd ehelaeth

  • Il sostantivo gỽŷr, «uomini», è seguito da due aggettivi, entrambi connotati positivamente: gỽrdd, «coraggioso, valente, eroico», e helaeth, «magnanimo, generoso». Alla traduzione letterale di Skene, «men vehement, extensive» (Skene 1868), si confronta un bizzarro uso del singolare di Nash: «a hero strong and myghty» (Nash 1868). Evans traduce «upon brave, generous men», intendendo, con l'aggiunta della proposizione upon, che i cinque comandanti dei versi [20-21] sono evidentemente destinati a schiacciare i coraggiosi e generosi eroi di Prydein (Evans² 1915). La Haycock sceglie invece un significato secondario di helaeth quale «numeroso»: «strong, numerous men» (Haycock 2013).

23     <ɑr pꝛyꝺeın ɑruɑetꟌ> | ar Brydain arfaeth

  • L'ambiguità è qui sulla parola <ɑruɑetꟌ>. Se la normalizziamo in arfaeth, significa «mira, scopo, intenzione», da cui la traduzione di Skene: «over Prydain [their] purpose» (Skene 1868); e anche quella recente della Haycock: «[with their] intent on Britain» (Skene 1868). Tuttavia, ar faeth può significare anche «allevato, nutrito» (dove faeth è forma lenita di maeth, «cibo, nutrimento»; maeth indica anche il fosterage, la pratica, diffusa nel mondo celtico e nordico, di crescere i figli degli alleati e degli amici); da qui la traduzione di Nash: «nourished in Britain» (Nash 1868). Meno ovvia la traduzione di Evans: «who rule over Prydein's lot» (Evans² 1915).

24     <Gỽrɑꟊeꝺ ɑuı ffrɑetꟌ> |  gỽragedd a fi ffraeth

  • L'inciso <ɑuı> potrebbe indicare a fi, «per me», sebbene i traduttori lo intendano come una forma contratta di bydd, «è», indicativo futuro, terza persona, del verbo bod, «essere» (l'ortografia in <u-> è presente nei lemmi dello stesso verbo al v. [45]). Alla traduzione letterale di Skene, «women shall be eloquent» (Skene 1868), Nash aggiunge una precisazione tra parentesi, senza però che sia chiaro a chi si riferisca: «women shall be eloquent [about him]» (Nash 1868). Evans dà alla sua traduzione un tocco crudo: «the women will be violated» (Evans² 1915), di cui non sappiamo spiegare la ragione. La Haycock traduce: «the women shall be forward».

25     <ıllon ɑuı kɑetꟌ> | eiỻon a fi caeth

  • In gallese, eiỻon è plurale di eiỻ(t), termine che indicava un uomo semilibero, un contadino o un fittavolo legato alla terra del proprio signore. Su questa linea la traduzione della Haycock, che interpreta il verso come una indicazione del passaggio degli eiỻon alla vera e propria servitù: «free tenants shall be bond» (Haycock 2013). Quale secondo significato, tuttavia, eiỻ(t) voleva dire «straniero», ed è questa, curiosamente, la scelta dei traduttori ottocenteschi: «strangers shall be captive» (Skene 1868), «The others in captivity [shall come]» (Nash 1868).

26     <RyfertꟌỽy ꟌırɑetꟌ> | ryferthỽy hiraeth

  • L'ampio contenuto semantico dei termini (rhyferthy è «torrente, marea, tempesta»; hiraeth è «nostalgia, tristezza, assenza, desiderio») permette ai traduttori libertà di interpretazione: alla traduzione letterale di Skene, «a torrent of longing» >(Skene 1868), fa eco quella più astratta di Nash, «the long-desired abundance», dove l'idea del torrente assume un aspetto figurato (Nash 1868). Evans scinde <ꟌırɑetꟌ> in <hir aeth>, «lungo dolore», e traduce «prolonged pressure of adversity» (Evans² 1915). Sulla scia di Skene, la Haycock torna all'interpretazione più diretta: «a high-tide of longing» (Haycock 2013).

27     <meꝺ ɑ mɑrcꟌoꟊɑetꟌ> | medd a marchogaeth

  • Come verbo, marchogaf, marchogaeth, vuol dire «cavalcare»; come sostantivo assume il valore di «equitazione, cavalcata» (anche in senso sessuale). Sia Skene che Nash traducono «for mead and horsemanship», e «of mead and horsemanship», concordi in tutto tranne che nella proposizione (rispettivamente for e of), assente nel testo gallese, che inseriscono allo scopo di interpretare i due sostantivi come oggetto della nostalgia del verso precedente (Skene | Nash 1868). La Haycock, nel dubbio, evidenzia l'aggiunta della proposizione: «[for] mead and horsemanship» (Haycock 2013).
  • Il solito Evans altera il testo, inserendo delle lenizioni, in <a veδ warogaeth>, da normalizzare in <a fedd gỽarogaeth>, dove fedd, forma lenita di medd, è «autorità, potere», e gỽarogaeth è «fedeltà, tributo, omaggio, sottomissione»; l'interpretazione è, agganciata al verso precedente, «will secure submission» (Evans² 1915).
28     <eꝺeuꟌo ꝺỽy reın> | dyddeu dỽy rhiein

  • In gallese, rhein vuol dire «rigido, duro, inflessibile». Seguiamo qui tuttavia la proposta della maggior parte traduttori che vi sostituisce rhiein (pl. rhianedd), parola che copre in gallese un'ampia sfera di significati: «fanciulla, damigella, signora, nobildonna, regina»; la sfera etimologica gira intorno al concetto di una giovane e nobile donna. Il termine è dato al singolare, essendo il plurale indicato dal numerale dỽy (> dau), «due».
  • I traduttori non sono concordi nell'identificare il rango delle due donne: «there will come two ladies» (Skene 1868), «there will come two queens» (Nash 1868), «two queens will come» (Evans² 1915). La Haycock ritiene che l'emendazione non sia necessaria, e traduce: «There shall come two unyielding ones» (Haycock 2013).

29     <ꟊỽeꝺỽ ɑꟊỽꝛyɑỽc veın> | gỽeddỽ a gỽriog fein

  • L'aggettivo <veın> = fein, forma lenita di mein, ha «snello, sottile, magro» come significato principale, ma che per estensione può indicare anche «fine, aggraziato». Tra i nostri traduttori, Skene interpreta «a widow and a slender single one» (Skene 1868), traduzione sorprendente in quanto la parola <gỽꝛyaỽc> = griog, ha, quale unico significato, una donna sposata, non nubile. Più coerenti Nash, «a widow and a fair bride» (Nash 1868), Evans, «a widow and a married fair one» (Evans² 1915), e la Haycock, «a widow and a slender married woman» (Haycock 2013).

30     <heyrn eu hadain> | heyrn eu hadein

  • Letteralmente «di ferro le loro ali». Ci si può naturalmente chiedere che cosa significhi questa suggestiva immagine e, soprattutto, a chi vadano attribuite le ali di ferro. Alle due donne di [28-29]? Il testo gallese non sembra offrire scappatoie. Evans emenda in <Ỻedyn eu hadein>, dove la prima parola è forse legata a un verbo ỻedanaf, che tra i suoi significati ha «estendere»; (h)adein, «ali», viene invece interpretato da Evans in senso figurato; dunque: «they will extend their protection», evidentemente riferito alle due donne dei versi precedenti (Evans² 1915). La traduzione di Evans ha il vantaggio di offrire un senso comprensibile, al contrario delle ambigue «ali di ferro» del testo gallese, ma non sapendo chi siano le due donne, né chi o cosa sia l'oggetto della loro protezione, la resa di Evans è del tutto congetturale.
31     <ar ỽyr yn goriein> | ar ỽyr yn goriein

  • Il verbo goriein è letteralmente «gridare»; tuttavia Skene pensa piuttosto a gori, «rimuginare», quando traduce «on warriors brooding», dando peraltro alla parola gỽŷr, «uomini», un significato eroico (Skene 1868). Sfugge invece il ragionamento di Nash: «to rule over men» (Nash 1868). Evans interpreta: «over men in dire stress» (Evans² 1915). La Haycock intende goriein nel suo senso secondario di «rimproverare, sgridare», e come oggetto vi mette gli «uomini»; il soggetto, secondo l'autrice, sarebbero le due donne di [28-29]. La studiosa traduce il complesso dei versi [29-31] con: «a widow and a slender married woman with iron wing berating men» (Haycock 2013).
32     <yꝺeuꟌo kynreın> | dyddeu cynrein

  • cynran (plurale cynrein) è «capo, condottiero, principe, guerriero»; da cui le traduzioni «chieftains will come» (Skene 1868), «leaders will come» (Evans² 1915), «there shall come champions» (Haycock 2013). Ci sfuggono le ragioni della traduzione di Nash: «there shall come a race» (Nash 1868).
33     <o ɑmtır rufeın> | o am tir Rhufein

  • Rhufein è «Roma» (Rhufeiniaid, «romani»), dove <f> [v] si origina dalla lenizione di <m> [m].
  • Letterale la traduzione di Skene, «from the land of Rome», e di Nash, «from about the land of Rome» (dove «about» traduce la particella am, «intorno, circa, oltre», ma anche «a causa di, allo scopo di») (Skene 1868 | Nash 1868). Concorde la Haycock: «from the region of Rome» (Haycock 2013). Pretestuosa la traduzione di Evans, che corregge il testo in <o am dir Prydein>, «from beyond the land of Prydein», sostituendo spudoratamente «Roma» con la Britannia (Evans² 1915).
34     <eu kerꝺ ɑꟊyꟊeın> | eu cerdd a gyngein

  • Se <kerꝺ> = cerdd è «canto», <ɑꟊyꟊeın> va probabilmente scisso in a gyngein, di cui la seconda parola è forma lenita di cyngein, che, come aggettivo, è «fine, bello». Skene interpreta cyngein come voce del verbo cyngannaf, «accordare, armonizzare» (ma anche «ottenere, prevalere, essere ammissibile, servire una causa», etc.), e traduce, «their song will harmonise» (Skene 1868). Nash interpreta a come congiunzione e cyngein come sostantivo: «their songs and chants» (Nash 1868).
  • Pur d'accordo con la traduzione, la Haycock sottolinea però il fatto che il canto non viene eseguito dai cynrein («campioni») del v. [32] (come il their usato da Skene e Nash sembra implicare), ma piuttosto sia stato composto in loro lode; traduce quindi: «The poem about them shall be fitting» (Haycock 2013).
  • Come sempre fuori dal coro, Evans, che emenda il verso in <eu cerδed gyngein>, dove cerddaf/cerdded vuol dire «camminare, viaggiare, marciare», e quindi traduce: «their advance will be in unison» (Evans² 1915).
35     <eu ꟊỽɑỽt ɑyſceın> | eu gỽaỽd a ysgein

  • Verso parallelo al precedente, in cui Marged Haycock segue la medesima linea interpretativa. Al their delle traduzioni degli interpreti ottocenteschi, quali «their praise will spread abroad» (Skene 1868), o «their hymns and sprinklings» (Nash 1868), la studiosa oppone di nuovo un about them: «the song about them shall sping forth» (Haycock 2013).
36     <ɑnɑn ꝺerỽ ɑꝺꝛeın> | anian derỽ a drein

  • In gallese, derỽ è la quercia, e draen/drein/drain è il biancospino, due piante legate a un immaginario magico o druidico. Più difficile definire la parola <ɑnɑn>, per la quale sono state avanzate molte proposte di emendazione. Piuttosto immediato intenderla come cacografia di <ɑuɑn> = afan, «mirtillo», e il contesto botanico avvalorerebbe questa linea interpretativa («il mirtillo, la quercia e il biancospino»). Un'altra possibilità consisterebbe nel sostituirvi anaỽ, «abbondanza», fornendo una traduzione anch'essa semanticamente coerente («l'abbondanza della quercia e del biancospino»). Skene pensa ad anian, «natura», traducendo «the nature of the oak and thorns» (Skene 1868); questa linea è  pure seguita dalla Haycock, che rende in maniera più libera: «like oak-trees and thorns» (Haycock 2013). Nash sembra emendare <ɑnɑn> in a dan, «sotto», perché traduce «under oak and thorn» (Nash 1868).
  • Sempre più originale Evans, che pur senza presentare correzioni al testo, si collega alla terza persona plurale del verso precedente e traduce «they will attack oak and thorn» (Evans² 1915).

37     <r ꟊerꝺ yt ꟊyꟊeın> | ar gerdd yd gyngein

  • Variazione del verso [34]. Affidandosi alla semantica dei termini, la maggior parte degli interpreti vi trova un senso affine: «in song will harmonise» (Skene 1868), «with their songs in tune» (Nash 1868), «in song shall it be fitting» (Haycock 2013). Evans corregge invece in <a‧r gorδ yd gyngein>; in pratica, ignorando il parallelismo con il verso [34], emenda cerdd, «canto», con cordd, «tribù, clan, famiglia, truppa», e traduce «the nation will rejoice» (Evans² 1915).
38     <kı ẏtynnu.> | ci i dynnu

  • <tynnu> = tynnu/dynnu è voce del verbo tynnaf, «spingere, incitare»; il senso del verso sembra essere dunque «un cane da incitare [alla caccia]». Traduzioni storiche: «a dog to draw» (Skene 1868), «a dog to pull» (Nash 1868), «a dog to sniff» (Haycock 2013). Evans emenda in <gnawd ci i rynnu>, «the dog is wont to shiver» (Evans² 1915).

39     <mɑrcꟌ yrynnyɑỽ.> | march i rynniaỽ

  • La traduzione non comporta problemi: «a horse to move» (Skene 1868), «horse to run» (Nash 1868), «a stallion to blow» (Haycock 2013). Evans traduce «the horse to shy» (Evans² 1915).
40     <ıꝺon ywɑn.> | eidion a ỽân

  • <wan> = ỽân è voce del verbo gỽanaf, «pugnalare, trafiggere, perforare»; il senso del verso sembra essere dunque «un bue per incornare». I traduttori sono concordi: «an ox to gore» (Skene 1868), «an steer to gore» (Nash 1868), «the bull to gore» (Evans² 1915), «a bullock to gore» (Haycock 2013).
41     <ꟌỽcꟌ y tyruu> | hỽch i dyrfu

  • <tyruu> = tyrfu/dyrfu è voce del verbo turiaf, «grufolare, scavare, razzolare», detto di animali. Di nuovo, abbiamo traduzioni stranamente concordi: «a sow to turn up» (Skene 1868); «a hog to burrow» (Nash 1868); «the sow to upturn the soil» (Evans² 1915), «a pig to root» (Haycock 2013).
42     <pymꟌet llỽꝺyn ꟊỽyn ɑwnɑetꟌ ıeſſu> | pymed ỻỽdyn gỽyn a ỽnaeth Iesu

  • Frase lambiccata e difficile da interpretare in modo corretto, stante la strana costruzione. La formula pymed ỻỽdyn gỽyn sembra significhi, tradotta letteralmente, «il quinto animale bianco»: ỻỽd(y)n (con y epentetica) indica infatti un giovane animale, a volte un pulcino, o anche, in forma figurata, un giovane uomo; gỽyn è «bianco, luminoso»; <ɑwnɑetꟌ> va scisso in a (g)ỽnaeth, dove a è pronome relativo e gỽnaeth indicativo perfetto, terza persona singolare, del verbo gỽnaf, «fare, creare, foggiare».
  • Mentre sembra ovvio che il «quinto animale» concluda la serie formata dal cane, dal cavallo, dal bue e dal porco dei versi [38-41], più difficile è stabilire chi sia l'animale e chi lo abbia creato. Gli interpreti si dividono tra chi ritiene che Iesu sia il creatore del «quinto animale bianco», da identificare con l'Adaf del verbo successivo, e tra chi identifica lo stesso Iesu con il «quinto animale». Skene adotta la prima interpretazione: «the fifth fair young beast Jesus made» (Skene 1868); Nash la seconda, ponendo un indefinito he come soggetto: «the fifth fair form he made was Jesus» (Nash 1868). Evans, come al solito, è fuori dal coro: emenda <ɑwnɑetꟌ> in aberth, «sacrificio», traducendo «the fifth, the sacrifice of Christ, a white beast» (Evans² 1915). La Haycock non fa una scelta precisa sul significato di ỻỽd(y)n, ma per il resto segue la linea più ragionevole: «the fifth a blessed youth/young animal whom Jesus made» (Haycock 2013).

43     <o wıſc ɑꝺɑf ymtrɑu> | o ỽysc Adaf i ymtrau

  • Adaf: naturalmente il biblico progenitore Āḏām (dove <f> [v] è ancora una volta originata dalla lenizione di [m]).
  • <wıſc> è forse da intendere come gỽisc, «abito», e quindi con riferimento al mito delle foglie con cui il patriarca si sarebbe coperto; analogamente, però, <wıſc> potrebbe essere emendato in ỽysc, «traccia, linea, direzione», e in tal caso potrebbe dare alla frase senso figurato: «al modo di Adaf», «della stirpe di Adaf».
  • La parola finale <ymtrɑu> si presenta piuttosto problematica: potrebbe essere una voce del verbo ymdrawaf, «combattere, pugnare», oppure lo si potrebbe scindere in ym, «per», e trafod, trafodaf, «negoziare, manipolare, discutere, trattare»; ma sono possibili molte altre combinazioni.
  • Nel manoscritto, la parola <ymtrɑu> viene vergata dopo un'iniziale esitazione: troviamo la cacografia <yỵṃṛɑ̣>, che il copista ha provveduto a eliminare dal testo diacriticando quattro lettere con dei puncta delentes, ma anche cancellandole più esplicitamente con una riga in inchiostro rosso (che potrebbe tuttavia appartenere a una diversa mano).
  • L'ambiguità delle traduzioni storiche non ci permette di comprendere i ragionamenti dei loro autori: Skene traduce «from the apparel of Adam to proceed» (Skene 1868); Nash trasforma l'ultima parola in avverbio: «of the clothing of Adam originally» (Nash 1868); Evans emenda <y ymtrau> in <o‧i ymatru>, da ymhatraf, ymddihatraf, «spogliare», e traduce, enigmaticamente, «will clothe Adam, by fleecing it» (Evans² 1915). La Haycock segue la seconda linea interpretativa di <wıſc>: «of Adam's line ...», decidendo di non tradurre la problematica parola finale (Haycock 2013).
44     <Gỽyꝺuet coet keın eu ſyllu> | gỽyduilet coed cain eu syỻu

  • La parola iniziale, <Gỽyꝺuet>, sembra corrotta: i traduttori ottocenteschi l'hanno emendata in gỽydden, plurale di gỽŷdd, «ramo, fronda»; gỽydded coed vengono dunque a essere le «fronde del bosco». Invece syỻu è voce del verbo syỻaf, «guardare». Le traduzioni storiche si muovono su questa linea: «the foliage of trees, fair to behold them» (Skene 1868); «the foliage of trees, fair their appearance» (Nash 1868). Evans emenda <Gỽyduet> in <bwystviled> = bỽystfiled, «bestie», e traduce «beasts of the forest, lovelly the sight of them» (Evans² 1915). La Haycock segue il suggerimento di G. Lloyd-Jones, che emenda <Gỽyꝺuet> in gỽyduilet, «animali selvatici», e rende la frase con «The wild animals of the wood, fair to behold them» (Haycock 2013).
45     <Ꟍyt yt uuɑnt ɑꟌyt yt uu> | hyd yd buant a hyd yd bu

  • I verbi buant e bu sono, rispettivamente, terza persona plurale e singolare del preterito presente («furono» e «fu»): più difficile identificarne i soggetti.
  • Skene traduce: «whilst they were and whilst it was» (Skene 1868). Nash suggerisce che qui ci si riferisca alle foglie utilizzate da Āḏām e Ḥawwāh per coprirsi: «an apt covering they were and have been» e traduce i due verbi in tempi diversi (were and have been), riferiti a uno stesso soggetto, di terza persona plurale (they) (Nash 1868). Evans, come al solito, altera il verso: <hyd yd vuant, a hir yd vu> e traduce «while they flourished and long that was» (Evans² 1915). La Haycock ritiene che il primo dei due verbi si riferisca agli «animali selvatici» del verso [44], secondo la sua interpretazione di <Gỽyꝺuet>: «as long as they were, and as long as he was» (Haycock 2013).

46     <pɑn wnel kymry kɑmuɑlꟌɑu> | pan ỽnel Cymry camgỽalhau

  • L'ambiguità, in questo verso, è nella parola <kɑmuɑlꟌɑu>, scindibile in cam-, prefisso che significa «sbagliato, erroneo, ingiusto», e gỽalhau, voce del verbo gỽalhaf, «mentire, nascondere, peccare».
  • Skene traduce letteralmente: «when the Cymry shall commit trasgression» (Skene 1868); mentre Nash interpreta più liberamente: «when the Cymry shall be unjusty driven out» (Nash 1868). Evans emenda <uɑlꟌɑu> in hualu, voce del verbo hualaf, «incatenare», e traduce: «when the Kymry will wrongly fetter them» (Evans² 1915).
47     <keır ɑrɑlluro pỽy kɑro nu.> | ceir araỻ fro pỽy caro nu

  • <keir> = ceir, è terza persona presente (che ha spesso valore di futuro), del verbo caffaf, «ottenere, ricevere», ma anche «concepire»; <araỻuro> = araỻfro, ha come significato principale «paese straniero», ma può anche indicare uno straniero proveniente da un altro paese; pwy è pronome relativo; car(h)o è terza persona congiuntivo del vero caraf, «amare»; nu è «ora» (se non è da intendere come forma alternativa di ny, «noi stessi»).
  • Apparentemente questo verso consegue al verso precedente: «Quando i Cymry cadranno nel peccato / troveranno un paese che ancora li amerà». La frase in sé sembra rendere un'idea di futuro, sebbene quel nu, «ora», rende ardua un'interpretazione in questo senso.
  • Traduzioni storiche: «foreigner will be found, who will love that was» (Skene 1868); «another land shall be obtained where they shall be loved» (Nash 1868); «a strange will be found, who loves them still» (Evans² 1915).

  • La resa della Haycock di questo verso è basata sull'interpretazione della parola <kɑmuɑlꟌɑu> del precedente verso [46]: pur essendo d'accordo sulla sua scissione in cam- e gỽalhau, l'autrice sottolinea la possibile connessione tra gỽal, «menzogna, bugia», e gỽalhau, qui nel senso di «mentire, nascondere», e traduce i due versi [46-47] nella forma: «When the Cymry dowardly go to ground near a foreign region, who will love them now?» (Haycock 2013).

48     <llemeıs ı lɑm olɑm eꟊlỽc> | ỻemeis i lam o lam eglỽc

  • Dato che ỻemeis è indicativo perfetto, prima persona, del verbo ỻamaf, «saltare», e lam è «salto», l'unica possibile ambiguità è nella parola eglỽc , «famoso, ben conosciuto».
  • Skene traduce nel modo più diretto: «I have leaped a leap from a clear leap» (Skene 1868). E Nash: «I have leaped, leap by leap, over the crag», forse interpretando <eglỽc> come e gloc, dove cloc è «roccia, rupe, precipizio» (Nash 1868). La Haycock spinge sulla linea dell'interpretazione, ma senza dare maggior chiarezza al verso: «I leapt a leap as a result of evident fate» (Haycock 2013).
  • Controcorrente l'interpretazione di Evans, che riscrive l'intero verso, <ỻesteireis gam, gor‧gam eglwg>, dove gam è forma lenita di cam, «sbagliato, erroneo, ingiusto» (cfr. []), e traduce: «I checked wrong, manifest great wrong» (Evans² 1915).

49     <keỽſſıt ꝺɑ nyr ꟊɑꟌo ꝺꝛỽc> | ceỽsit da nir gaho drỽc

  • Ceỽsit è seconda persona singolare, piucheperfetto, del verbo cael/caffel, «ottenere, trovare»; il successivo <ꟊɑꟌo> è più difficile da identificare, ma effettivamente potrebbe essere una forma lenita di cahaf, a sua volta forma alternativa dello stesso verbo cael/caffel. Ci si può chiedere perché il compositore utilizzi, nello stesso verso, due forme diverse dello stesso verbo. Il verso in questione ha evidente sapore gnomico, e Marged Haycock lo rende con stile proverbiale: «he who had good fortune will not have bad» (Haycock 2013). Anche Nash traduce su questa linea, sostituendo tuttavia il proverbio originale con uno analogo: «a boot is good lest hurt be taken» (Nash 1868).
  • Difficile capire per quale ragionamento Skene sia arrivato alla sua conclusione: «good has been dispersed abroad, a person find no evil» (Skene 1868). Per una volta risulta più chiaro Evans, che si limita a preporre al verso un avverbio ỻe, «dove»: «where you find good you will not find evil» (Evans² 1915).

50     <ꟖeꟊeꝺoꝛtꟌ run yſſef ɑọ‘ỽc.> | mygedorth Run ys ef a ddiỽc

  • mygedorth indica una colonna di fumo, di vapore; ma è anche termine tecnico per indicare una pira funeraria. In questo caso si tratta forse della pira di Rhun Hir fap Maelgỽn († 586), brenhin del Gỽynedd. Nel rendere l'espressione, i traduttori danno diverse interpretazioni della pira funebre di Rhun: «the funeral pile of Rhun it is an expiation» (Skene 1868); «the funeral pile of Rhun is, by his desire» (Nash 1868); «the funeral pile of Rhun is cospicuous» (Evans² 1915).
  •  L'interpretazione del verso è resa ardua dalla lezione <ɑọ‘ỽc>; la lettera «ọ», fornita di un punctum delens, va espunta, ma l'espressione <ɑ‘ỽc> non sembra avere ugualmente senso. Nel Myvyrian Archaiology of Wales, la parola viene emendata in <adỽc>, cioè a ddiỽc, dove diỽc ha il significato principale di «senza cipiglio» e, per estensione, «cortese, gentile»; o alternativamente «chiaro, lucente, evidente».
  • Marged Haycock interpreta mygedorth come una colonna di fumo e polvere dovuta a una battaglia combattuta da Rhun; inoltre emenda <ɑ‘ỽc> in <a ỽc>, da una radice (g)ỽc che sta per «risentimento, ingiuria, offesa». Traduce quindi l'intera frase con: «the [battle-]stream of Rhun, that is what will threaten» (Haycock 2013).

52     <Rỽꟊ ꝺıneıꝺẏn. ɑꝺıneıꝺỽc> | rhỽng Din Eiddyn a Din Eiddỽc

  • Din Eiddyn è l'odierna Edinburgh; Din Eiddỽg non è stata identificata con certezza; secondo Evans, una città nella contea di Sterling (Evans² 1915).

53     <eꟊlur ꝺꝛemynt ɑwyl ꟊolỽc> | eglur dremynt a gỽyl golỽc

  • Verso costituito da due sostantivi, ciascuno accompagnato da un attributo, coordinati da una congiunzione a, «e». I singoli termini appartengono però quasi tutti alla medesima sfera di significato: dremynt è forma lenita di tremynt, «sguardo, visione»; gyl significa, tra le altre cose, «osservazione, sguardo»; golỽc presenta, tra i suoi vari significati, «senso della visione, ciò che appare, aspetto, sguardo».
  • Skene è l'unico che renda questo verso nel modo più semplice: «a clear glance and watchful sight» (Skene 1868). Nash interpreta in modo piuttosto contorto: «they see clearly who see its appearance» (Nash 1868); ed Evans non è da meno: «a clear vision will catch a glimpse of it» (Evans² 1915). La Haycock ne fa una sola frase a danno della chiarezza: «the gaze sees a clear [end in] view» (Haycock 2013).

54     <ɑc rynɑỽt tɑn ꝺycꟌyfrỽymỽc> | hag rynnaỽd tan dychyffrỽy mỽc

  • Traduzioni storiche: «from the agitation of fire smoke will be raised» (Skene 1868); «from a very little fire there is a great production of smoke» (Nash 1868); «shortly before there is fire a smoke rises» (Evans² 1915); «before the onrush of fire, smoke shall rise» (Haycock 2013).

55     <nren ꝺuỽ ɑn ry ɑmỽc> | an rhen Duỽ ann ry amỽc

  • Traduzioni storiche: «and God our creator will defend us» (Skene 1868); «in eternal God is my great defence» (Nash 1868); «may our sovereign God protect us» (Evans² 1915); «[and] our Lord God shall defend us» (Haycock 2013).
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Llyfr Taliesin
by W.F. Skene.
±500 kb
Llyfr Taliesin
by D.W. Nash.
±500 kb

Il Ỻyfr Taliesin, tradotto in italiano da Valeria Muscarà sulle versioni inglesi di William Forbes Skene (1868) e David William Nash (1868). I due files verranno aggiornati man mano che verranno aggiunte altre composizioni del Corpus Talgesinianum.

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Bibliografia
  • BENOZZO 1998. Poeti della marea. Testi bardici gallesi dal vi al x secolo, a cura di Francesco Benozzo. In «In forma di parole», xviii, 2. Bologna, 1998.
  • DAVIES¹ 1809. Edward Davies, The Mythology and Rythes of the British Druids ascertained by National Documents. J. Booth, London 1809.
  • DAVIES² 2001. Daniel R. Davies, The Development of Celtic Linguistics, 1850-1900. Torino 1985.
  • EVANS² 1910. Facsimile & Text of the Book of Taliessin, a cura di John Gwenogvryn Evans. Tremban, Llanbedrog 1910.
  • EVANS² 1915. Poems from the Book of Taliessin, cura e traduzione di John Gwenogvryn Evans. Tremban, Llanbedrog 1915.
  • HAYCOCK 2013. Prophecies from the Book of Taliesin, a cura di Marged Haycock. CMCS, Aberystwyth 2013.
  • MacCULLOCH 1988. John A. MacCulloch, The Religion of Ancient Celts. Edimburgh 1911. → John A. MacCulloch, La religione degli antichi Celti. Vicenza 1998.
  • MORGANWG 1862. Edward Williams [Iolo Morganwg], Barddas. A Collection of original Documents, illustrative of the Theology, Wisdom and Usages of the Bardo-druidic System of the Isle of Britain (2 volls.), a cura di John Williams ab Ithel (Welsh Manuscripts Society). D.J. Roderick, London 1862-1874.
  • MORRIS-JONES 1918. Sir John Morris-Jones, Taliesin. In «Y Cymmrodor», XXVIII. Society of Cymmrodorion, London 1918.
  • MYFYR ~ PUGHE 1801-1807. Owen Jones [Owain Myfyr], William Owen Pughe, Myvyrian Archaiology of Wales (3 volls.)Gwyneddigion Society / Cymdeithas y Gwyneddigion, London 1801-1807.
  • NASH 1868. David William Nash, Taliesin; or, the Bards and Druids of Britain. John Russel Smith, London 1868.
  • PUGHE 1832. William Owen Pughe, Dictionary of Welsh Language, explained in English (2 volls.). E. Williams, London 1803; Thomas Gee, London 1849.
  • SKENE 1868. William Forbes Skene, Four Ancient Books of Wales (2 volls.). Edmonston & Douglas, Edinburgh 1868.
  • STEPHENS ~ EVANS¹ 1849. Thomas Stephens, Daniel Silvans Evans, The literature of the Kymry; being a critical essay on the history of the language and literature of Wales during the twelfth and two succeeding centuries, containing numerous specimens of ancient Welsh poetry in the original and accompanied with English translations. Longmans, London 1849.
BIBLIOGRAFIA
  ỺYFR TALIESIN
Avviso
    Ỻyfr Taliesin
XXIII - TRAỼSGANU CYNAN GARỼYN
 
Biblioteca - Guglielmo da Baskerville.
Area Celtica - Óengus Óc.
Traduzioni dall'inglese di Valeria Muscarà.
Confronto sul testo gallese di Valeria Muscarà, in collaborazione con Dario Giansanti.
Si ringrazia Colin Parmar per i preziosi suggerimenti.
======= 18.04.2017 >>>>>>> 5cbd8780b9b44688f09d997adca8edbccad1f622
Creazione pagina: 20.05.2015
Ultima modifica: <<<<<<< HEAD 18.04.2017
 
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