DANIELE BELLO
RACCONTI SENZA TEMPO
 
 
VOLUME QUARTO
LA GUERRA DI TROIA
 

PREFAZIONE
LA GUERRA DI TROIA

 

Cos'è il mito?

«Il vero, il quale, col volger degli anni
e col cangiare di lingue e di costumi
ci pervenne ricoverto di falso.
»

Gian Battista Vico
 

Nella mitologia greca, la guerra di Troia viene narrata come una guerra combattuta tra gli Achei e la potente città di Troia per il controllo dell'Ellesponto.

Secondo la tradizione, il conflitto ebbe inizio a causa del rapimento di Elena, la regina di Sparta, ritenuta la donna più bella del mondo, da parte di Paride, principe troiano. Il marito di Elena, Menelao, grazie all'aiuto del fratello Agamennone radunò un incredibile esercito, formato dai maggiori comandanti dei regni greci e dai loro sudditi, muovendo così guerra contro Troia.

Gli eventi del conflitto troiano sono narrati principalmente nell'Iliade di Omero e in altri testi letterari, noti come «Ciclo Troiano», ormai perduti e conosciuti solo tramite citazioni successive.

Ulteriori fonti di conoscenza possono considerarsi anche le tragedie antiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide. La distruzione di Troia è invece narrata nel secondo libro dell'Eneide di Virgilio (Ilíou Pérsis). Altre citazioni sono reperibili in varie opere della letteratura latina e greca.

La veridicità storica degli avvenimenti della guerra di Troia è ancora oggi oggetto di discussione: per non appesantire troppo la presente introduzione, per ora basti sapere che quanti reputano la guerra di Troia un fatto realmente accaduto collocano i fatti verso la fine dell'età del Bronzo (data tradizionale: 1184 a.C.), in parte accettando la datazione proposta dallo studioso Eratostene. Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla Parte Quarta del presente volume.

Scopo del presente libro è quello di narrare gli eventi di questo ciclo mitico, che appassiona da oltre tre millenni, in modo tale da poter essere fruito ed apprezzato anche da chi si avvicina per la prima volta a quella che a ragione è stata definita la «Storia delle storie del mondo».

L'entusiasmo di chi ha letto i precedenti volumi della serie dei Racconti senza tempo mi spinge ad andare senz'altro avanti in questa immane fatica di tradurre in poche pagine la passione e gli studi di tanti anni trascorsi in compagnia di libri oggi ingialliti.

La semplicità dello stile (è bene ricordarlo) è il punto di arrivo di un percorso che ha come unico obiettivo quello di far riscoprire il patrimonio, troppo spesso dimenticato, che ci hanno voluto tramandare i nostri avi: nella consapevolezza che di questo patrimonio (e dei relativi insegnamenti) abbiamo particolarmente bisogno ora, in un momento così delicato per il futuro dell'umanità.
 


Daniele Bello
Aprile 2011

...a mia moglie Catia,
senza la quale questo (e molto altro di me) mai sarebbe stato.

I
LE ORIGINI DEL CONFLITTO



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Ab ovo
 

ome è possibile iniziare la narrazione di una delle epopee più famose della storia? Naturalmente… partendo ab ovo!

Questa frase latina significa letteralmente «dall'uovo» e quindi, in senso metaforico, «da molto lontano», «dalle più remote origini».

Il poeta Orazio

Tale espressione risale al poeta latino Orazio che nella sua Ars poetica avvisava di non mettersi a parlare della guerra di Troia cominciando dalle origini (appunto, ab ovo). L'uovo in questione era quello che era stato generato da Leda, dopo essere stata sedotta da Zeus in forma di cigno.

Dall'uovo di Leda nacque la bellissima Elena, che – come vedremo in seguito – sarà una delle cause scatenanti della guerra di Troia.

Non ce ne voglia Orazio, ma noi riteniamo che per comprendere le origini più remote della storia che ha appassionato per secoli i poeti e i letterati dell'Occidente occorre risalire agli antefatti, per così dire, «cosmici» degli eventi che seguiranno.

Il nostro racconto, quindi, partirà addirittura dalla lotta per il dominio dell'universo…

Secondo la mitologia greca il sovrano assoluto del Cosmo era Zeus, signore del tuono e del fulmine, il quale tuttavia era riuscito ad assurgere al trono celeste solamente dopo aver sconfitto e spodestato il padre Crono, il dio del tempo. Del resto, lo stesso Crono aveva imposto il suo dominio sull'universo dopo aver mutilato il padre Urano, dio del firmamento.

È facile comprendere che questo passato cupo e sinistro fatto di congiure ed intrighi esasperasse il nuovo tiranno del cielo, che viveva nel terrore che un suo discendente potesse detronizzarlo.

Il titano Prometeo, il cui nome significa il «Preveggente», era l'unico a sapere che un giorno anche Zeus sarebbe stato spodestato dal suo trono qualora si fosse unito in nozze fatali con una dea (di cui solo il titano conosceva il nome) capace di generare un figlio destinato a diventare il nuovo sovrano dell'universo.

Zeus aveva ordinato a Prometeo di rivelare il nome fatale, minacciando il Titano di terribili vendette e supplizi qualora non avesse obbedito al suo volere.

Prometeo oppose un solenne rifiuto; da tempo, infatti, egli era stato incatenato ad una parete di roccia sui monti della Scizia, perché aveva rubato dall'Olimpo le faville del fuoco, rivelandone il segreto agli uomini. Il titano dichiarò con orgoglio che mai avrebbe reso noto il nome della dea se prima Zeus non si fosse deciso a liberarlo.

Alla fine, fu con l'intervento della Madre Terra che i due immortali giunsero a riconciliarsi; Prometeo venne liberato e solo allora rivelò il nome fatidico: la divinità in grado di partorire un figlio capace di dominare il mondo era Teti ①, una ninfa del mare (di cui, tra l'altro, Zeus si era già invaghito).

Alcuni autori riportano il nome di Tetide, per distinguere la ninfa da Teti, sposa di Oceano e appartenente alla stirpe dei Titani.

 

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Le nozze di Teti e Peleo
 

l dio del tuono e del fulmine decretò che Teti venisse data in moglie ad un semplice mortale e la scelta ricadde su Peleo, re di Ftia (una regione della Tessaglia).

Figlio di Eaco, re di Egina (un sovrano famoso per il suo grande senso di giustizia, tanto da essere chiamato dopo la morte a giudicare della sorte delle anime dei defunti nell'oltretomba assieme a Minosse e Radamanto), Peleo era stato diseredato e scacciato dal padre assieme al fratello Telamone per essersi macchiato dell'omicidio del fratellastro Foco.

In seguito, Peleo aveva partecipato assieme al fratello ad imprese celebri, come la ricerca del vello d'oro e la caccia al cinghiale calidonio; per purificarsi dal suo terribile crimine, aveva trovato rifugio presso il re di Ftia, di cui aveva ereditato il regno dopo essersi unito in matrimonio con la figlia.

Peleo era un sovrano ormai vecchio e stanco, quando venne designato dal sovrano del cielo come futuro consorte di Teti. Le fonti più antiche non ci fanno capire esattamente se la ninfa avesse accolto di buon grado tale decisione: secondo alcuni, ella obbedì sin da subito al volere divino, anche per non inimicarsi Hera, moglie di Zeus, che l'aveva allevata da bambina.

Altre fonti riportano, invece, che Teti cercò in tutti i modi di sfuggire a Peleo, il quale dovette rincorrerla per vari lidi e non senza difficoltà, in quanto la ninfa (come molte creature del mare, del resto) aveva il potere di cambiare forma in qualsiasi momento, sfuggendo così al suo inseguitore. Il re di Ftia riuscì comunque a raggiungerla e a stringerla così forte da non consentir alcuna via di fuga alla dea, neppure facendo uso della metamorfosi. Solo a quel punto, Teti si rassegnò al matrimonio forzato con un mortale. ①

Nozze di Peleo e Teti
Calyx Krater. Spina, Ferrara (±430 a.C.)

Alle nozze di Teti e Peleo, che venne celebrato sul monte Olimpo, vennero invitati tutti gli dèi, maggiori e minori, i quali parteciparono alla cerimonia portando ciascuno un regalo speciale per gli sposi. Si racconta, ad esempio, che Poseidon offrì in dono una coppia di cavalli immortali, Bàlio e Xanto, mentre il centauro Chirone portò una lancia dalle dimensioni smisurate, che solo il più forte tra i mortali avrebbe potuto scagliare.

Come spesso capita in queste occasioni, gli sposi si dimenticarono di invitare un'ospite importante: la dea Eris (la Discordia), compagna nelle battaglie di Ares, il dio della guerra.

Sentendosi umiliata, la dea andò su tutte le furie e decise di presentarsi comunque al convito nuziale esclamando con rabbia: — Vi ho portato anch'io il mio dono. — Detto ciò, ella gettò nel bel mezzo della tavolata una mela d'oro con la scritta Tei Kallistei, «Alla più bella» ②.

Sorse quindi un gran litigio tra le massime dee dell'Olimpo Hera, Pallade Atena e Afrodite, ciascuna delle quali riteneva che quel pomo le spettasse di diritto.

Al fine di evitare che la lite degenerasse, Zeus sentenziò che il giudizio dovesse essere affidato al più bello tra tutti i mortali; e questi era Paride, figlio di Priamo, re di Troia, di cui dovremo occuparci più diffusamente.

Di Teti e Peleo è doveroso comunque dire che dalla loro unione nacque un figlio maschio, cui venne dato il nome di Achille. Alla sua nascita, un oracolo predisse che sarebbe morto di vecchiaia dopo una vita tranquilla e priva di imprese, oppure giovanissimo su di un campo di battaglia, dopo aver compiuto imprese tali da guadagnarsi l'immortalità attraverso la poesia dei cantori di tutte le epoche.

Spaventata da un tale responso, Teti tentò di rendere immortale il figlio, immergendolo nel fiume Stige e facendolo così diventare invulnerabile.

Si racconta, tuttavia, che la ninfa del mare avesse effettuato il rituale tenendo il piccolo per il tallone sinistro che, non essendo stato sfiorato dalle acque stigee, rimase l'unica parte del corpo del figlio di Peleo a non essere immune da ferite (da qui deriva il proverbiale «tallone di Achille», locuzione spesso utilizzata per indicare il punto debole di un persona) ③.

Va comunque detto che la fama della invulnerabilità di Achille è nata in epoca posteriore ad Omero: nell'Iliade e negli altri poemi del Ciclo Troiano infatti, non vi è alcuna traccia di questa leggenda, ragion per cui anche noi ci permetteremo di ignorarla nel proseguimento della nostra storia.

Per ora ci basti sapere che il re Peleo, disapprovando i metodi della ninfa del mare, la rimproverò aspramente proibendole di sottoporre ulteriormente il bambino a simili rituali magici: la dea Teti, infuriata, se ne andò sdegnata abbandonando per sempre il marito.

Il giovane Achille venne affidato dal padre alle cure del centauro Chirone assieme a quello che sarebbe diventato il suo amico del cuore: Patroclo.

Achille venne addestrato nell'arte della caccia, dell'uso delle armi e nell'addestramento dei cavalli; egli venne inoltre istruito nell'arte della musica e della pittura; imparò anche l'arte medica e tutte le antiche virtù degli antenati.

Il centauro lo nutriva e lo educava per farne uno degli eroi destinati ad alimentare una delle leggende più affascinanti che la storia ci abbia mai tramandato. ④

Il tema del ratto ovvero della conquista violenta della sposa non è insolito nella mitologia e ritorna anche nel poema medievale Nibelungenlied, in cui è la stessa Brunilde ad annunciare di voler sposare solo chi saprà vincerlo in battaglia.
Anche in questo caso, il tópos letterario del rancore della dea/fata non invitata verrà rielaborato nella favolistica più moderna: tutti ricordano la storia di Rosaspina (meglio nota come La bella addormentata nel bosco) (Grimm ~ Grimm 1865).
La leggenda della invulnerabilità di Achille trova un interessante parallelo nella figura dell'eroe germanico Sigfrido, il quale al pari di Achille poteva essere ucciso solamente se colpito alla schiena, in mezzo alle scapole.
La storia del rapporto tra Achille ed il centauro Chirone non ha, purtroppo, un lieto fine; il figlio di Peleo, infatti, colpì il suo maestro accidentalmente con una freccia provocandogli una ferita mortale. Vinti dalle preghiere di Achille, gli dèi decisero di accogliere nel firmamento il vecchio centauro, che divenne così la costellazione del Sagittario.

 

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Il giudizio di Paride
 

Per dirimere la controversia, sorta durante le nozze di Teti e Peleo, su chi fosse la più bella tra le dee dell'Olimpo, Zeus ordinò a Hermes, il messaggero degli dèi, di condurre Hera, Pallade Atena e Afrodite da Paride, un principe troiano che trascorreva la propria vita umilmente come un comune pastore, ignaro delle proprie origini.

Il giovane era stato abbandonato appena nato, poiché la madre Ecuba (sposa del re di Troia, Priamo) prima di partorire aveva avuto un terribile incubo: aveva infatti sognato di mettere al mondo una torcia, che aveva dato fuoco all'intera città; gli indovini interpretarono quel presagio come un segno premonitore, profetizzando che il nascituro sarebbe stato la causa della rovina del suo popolo.

Questa fu la ragione per cui la famiglia reale decise di abbandonare alla nascita il principe tra le aspre montagne circostanti, dove tuttavia il piccolo venne ritrovato da un pastore, che decise di allevarlo come un figlio. ①

Quando Hermes e le tre dee apparvero davanti al giovane, Paride stava facendo pascolare come suo solito il suo gregge e non si aspettava certamente di dover fare da arbitro in una disputa tra divinità.

Il messaggero degli dèi consegnò al figlio di Ecuba la mela d'oro scagliata dalla dea Eris con tanta rabbia, chiedendogli di consegnarla a quella che gli fosse apparsa come la più bella di tutte.

Poiché Paride non sembrava in grado di dare un giudizio nell'immediato, ciascuna delle tre divinità si avvicinò di soppiatto al principe troiano per promettergli doni preziosi in cambio della consegna del frutto della discordia.

Pallade Atena gli offrì la sapienza e la invincibilità in guerra, mentre Hera avrebbe garantito a Paride il potere politico e il controllo su tutta l'Asia, qualora fosse stata dichiarata la più bella tra le dee; Afrodite, invece, gli promise l'amore della donna più bella del mondo.

Paride, d'impulso, consegnò la mela d'oro alla dea Afrodite e fuggì via per non incorrere nell'ira delle due divinità che non aveva favorito.

Hera e Pallade Atena tornarono nell'Olimpo, sdegnate e desiderose di vendetta: da allora, esse furono acerrime nemiche di tutta la stirpe troiana, mentre Afrodite ne divenne, da allora, la protettrice.

Il giudizio di Paride (1515-1516)
Raffaello Sanzio (1483-1520)
Staatsgalerie, Stoccarda (Germania)

Del resto, la dea Afrodite aveva anche più di un motivo per essere legata alla città di Troia, in quanto tempo addietro si era invaghita del giovane Anchise, figlio di Capi, un nobile appartenente ad un ramo collaterale della famiglia reale troiana, e aveva con lui generato un figlio cui venne il dato il nome di Enea; di questo rampollo dovremo parlare più diffusamente in seguito, in quanto destinato ad essere il capostipite di una importante dinastia.

La storia d'amore con Anchise non venne tuttavia gradita molto nell'Olimpo, anche perché il padre di Enea si era spesso vantato in pubblico della sua unione con la dea; ciò gli valse l'ira del sommo Zeus, che gli scagliò rabbiosamente addosso uno dei fulmini forgiati dai Ciclopi, rendendo il figlio di Capi zoppo per il resto della sua vita.

In seguito, il giovane Paride si recò nella città di Troia, perché gli araldi del re avevano portato via il suo toro migliore per darlo in premio al vincitore di alcune gare sportive.

Per riuscire a riprendersi l'animale, Paride decise di partecipare ai giochi atletici e riuscì a vincere ripetutamente tutte le gare superando gli altri contendenti e meritando così il premio tanto ambito. I giovani troiani, umiliati da quella sconfitta, meditarono di ucciderlo ma non riuscirono a portare a compimento il loro piano perché Cassandra, figlia del re Priamo, riconobbe in lui il fratello abbandonato in tenera età.

Priamo, commosso per aver ritrovato il figlio che credeva perduto, decise di accoglierlo nella famiglia reale, nonostante gli indovini gli avessero consigliato caldamente di non farlo. ②

A questo punto, l'autore sente il bisogno di spendere qualche parola in più sulle origini della casata di Paride e della città di Troia, che tanta importanza è destinata ad avere negli eventi che seguiranno.

Le origini di questa città si perdono, neanche a dirlo, nella leggenda: si racconta, infatti, che il primo insediamento umano nella regione, nota in seguito come Troade (quella parte dell'Asia Minore sita in prossimità dello stretto del Bosforo e dei Dardanelli, allora chiamato come Ellesponto), si fosse stabilito lì sotto la guida del mitico Teucro, da cui presero il nome tutti gli abitanti di quella che era destinata a diventare una fiorente comunità (Omero è solito, infatti, dare loro l'appellativo di Teucri).

TABELLA n. 1
 
GENEALOGIA DEI RE DI TROIA

Sembra invece che le fondamenta della futura città di Troia venissero erette dal genero di Teucro, Dàrdano (che ne aveva sposato la figlia Bateia), il quale divenne il capostipite della famiglia reale.

A Dàrdano succedette quindi Erittonio e poi Tròo (da cui deriva il nome della città), che trasmise il trono ai figli Assaraco e Ilo; quest'ultimo, noto per avere costruito la rocca della cittadella, cuore del centro urbano e dimora della famiglia reale nonché sede degli edifici di culto più importanti ③, viene citato anche per aver generato un figlio dalla fama a dir poco discutibile.

La storia di Laomedonte, figlio di Ilo, è infatti legata ad una serie di episodi, tutti contraddistinti dal mancato rispetto della parola data…

Si racconta, al riguardo, che il re di Troia volesse ricostruire le mura della città e che, per questo, si fosse messo alla ricerca di artigiani provetti e fidati. Il caso volle che, a presentarsi da lui per realizzare cotanta opera fossero nientemeno che due divinità: Poseidon, il dio del mare, e Apollo, il dio del sole.

Laomedonte fu onorato della proposta dei due numi e concordò ben presto il giusto compenso per la realizzazione di quell'opera immane.

I due dei, con l'aiuto del fedele Eaco, padre di Peleo, riuscirono ad edificare le mura più superbe e maestose che il mondo avesse mai visto; essendo state costruite da due immortali, esse erano pressoché indistruttibili. ④

Quando, tuttavia, Apollo e Poseidon si presentarono dal re a reclamare il compenso pattuito, Laomedonte si rifiutò di consegnare quanto aveva loro promesso: per puro caso, infatti, egli era venuto a scoprire che i due numi non si erano presentati di loro spontanea volontà per la costruzione delle mura, ma erano stati inviati lì da Zeus in persona. Il tiranno del cielo aveva inteso umiliare in tal modo l'arroganza dei due dei dell'Olimpo, che avevano osato mettere in discussione l'autorità del figlio di Crono.

Il re Laomedonte ritenne che nessuna ricompensa fosse dovuta per quello che, in realtà, era una punizione inflitta ad Apollo e Poseidon e congedò in malo modo i due immortali.

Orbene, se il buon Apollo fece buon viso a cattiva sorte e se ne andò senza particolare rancore, altrettanto non si può dire della reazione del signore dei mari, che inviò un mostro marino a devastare le coste della Troade.

La popolazione era letteralmente terrorizzata da questa terribile creatura, che divorava tutti i malcapitati che incontrava durante le sue scorrerie. Ormai nessuno osava mettere il naso fuori di casa durante l'oscurità e in molti temevano per la propria incolumità persino di giorno.

Il caso volle che, a passare da quelle parti vi fosse il fortissimo e coraggiosissimo Eracle, figlio di Zeus e Alcmena, noto in tutto il mondo allora conosciuto come eroe impavido ed uccisore di mostri.

Il re Laomedonte scongiurò Eracle di liberare la Troade da quel flagello e gli promise in cambio una pariglia dei suoi cavalli, tra i più belli al mondo.

Eracle accettò l'offerta del re di Troia e affrontò con coraggio il mostro marino, di cui ebbe ragione senza difficoltà: un'impresa da nulla, per chi aveva già combattuto con creature come il Leone di Nemea, l'Idra di Lerna e il gigante Anteo…

Evidentemente, però, il re dei Teucri doveva aver preso gusto a non rispettare la parola data, tanto è vero che ancora una volta si rifiutò di consegnare quanto pattuito. ⑤

Eracle, tuttavia, non era disposto a mandare giù questa umiliazione tanto facilmente: in poco tempo, egli radunò un esercito e si preparò a mettere la città a ferro e fuoco.

Ad aiutare l'eroe in questa impresa furono due fratelli, Peleo e Telamone, di cui abbiamo avuto occasione di fare cenno nel capitolo precedente.

Si racconta che, prima di partire per la spedizione contro Troia, Telamone avesse chiesto ad Eracle di avvolgere il figlio Aiace, appena nato, nella pelle di leone con cui il figlio di Alcmena era solito vestirsi: in tal modo, il padre sperava che una parte della forza vitale di Eracle potesse trasmettersi al piccolo. La leggenda narra che il figlio di Telamone crebbe forte e vigoroso e fu anch'egli protagonista delle epopee che andremo a narrare con il nome di Aiace Telamonio.

Inutile aggiungere che, sotto l'impeto ed il vigore di Eracle, la resistenza dei Troiani fu vana: la città venne presto espugnata e completamente distrutta. La famiglia reale venne massacrata, compreso l'infame Laomedonte; a salvarsi fu solamente la di lui figlia Esione, che fu risparmiata per intercessione di Telamone, il quale si era invaghito della bellissima principessa (dalla passione tra i due nacque un figlio al quale, in ricordo delle sue origini, venne dato il nome di Teucro).

Esione implorò Eracle di poter riscattare almeno il più piccolo dei suoi fratelli, Podarce, e il figlio di Alcmena acconsentì, in cambio di una magnifica tela che la giovane figlia di Laomedonte aveva avuto modo di tessere e decorare con le sue mani; fu così che Podarce ebbe salva la vita e prese il nome di Priamo, che nella lingua degli Elleni significa appunto «il riscattato».

Toccò a Priamo l'onere di rifondare la città di Troia e di riportarla all'antico splendore, allietato da una splendida e numerosa famiglia reale (si narra che la moglie Ecuba e le sue concubine gli dettero più di cinquanta figli, tra cui il valoroso Ettore e l'infelice Cassandra).

Non è inutile osservare come il ritrovamento di un fanciullo abbandonato, spesso di nobili origini o comunque destinato ad un futuro importante, sia uno schema tipico della storia leggendaria: da Sargon il grande, il re di Akkad, al Mosè biblico, da Edipo, re di Tebe, sino ai gemelli Romolo e Remo.
La storia di Cassandra merita senz'altro di essere raccontata, sia pure per sommi capi, anche per la rilevanza che avrà questa figura nelle storie che seguiranno. Figlia di Priamo, Cassandra aveva suscitato l'ardore del dio Apollo, che per ottenerne i favori le conferì il dono della profezia; essendo stato respinto, il dio la maledì e sancì che Cassandra avrebbe mantenuto il dono di predire il futuro, ma sarebbe stata destinata a non essere mai creduta.
Stiamo parlando appunto della rocca di Ilio, che viene rievocata nel titolo del primo dei poemi attribuiti ad Omero, l'Iliade.
In realtà, vi era un'unica parte delle mura che poteva essere scalfita da un assedio ed era quella costruita dal solo Eaco, il quale – in quanto mortale – non poteva competere con la perizia di due divinità. Inutile aggiungere che fu proprio il tratto edificato da Eaco ad essere distrutto per primo durante la guerra di cui parleremo in seguito…
La trista reputazione del figlio di Ilo divenne proverbiale nell'antichità; la regina di Cartagine, Didone, nell'accusare Enea di tradimento, lo aggredirà etichettandolo in modo sprezzante come «stirpe di Laomedonte».

 

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I pretendenti di Elena
 

a nostra storia si sposta ora nella città di Sparta, la capitale della regione della Laconia ①, dove regnavano Tindaro e sua moglie Leda.

Si racconta che Leda fosse una donna talmente bella da far invaghire di sé persino gli dèi dell'Olimpo; il padre di tutti gli immortali, Zeus, la sedusse infatti prendendo le sembianze di un cigno e trasformando anche l'amata in un bellissimo esemplare dell'uccello palmipede; Leda partorì quattro gemelli (due maschi e due femmine): Castore e Clitennestra (figli di Tindaro), Elena e Polluce (figli di Zeus). ②

Dei due maschi, Castore e Polluce, si racconta che essi erano pressoché inseparabili; noti in tutto il mondo antico come i Dioscuri, assieme compirono grandi ed audaci imprese (come l'impresa degli Argonauti e la caccia al cinghiale calidonio), tali da meritarsi fama imperitura. Essi dovettero anche soccorrere la sorella Elena, rapita quando era ancora una fanciulla da Teseo, re di Atene, e dal suo inseparabile amico Piritoo; i Dioscuri riuscirono a trarre in salvo la figlia di Zeus e di Leda ma non perdonarono mai questo sgarbo al sovrano di Atene e fecero di tutto perché fosse un giorno spodestato dal loro fedele amico Menesteo.

Altro non vogliamo raccontarvi dei gemelli, il cui culto fu particolarmente sentito nella città di Roma, se non questo aneddoto che tanto piacque all'Autore quando sfogliò per la prima volta i suoi libri di mitologia.

Dopo aver avuto un diverbio con i cugini e rivali Idas e Linceo, degenerato in una sfida all'ultimo sangue, rimase in vita il solo Polluce che – in quanto figlio di Zeus – aveva ricevuto il dono dell'immortalità, mentre Castore venne chiamato a far parte del regno dei morti; non volendo negare al gemello la possibilità di vivere ancora, Polluce scongiurò Ade, il signore dell'oltretomba, di concedere una qualche grazia per l'amato fratello, mostrandosi disposto anche a rinunciare alla propria vita.

Ade si commosse per l'amore che legava tra loro i due Dioscuri e decretò che entrambi meritassero clemenza; egli concesse pertanto ai fratelli di rimanere nel regno dei vivi a turno; per questo, per un giorno Polluce dimorava nella casa dei morti, mentre Castore conduceva la sua esistenza tra i vivi; il dì successivo, invece, i due gemelli si scambiavano i ruoli. Così i fratelli si avvicendarono per anni sino a quando non vennero assunti tra le divinità olimpiche.

Diversa storia, invece, dobbiamo narrare per le due figlie di Leda.

Crescendo, Elena divenne sempre più bella e si meritò la fama di essere la donna più affascinante del mondo allora conosciuto; quando giunse in età da marito ella attirò alla corte del re Tindaro una moltitudine di pretendenti desiderosi di prenderla in sposa. Il re di Sparta si trovava in grande imbarazzo, ben sapendo che, dovendo scegliere come genero uno solo tra quanti aspiravano alla mano di sua figlia, si sarebbe sicuramente inimicato tutti gli altri…

Infine, fu uno dei pretendenti a proporre un piano per risolvere il dilemma: Odisseo, figlio di Laerte e re di Itaca, la cui astuzia era destinata ad essere nota in tutto il mondo antico.

In cambio dell'appoggio di Tindaro per ottenere in sposa la bella e saggia Penelope, figlia di Icario e nipote dello stesso re di Sparta, Odisseo propose il seguente stratagemma: Elena avrebbe potuto scegliere il marito in piena libertà, ma tutti i pretendenti vennero prima costretti a giurare solennemente, dopo aver sacrificato un cavallo agli dèi, di rispettare la scelta della figlia di Zeus (qualunque marito venisse scelto) e di difendere la vita e i diritti di chiunque fosse diventato lo sposo di Elena, anche a costo della vita.

Alla fine venne scelto come marito Menelao, figlio di Atreo, membro della stirpe regale di Micene; in realtà sembra che quest'ultimo non si fosse presentato in prima persona come pretendente ma si fosse fatto avanti in suo nome il fratello maggiore Agamennone.

Menelao aveva promesso di sacrificare cento buoi ad Afrodite se avesse avuto in moglie Elena (questa forma di sacrificio era nota nell'antichità come «ecatombe») ma, non appena seppe di essere il prescelto, dimenticò la promessa fatta, provocando l'ira della dea.

Vennero così celebrate le nozze tra Elena e l'Atride, destinate ad arrecare tanta sventura agli Elleni; il fratello di Menelao, Agamennone, si unì invece in matrimonio con la figlia di Tindaro, Clitennestra.

Gli abitanti della regione erano noti per essere poco loquaci, tanto è vero che ancora oggi siamo soliti definire «laconica» una persona di poche parole.
Come accennato, secondo alcuni mitografi Leda non partorì i figli avuti da Zeus ma questi vennero al mondo da un uovo che ella generò quando era ancora trasformata in cigno; secondo un'altra versione del mito, infine, Elena era figlia di Nemesi, la dea della vendetta.

 

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Gli Atridi
 

u Agamennone e Menelao, tuttavia, è opportuno spendere qualche parola in più, visto il rilievo che essi avranno nel corso della nostra storia; all'epoca, essi vivevano alla corte di Tindaro perché esiliati dalla loro terra natia dallo zio Tieste: ma la stirpe cui appartenevano (quella dei Pelopidi) era già turpemente nota in tutta l'Ellade.

A dare il proprio nome alla infelice dinastia fu Pelope, figlio di Tantalo; quest'ultimo commise un delitto così efferato da suscitare orrore e raccapriccio per secoli e secoli.

Potendo vantare di discendere direttamente dal grande Zeus, il tiranno del cielo, Tantalo invitò tutti gli dèi dell'Olimpo ad un banchetto: per mettere alla prova la loro onniscienza, Tantalo fece a pezzi il figlio ancora bambino e, dopo averlo cucinato, lo imbandì sulla mensa degli immortali; ovviamente, gli dèi si accorsero del turpe inganno e respinsero inorriditi quel piatto di carne (tutti eccetto Demetra, dea delle messi, che senza badarvi ne mangiò una spalla).

L'ira di Zeus non si fece attendere; Tantalo venne scaraventato negli inferi e condannato ad un atroce supplizio che Omero così descrive: «Soffriva ritto dentro uno stagno: l'acqua lambiva il suo mento. Pareva sempre assetato e non poteva attingere e bere: ogni volta che, bramoso di bere, quel vecchio si curvava, l'acqua risucchiata spariva, la nera terra appariva ai suoi piedi. Un dèmone la prosciugava. Alberi dall'alto fogliame gli spargevano frutti sul capo, peri e granati e meli con splendidi frutti, fichi dolcissimi e piante rigogliose d'ulivo: ma appena il vecchio tendeva le mani a sfiorarli, il vento glieli lanciava alle nuvole ombrose» (Odissea [XI, -]).

Dopo aver punito Tantalo, gli dèi risuscitarono Pelope e, al posto della spalla mancante, gliene fecero una di avorio. Il figlio di Tantalo, tuttavia, non si dimostrò meno scellerato del padre. Giunto nell'età virile, infatti, Pelope si mise alla ricerca di una moglie di stirpe regale e venne a sapere che Enomao, re di Pisa nell'Elide, avrebbe concesso la mano della figlia Ippodamia solamente a colui il quale fosse riuscito a sconfiggerlo in un agone sportivo.

In realtà, il re di Pisa voleva evitare in tutti i modi che la propria figlia convolasse a giuste nozze, perché un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto proprio per mano del genero.
Enomao possedeva dei cavalli divini pressoché invincibili, per cui proponeva ai pretendenti della figlia di gareggiare con lui in una corsa di carri: se avessero vinto, avrebbero conquistato la mano di Ippodamia.

Già tredici giovani avevano perso la vita in questo modo quando Pelope giunse alle porte del palazzo di Enomao: il figlio di Tantalo ricorse così al tradimento per essere sicuro di vincere.

Mirtilo, figlio del dio Hermes e auriga del carro di Enomao, era infatti innamorato di Ippodamia, per cui Pelope promise di fargli passare una notte con lei se l'auriga avesse consentito allo sfidante di vincere la corsa; poiché Enomao guidava personalmente il carro quando gareggiava con i pretendenti, Mirtilo tolse i perni degli assali del carro e li sostituì con dei pezzi di cera.

Corsa di Pelope e Ippodamia

 

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Pelope e Ippodamia
 

urante la corsa le ruote si staccarono, il carro si rovesciò ed Enomao mori: Pelope ne uscì quindi vincitore e conquistò la mano di Ippodamia ma, non avendo nessuna intenzione di mantenere la promessa fatta a Mirtilo, lo gettò in mare, facendolo annegare; in punto di morte, tuttavia, lo sfortunato auriga maledisse Pelope e la sua stirpe e le sue parole vennero colte dal di lui padre, Hermes.

Pelope diventò re, accumulò ricchezze e onori, ma i suoi discendenti, vittime della maledizione degli dèi, erano destinati a non conoscere mai la pace, sebbene il figlio di Tantalo avesse tentato di conciliarsi i favori degli dèi istituendo i giochi olimpici (Olimpia si trovava, appunto, nell'Elide, a poca distanza da Pisa).

I figli di Pelope e di Ippodamia, Atreo e Tieste, vennero chiamati a succedere al trono di Micene, una delle città più importanti di tutta l'Ellade; la prima dinastia di reggitori, quella dei Perseidi (dal nome di Perseo, il mitico fondatore), si era infatti estinta a seguito di una faida che aveva opposto l'ultimo re Euristeo ai discendenti di Eracle (detti, appunto, gli Eraclidi).

Il solito oracolo aveva prescritto agli abitanti di Micene di prendere come re un discendente di Pelope, ragion per cui i due fratelli si recarono nella città, assieme alla loro servitù e al bestiame, in attesa della scelta del popolo. ①

Il dio Hermes, subdolamente, aggiunse un agnello dal vello d'oro agli armenti che Tieste ed Atreo avevano ereditato dal padre, sapendo che ciò avrebbe provocato tra i due una disputa fatale. Infatti Atreo pretese nella sua qualità di primogenito l'agnello, che venne sacrificato alla dea Artemide.

Tieste, dal canto suo, riuscì a trafugare la pelle dell'animale sacrificato poco prima che gli anziani proclamassero l'erede al trono di Micene; e quando il consiglio offrì la corona al possessore del vello d'oro, Tieste poté esibire il magnifico tesoro ed ottenere il trono.

Lo stesso Zeus, indignato per un inganno così turpe (per ottenere il suo scopo, Tieste era giunto sino a sedurre la moglie di Atreo, Erope), intervenne nel conclave rivelando sia il furto del vello che le infedeltà della moglie del maggiore dei Pelopidi. Il trono andò quindi al primogenito, mentre Tieste veniva condannato all'esilio.

Una volta re di Micene, Atreo cercò il modo di vendicarsi del fratello; dapprima uccise la moglie Erope e poi mandò a Tieste un messaggio distensivo, dissimulando una volontà di riconciliazione.

L'ignaro Tieste fu ben lieto di ritornare a Micene: il fratello lo accolse con ipocrite esibizioni di affetto e l'invitò ad un banchetto per celebrare il suo ritorno; durante il pranzo, si svolse una scena macabra: Atreo esibì le teste mozzate dei figli di Tieste (Tantalo e Plistene) e rivelò al fratello che gliene aveva servito le carni come pietanza.

Folle di dolore, il secondo figlio di Pelope maledisse Atreo e fuggì verso l'oracolo di Delfi per chiedere in che modo potersi vendicare; su suggerimento della Pizia (la sacerdotessa di Apollo che parla per bocca del dio), Tieste generò un altro figlio (frutto, pare, della relazione incestuosa che egli ebbe con la figlia Pelopia), cui venne dato il nome di Egisto.

TABELLA n. 2
 
GENEALOGIA DEGLI ATRIDI

Padre e figlio riconquistarono il trono di Micene uccidendo Atreo e condannando all'esilio i suoi due figli maschi, che ripararono a Sparta; e qui si riallacciano le fila della nostra storia.

In realtà il mito attribuisce a Pelope anche un altro figlio, Pitteo; re di Trezene, egli è famoso per aver dato alla luce la bella Etra, madre dell'eroe Teseo. [Racconti senza tempo, vol. I]►.

 

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Il ratto di Elena
 

Alla morte di Tindaro, poiché i figli maschi di quest'ultimo (stiamo parlando dei due Dioscuri, Castore e Polluce; ve ne ricordate?) erano stati assunti fra le divinità, il regno passò a Menelao, mentre Agamennone riuscì a riprendersi il trono di Micene scacciando Egisto e Tieste; in seguito, il maggiore degli Atridi riuscì ad allargare il suo dominio anche alla città di Argo e Tirinto e diventando così il padrone di tutta l'Argolide. Il Fato, tuttavia, aveva in serbo per la stirpe dei Pelopidi un destino che non era fatto solo di onore e gloria, ma che avrebbe portato gravi lutti agli Elleni.
Alcuni anni dopo le nozze di Elena, infatti, a Sparta venne ricevuta con tutti gli onori una missione diplomatica proveniente dalla fiorente città di Troia, rappresentata dal nobile Enea e dal giovane rampollo della casata di Priamo, il giovane ed aitante Paride.

Durante il loro soggiorno in Laconia, Menelao dovette recarsi a Creta per celebrare i funerali di un suo avo. Complice l'influsso di Afrodite (che – ricorderete – aveva promesso a Paride l'amore della donna più bella del mondo in cambio del pomo della discordia), in assenza del marito Elena si invaghì del giovane troiano.

Tra i due nacque una insana passione: Paride conquistò il cuore della figlia di Leda e, nonostante il parere contrario di Enea, riuscì a convincerla a lasciare la casa paterna per partire alla volta della città di Troia; Elena, accecata dalla passione, seguì il figlio di Priamo portando con sé anche una buona parte del tesoro di Menelao.

Il viaggio verso l'Ellesponto non fu privo di pericoli anche perché la dea Hera, ancora adirata con Paride per il suo fatale giudizio, riuscì a convincere le divinità marine a scatenare una tempesta contro le navi troiane, costringendole a sbarcare in Egitto. ①

La flotta dei Teucri giunse quindi a Sidone, nella terra dei Cananei, prima di giungere a Troia e di presentare a tutta la famiglia reale la sposa di Paride.

Quando Menelao tornò a Sparta e scoprì l'inganno, pieno di furore chiese al fratello Agamennone di far valere il giuramento che i pretendenti di Elena avevano religiosamente pronunciato davanti al re Tindaro.

Il re di Micene inviò emissari in tutta l'Ellade per richiamare tutti i principi della Grecia, invitandoli a rispettare il patto solenne; la parte migliore della nobiltà ellenica era così chiamata a radunarsi davanti al porto di Aulide, nell'isola di Eubea, con il proprio esercito.

Secondo una versione della leggenda, riferita dal poeta Stesicoro e poi ripresa nella tragedia Elena di Euripide, in Egitto la bella figlia di Leda venne sostituita da un fantasma con le sue sembianze. Paride condusse quindi con sé un mero simulacro, mentre la bella Elena – pentita del tradimento – rimase in Egitto in attesa del marito.

II
LA GUERRA



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Il porto di Aulide
 

e forze degli Elleni si radunarono dunque nel porto di Aulide, in Beozia. Tutti i pretendenti spedirono i propri eserciti eccetto re Cinira di Cipro (egli spedì una flotta di cinquanta navi, di cui soltanto una era vera, mentre le altre erano di fango).

Si racconta che tra i nobili più restii a partecipare alla guerra vi fosse l'esponente della casa regnante di Itaca: Odisseo, figlio di Laerte, che pure era stato il consigliere principale di Tindaro e promotore del giuramento dei pretendenti alla mano di Elena.

Odisseo – lo ricordiamo – si era sposato con la saggia Penelope da cui aveva avuto un figlio, cui venne dato il nome di Telemaco. Per evitare di partecipare alla guerra, egli si finse pazzo e cominciò a seminare sale per i campi.

Venne perciò inviato in missione ad Itaca Palamede, re di Nauplia, famoso per il suo ingegno; egli, giunto nell'isola, afferrò il piccolo Telemaco e lo posizionò nel solco su cui stava passando Odisseo, intento a dissimulare la sua presunta follia; non volendo uccidere il figlio passandoci sopra con la lama dell'aratro, l'erede al trono di Itaca cambiò tragitto, rivelando in questo modo di essere sano di mente e quindi in grado di partecipare alla guerra.

Il giovane Achille, che all'epoca dell'adunata in Aulide aveva solo quindici anni, era stato invece nascosto dalla madre nell'isola di Sciro, mascherato con abiti femminili per non essere riconosciuto dai messaggeri inviati da Agamennone (la ninfa Teti intendeva in questo modo scongiurare l'avverarsi della profezia che aveva predetto una vita breve e gloriosa per il figlio di Peleo).

Gli storici ci riferiscono che a Sciro Achille ebbe una storia con Deidamia, la figlia del re dell'isola Licomede, la quale gli diede un figlio cui venne dato il nome di Pirro (o Neottòlemo); avremo modo di parlare di lui nel corso della nostra storia.

Secondo la leggenda si recarono nell'isola Odisseo e il suo fedele amico Diomede, reggitore di Argo, allo scopo di persuadere il giovane Achille a partire per Troia.

Odisseo si spacciò per mercante e portò con sé un cesto contenente ornamenti femminili e una spada. Le fanciulle di Sciro accorsero per ammirare i gioielli e i vestiti che il misterioso viaggiatore aveva portato con sé: solo una fanciulla si mostrò invece interessata all'arma e si rivelò quindi per chi era realmente: il figlio di Peleo travestito da donna.

Odisseo e Diomede utilizzarono tutta la loro eloquenza per convincere Achille a prendere le armi e vendicare l'oltraggio di Paride (il rampollo di Laerte era maestro nell'arte della persuasione); il figlio di Teti, in realtà, si fece pregare ben poco e decise di partire alla volta di Aulide.

TABELLA n. 3
 
GENEALOGIA DEGLI EACIDI

L'ultimo comandante a giungere al raduno fu quindi il giovane Achille, assieme al fedele amico Patroclo. Le forze degli Elleni vengono descritte in dettaglio nell'Iliade di Omero nel cosiddetto «Catalogo delle navi»; noi ci limiteremo a menzionare solo i condottieri più famosi.

La famiglia dei Pelopidi la faceva da padrone con Agamennone, re di Micene (nonché signore dell'Argolide, dell'Arcadia e della Corinzia), e Menelao, re di Sparta e signore della Laconia.

Poi vi era il forte Diomede, figlio di Tideo, il quale pur potendo vantare il titolo di re d'Argo era in realtà un vassallo di Agamennone ed esercitava un dominio diretto su una sola parte dell'Argolide.

Partecipò alla guerra anche Odisseo, signore delle isole occidentali (Itaca, Zacinto e Cefalonia); il vecchio e saggio Nestore, re di Pilo e signore della Messenia; Achille e il suo esercito di Mirmidoni ①, al comando della Ftiotide; Toante, re dell'Etolia; Idomeneo, re di Creta e nipote di Minosse; Tlepolemo, principe di Rodi; il valoroso ma arrogante Aiace Oileo, principe della Locride; Protesilao, re di Filache; Palamede, principe di Nauplia (nell'Eubea); Tersandro, re di Tebe ②, ed altri centri minori della Beozia; anche l'Attica diede il suo contributo con Menesteo, re di Atene, e con i due principi di Salamina, figli di Telamone: il fortissimo Aiace Telamonio e l'abilissimo arciere Teucro.

Faceva parte della spedizione anche Filottete, il quale non poteva vantare un blasone regale ma era noto in tutta la terra di Grecia per la sua abilità nell'uso dell'arco, avendo egli ereditato le armi di Eracle. ③

Omero cita anche numerosi altri nobili condottieri provenienti da Samo, dalle isole Sporadi, nonché dalle città indipendenti dell'Arcadia, dell'Elide, della Focide, della Locride, della Tessaglia e dell'Eubea; ragioni di tempo e di spazio ci impediscono, ovviamente, di andare troppo in dettaglio (anche per non annoiare il lettore, già forse provato dai troppi personaggi…). ④

Completavano la spedizione il medico Macaone e l'indovino Calcante, quest'ultimo destinato ad un ruolo tristemente decisivo per le sorti della guerra.

Mentre gli Elleni sacrificavano al dio Apollo per confermare il proprio giuramento, un serpente divorò gli otto piccoli di un nido di passeri e la loro madre; secondo Calcante questo evento era un sinistro presagio: la guerra sarebbe durata a lungo.

Erano un antico popolo della Tessaglia. Secondo la tradizione il popolo traeva il nome dalle formiche (in greco, *myrmes), trasformate in uomini da Zeus su preghiera di Eaco, per ripopolare l'isola di Egina devastata da una pestilenza; essi avevano poi seguito Peleo, figlio di Eaco, esule a Ftia.
La città di Tebe, un tempo uno dei centri urbani più fiorenti della Grecia, stava vivendo all'epoca delle guerra di Troia un periodo di decadenza; la città era stata infatti dilaniata da una lunga guerra civile che aveva opposto i due eredi al trono, Eteocle e Polinice (figli di Edipo). Il conflitto era culminato con l'assedio della città da parte di Polinice, il quale dopo essere stato esiliato dal fratello si era alleato con altri sei nobili condottieri (tra cui Adrasto, re d'Argo) per riprendersi il trono: la famosa guerra dei «Sette contro Tebe». La guerra finì con il sacco della città ad opera di Tersandro, figlio di Polinice.
Secondo la tradizione, infatti, il grande eroe e semidio Eracle decise di porre fine alle atroci sofferenze che gli aveva causato un sortilegio erigendo per se stesso una pira funebre. Nessuno, tuttavia, ebbe il coraggio di appiccare il fuoco per aiutare l'eroe a morire, tranne un pastore di nome Peante, cui Eracle donò per gratitudine il suo arco e le sue frecce. Le armi vennero poi trasmesse a Filottete, figlio primogenito di Peante. La morte di Eracle è argomento di una tragedia di Sofocle, Le Trachinie.
Per ci avesse voglia di approfondire, si rimanda al secondo libro dell'Iliade ovvero alla lettura del sito: <http://it.wikipedia.org/wiki/Catalogo_delle_navi>.

 

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Telefo e la Misia
 

e navi salparono quindi dal porto di Aulide per raggiungere la città di Troia; l'imbarazzo dei Greci, nel narrare l'episodio che sto per raccontare, è evidente tanto è vero che alcuni storici omettono spudoratamente di farne menzione; la verità è che gli Elleni, a quell'epoca, non avevano grandissima dimestichezza con i viaggi per mare e nessuno conosceva con esattezza la rotta per Troia.

Alla fine di un lungo viaggio, dunque, la flotta dei Greci approdò in Misia, una regione dell'Asia Minore, dove regnava Telefo, figlio di Eracle.

Gli Elleni attaccarono subito battaglia e, nello scontro che ne seguì, perse la vita Tersandro, il re di Tebe, mentre il re di Misia venne ferito da Achille; ben presto, tuttavia, l'esercito al comando di Agamennone si rese conto del terribile errore commesso e ripiegò verso la costa: le navi presero ancora una volta il largo ma, non riuscendo a trovare la città di Troia, non poterono fare a meno di ritornare in terra di Grecia.

Dopo quello scontro cruento, il re Telefo rimase gravemente menomato: egli non riusciva infatti a guarire dalla ferita causatagli dal figlio di Peleo; per quanti sforzi facessero i suoi medici, la piaga non si rimarginava e gli provocava terribili dolori.

Un oracolo gli predisse che solamente colui che l'aveva ferito sarebbe stato in grado di guarirlo. Telefo si recò quindi in Grecia, travestito da mercante, e si diresse alla corte di Agamennone chiedendo di poter essere guarito.

Su consiglio di Odisseo, Achille riuscì a guarire il re di Misia raschiando sulla ferita alcuni frammenti della lancia con cui l'aveva colpito: la piaga si rimarginò miracolosamente. Per gratitudine, Telefo mostrò agli Elleni la rotta giusta per giungere a Troia.

 

.
Il secondo raduno
 

lcuni anni dopo lo sbarco in Misia, l'esercito greco venne radunato nuovamente avanti al porto di Aulide.

Un'improvvisa bonaccia, tuttavia, impediva alle navi di partire, ragion per cui fu consultato ancora una volta l'indovino Calcante; egli vaticinò che la dea Artemide era adirata con gli Elleni e non avrebbe consentito alla flotta di partire se Agamennone non avesse sacrificato sua figlia Ifigenia ①.

Mappa dell'antica Grecia

Agamennone, sdegnato, rifiutò la proposta ma gli altri principi minacciarono di fare comandante Palamede se il re di Micene non avesse avuto il coraggio di uccidere la figlia. Il figlio di Atreo fu costretto, suo malgrado, ad accettare le pressioni degli altri capi e richiamò la figlia e la moglie Clitennestra in Aulide, adducendo come pretesto le nozze di Ifigenia con Achille.

Sacrificio di Ifigenia (45-79)
Affresco romano (particolare)
Casa del Poeta Tragico, Pompei (Italia)

Odisseo e Diomede vennero mandati quindi a Micene per condurre la giovane figlia di Agamennone con il suo seguito. Clitennestra, però, venne ben presto a sapere dell'inganno (ella si era infatti recata da Achille salutandolo come suo genero, ma questi – ignaro delle macchinazioni degli Atridi – aveva negato candidamente di aver fatto una qualsiasi proposta di matrimonio).

La regina di Micene andò su tutte le furie; messo sotto pressione, Agamennone era già sul punto di rinunciare al comando della spedizione pur di salvare la figlia, mentre Odisseo sobillava l'esercito chiedendone il sacrificio.

Alla fine fu la stessa Ifigenia, in uno slancio di amore patriottico, a consentire di immolarsi per il bene di tutta la Grecia. Artemide, tuttavia, ebbe pietà della fanciulla ragion per cui la dea sostituì la figlia di Agamennone con una cerva sull'ara del sacrificio.

Ifigenia venne quindi condotta nella regione della Tauride (l'odierna Crimea) dalla stessa dea Artemide, che la designò come sua sacerdotessa ②.

La moglie di Agamennone, tuttavia, non volle assistere al sacrificio e tornò a Micene convinta che la figlia fosse stata effettivamente uccisa; per questo motivo Clitennestra concepì un odio feroce nei confronti del marito che ebbe poi fatali conseguenze alla fine della guerra.

Le vicende narrate qui di seguito ispireranno ad Euripide la tragedia Ifigenia in Aulide.
Così ci narra Euripide nella sua tragedia Ifigenia in Tauride.

 

.
Filottete
 

a flotta degli Elleni poté quindi partire verso Troia; durante il viaggio, la flotta fece una sosta presso un'isola dell'Egeo sacra alla ninfa Crisa.

Filottete sbarcò nell'isola, intenzionato a rifornirsi di cibo ed acqua, portando con sé arco e frecce per andare a caccia di selvaggina; giunto nei pressi di un'ara consacrata alle divinità del luogo, il possessore delle armi di Eracle venne morso da un serpente.

Il dolore provocato dalla ferita fu così atroce che Filottete cadde svenuto e venne ritrovato dai suoi compagni privo di sensi; ricondotto alla sua nave, egli venne curato dal medico Macaone, che tentò in tutti i modi di salvarlo dal terribile veleno del rettile: la ferita, tuttavia, si infettò e cominciò ad emanare un odore nauseabondo.

Tutti gli Elleni erano in forte imbarazzo, non sapendo se l'abile arciere sarebbe stato in grado di sostenere la guerra in quelle condizioni; il terribile fetore dell'infezione, inoltre, non faceva che abbattere il morale dei soldati. Su consiglio di Odisseo, Agamennone decise di abbandonare l'arciere nella vicina isola di Lemno; Medonte, fratellastro di Aiace Oileo, prese il controllo degli uomini di Filottete.

Quando il possessore delle armi di Eracle venne condotto nell'isola, egli era ancora privo di sensi a causa del terribile dolore che gli provocava il morso del serpente; Filottete aprì finalmente gli occhi per scoprirsi solo e abbandonato in un'isola deserta.

A nulla valsero le urla e gli improperi nei confronti di tutti i suoi compagni e dei comandanti greci: per l'abile e sfortunato arciere cominciava un lungo esilio, destinato a finire solo qualora una nave fosse approdata, per caso, in quell'isola.

Filottete andò alla ricerca di erbe per lenire il dolore della sua ferita e si preparò ad affrontare una vita grama da naufrago, meditando ogni giorno la vendetta nei confronti di chi lo aveva abbandonato in modo così vile.

 

.
Lo sbarco dei Greci
 

a flotta degli Elleni giunse infine a Tenedo, un'isola posta di fronte al lido di Troia, mettendone a ferro e a fuoco l'unico centro abitato nonostante la strenua difesa del suo reggitore, Tenete.

Venne poi organizzata una delegazione (formata da Menelao, Odisseo e Palamede), con lo scopo di richiedere formalmente la restituzione di Elena al re Priamo; questi, tuttavia, rifiutò seccamente le istanze dei Greci e li cacciò in malo modo; tra tutti i Troiani, l'unico a trattare con rispetto gli ambasciatori degli Elleni fu il nobile Antenore, facente parte di un ramo collaterale della famiglia reale. Era quindi evidente che nessuna alternativa allo scontro in armi era ormai possibile.

Il solito Calcante, tuttavia, profetizzò che il primo tra i Greci a sfiorare il suolo troiano sarebbe stato anche il primo a cadere in battaglia per mano del nemico; quando la flotta giunse, infine, nei pressi dei lidi della Troade, vi fu un certo imbarazzo tra tutti i guerrieri, poiché nessuno aveva l'ardire di scendere a terra. Alla fine fu Protesilao, re di Filache, a sbarcare per primo, incurante degli oscuri presagi degli dèi.

Non appena gli Elleni misero piede in suolo troiano, trovarono l'esercito dei Teucri pronto a fronteggiarli; ne nacque subito uno scontro, in cui a distinguersi particolarmente furono Achille, che cominciò a mietere le prime vittime nell'esercito nemico (tra cui tale Cicno di Colono, figlio del dio del mare Poseidon), e lo stesso Protesilao.

Achille e Aiace Telamonio giocano a dadi
Exēkías (attivo tra il 545-530 a.C.).
Anfora a figure nere

Il vaticinio di Calcante era tuttavia destinato ad essere veritiero: il re di Filache fu, infatti, il primo a trovare la morte tra gli Elleni, colpito dalla lancia di Ettore, il maggiore e il più valoroso tra i figli di Priamo (le truppe di Protesilao passeranno quindi sotto il comando del fratello del re defunto, Podarce).

I Greci riuscirono comunque a far ripiegare i Troiani e a conquistare una fascia di territorio costiero, nella quale posero il proprio accampamento: tra la rocca di Ilio e il campo degli Elleni si estendeva una vasta pianura, nella quale si svolsero molte delle battaglie campali nel corso della guerra.

Gli Elleni si trovarono di fronte una città ben protetta dalle sue mura e che poteva contare sull'appoggio di numerosi alleati sia in Europa (in particolare in Tracia, l'attuale Bulgaria) che in Asia Minore, con i quali i Teucri riuscivano a mantenere comunque i contatti: armi, rifornimenti e truppe giungevano infatti a difesa di Troia dalla Frigia, dalla Misia, dalla Licia, dalla Paflagonia, dalla Caria e dalla Peonia.

 

.
I primi anni di guerra
 

…i Troiani avanzarono
lanciando grida e richiami, come gli uccelli,
così gridano le gru sotto il cielo,
quando fuggendo l'inverno e le piogge incessanti,
esse volano stridenti verso l'Oceano,
portando ai Pigmei la distruzione e la morte.
                                          Iliade [III, -]

li Elleni tentarono di sconfiggere Troia per ben nove anni, senza tuttavia riuscire ad espugnare la città; in realtà, questa è la fase della guerra di cui le fonti parlano meno, per cui diventa arduo stabilire cosa successe esattamente in quel periodo.

Quello che è probabile è che i capi greci non si concentrarono sempre sull'assedio della città nemica: dovendo approvvigionarsi di cibo e schiavi per mantenere un cospicuo esercito, essi preferirono compiere scorrerie nelle città vicine, anche per tagliare i ponti tra i Teucri ed i loro alleati provenienti dalla Tracia e dall'Asia Minore (gli Elleni, allora, controllavano solamente lo stretto dei Dardanelli).

Achille e Troilo (540-530 a.C.)
Anfora etrusca, Vulci (Italia)

Achille fu senza dubbio il più attivo fra tutti i Greci: secondo Omero il figlio di Peleo conquistò undici città e dodici isole; egli uccise anche Troilo, giovane figlio di Priamo, quando questi aveva solo diciannove anni poiché un oracolo aveva predetto che, se il ragazzo avesse raggiunto il ventesimo anno di vita, la città di Troia non sarebbe mai stata espugnata.

Dalla divisione del bottino proveniente dalle città conquistate, Achille ottenne come schiava personale la bella Briseide di Lirnesso, mentre Agamennone ottenne Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo; queste due schiave furono, loro malgrado, strumenti inconsapevoli di uno degli episodi più importanti di tutta la guerra di Troia.

Aiace Telamonio sacrifica un prigioniero troiano
Cratere a calice a figure rosse, Vulci (Italia)
Bibliothèque Nationale, Cabinet des Médailles, Parigi (Francia)

A fare la parte del leone in questo primo periodo di guerra fu anche il prode e coraggioso Aiace Telamonio, il quale invase le città della penisola tracia dove regnava il re Polinestore, che si era imparentato con la famiglia reale dei Teucri. Quest'ultimo aveva come ospite a corte il giovane Polidoro, figlio di Priamo; per evitare di compromettersi con i Greci, durante l'assedio dell'esercito elleno egli preferì disfarsi di una presenza così imbarazzante, per cui si risolse ad uccidere a tradimento il principe troiano, violando i sacri doveri dell'ospitalità.

Il principe di Salamina attaccò anche le città della Frigia, dominate dal re Teleuto (che morì in combattimento) e prese come bottino di guerra la figlia di quest'ultimo, Tecmessa, che divenne sua concubina.

Un altro evento molto rilevante in questo periodo fu la morte di Palamede, re di Nauplia. Lo scaltro Odisseo non gli aveva mai perdonato il fatto di avere smascherato le sue finte manifestazioni di pazzia, costringendolo a prendere le armi contro Troia.

Palamede, inoltre, aveva umiliato Odisseo, essendo riuscito ad ottenere gli approvvigionamenti di grano per l'esercito, laddove il figlio di Laerte aveva fallito nella stessa missione.

Spalleggiato da altri capi greci che mal sopportavano l'astuzia e la popolarità di Palamede, Odisseo fece ritrovare all'interno della tenda del re di Nauplia un sacco pieno d'oro e una falsa lettera di Priamo, che lasciava intendere una segreta alleanza tra i Troiani e lo stesso Palamede (il re di Troia ringraziava per le notizie ricevute).

La lettera e l'oro furono scoperti: Agamennone e i capi greci ordinarono che il figlio di Nauplio venisse condannato a morte per tradimento mediante lapidazione.

Il padre di Palamede, venuto a conoscenza della ignominiosa morte del suo erede, navigò verso la Troade a chiedere giustizia per il figlio ma gli venne rifiutata; cercando vendetta, egli viaggiò verso le città greche, calunniando i sovrani presso le loro mogli; si racconta che, proprio in quel periodo, alcune tra le nobili spose degli Elleni decisero di tradire i propri mariti lontani; in particolare, Clitennestra si unì in una fosca relazione con il figlio di Tieste, Egisto, che da tempo meditava vendetta contro i discendenti di Atreo.

La flotta degli Elleni giunse infine a Tenedo, un'isola posta di fronte al lido di Troia, mettendone a ferro e a fuoco l'unico centro abitato nonostante la strenua difesa del suo reggitore, Tenete.

Venne poi organizzata una delegazione (formata da Menelao, Odisseo e Palamede), con lo scopo di richiedere formalmente la restituzione di Elena al re Priamo; questi, tuttavia, rifiutò seccamente le istanze dei Greci e li cacciò in malo modo; tra tutti i Troiani, l'unico a trattare con rispetto gli ambasciatori degli Elleni fu il nobile Antenore, facente parte di un ramo collaterale della famiglia reale. Era quindi evidente che nessuna alternativa allo scontro in armi era ormai possibile.

Il solito Calcante, tuttavia, profetizzò che il primo tra i Greci a sfiorare il suolo troiano sarebbe stato anche il primo a cadere in battaglia per mano del nemico; quando la flotta giunse, infine, nei pressi dei lidi della Troade, vi fu un certo imbarazzo tra tutti i guerrieri, poiché nessuno aveva l'ardire di scendere a terra. Alla fine fu Protesilao, re di Filache, a sbarcare per primo, incurante degli oscuri presagi degli dèi.

Non appena gli Elleni misero piede in suolo troiano, trovarono l'esercito dei Teucri pronto a fronteggiarli; ne nacque subito uno scontro, in cui a distinguersi particolarmente furono Achille, che cominciò a mietere le prime vittime nell'esercito nemico (tra cui tale Cicno di Colono, figlio del dio del mare Poseidon), e lo stesso Protesilao.

Il vaticinio di Calcante era tuttavia destinato ad essere veritiero: il re di Filache fu, infatti, il primo a trovare la morte tra gli Elleni, colpito dalla lancia di Ettore, il maggiore e il più valoroso tra i figli di Priamo (le truppe di Protesilao passeranno quindi sotto il comando del fratello del re defunto, Podarce).

I Greci riuscirono comunque a far ripiegare i Troiani e a conquistare una fascia di territorio costiero, nella quale posero il proprio accampamento: tra la rocca di Ilio e il campo degli Elleni si estendeva una vasta pianura, nella quale si svolsero molte delle battaglie campali nel corso della guerra.

Gli Elleni si trovarono di fronte una città ben protetta dalle sue mura e che poteva contare sull'appoggio di numerosi alleati sia in Europa (in particolare in Tracia, l'attuale Bulgaria) che in Asia Minore, con i quali i Teucri riuscivano a mantenere comunque i contatti: armi, rifornimenti e truppe giungevano infatti a difesa di Troia dalla Frigia, dalla Misia, dalla Licia, dalla Paflagonia, dalla Caria e dalla Peonia.

 

.
L'ira di Achille

 

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei ①, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille...
                                          
Iliade [I, -]

el decimo anno di guerra si diffuse nel campo dei Greci una terribile epidemia: era il castigo decretato da Apollo come punizione per aver sottratto Criseide al vecchio Crise, sacerdote del dio; poco tempo prima, il padre della giovane era giunto all'accampamento degli Achei implorandone la liberazione in cambio di un riscatto, ma Agamennone lo aveva cacciato via in malo modo; al sacerdote altro non rimaneva che invocare il dio Apollo per sperare di ottenere giustizia e questi si era vendicato contro l'empietà dei Greci flagellando l'esercito con i suoi dardi avvelenati.

Su consiglio dell'indovino Calcante, Agamennone si rassegnò infine a restituire Criseide alla famiglia, ma in cambio ordinò ai capi Achei di consegnargli un'altra schiava; il re di Micene, in particolare, pretese la bella Briseide, la schiava preferita di Achille. Scoppiò quindi un feroce litigio tra Achille ed Agamennone, nel quale i due per poco non vennero alle mani: il figlio di Peleo, alla fine, si rassegnò ad obbedire al comando del duce di tutti Greci e consentì alla consegna di Briseide, ma da allora si ritirò nella sua tenda e giurò che non avrebbe preso più parte ai combattimenti assieme ai suoi Mirmidoni.

Patroclo conduce Briseide da Agamennone
Bertel Torvaldsen (1770-1844)

L'ira di Achille è l'argomento del poema principale attribuito ad Omero: l'Iliade, che qui cercheremo di riassumere sia pure per sommi capi (anche perché non vogliamo togliere al lettore appassionato il piacere di leggere, un domani, tutta la storia per intero).

Si narra che Teti, madre di Achille, salì sul Monte Olimpo per chiedere riparazione per la grave umiliazione subita dal figlio; il padre di tutti gli dèi in persona, Zeus dalla folgore tonante, promise di accontentarla.

La mattina dopo, il re Agamennone – ispirato da un sogno che egli credeva premonitore ma che in realtà era frutto dell'inganno ordito da Zeus – convocò i duci achei e li istruì sul suo piano: per spronare l'esercito, egli avrebbe annunciato la sua intenzione di voler tornare in patria; in tal modo, avrebbe fatto leva sull'amor proprio dei guerrieri greci inducendoli a combattere con maggior vigore.

I soldati, però, accolsero la proposta di tornare con gioia ed entusiasmo; incoraggiati da Tersite, il più brutto e il più vile di tutti gli Achei, essi si stavano apprestando a lasciare la costa quando Odisseo, dopo aver zittito lo stesso Tersite percuotendolo con uno scettro, li convinse a rinnovare la battaglia contro Troia.

Il poeta greco si riferisce spesso agli Elleni chiamandoli «Achei», dal nome della popolazione che, assieme agli Ioni e agli Eoli, invase la penisola ellenica nel II millennio a.C., acquisendo una posizione di egemonia; sono detti anche Argivi dal nome della città di Argo, che fu il primo fiorente centro urbano della regione. Per omaggio ad Omero, anche noi d'ora in poi utilizzeremo questi termini.
Traduzione di Vincenzo Monti (Monti 1825).

 

.
Le imprese di Diomede
 

e due schiere si preparavano quindi ad affrontarsi a viso aperto ancora una volta: il superbo Paride marciava in prima fila ostentando coraggio e baldanza ma, alla vista di Menelao, fuggì nelle retrovie.

Ettore lo rimproverò aspramente per la sua codardia e Paride, per non perdere la faccia, decise di sfidare a duello il re di Sparta: al vincitore sarebbe toccata in sorte la bella Elena e la guerra avrebbe avuto così termine.
I due acerrimi nemici si accanirono l'uno contro l'altro senza risparmiarsi: Menelao era sul punto di uccidere il rivale, ma la dea Afrodite intervenne per salvare Paride avvolgendolo in una nebbia divina e riportandolo a Troia.

Agamennone decretò la vittoria per il fratello e chiese la restituzione di Elena; gli dèi dell'Olimpo, tuttavia, che osservavano dall'alto le sorti della guerra, spinti da Hera (che covava un odio intenso per la città di Troia, non avendo ancora perdonato l'umiliazione del giudizio di Paride) decisero per la continuazione della battaglia.

La dea Atena venne inviata nell'accampamento troiano per far riprendere le ostilità: ella si avvicinò ad un arciere dei Teucri, Pandaro, persuadendolo a scagliare una freccia contro Menelao, che incedeva superbo tra i Troiani reclamando la restituzione di Elena.

Il dardo viene tuttavia deviato dalla stessa dea Atena per cui l'Atride venne ferito solo di striscio; gli Achei gridarono al tradimento e la battaglia si rianimò.

Gli Elleni, guidati dal valore del prode Diomede, inizialmente ebbero la meglio, ma la loro furia venne arginata ancora una volta da Pandaro, che riuscì a ferire l'eroe.

Con l'aiuto di Atena, Diomede riuscì riprendere il combattimento; salito sul suo carro da battaglia sospinto a piene forze dal suo auriga, il figlio di Tideo si scontrò ancora una volta con Pandaro e lo uccise con un colpo di giavellotto.

Diomede ingaggiò quindi una furiosa lotta con Enea: il figlio di Anchise stava per essere ucciso nel duello, quando intervenne ancora una volta la dea Afrodite, che riuscì a salvare il figlio con il suo velo magico.

Il figlio di Tideo non si perse d'animo e scagliò nuovamente il giavellotto contro la dea, ferendola alla mano; in seguito, si scontrò per ben tre volte con il dio Apollo, che era accorso in aiuto della sorella e di Enea, prima di venire però respinto. Il dio rimproverò aspramente l'eroe greco per avere osato confrontarsi con i numi.

Diomede e Atena abbattono Ares (1793)
John Flaxman (1755-1826)

Diomede, spaventato, indietreggiò consentendo ad Apollo di mettere definitivamente in salvo Enea; nel frattempo, era sceso nel campo di battaglia a dare il sostegno ai Troiani Ares, il dio della guerra, che ridiede forza e vigore all'esercito dei Teucri.

A questo punto la dea Atena intervenne a rincuorare Diomede, spronandolo a riprendere le armi senza temere gli immortali. Il figlio di Tideo balzò nuovamente sul suo carro da guerra per affrontare i Troiani e subito gli si parò davanti il terribile Ares. Lo scontro tra i due è uno dei momenti più alti della poesia epica, per cui lasciamo la parola ad Omero:

«Quando poi furono a fronte, venutisi incontro, Ares tirò per primo, al di sopra del giogo e delle briglie, con la lancia di bronzo, bramoso di togliergli la vita; ma la dea dagli occhi azzurri, Atena, l'afferrò con la mano e la spinse al di sotto del carro, in modo che cadesse a vuoto. Poi tirò Diomede, possente nel grido di guerra con la lancia di bronzo; l'indirizzò Pallade Atena al basso ventre… dette un ruggito Ares di bronzo, quanto gridano forte nove o diecimila combattenti durante la guerra» (Iliade [V, -]). ①

Dopo il ferimento di Ares, le sorti della battaglia erano tornate decisamente a favore dei Greci; su consiglio del fratello Eleno (che aveva doti divinatorie), Ettore tornò in città invitando la madre Ecuba e tutte le altre matrone a fare offerte agli dèi per scongiurare la sconfitta.

Dopo aver portato a termine la sua missione, Ettore si recò a salutare la moglie Andromaca e il piccolo Astianatte, suo figlio: il colloquio tra moglie e marito è uno dei passi più commoventi di tutto il poema. «Ettore, tu per me sei padre e madre adorata ed anche fratello, e sei il mio splendido sposo: ma allora, su, abbi pietà e resta qui sulla torre, non rendere orfano il figlio, non fare della tua donna una vedova» (Iliade [VI, -])

Prima di tornare a combattere, il primogenito di Priamo incontrò anche il fratello Paride, che dopo essere stato tratto in salvo dalla dea Afrodite si trovava nei suoi appartamenti in compagnia della bella moglie Elena; dopo gli aspri rimproveri di Ettore, che lo accusò di vigliaccheria, Paride si risolse a raggiungere di nuovo il campo di battaglia.

Una volta tornato nella mischia, Ettore sfidò a duello uno dei capi achei: tra gli Elleni venne estratto il nome di Aiace Telamonio, che si preparò quindi a combattere contro il campione dei Teucri. I due tentarono di uccidersi a vicenda a colpi di giavellotto e di spada, in uno scontro aspro che proseguì sino al calare delle tenebre e che venne sospeso solo dall'intervento degli araldi di entrambi gli eserciti. I due guerrieri presero commiato scambiandosi dei doni, mentre i portavoce dei due schieramenti acconsentirono ad una tregua di un giorno per recuperare i corpi dei caduti; i Greci ne approfittarono per costruire un muro difensivo in legno a protezione delle navi.

Traduzione di Giovanni Cerri (Cerri 1996).
Traduzione di Giovanni Cerri (Cerri 1996).

 

.
La ritirata dei Greci
 

opo la breve tregua, la battaglia tra i due eserciti ricominciò con maggior vigore; dall'alto del Monte Olimpo, Zeus impose agli dèi di non intervenire nella guerra e decretò che i Troiani avrebbero avuto i favori della battaglia, sino a quando Achille non avesse ottenuto la giusta riparazione per l'umiliazione subita.

Ettore, quel giorno, fece strage tra gli Achei; tutti i Greci batterono in ritirata incalzati dai Teucri e dai fulmini scagliati da Zeus; il vecchio Nestore, rimasto indietro, stava per essere ucciso ma venne salvato da un tempestivo intervento di Diomede, il solo a non fuggire davanti ai Troiani.

I Greci furono costretti a trovare rifugio all'interno della mura in legno, costruite a difesa delle navi. Al calar della notte, per non perdere il terreno conquistato, i Teucri si accamparono davanti agli Achei.

Agamennone, sconsolato per la cocente sconfitta, provò a riconciliarsi con Achille, offrendo di restituire Briseide assieme ad altri doni; ma il figlio di Peleo, dopo aver ascoltato l'ambasceria, rifiutò sdegnato e annunciò la sua imminente partenza per Ftia.

Nottetempo, Diomede ed Odisseo uscirono per spiare il campo nemico e raccogliere informazioni utili; durante la loro sortita, i due incontrarono Dolone, un araldo dei Troiani che si muoveva tra i caduti per il medesimo scopo. Pur di avere salva la vita, egli tradì i compagni rivelando ai due Achei notizie preziose sull'accampamento troiano, ma Diomede lo uccise per punirlo della delazione. I due greci penetrarono così nel campo dei Traci, facendo strage dei nemici addormentati (tra le vittime anche il loro re, il giovane Reso); Odisseo e Diomede riuscirono infine a raggiungere le loro tende, dopo aver trafugato un carro ed una bellissima pariglia di cavalli traci ①.

Il giorno dopo, i due eserciti attaccarono nuovamente battaglia; nonostante il valore degli Achei, essa si trasformò ben presto in un vero e proprio assedio dei Troiani alle mura dell'accampamento ellenico.

Ettore fece strage di nemici, mentre numerosi duci tra gli Achei (tra cui Diomede, Odisseo, Agamennone e persino il medico Macaone) dovettero abbandonare il campo di battaglia perché gravemente feriti.

I Greci, in particolare i due Aiaci, cercarono in tutti i modi di resistere agli attacchi dei nemici, alla testa dei quali vi erano i Lici guidati dal re Sarpedonte ②; preso un macigno, Ettore lo scagliò contro la porta delle mura dei Greci consentendo ai Troiani di sciamare nel campo avversario.

Dall'Olimpo, la dea Hera architettò un inganno contro Zeus convincendo Hypnos, il Sonno, ad addormentare il sovrano di tutti gli dèi; di ciò approfittò Poseidon, il dio del mare, per dare man forte agli Achei; Aiace Telamonio riuscì così a colpire Ettore, facendolo cadere a terra privo di sensi.

Quando Zeus si accorse dell'inganno, egli intimò a tutti gli dèi di abbandonare la battaglia, minacciando terribili punizioni in caso di disobbedienza. I Troiani si rianimarono e, spinti da Ettore (riavutosi dalla ferita), travolsero i Greci arrivando fino alle loro navi, giungendo persino ad incendiarne una (quella che fu di Protesilao); il solo Aiace Telamonio, armato di una trave, tentò di ergersi a baluardo degli Achei e di respingere i nemici.

A quel punto, Patroclo entrò nella tenda di Achille, scongiurandolo di tornare a combattere per respingere i Troiani; ottenuto un netto rifiuto, egli chiese di poter almeno vestire le armi del figlio di Peleo e di guidare così i Mirmidoni alla riscossa.

Achille acconsentì, ma chiese all'amico di limitarsi ad incutere timore nel nemico e di ricacciare i Troiani dall'accampamento, senza correre rischi eccessivi.

Vestite le splendide armi di Achille, Patroclo si mise alla guida dei Mirmidoni e guidò la riscossa dei Greci; i Teucri, ritenendo che al comando delle truppe scese in battaglia ci fosse il figlio di Peleo, vennero presi da un momento di sconcerto; Patroclo ne approfittò per ricacciare indietro i Troiani, che furono così allontanati definitivamente dall'accampamento acheo.

Contravvenendo alle raccomandazioni di Achille, tuttavia, Patroclo incalzò l'esercito nemico sino alle mura, compiendo molte gesta eroiche e uccidendo, tra gli altri, il re dei Lici Sarpedonte.

Le Moire stavano però già tessendo il destino del migliore amico di Achille: il dio Apollo colpì a tradimento Patroclo, provocandone il momentaneo stordimento, consentendo in tal modo ad Ettore di dargli il colpo di grazia; poco prima di morire, tuttavia, l'agonizzante Patroclo profetizzò ad Ettore la morte imminente per mano di Achille.

Menelao sorregge il corpo di Patroclo (±190 a.C.)
Loggia dei Lanzi, Firenze (Italia)

Si accese quindi un'aspra mischia per impadronirsi del corpo di Patroclo e – soprattutto – delle armi di Achille; Menelao si mise a difesa delle spoglie del compagno, aiutato dai due Aiaci e da Idomeneo.

Nel mentre, Achille venne a sapere della morte dell'amico da Antiloco, figlio di Nestore. Sconvolto dal dolore, egli scoppiò in un pianto disperato, che venne udito dalla madre Teti.

La ninfa subito accorse per cercare di rincuorare il figlio: Achille palesò così alla madre la sua intenzione di tornare a combattere e vendicare la morte dell'amico fraterno. Teti capì in questo modo che si stava avverando la profezia che aveva tentato in tutti i modi di scongiurare.

Achille, a questo punto, uscì dalla tenda e si presentò al margine del fossato che cingeva le mura erette dagli Achei; per tre volte, egli fece riecheggiare il suo grido di battaglia: i Troiani, atterriti, volsero in fuga.

Nel tumulto che ne seguì, Menelao riuscì a trasportare il corpo di Patroclo all'interno del campo greco, mentre le armi furono appannaggio del prode Ettore.

Nel frattempo, Teti si recò da Efesto, il fabbro divino, chiedendogli di forgiare nuove armi per il figlio; il dio si mise subito al lavoro e in breve tempo riuscì a plasmare corazza, elmo, spada e giavellotto, nonché uno splendido scudo d'oro intarsiato.

Achille, dopo aver pianto amaramente il cadavere dell'amico perduto, si affrettò a riconciliarsi con il duce di tutti gli Achei; ispirato dagli dèi, Agamennone chiese pubblicamente il perdono del figlio di Peleo e gli offrì dei doni come riparazione; i Greci si prepararono quindi ad una nuova battaglia.

Questo episodio dell'Iliade (raccontato nel Libro X e secondo alcuni studiosi aggiunto in un momento successivo) ha ispirato a un poeta greco – erroneamente identificato, all'inizio, con Euripide – la tragedia Reso.
Il re dei Lici si era già distinto più volte in battaglia, arrivando ad uccidere il re di Rodi, Tlepolemo.

 

.
Il duello tra Ettore e Achille
 

erribile nelle sue nuove armi, Achille si preparò a salire sul suo carro da guerra, guidato dai due superbi cavalli donati da Poseidon alle nozze di Teti e Peleo, Bàlio e Xanto: ispirato dagli dèi, quest'ultimo acquisì per pochi istanti il dono della parola, rivelando al suo padrone la sua fine imminente.

I Troiani e gli Achei si prepararono così allo scontro; Zeus, avendo adempiuto alla sua promessa nei confronti di Teti, acconsentì che gli dèi intervenissero in battaglia: così Apollo, Artemide, Ares ed Afrodite scesero dall'Olimpo per schierarsi a fianco dei Troiani, mentre Hermes, Atena, Poseidon ed Hera stavano dalla parte dei Greci.

Achille si mise subito alla testa dell'esercito acheo e cominciò a mietere vittime; il figlio di Peleo, dopo aver ucciso molti rampolli della nobiltà troiana, si scagliò contro Enea, ma a salvarlo intervenne Poseidon: pur essendo ostile ai Teucri, infatti, il dio del mare sapeva che il figlio di Anchise era destinato dal Fato a far rinascere la stirpe di Priamo.

Achille, nel frattempo, continuava a seminare terrore tra i nemici, gettando sprezzante i cadaveri nel fiume Scamandro ①; indignato per tanta impudenza, il dio del fiume intimò al figlio di Peleo di continuare la strage altrove, poiché le sue acque erano già intrise di sangue; Achille non diede ascolto alla divinità fluviale, che gli scatenò contro la sua potenza; Achille stava per rischiare una fine ingloriosa ma venne in suo aiuto il dio Efesto, che placò la furia dello Scamandro con una tempesta di fuoco.

Achille proseguì così la sua strage di nemici, ma venne ingannato dal dio Apollo che, prese le sembianze di un guerriero troiano in fuga, si fece inseguire lontano dalle mura consentendo ai Teucri di riparare all'interno della città. Il solo Ettore, ormai, si ergeva come baluardo dell'esercito troiano davanti alle Porte Scee.

Quando scoprì l'inganno del dio, Achille scorse la figura del figlio di Priamo e, colto da una rabbia furiosa, puntò deciso verso di lui: preso dal panico, Ettore si diede alla fuga e per tre volte fece il giro della mura incalzato dal figlio di Peleo sino a quando Atena, sotto le mentite spoglie di Deifobo (fratello dello stesso Ettore), non persuase l'eroe troiano ad affrontare il nemico.

Ettore si preparò al duello proponendo ad Achille un giuramento; il vincitore avrebbe reso in ogni caso alla famiglia il cadavere dello sconfitto: il figlio di Peleo rifiutò.

Achille scagliò quindi l'asta contro Ettore, che schivò il colpo; il figlio di Priamo allora prese il suo giavellotto e provò a ferire l'avversario, ma l'asta centrò in pieno lo scudo forgiato da Efesto.

Ettore, a quel punto, cercò sostegno nel fratello Deifobo ma troppo tardi comprese che l'immagine che gli si era parata davanti un istante prima era solo un inganno degli dèi; l'eroe troiano capì che per lui non vi era più speranza ed esclamò: — So che è giunta la fine, ma non mi ritirerò! Lotterò fino all'ultimo perché io possa morire gloriosamente così che i miei posteri mi possano stimare.

I due guerrieri estrassero così le spade acuminate; Achille partì per primo all'attacco, con il cuore carico di collera; la spada del figlio di Peleo risplendeva nella sua mano destra.

Le armi bronzee ricoprivano tutto il corpo di Ettore, ma vi era una parte scoperta, nella fessura tra il collo e la spalla: Achille lo colpì proprio nell'unico punto debole ed Ettore si accasciò a terra. Il figlio di Peleo esclamò furente: — Mentre spogliavi Patroclo delle sue armi credevi forse di sfuggirmi. Ora cani e uccelli ti sbraneranno.

Il duello tra Ettore e Achille

Senza più forze, Ettore implorò il nemico: — Ti prego per la tua vita, per le ginocchia, per i tuoi genitori, non lasciare che venga sbranato dai cani degli Achei, ma accetta oro e bronzo senza fine, i doni che ti verranno dati da mio padre e dalla mia nobile madre: rendi il mio corpo alla mia patria, perché possa ricevere gli onori della sepoltura.

Al netto rifiuto di Achille, il figlio di Priamo poco prima di spirare sussurrò: — Bada che la mia morte non ti porti l'odio degli dèi quel giorno che Paride, guidato da Apollo, ti ucciderà sopra le porte Scee. ②

Il figlio di Peleo fece scempio del cadavere di Ettore: dopo avergli forato i tendini dietro ai due piedi dalla caviglia al tallone, ci passò due cinghie e lo legò al cocchio; balzato sul carro, lo trascinò nella polvere senza alcuna pietà.

Dall'alto delle mura, i genitori Priamo ed Ecuba scoppiarono in lacrime disperati, mentre la moglie Andromaca svenne per il dolore.

Dopo i solenni funerali di Patroclo, Achille organizzò dei giochi funebri in onore dell'amico; gli eroi Greci si sfidarono nella lotta, nella corsa, nel lancio del giavellotto, nel pancrazio ③ e nella corsa con i carri.

Nel frattempo tutti i numi dell'Olimpo, mossi a compassione per la morte di Ettore, decretarono che il suo corpo dovesse essere restituito ai familiari.

Ispirato dagli dèi, il re Priamo si mise in cammino verso l'accampamento dei Greci, sotto la protezione del dio Hermes. Non appena giunto nella a tenda di Achille, il re si prostrò ai suoi piedi, implorandolo di rendergli le spoglie del figlio.

Impietosito dalle lacrime del vecchio sovrano, il figlio di Peleo acconsentì alla restituzione del corpo di Ettore e a concedere un periodo di tregua di dodici giorni per rendere le onoranze funebri all'eroe troiano.

Con i funerali di Ettore e i pianti di Andromaca, Ecuba ed Elena si chiude l'Iliade di Omero.

Lo Scamandro (o Xanto) era – assieme al Simoenta – uno dei due fiumi che scorrevano presso la pianura di Troia.
Omero non lo dice espressamente, ma nella mitologia i morituri acquisivano, sia pure per pochi istanti, il dono della profezia.
Il pancrazio era una antica forma di pugilato.

 

.
La morte di Achille
 

nche dopo la morte del suo condottiero più valoroso, Troia resisteva ancora e sempre agli assedianti.

Si racconta che, in quel periodo, giunse in aiuto dei Teucri la regina delle Amazzoni, la valorosa Pentesilea, figlia di Ares.

Le Amazzoni erano una famosa stirpe guerriera, il cui temibile esercito era composto di sole donne; la bella regina seminò morte e distruzione tra le fila dei Greci, arrivando ad uccidere anche Podarce di Filache, il medico Macaone e, secondo alcune fonti, anche il re di Atene Menesteo.

Ad affrontare la terribile regina delle Amazzoni fu, ancora una volta, il valoroso figlio di Peleo che, al termine di un epico scontro, la uccise e la spogliò delle sue armi.

Achille uccide Pentesilea (±525 a.C.)
British Museum, Londra (Regno Unito)

Fu solo quando Achille tolse l'elmo al nemico ucciso che egli realizzò che il suo avversario era una donna e, per giunta, dalla bellezza incomparabile.

Il figlio di Peleo si innamorò perdutamente della regina delle Amazzoni e, commosso, pianse calde lacrime sulla salma dell'avversario ucciso.

Il vile e subdolo Tersite, giunto nei pressi, derise Achille per quelle manifestazioni di tenerezza che a lui apparivano sciocche ed inutili; per sfregio, egli cavò gli occhi di Pentesilea. Il vilipendio del cadavere della valorosa guerriera costò la vita al meschino Tersite, che venne ucciso da un micidiale pugno di Achille, irritato da una tale bassezza d'animo.

Anche Memnone, re dell'Etiopia e nipote di Priamo (era infatti figlio di Titone e di Eos, la dea dell'aurora «dalle dita rosate», come dice Omero) venne col suo esercito ad aiutare lo zio. Egli giunse nella Troade portando con sé un esercito formato da etiopi e indiani e indossando una corazza forgiata da Efesto, proprio come Achille.

Nella prima battaglia che seguì al suo arrivo, Memnone uccise Antiloco, figlio di Nestore, che si fece colpire per salvare il padre.

Ad affrontare il re etiope fu ancora una volta il prode figlio di Peleo, che sfidò il nuovo alleato dei Teucri; come aveva già fatto al tempo del duello tra Ettore ed Achille, Zeus posò sui piatti della sua bilancia d'oro il destino dei due eroi; il Fato si pronunciò a favore dell'eroe acheo, che uccise l'avversario ed inseguì i Troiani sino alle mura della città. Gli dèi, a questo punto, disgustati dagli orribili massacri compiuti dal figlio di Peleo, decisero che fosse giunta l'ultima ora anche per Achille. Come Ettore aveva previsto in punto di morte, infatti, egli venne ucciso da una freccia scagliata dall'imbelle Paride e guidata dal dio Apollo.

Dopo la morte di Achille, si scatenò una furiosa battaglia per recuperare il corpo e le armi dell'eroe, che terminò solo con l'intervento di Zeus in persona, il padre di tutti gli dèi. Solo a questo punto Aiace Telamonio e Odisseo riuscirono a trasportare via la salma e le sue favolose armi.

La madre Teti stabilì a questo punto che l'armatura di Achille venisse destinata al guerriero più valoroso tra i Greci: il grande Aiace si fece avanti, ritenendo – forse non a torto – di essere il più forte degli Elleni, dopo Achille.

Lo scaltro Odisseo, tuttavia, grazie alla sua parlantina riuscì ad irretire tutti gli altri duci achei e a farsi assegnare le armi.

Umiliato e furente, Aiace Telamonio impazzì per il dolore: sguainata la spada, egli cercò di scagliarsi contro i suoi compagni, che gli avevano negato le armi forgiate da Efesto. La dea Atena, tuttavia, gli offuscò totalmente il senno, ragion per cui il figlio di Telamone sfogò la sua rabbia contro un gregge di pecore: nella sua furia, egli fece a pezzi due arieti ritenendo che fossero i due Atridi, Agamennone e Menelao.

All'alba, l'eroe greco rinsavì ma, accortosi di quanto accaduto, ritenendo di essere stato motivo di scherno per i Greci durante la sua follia, si tolse la vita con la spada che gli aveva donato Ettore.

Il fratello Teucro chiese allora di poter dare gli onori della sepoltura al corpo di Aiace il Grande, ma Agamennone si oppose fermamente poiché il figlio di Telamone, poco prima di morire, si era comportato come un nemico degli Achei in quanto aveva rivolto la spada contro gli armenti nella convinzione di uccidere i guerrieri greci.

Alla fine, fu Odisseo a risolvere la contesa, imponendo agli Elleni di concedere a Teucro di seppellire il fratello con i rituali funebri prescritti. ①

Secondo una tradizione, ripresa dal Foscolo, il figlio di Laerte non poté comunque gloriarsi a lungo delle armi di Achille; alla fine della guerra, infatti, una tempesta suscitata dagli dèi dell'oltretomba le strappò alla nave di Odisseo portandole sulla tomba dell'eroe suicida:

Né senno astuto, né favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagli inferni Dèi.
                                          
I sepolcri [-]

Quando, nel corso delle sue peripezie per ritornare in patria, Odisseo giunse nel regno dei morti[36], egli incontrò l'ombra del figlio di Telamone ancora corrucciato e provò a rivolgergli la parola: «Aiace, neppure da morto dovevi scordare la collera contro di me per quelle armi maledette? A rovina degli Argivi le posero là gli dèi; peristi tu, così forte baluardo per loro. E ci rattristammo continuamente, noi Achei, per la tua scomparsa, come per la sorte del Pelide Achille. Vieni avanti, sovrano, ascolta le mie ragioni: frena il tuo impulso e l'animo superbo».

Ma l'ombra di Aiace non rispose e si allontanò tra le altre anime giù nell'Erebo.

Il suicidio e la sepoltura di Aiace Telamonio ispirarono a Sofocle la tragedia Aiace.

 

.
La profezia di Eleno
 

el decimo anno di guerra Calcante rivelò che l'unica persona in grado di profetizzare come espugnare Troia era Eleno, figlio di Priamo e dotato del dono della preveggenza.

Odisseo tese quindi un'imboscata all'indovino e lo catturò, costringendolo a rivelare tutto quello che il figlio di Priamo conosceva sulle sorti della sua città.

Secondo la profezia, quattro erano le condizioni che dovevano avverarsi perché Troia crollasse: innanzi tutto, era necessario portare in guerra Neottolemo, il figlio di Achille e di Deidamia; in secondo luogo, era indispensabile riportare nell'esercito acheo l'arco e le frecce di Eracle (conservate da Filottete, abbandonato nell'isola di Lemno); i Greci, inoltre, per vincere la guerra avrebbero dovuto ritrovare le ossa di Pelope e trafugare dal tempio troiano di Atena il Palladio, una statua dedicata alla dea.

Odisseo venne quindi condotto a Sciro, presso il re Licomede, per persuadere il figlio di Achille a unirsi alla spedizione degli Achei; Neottolemo seguì senza indugio il principe di Itaca e, nonostante la giovane età, divenne ben presto uno dei condottieri più audaci di tutto l'esercito ellenico e una delle voci più autorevoli durante le assemblee dei duci achei; egli uccise, tra gli altri, Euripilo, figlio di Telefo re della Misia, che era giunto a sostegno dei Troiani.

Odisseo e Neottolemo si recarono quindi nell'isola di Lemno a recuperare Filottete ①; per ovvi motivi, l'arciere della Tessaglia, dopo dieci anni di esilio in un'isola deserta, non aveva alcuna intenzione di unirsi nuovamente alla spedizione degli Achei.

Al contrario, egli scagliò tutta la sua rabbia nei confronti di Odisseo, che riteneva (non a torto) il principale responsabile del suo abbandono: Filottete stava per scoccare un freccia in direzione del suo mortale nemico, quando un nuovo attacco epilettico causatogli dalla ferita lo fece stramazzare al suolo, svenuto.

I Greci volevano impossessarsi delle armi di Eracle mentre il figlio di Peante giaceva privo di sensi, ma Neottolemo oppose un orgoglioso rifiuto; colpito dalla lealtà del figlio di Achille e persuaso che il suo destino e le sue sventure facessero parte di un disegno divino, Filottete si rassegnò a seguire gli Achei a Troia.

Tornato sul campo di battaglia, Filottete riprese il comando delle sue truppe (Medonte, il fratellastro di Aiace Oileo che era stato nominato duce in sua assenza, era stato ucciso da Enea); grazie alle cure dei medici, la sua ferita guarì del tutto consentendogli di combattere di nuovo: con le sue frecce invincibili, egli giunse ad uccidere Paride, vendicando in questo modo la morte di Achille.

Narrano le leggende, a questo punto, che Elena decise di riprendere marito e che la sua scelta ricadde su Deifobo, un altro dei figli di Priamo ②.

In seguito, gli Achei riuscirono a recuperare l'osso della spalla di Pelope nella città di Pisa, in Elide, e a condurlo presso l'accampamento greco.

Travestito da mendicante, Odisseo penetrò quindi all'interno della città di Troia per scoprire dove fosse nascosta la statua del Palladio; in quella occasione, egli venne riconosciuto da Elena, che non lo denunciò ai Teucri: forse venne ingannata dalle lacrime ipocrite di Odisseo, forse ella presagì la imminente caduta della città e preferì crearsi dei nuovi alleati. Fatto sta che, grazie alle informazioni apprese dal sovrano di Itaca, quest'ultimo e Diomede riuscirono in seguito a trafugare il Palladio.

Neppure adempiendo alla profezia di Eleno, tuttavia, i Greci riuscirono ad espugnare la rocca di Ilio.

Omero, Odissea [XI, -].
Secondo un'altra versione del mito, Eleno – furioso per non essere stato prescelto come marito di Elena – si ritirò nelle montagne circostanti e lì venne catturato dai Greci, rivelando come conquistare Troia. La necessità delle armi di Eracle, in questa variante, venne profetizzata da Calcante e a recarsi a Lemno furono Odisseo e Diomede (Neottolemo sarebbe subentrato tempo dopo).

 

.
L'Ilíou Pérsis
 

lla fine, non con la forza ma con l'inganno venne conquistata la città di Troia ①; l'astuzia di Odisseo fu, ancora una volta, decisiva.

Il re di Itaca escogitò uno stratagemma destinato a divenire proverbiale: il famoso «cavallo di Troia».

Su consiglio del prudente figlio di Laerte, venne costruito da Epeo (ispirato dalla dea Atena) un gigantesco cavallo di legno (animale sacro ai Troiani), con un'enorme cavità all'interno e una scritta votiva: «I Greci dedicano questa offerta di ringraziamento ad Atena per un buon ritorno».

All'interno della cavità si nascosero alcuni tra i migliori uomini tra gli Achei; il resto dell'esercito abbandonò invece il campo e si diresse con tutta la flotta nella vicina isola di Tenedo.

All'alba del nuovo giorno, quando i Troiani videro che il nemico aveva levato le tende vi furono scene di giubilo: la guerra sembrava ormai finita e la città appariva salva, dopo anni di assedio.

La vista del cavallo di legno turbò non poche persone: secondo i più, si trattava di una offerta votiva agli dèi; altri, invece, ritenevano che la statua costituisse una minaccia e pertanto andava distrutta o bruciata.

Cavallo di Troia (±670 a.C.)

Un prigioniero acheo, Sinone, venne catturato sulla costa ed interrogato: egli disse che era fuggito dall'esercito dei Greci perché questi volevano sacrificarlo per ingraziarsi gli dèi in vista del viaggio di ritorno (in realtà, era una spia abilmente addestrata da Odisseo).

Quando i Troiani gli chiesero a che scopo fosse stato costruito il cavallo di legno, egli rispose che si trattava di una offerta dedicata alla dea Atena e che sarebbe stato blasfemo distruggere un oggetto così sacro.

A quel punto, la folla si stava ormai persuadendo a trascinare il cavallo nella città, malgrado alcuni tra i Troiani fossero di diverso avviso.

Tra i più accaniti sostenitori della pericolosità del cavallo di legno vi erano la profetessa Cassandra e il sacerdote Laocoonte, figlio di Antenore (famoso il suo Timeo Danaos et dona ferentes, che può essere così tradotto: «Temo gli Achei anche se portano doni»); egli arrivò addirittura a scagliare una lancia contro il ventre cavo della statua, per dimostrare che poteva nascondere un'insidia.

Cassandra non venne però creduta, a causa della maledizione di Apollo; Laocoonte venne invece punito dal dio Poseidon (che, come noto, parteggiava per i Greci), il quale fece emergere dalle acque due enormi serpenti marini che divorarono il sacerdote e i suoi due figli.

I Troiani decisero allora di portare in città il cavallo ②, abbattendo una parte delle mura per farlo entrare, e passarono tutta la notte festeggiando la fine della guerra.

Sinone, che era stato accolto dai Teucri come un fratello, diede il segnale alla flotta, ferma a Tenedo, e fece uscire dal cavallo i soldati che erano nascosti all'interno. Questi uccisero le sentinelle e aprirono le porte della città, consentendo al resto dell'esercito acheo di entrare in città.

Gruppo del Laocoonte (I Sec. a.C.)
Musei Vaticani, Roma Italia)

Gli Elleni iniziarono quindi a saccheggiare la città e a massacrarne gli abitanti, in gran parte ancora addormentati.

I Troiani si riebbero ben presto e, alimentati dalla disperazione, organizzarono un contrattacco, lottando strenuamente o lanciando oggetti sulle teste dei nemici che passavano.

Ne seguì una lotta senza quartiere in ogni vicolo, in cui i Teucri resistettero sino alla fine. Ma il destino della città era ormai segnato dal momento in cui i Greci erano riusciti a penetrare all'interno delle mura.

Gli Achei diedero alle fiamme Troia e si dimostrarono spietati nella strage dei nemici. A mettersi particolarmente in luce fu Neottolemo, il figlio di Achille; del giovane leale e coraggioso che non aveva osato rubare le armi di Eracle a Filottete era rimasto ben poco: ormai esisteva solo un guerriero crudele e assetato di sangue; egli uccise senza pietà Polite, il più giovane dei figli di Priamo, e lo stesso re di Troia, che aveva trovato rifugio nell'altare di Zeus del proprio palazzo.

Menelao uccise Deifobo, marito di Elena dopo la morte di Paride, mentre questi dormiva e avrebbe anche ucciso Elena se non fosse rimasto abbagliato dalla sua bellezza; gettò così la spada e la riportò sulla sua nave.

Aiace Oileo stuprò Cassandra sull'altare di Atena mentre la sventurata si aggrappava alla statua della dea, provocando il disgusto dei suoi stessi compagni e l'ira dei numi.

Il giorno dopo, della fiorente città di Troia rimaneva solo un cumulo di ceneri e macerie ③; gli Achei si divisero il bottino: l'infelice Cassandra venne fatta schiava dal re Agamennone, mentre la regina Ecuba fu destinata a far parte della servitù di Odisseo; la vedova di Ettore, Andromaca, venne invece assegnata a Neottolemo.

Alle donne troiane non venne risparmiato neppure l'ultimo strazio; la giovane Polissena, una delle ultime figlie di Priamo, venne sacrificata sulla tomba di Achille, mentre il piccolo Astianatte, figlio di Ettore, venne ucciso nel modo più barbaro e crudele che si potesse concepire nei confronti di un infante: Neottolemo lo gettò infatti dalle mura di Troia provocandone così la morte ④.

Gli Achei si prepararono quindi a raggiungere la patria lontana; ma gli dèi non avrebbero dimenticato tanto presto l'orrore dei saccheggi e le crudeltà gratuite…

Il sacco di Troia, narrato nel poema La distruzione di Troia (in greco Ilíou pérsis, attribuito a tale Arctino), andato oggi perduto, viene ampiamente descritto nel Libro II dell'Eneide di Virgilio.
Alcuni pensano che il cavallo di Troia rappresenti in realtà un terremoto che indebolì le mura, permettendo ai Greci di poterle sfondare (tale fenomeno è confermato anche dagli studi archeologici). Altri ritengono che il cavallo fosse un pezzo di un apparato di assedio.
Questi eventi sono oggetto di un'altra famosa tragedia di Euripide, Le Troiane.
Secondo l'Orlando innamorato [III, 5] di Matteo Maria Boiardo, Andromaca avrebbe sostituito Astianatte con un altro bambino che fu ucciso al posto suo, lasciando il vero figlio nascosto in un bosco. Successivamente Astianatte sarebbe stato portato in Sicilia; dalla sua stirpe nacque il famoso cavaliere Ruggero, capostipite della famiglia degli Estensi, i duchi di Ferrara.

III
I NÓSTOI



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Il ritorno in patria degli Achei
 

'epopea dei Nóstoi (vale a dire i «Ritorni», dal nome di un poema facente parte del Ciclo Troiano, attribuito a tale Agoa di Trezene e andato ormai perduto) è, per certi versi, affascinante tanto quanto le leggende dedicate alla guerra.

Gli dèi dell'Olimpo, adirati per gli eccessi e gli atti sacrileghi cui si erano lasciati andare gli Achei durante il sacco di Troia (non ultima, la distruzione di tutti i templi dedicati alle divinità), decisero che gli Elleni non sarebbero tornati in patria se non a prezzo di lunghe peripezie ①.

La flotta degli Achei venne travolta da un terribile temporale nelle vicinanze di Tenedo. Nauplio, padre di Palamede, desideroso di vendetta per l'ignominiosa morte del figlio, fece collocare dei fuochi luminosi in cima al capo Capareo, ingannando i nocchieri delle navi (che ritennero il luogo un porto sicuro per un tranquillo approdo).

In realtà, la zona era tristemente famosa a causa del fondale roccioso: gli Elleni cercarono tutti riparo nella baia, ma questa manovra avventata causò il naufragio di molte delle navi della flotta achea. Palamede era stato così vendicato.

A seguito di quella sventura, i comandanti greci si divisero cercando ognuno di raggiungere per proprio conto la patria lontana.

Nestore di Pilo, che aveva dimostrato una condotta integerrima durante la guerra e non si era lasciato andare ad eccessi sotto le mura di Troia (né prese parte al saccheggio), fu l'unico eroe ad avere un ritorno veloce e indolore; il sovrano fece ritorno nell'Elide sano e salvo e regnò ancora per molti anni; nessuno, tuttavia, poté consolarlo per la morte del figlio Antiloco, caduto a Troia per mano di Memnone, re d'Etiopia.

Aiace Oileo, che più di ogni altro aveva causato l'ira degli dèi a causa dello stupro di Cassandra, non tornò mai più in patria; la sua nave fu infatti ridotta a pezzi a causa di una terribile tempesta (scatenata, pare, su richiesta della dea Atena, che non aveva perdonato al capo acheo le violenze nei confronti della figlia di Priamo, avvenute all'interno del suo tempio).

Poseidon ebbe pietà di lui e gli consentì di raggiungere la salvezza facendolo approdare su uno scoglio; il condottiero della Locride, tuttavia, fu talmente impudente da gridare al cielo che sarebbe stato capace di salvarsi da solo, anche senza l'aiuto degli immortali. Il dio del mare, sdegnato, fece sprofondare lo scoglio con un colpo del suo tridente e così Aiace Oileo annegò miseramente.

Teucro, figlio di Telamone e fratello del grande Aiace Telamonio (morto suicida a causa dell'umiliazione subita a causa della mancata assegnazione delle armi di Achille), giunse in patria ma venne esiliato dal padre per non aver saputo difendere o vendicare il fratello maggiore.

Teucro non si perse d'animo e, con i suoi compagni, salpò alla volta dell'isola di Cipro, dove fondò una nuova città cui dette il nome di Salamina, in onore della terra natia.

L'audace e valoroso Diomede giunse, dopo un temporale, in terra di Licia e poi in Attica prima di raggiungere Argo, dove trovò la moglie Egialea nel pieno di un adulterio (secondo altre versioni, ella cercò addirittura di ucciderlo in più di un'occasione). Disgustato, egli partì per l'Etolia e, in seguito, raggiunse l'Italia Meridionale dove fondò diverse città tra cui Brindisi e Benevento.

Chiamato in seguito dalle popolazioni italiche a prendere le armi contro Enea, che pure era giunto in Italia con i Troiani superstiti, egli si rifiutò di dichiarare guerra al vecchio nemico, avendo già sperimentato gli orrori della guerra e il valore dell'avversario.

Filottete riuscì a raggiungere sano e salvo la sua patria (la penisola di Magnesia), ma in seguito ne venne scacciato a causa di una sedizione; egli riparò in Italia dove fondò diverse città fra cui Crotone. Si narra che egli fece costruire un tempio dedicato ad Apollo in Lucania, cui offrì in sacrificò le armi di Eracle.

Idomeneo, re di Creta, riuscì a tornare nella sua isola; secondo una tradizione, tuttavia, la sua flotta venne colpita da una tempesta durante il viaggio di ritorno, per cui egli promise a Poseidon di sacrificargli il primo essere vivente che avesse visto dopo essere sbarcato se il dio del mare gli avesse concesso la salvezza.

Il caso volle che la prima persona a venirgli incontro al momento dell'approdo fosse suo figlio; il re di Creta non se la sentì di celebrare il sacrificio e gli dèi, adirati, mandarono una pestilenza che devastò tutti gli abitanti dell'isola. Quando gli oracoli rivelarono la vera causa dell'epidemia, Idomeneo fu mandato in esilio dapprima in Italia e poi in Asia minore, dove morì.

Nessuna notizia certa, invece, si ha riguardo al re di Atene, Menesteo; secondo alcune fonti, egli fu ucciso da Pentesilea mentre altri riferiscono che sarebbe sopravvissuto alla guerra tornando poi in patria; di certo c'è soltanto che a regnare sulla città durante le scorrerie dei Dori (che avvennero almeno una generazione dopo) vi era un tale Codro, che si immolò in prima persona per salvare la città dall'invasione; non è possibile tuttavia accertare l'esistenza di legami di parentela tra i due sovrani.

Fra i re minori sopravissuti alla guerra furono ben pochi a raggiungere le proprie terre, fatta forse eccezione per Toante, che ritornò in Etolia anche se a seguito di un lungo viaggio.

Il profeta Calcante, invece, si mosse via terra e giunse a Colofone (in Asia Minore), dove venne sfidato in una gara di divinazione dal veggente Mopso; essendo stato sconfitto, per l'umiliazione egli preferì suicidarsi.

Diverso discorso va fatto per il casato di Atreo, le vicende dei quali ispireranno poeti e tragici di molte generazioni.

Secondo quanto ci riferisce Omero nell'Odissea, Menelao e la sua flotta patirono molte peripezie prima di giungere dapprima a Creta e poi in Egitto: solamente cinque delle sue navi sopravvissero alla furia degli elementi.

In Egitto, tuttavia, le navi non riuscirono a ripartire a causa della totale assenza di venti. Menelao decise quindi di chiedere consiglio a Proteo, una antica divinità marina dotata del dono della profezia (nonché del potere di trasformarsi in qualsiasi essere vivente).

Il vecchio dio del mare rivelò a Menelao la rotta giusta per ritornare in patria e quali sacrifici celebrare per avere il favore degli dèi nel viaggio di ritorno.

Va ricordato che, secondo una tradizione posteriore ad Omero ②, la vera Elena sarebbe rimasta sempre in Egitto, fedele al marito, mentre Paride avrebbe portato con sé un semplice simulacro della donna, fatta della stessa materia delle nuvole. Quando il re di Sparta approdò nei lidi africani, egli avrebbe ritrovato e riconosciuto la sua vera moglie, riconciliandosi definitivamente con lei; il falso sembiante che il figlio di Atreo aveva portato con sé da Troia si volatilizzò del tutto.

Menelao ed Elena ritornarono infine in Laconia dopo ben otto anni dalla fine della guerra di Troia, dove poterono trascorrere una vecchiaia serena.

Nell'Odissea si narra che Telemaco, figlio di Odisseo, si recò proprio a Sparta per avere notizie del padre e che, in tale occasione, Menelao rassicurò il principe di Itaca sulla sorte del padre; il vecchio Proteo, infatti, gli aveva rivelato che anche Odisseo sarebbe tornato in patria, anche se a seguito di un lungo e periglioso viaggio (di cui parleremo più diffusamente nel capitolo 2).

Ben diversa fu invece la sorte del maggiore degli Atridi, Agamennone, il quale ritornò i Grecia con tutti gli onori portando con sé un cospicuo bottino di guerra (tra cui la profetessa Cassandra, di cui il re di Micene si era invaghito facendone la sua concubina).

Sua moglie Clitennestra, come noto, durante l'assenza del marito si era unita ad Egisto, cugino di Agamennone, governando la città con il suo ausilio.

Probabilmente ancora adirata per il sacrificio di Ifigenia, la figlia di Tindaro venne istigata dall'amante a togliere di mezzo lo scomodo sovrano. Cassandra presagì il futuro delitto e tentò di avvertire il suo padrone e gli anziani di Micene; la maledizione che su di lei incombeva fece sì che ancora una volta nessuno volle ascoltarla.

Clitennestra esita prima di uccidere Agamennone addormentato (1817)
Pierre-Narcisse Guérin (1774-1833)

Agamennone venne così ucciso a tradimento, mentre faceva il bagno, insieme alla infelice Cassandra. Clitennestra ed Egisto governarono da allora l'Argolide con giustizia, ma la popolazione non riuscì mai ad amare due sovrani che si erano macchiati di un tale atroce delitto.

La giovane figlia del re Agamennone, Elettra, per evitare che l'ira di Egisto si accanì anche nei confronti dei discendenti del defunto re di Micene e riuscì a nascondere l'unico erede maschio, Oreste, presso il re Strofio nella Focide.

Diventato adulto, il giovane Oreste si recò all'oracolo di Delfi per conoscere il suo destino; per bocca del dio, la Pizia gli ordinò di tornare in Argolide per vendicare la morte del re suo padre. Egli tornò quindi a Micene assieme all'amico del cuore Pilade, figlio di Strofio, e si rivelò alla sorella Elettra, che per anni era vissuta ai margini della vita di corte in attesa del ritorno del fratello minore. Insieme essi cospirarono per vendicare la morte di Agamennone: Oreste trucidò Egisto e la madre Clitennestra, diventando così il nuovo re di Micene ③.

Anche se il matricidio gli era stato comunque imposto dall'oracolo, per il suo delitto Oreste venne tormentato per anni dalle terribili Erinni, mostruosi esseri alati che perseguitano quanti si rendono colpevoli dei crimini più efferati: quelli tra consanguinei.

Perché la Moira inflessibile
ci filò questa sorte per sempre:
chi dei mortali incorra
in furore di strage consanguinea,
incalzarlo finché non scenda sotterra.
E neppure morto
sarà libero del tutto.
                                          Eschilo,
Le Eumenidi [Stasimo I, Antistrofe I]

Ovunque andasse, il figlio di Agamennone era sempre accompagnato dalla macabra danza delle repellenti creature.

Mi scelsi lo sterminio delle case
quando nella pace domestica
Ares abbatte un parente.
Di lui, oh, allora balziamo in traccia,
e per vigoroso che sia, ugualmente
lo anneghiamo sotto nuovo sangue.
                                          Eschilo,
Le Eumenidi [Stasimo I, Antistrofe II].

Sulla pazzia di Oreste esistono numerose versioni: secondo la tradizione ripresa da Euripide, Apollo predisse che per trovare pace il nuovo re dell'Argolide avrebbe dovuto trafugare una statua lignea consacrata ad Artemide nella Tauride (l'odierna Crimea); qui, egli incontrò la sorella Ifigenia, che salvò il fratello e l'amico Pilade da morte certa (nella Tauride, gli stranieri venivano catturati e sacrificati agli dèi) e lo aiutò ad appropriarsi della preziosa statua; in tal modo Oreste riconquistò finalmente il senno perduto.

Secondo Eschilo, invece, ascoltando i vaticini del dio Apollo l'infelice Oreste si sarebbe recato nella città di Atene, dove gli anziani giudicarono del suo crimine nell'antico tribunale dell'Aeropago.

Apollo ebbe il ruolo di difensore di Oreste mentre le Erinni quello delle accusatrici. Nel processo le parti sostennero con fermezza le rispettive ragioni: le Erinni, in quanto divinità più arcane, difendevano le antiche leggi tribali che consideravano più sacri i legami di sangue, ragion per cui il figlio di Agamennone doveva essere condannato in quanto omicida di un consanguineo (la madre, appunto).

Apollo, nume della nuova generazione, perorava le nuove leggi delle divinità olimpiche così come erano state consacrate nelle poleis greche; sotto questo profilo, il matrimonio era altrettanto sacro del vincolo di sangue e di conseguenza il delitto di Clitennestra (che aveva ucciso il marito) era altrettanto grave del matricidio; Oreste non poteva quindi essere considerato colpevole in quanto aveva vendicato la morte del padre, obbedendo all'oracolo di Delfi.

A seguito della discussione i voti della giuria furono pari; con il suo voto, Atena (chiamata ad esprimersi in quanto presidente dell'Areopago) dichiarò Oreste innocente.

Le Erinni si tramutarono così nelle Eumenidi (le «Benevole») e non tormentarono più l'ultimo discendente degli Atridi; questi poté finalmente ricoprire il suo ruolo di sovrano di Micene, Argo e Tirinto (alla morte di Menelao, egli ereditò anche il trono di Sparta).

Neottolemo, il figlio di Achille, fu l'unico ad affrontare il viaggio di ritorno sulla terraferma portando con sé i propri uomini, il proprio bottino e i propri schiavi (tra cui l'indovino Eleno e la vedova di Ettore, Andromaca, che divenne sua concubina).

Giunto in patria, egli conquistò l'Epiro e, alla morte del nonno Peleo, ereditò il trono di Ftia.

Il figlio di Achille volle a questo punto prendere moglie e chiese la mano dell'unica figlia di Elena e Menelao, Ermione.

I re di Sparta acconsentirono a queste nozze, anche se la bella Ermione era stata già promessa in precedenza al cugino Oreste (il quale, all'epoca, era ancora in preda alla follia a causa della persecuzione delle Erinni).

Non ancora rinsavito, il figlio di Agamennone incontrò il rivale Neottolemo presso l'oracolo di Delfi e qui lo colse di sorpresa uccidendolo senza pietà: «Né pietà alcuna meritava il tristo figlio di Achille; per mano di Oreste lo colpiva la giustizia degli dèi e quella del Fato, al quale neppure gli dèi possono sottrarsi» ④.

Dopo la morte di Neottolemo, il regno dell'Epiro passò ad Eleno, il quale sposò Andromaca e fondò una nuova città (Butroto, oggi Butrinto), dove accolsero i rifugiati troiani. Per loro, la vita riservava quanto meno una vecchiaia serena, nella malinconia e nel ricordo dei cari ormai perduti.

Abbiamo comunque già visto che alcuni tra i più famosi guerrieri Greci (Achille, Aiace Telamonio, Antiloco, Macaone, Medonte, Palamede, Patroclo, Podarce, Protesilao e Tlepolemo) erano periti durante la guerra.
Tale tradizione è ripresa nella tragedia Elena di Euripide.
La saga di Agamennone e dei suoi discendenti è stata raccontata, sia pure in modo diverso, da tutti e tre i grandi tragici della letteratura greca; si leggano, al riguardo, la trilogia dell'Orestea di Eschilo (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi), la tragedia Elettra di Sofocle e le altrettanto famose Oreste ed Elettra di Euripide.
Il destino di Andromaca, Oreste e Nettolemo sono narrati anche nella tragedia Andromaca di Euripide. Cfr. (Morpurgo 1953).

 

.
L'Odissea
 

l viaggio di ritorno di Odisseo, che trascorse dieci anni prima di poter raggiungere la propria patria, è l'argomento dell'Odissea, il secondo grande poema epico attribuito ad Omero; numerosi, tuttavia, sono gli autori successivi ① che si sono occupati del carattere e delle imprese dell'eroe natio di Itaca.

Dopo il sacco di Troia, il figlio di Laerte e i suoi compagni partirono con una flotta di dodici navi cariche di bottino per raggiungere l'isola di Itaca.

Essi giunsero quindi ad Ismaro, nel paese dei Ciconi (una regione della Tracia); poiché essi erano stati alleati dei Teucri durante la guerra, Odisseo decise di mettere a ferro e a fuoco la città.

Gli Achei depredarono tutta la regione, prendendo donne e ricchezze in abbondanza; essi tuttavia si attardarono troppo nei saccheggi e diedero il tempo al nemico di riorganizzarsi; i Ciconi tornarono alla riscossa e ricacciarono indietro i Greci: ben sei compagni per ogni nave non fecero più ritorno e caddero sul campo di battaglia.

Avviliti per le perdite subite, Odisseo e i suoi guerrieri ripresero il mare in direzione sud e giunsero sino a Capo Malea, dove avrebbero potuto completare la circumnavigazione della penisola ellenica e spingersi a settentrione, verso Itaca. Una terribile tempesta e il vento di Borea, tuttavia, respinsero la flotta itacese per ben nove giorni; nel decimo giorno, le navi giunsero nella terra dei Lotofagi. ②

I compagni di Odisseo scesero a terra per attingere acqua e procurarsi cibo; quindi, vennero inviati degli araldi per raccogliere informazioni.

Poiché i messi non tornavano, il figlio di Laerte si allarmò e andò alla ricerca dei compagni; egli scoprì che gli abitanti del luogo avevano dato agli Achei il dolce frutto del loto da mangiare; chi ne assaggiava, dimenticava del tutto la patria lontana e non desiderava altro se non masticare ancora loto.

Odisseo ordinò di portare via i compagni a viva forza e tornò sulle navi; ripreso il largo, i guerrieri di Itaca giunsero in un'isola di fronte alla terra dei Ciclopi. ③

Dopo essere andati a caccia, i compagni di Odisseo banchettarono a base di carne, bevendo il dolce vino dei Ciconi; il giorno successivo, il figlio di Laerte decise di esplorare le terre circostanti, avvicinandosi alla costa con una sola delle navi e sbarcando con dodici uomini al seguito.

Ben presto, Odisseo giunse all'ingresso di una vasta spelonca: all'interno, erano stipati agnelli e capretti; i graticci erano carichi di latte e di formaggio in abbondanza; senza curarsi delle preghiere dei compagni (che lo spingevano a portar via cibo ed armenti e a fuggire), il figlio di Laerte volle rimanere per conoscere chi abitava quelle terre misteriose.

Di lì a poco, giunse un mostro immane; alto come una montagna, setoloso ed irsuto, il gigante aveva un solo occhio tondo in mezzo alla fronte; il Ciclope, che portava con sé le sue greggi e una carico di legna secca, levò in alto un grosso pietrone e lo posò all'ingresso dell'antro.

Il gigante scorse i forestieri e li apostrofò: — Stranieri, chi siete? Da dove venite? Per affari o alla ventura vagate sul mare, come i predoni che vagano rischiando la vita, portando danno agli stranieri?

Astutamente, Odisseo riferì che lui e i suoi compagni erano dei naufraghi, scampati per miracolo ad una tempesta, e che imploravano dal gigante l'ospitalità gradita a Zeus e alle altre divinità.

Il Ciclope rispose con arroganza: — Sei sciocco, o straniero, o vieni da molto lontano, tu che mi inviti a temere o a schivare gli dèi. Ma i Ciclopi non curano Zeus né gli dèi beati, perché siamo molto più forti. Per schivare l'ira di Zeus non risparmierei né te né i compagni, se l'animo non me lo ordina. — Detto ciò, egli afferrò due dei compagni di Odisseo e li sbatté a terra provocandone la morte: poi cominciò il suo macabro pasto e in breve tempo divorò le carni dei due sventurati.

Quando il Ciclope si fu riempito il gran ventre mangiando carne umana e bevendoci sopra il suo purissimo latte, si mise a giacere nell'antro, disteso in mezzo alle sue bestie. Odisseo fu tentato di colpire a morte l'orrenda creatura con la sua lama, ma si trattenne pensando che mai egli e i suoi uomini avrebbero potuto rimuovere l'enorme lastrone di pietra che chiudeva l'imboccatura della grotta.

Il giorno dopo, il Ciclope si svegliò ed accese il fuoco; prima di portare gli animali al pascolo, egli ghermì altri due uomini per farne il suo pasto; poi, sollevò la pietra con grande facilità e richiuse l'antro lasciando prigionieri Odisseo e i compagni superstiti.

A quel punto, il figlio di Laerte ideò un piano: poiché il Ciclope aveva lasciato nella caverna un enorme tronco di ulivo, l'eroe acheo dapprima lo fece raschiare sino a farlo diventare liscio; poi, fece appuntire una delle estremità sino a farla diventare ben aguzza, arroventandola nelle braci del fuoco ardente; quindi, il tronco venne nascosto in mezzo al letame degli animali.

Giunta la sera, il Ciclope tornò con il suo gregge e ancora una volta afferrò due uomini, divorandoli avidamente.

Odisseo si fece quindi avanti con un'anfora di vino di Ismaro, offrendolo alla gigantesca creatura e invocando ancora una volta le leggi dell'ospitalità. Il Ciclope lo tracannò con un sorso e ne pretese dell'altro; con i sensi del tutto annebbiati a causa del liquido inebriante, egli chiese allo sconosciuto il suo nome, promettendogli in cambio un dono; l'astuto Odisseo rispose di chiamarsi Nessuno, in greco, Outís.

Poco prima di sprofondare in un sonno profondo, il Ciclope si era beffato ancora una volta dell'eroe acheo gridando: — Vuoi sapere quale sarà il mio dono, Nessuno? Ti divorerò per ultimo.

A questo punto Odisseo e i suoi compagni presero il tronco di ulivo e lo resero incandescente a contatto con il fuoco; quindi, lo conficcarono violentemente nell'unico occhio della orrenda creatura.

Le urla di dolore del gigante risuonarono per tutta la caverna, facendo tremare le pareti. I Ciclopi che vivevano nelle vicinanze accorsero, chiedendo a Polifemo (solo a quel punto Odisseo venne a sapere il nome dello spaventoso essere con un occhio solo) la causa di quelle grida.

Il Ciclope accecato, con voce rotta, rispose: — Nessuno mi uccide! Nessuno è causa del mio dolore!

Le altre mostruose creature dell'isola, a questo punto, cominciarono a schernire Polifemo: — Se nessuno è causa del tuo dolore, allora il tuo male proviene dagli dèi; perciò, rassegnati o prenditela con loro; noi non possiamo fare nulla per te. — E si allontanarono sghignazzando.

All'alba, il Ciclope aprì l'entrata della sua caverna per portare il gregge al pascolo; Odisseo e i suoi compagni si aggrapparono sotto il ventre delle pecore in modo tale che Polifemo, che tastava il dorso degli animali che uscivano, non si accorgesse della loro presenza.

Una volta in salvo, Odisseo non poté trattenersi dal gridare al Ciclope il suo vero nome; Polifemo scagliò con rabbia dei macigni nella direzione da cui proveniva la voce dell'eroe acheo, mancando per poco le navi. Poi, invocando il dio Poseidon (che era suo padre), maledisse il figlio di Laerte e chiese vendetta: da quel momento, il dio del mare sarebbe stato nemico giurato di Odisseo.

L'accecamento di Polifemo (I sec.)
Gruppo marmoreo degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro
Villa di Tiberio, Sperlonga. Museo Archologico di Sperlonga (Latina, Italia)

Gli Achei ripresero il mare e giunsero nell'isola galleggiante ④ dove dimorava Eolo, il dio dei venti, il quale prese in simpatia la causa di Odisseo e dei suoi compagni; per aiutarli, il nume chiuse i venti contrari in un otre di cuoio, che affidò all'eroe itacese, lasciando libera solamente una brezza favorevole, in grado di spingere le navi verso casa.

Odisseo portò con sé a bordo il prezioso otre e si mise al timone; dopo dieci giorni di navigazione le coste di Itaca si profilarono all'orizzonte; il figlio di Laerte, stremato da un così lungo periodo alla guida della nave senza prendere sonno, si addormentò.

I compagni di Odisseo, immaginando che l'otre di cuoio contenesse un tesoro donato da Eolo, decisero di aprirlo: i venti contrari si scatenarono e sospinsero le navi lontano da Itaca, nuovamente verso la dimora del nume.

Il figlio di Laerte cercò di farsi ricevere nuovamente dal dio dei venti, raccontando le sue disavventure; ma Eolo, avendo compreso che Odisseo era in odio agli dèi beati, lo respinse sdegnato, rifiutandosi di concedergli nuovamente il suo aiuto. Abbattuti e demoralizzati, gli Achei si misero nuovamente in mare.

Dopo sei giorni di navigazione, gli Achei approdarono nell'isola dei Lestrigoni ⑤. Tutte le navi entrarono nel porto, tranne quella di Odisseo che, reso più prudente a causa delle precedenti disavventure, decise di ormeggiare la sua imbarcazione in un'ansa fuori dell'imboccatura principale.

Una delegazione venne inviata per raccogliere informazioni sulla popolazione; gli araldi vennero accolti a palazzo, solo per scoprire che gli abitanti del posto erano degli orribili giganti che si nutrivano di carne umana.

Guidati dal loro re Antifate, che afferrò uno degli ambasciatori per farne il suo pranzo, i Lestrigoni dall'alto delle rupi scagliarono enormi macigni sulle navi ancorate, poi trafissero a colpi di lancia i marinai caduti in mare, infilzandoli come pesci prima di divorarli. Solamente la nave di Odisseo riuscì a levare in tempo gli ormeggi della propria nave e a fuggire.
 
Con la flotta ridotta a una sola imbarcazione, Odisseo ed i suoi compagni giunsero nell'isola di Eea ⑥, ricoperta da una fitta foresta.

Il figlio di Laerte sbarcò nell'isola alla ricerca di selvaggina; durante l'esplorazione, egli riuscì ad abbattere un grosso cervo dalla alte corna e a scorgere del fumo provenire dalle fitte boscaglie.

Dopo essersi rifocillati, gli Achei (memori delle sventurate vicende di Polifemo e dei Lestrigoni) decisero di dividersi in due gruppi: uno al comando di Odisseo e l'altro al comando di suo cugino Euriloco; la sorte decise che quest'ultimo drappello avrebbe esplorato l'isola, mentre gli altri sarebbero rimasti a bordo.

Gli esploratori giunsero in prossimità di un palazzo costruito con pietre lisce e levigate; intorno ad esso vi erano diversi animali selvaggi come leoni, orsi e lupi; lungi dall'attaccare i visitatori, le fiere sembravano festose ed amichevoli.

All'interno del palazzo, gli Achei vennero accolti da una voce melodiosa; di lì a poco, fece il suo ingresso la signora del luogo: la bella maga Circe ⑦ dai capelli scuri, figlia di Helios, che invitò gli ospiti a seguirla.

Tutti i compagni di Odisseo seguirono quella donna ammaliatrice; tutti tranne Euriloco, il quale si trasse in disparte, insospettito dal comportamento degli animali selvatici che li avevano accolti.

La bella Circe offrì cibo e vino ai suoi ospiti, poi li toccò con una verga e li trasformò in porci; la maga li fece quindi uscire dal palazzo, spingendoli verso una stalla e gettando loro sdegnosamente delle ghiande.

Inorridito, Euriloco ritornò di corsa verso la nave per avvertire Odisseo.

Incurante degli avvertimenti dei suoi amici, il figlio di Laerte decise si recarsi da solo verso il palazzo di Circe, armato unicamente della propria spada. Lungo il cammino, egli incontrò il dio Hermes, che lo mise in guardia contro i sortilegi della maga donandogli un'erba magica (il moly) in grado di renderlo immune dai poteri della figlia di Helios.

Accolto dalla maga e dalle sue ancelle con tutti gli onori, Odisseo bevve tranquillamente il vino drogato che gli venne offerto, fiducioso nelle virtù della pianta che gli aveva donato il messaggero degli dèi; quindi Circe lo colpì con la sua verga gridando: — Va' ora nel porcile e coricati in mezzo agli altri compagni. — Grande fu la sorpresa di tutti nel constatare che il misterioso ospite non solo non si era trasformato in un maiale, ma sguainava minacciosamente la sua spada.

Circe riconobbe di trovarsi di fronte ad un uomo protetto dagli dèi; dopo aver giurato solennemente di non ordire più inganni nei confronti degli Achei, ella restituì la forma umana ai compagni di Odisseo e li invitò a rimanere nel suo palazzo.

Odisseo, Euriloco e tutti i loro compagni rimasero un anno intero nell'isola di Eea come ospiti della maga, sino a quando non vennero presi nuovamente dalla nostalgia di casa; quando il figlio di Laerte (che, in quel periodo, aveva convissuto con la maga Circe) chiese la via migliore per tornare ad Itaca, gli venne risposto di visitare prima il regno degli inferi per consultarvi l'ombra dell'indovino Tiresia.

La nave solitaria ed il suo equipaggio partì ancora una volta verso terre sconosciute, lasciandosi dietro uno dei marinai, Elpenore, il quale (avendo bevuto più del dovuto) si era addormentato sul tetto del palazzo di Circe e, svegliatosi di soprassalto, era caduto dall'alto della terrazza, morendo sul colpo.

Attenendosi alle istruzioni di Circe, Odisseo giunse infine nel regno delle ombre, nella terra dei Cimmeri (ai confini dell'Oceano) ⑧. Camminando lungo la corrente dell'Oceano, il figlio di Laerte giunse nel luogo che gli aveva indicato la maga ⑨: scavò una fossa, che riempì dapprima con una bevanda di latte e miele, poi con dolce vino e infine con acqua, spargendo sopra bianca farina di orzo.

Vennero immolati agli dèi un montone ed una pecora nera; le anime dei defunti si radunarono fuori dall'Erebo avvicinandosi al luogo del sacrificio; quanti si accostavano al sangue degli animali per berne, riacquistavano sia pure per pochi istanti il dono della parola.

Odisseo riuscì così a consultare l'indovino Tiresia, il quale gli predisse il suo ritorno a casa sano e salvo, ma lo avvertì di stare attento a non attirarsi l'ira degli dèi, soprattutto nell'isola di Trinacria.

Odisseo nel regno dei morti ( ±380 a.C.)
Calyx-krater a figure rosse. Lucania (Italia).
Musée des monnaies, médailles et antiques, Parigi (Francia)

Tiresia istruì anche Odisseo sui rituali da seguire per placare l'ira del dio Poseidon, una volta giunto in patria; egli infine lo informò che ad Itaca avrebbe trovato una situazione di grande disordine, da cui avrebbe tratto comunque la sua vendetta: — Troverai nella tua causa dei guai: vi troverai uomini prepotenti che ti divorano i beni e aspirano a sposare tua moglie… Ma ti vendicherai delle loro offese —. E lo informò che sarebbe morto sulla terra ferma, in età avanzata.

Il figlio di Laerte incontrò quindi l'ombra della madre Anticlea, morta di crepacuore nell'attesa del ritorno del figlio; più volte Odisseo cercò di abbracciarla, riuscendo a stringere solo fumo. Altre ombre si avvicinarono al luogo del sacrificio: quella di Elpenore, che chiese all'eroe acheo di rendergli gli onori della sepoltura; quella di Agamennone, che gli narrò delle sue disavventure al rientro nell'Argolide; quella di Achille, struggente nella sua malinconia: — Oh non consolarmi della morte, glorioso Odisseo; preferirei da vivo e sulla terra essere servo di un altro, stare presso un uomo privo di mezzi, piuttosto che dominare su tutti i defunti. — Solamente l'ombra di Aiace Telamonio si rifiutò di parlargli, ancora sdegnato.

Il figlio di Laerte vide anche le ombre dei grandi del passato, il giudice dell'oltretomba Minosse e gli eterni castighi cui erano condannati gli empi: il supplizio di Tantalo, di Sisifo e del gigante Tizio ⑩; quando la folla dei morti sconosciuti cominciò ad accalcarsi intorno a lui, Odisseo lasciò il regno degli inferi.

La nave degli Itacesi tornò quindi nell'isola di Eea, dove finalmente vennero dati gli onori della sepoltura allo sventurato Elpenore. Prima della partenza, la maga Circe mise in guardia il figlio di Laerte dalle ultime insidie del viaggio.

Gli Achei si apprestarono quindi ad attraversare i mari infestati dalle Sirene, creature alate che incantavano i naviganti con la loro voce melodiosa, facendoli annegare ⑪.

Odisseo e le sirene ( 500-480 a.C.)
Vaso attico a figure rosse.
British Museum, Londra (Regno Unito)

Seguendo i consigli di Circe, Odisseo fece colare cera molle nelle orecchie dei suoi compagni, per impedire che venissero attirati dal canto delle misteriose creature; egli si fece invece legare saldamente all'albero della nave, per poterne ascoltare il canto.

Durante la traversata, funestata dalla visione di numerosi scheletri adagiati sugli scogli, le Sirene cercarono di sedurre il signore di Itaca: — Vieni, Odisseo, glorioso vanto degli Achei; ferma la nave, se vuoi ascoltare la nostra voce. Nessuno è mai passato di qui con la nave senza udire la nostra voce dal dolce suono.

Nonostante le preghiere del figlio di Laerte, che implorava di essere sciolto, gli Achei passarono oltre e si lasciarono alle spalle l'isola delle Sirene.

Improvvisamente, Odisseo e i suoi compagni videro dinanzi a loro del fumo e un gran vortice d'acqua, udendone lo spaventoso fragore; ai naviganti atterriti sfuggirono di mano i remi, che ricaddero nella corrente.
Due scogli si paravano di fronte agli Achei; uno dalla vetta aguzza e avvolto da una nuvola scura, l'altro più basso, distanti un tiro di freccia l'uno dall'altro ⑫. Odisseo spronò i suoi a superare quel tratto di mare, raccomandando di tenersi lontano dal vortice che proveniva dallo scoglio più basso.
In realtà, il figlio di Laerte era il solo a sapere che la nave si stava appressando alla dimora di Scilla e Cariddi; la maga Circe gli aveva detto che all'interno dello scoglio più alto, in un antro nebbioso rivolto verso l'Erebo, dimorava Scilla «che latra in modo pauroso».

Dodici ha piedi, anteriori tutti,
sei lunghissimi colli e su ciascuno
spaventosa una testa, e nelle bocche
di spessi denti un triplice giro,
e la morte più amara di ogni dente.
Per metà si cela dentro la cava
spelonca profonda, ma fuori
sporge le teste, spiando bramosa
foche, delfini e mostri marini.
Di là nessun marinaio riesce
a scampare, illeso, con la sua nave:
con ognuna delle sue teste essa afferra un uomo.
                                          
Odissea [XII, -]

Sotto l'altro scoglio dimorava la divina Cariddi «che inghiotte l'acqua scura. Tre volte, durante il giorno, la inghiotte e la rigetta tre volte, orrendamente» (Odissea [XII, -]); neppure il dio Poseidon sarebbe stato in grado di sottrarre alla morte gli sventurati che si fossero avvicinati troppo al gorgo.

La maga Circe aveva quindi consigliato ad Odisseo di navigare tenendosi più accostato allo scoglio di Scilla.

Quando la nave degli Achei cominciò a percorrere lo stretto, i marinai osservavano con terrore il gorgo di Cariddi che ribolliva, mentre la roccia risuonava orrendamente e sotto appariva il fondo nero di sabbia.

Scilla ( 460-450 a.C.)
Placca di terracotta, di Melos (Grecia)
British Museum, Londra (Regno Unito)

Un tremendo terrore colse Odisseo e i suoi compagni quando la spaventosa, selvaggia ed invincibile Scilla afferrò sei uomini con i suoi tentacoli e li divorò mentre ancora urlavano tendendo le braccia verso il figlio di Laerte, nella loro straziante quanto inutile lotta.
 
Alla fine gli Achei giunsero sull'isola di Trinacria, dove pascolavano gli armenti del titano Iperione, padre del dio Helios. Seguendo i consigli di Circe e dell'indovino Tiresia, Odisseo dette ordine di non sbarcare nell'isola e di proseguire la rotta.

Gli Achei, tuttavia, stremati dalla stanchezza, supplicarono il re di Itaca di consentire l'approdo: il figlio di Laerte acconsentì, facendosi però promettere che nessuno avrebbe toccato gli armenti sacri al dio Iperione.

Giunto nell'isola, Odisseo si appartò in un luogo al riparo dei venti per pregare gli dèi dell'Olimpo e cadde in un sonno profondo.

Quando il figlio di Laerte si destò e raggiunse la spiaggia, scoprì che i suoi compagni, guidati da Euriloco, avevano ucciso e mangiato le mucche sacre.

L'ira degli dèi per il sacrilegio compiuto non si fece attendere: quando gli Achei si misero di nuovo al largo, Zeus scatenò una grande tempesta che ridusse l'imbarcazione in pezzi. Odisseo sfuggì al naufragio, aggrappandosi all'albero di fico sopra lo scoglio di Cariddi; i suoi compagni e la nave vennero invece inghiottiti dal gorgo.
 
Il figlio di Laerte riuscì a costruirsi una zattera e, dopo nove giorni di navigazione, giunse nell'isola di Ogigia ⑬, dove viveva la ninfa Calipso. Quest'ultima, essendosi invaghita dell'eroe acheo, l'aveva costretto a restare nell'isola come suo amante per sette lunghi anni, promettendogli l'immortalità qualora avesse deciso di unirsi in nozze divine con lei. Invano: la nostalgia della patria impediva a Odisseo di accettare un qualsiasi dono (fosse anche quello dell'eterna giovinezza!) se il prezzo da pagare era quello di non rivedere più l'amata famiglia e la tanto rimpianta Itaca.

Dopo sette anni di esilio, la dea Atena (da sempre alleata di Odisseo), approfittando di un momento in cui il dio del mare Poseidon si era allontanato dall'Olimpo, chiese ed ottenne da Zeus la grazia per il suo protetto.

Il messaggero degli dèi, Hermes, si recò quindi ad Ogigia per annunciare la volontà degli dèi; la bella Calipso, pur essendo innamorata di Odisseo, si vide costretta a cedere di fronte ad un ordine proveniente dai numi dell'Olimpo; ella diede quindi al figlio di Laerte i mezzi per costruire una zattera e viveri per affrontare il viaggio.

Ancora una volta, il nobile di Itaca prese la via del mare, ma l'ira del dio Poseidon continuava a perseguitarlo; l'ennesima tempesta, infatti, lo scagliò sulle coste dell'isola di Scheria ⑭, dimora del pacifico popolo dei Feaci; nudo ed esausto, Odisseo cadde addormentato presso la foce di un piccolo fiume.

Il mattino dopo, la principessa Nausicaa, la graziosa figlia del re Alcinoo, scese verso la spiaggia con le sue ancelle; il rumore dei loro passi svegliò Odisseo, il quale pensò di trovarsi di fronte ad un gruppo di ninfe. Alla vista del naufrago, tutte le fanciulle fuggirono tranne Nausicaa, che, dopo aver sentito la storia dello straniero, ne ebbe pietà richiamò le ancelle. Queste gli diedero da mangiare e gli trovarono una tunica ed un mantello per vestirsi. ⑮

Odisseo giunse quindi al palazzo del re dei Feaci, Alcinoo, e della sua sposa, la regina Arete; qui, venne ricevuto con cortesia e con generosità dai suoi ospiti, ai quali però il figlio di Laerte non disse il proprio nome.

Giunta la sera, al palazzo il rapsodo ⑯ cieco Demodoco cantò le gesta della guerra di Troia; Odisseo non riuscì a frenare la propria commozione e il proprio dolore. Vedendo lo stato di angoscia dell'ospite, Alcinoo lo pregò di raccontare tutte le sue avventure: il nobile di Itaca si decise quindi a rivelare la propria identità e a narrare del suo avventuroso viaggio. ⑰

Dopo aver ascoltato con grande interesse e curiosità la sua lunga storia, i Feaci decisero di aiutare Odisseo a tornare a casa. Venne messa a disposizione dell'eroe acheo una nave con un equipaggio di volontari, che raggiunse Itaca poco prima dell'aurora; i Feaci sbarcarono così l'eroe acheo in una baia riparata e lo adagiarono sulla spiaggia, colmo di doni e ancora addormentato.

Odissea. Itinerario ipotetico

Al suo risveglio, la dea Atena trasformò Odisseo in un vecchio mendicante, per evitare di essere riconosciuto e difendersi così dalle insidie che lo attendevano (come profetizzato da Tiresia). Egli si incamminò verso la capanna di Eumeo, il guardiano dei porci, per scoprire che questi gli era rimasto fedele anche dopo così tanti anni. Il porcaro lo fece accomodare, ospitandolo presso la sua umile dimora ⑱.

Nel frattempo Telemaco, il figlio di Odisseo, si stava recando proprio in quel momento presso la capanna di Eumeo; egli era reduce da un lungo viaggio che aveva intrapreso per avere notizie del padre e che lo aveva condotto a Pilo, presso il vecchio re Nestore, e a Sparta, dove aveva ricevuto notizie rassicuranti sul ritorno in patria del genitore da parte di Elena e Menelao (i quali avevano appreso tali conoscenze direttamente dal saggio Proteo).

Dai racconti di Telemaco e di Eumeo, Odisseo apprese cosa era accaduto in quei vent'anni nella sua isoletta di Itaca, «dove invecchiava fino alla decrepitezza suo padre Laerte, dove cresceva a gagliarda gioventù il figlio Telemaco; dove l'attendeva, intrepida nella sua proverbiale fedeltà, la moglie Penelope, assediata dall'orda famelica e oltraggiosa dei Proci, i giovinastri prepotenti di Itaca e delle isole vicine, che avevano occupato la reggia dell'eroe, che essi davano per morto, e pretendevano di usurpargli anche la sposa. Ed ella li deludeva promettendo che avrebbe scelto un nuovo marito tra loro quando avesse finito di tessere una sua grande tela – la famosa tela di Penelope! La tesseva di giorno, in loro presenza, e nel silenzio della notte disfaceva tutto il lavoro compiuto nel giorno, così che quella tela non sarebbe mai finita». ⑲

Finalmente, Odisseo si rivelò a Telemaco (ma non ancora ad Eumeo); dopo essersi abbracciati con commozione ed affetto, insieme i due decisero di uccidere i Proci.

Il figlio di Laerte, accompagnato da Eumeo, fece ritorno nella sua casa; incontrò per primo il suo cane Argo (l'unico a riconoscerlo!), che dopo un ultimo sussulto di gioia morì felice per aver rivisto il padrone. Gli immortali versi di Omero rendono il giusto onore ad uno degli episodi più commoventi del poema:

Così dicevano tra loro, quando Argo, il cane,
che ivi giaceva […] la testa sollevò
ed ambedue le orecchie. […]
Com'egli vide il suo signor più presso,
benché tra quei cenci, lo riconobbe
e squassò la coda festeggiando. […]
Ulisse, riguardatolo, si asciugò
con mano furtiva dalla guancia il pianto.
                                          
Odissea [XVII, -]

Entrato nella reggia sempre travestito da mendicante, Odisseo fu spesso vittima degli scherni e delle risa dei Proci arroganti, ma preferì non reagire, limitandosi ad osservarne il comportamento violento e tracotante e ad elaborare un piano per ucciderli.

Nessuno riconobbe il figlio di Laerte (neppure la moglie Penelope!), tranne la vecchia nutrice Euriclea, che comprese la vera identità del mendicante quando egli si spogliò per fare un bagno, mostrando una cicatrice sulla coscia che l'eroe acheo si era procurato da bambino; Odisseo, però, la costrinse a giurare di mantenere il segreto.

Il giorno dopo, su suggerimento di Atena, Penelope sfidò i Proci a cimentarsi in una gara: la saggia moglie di Odisseo spiegò che avrebbe sposato solamente il giovane in grado di tendere l'arco appartenuto al marito, scagliando quindi una freccia all'interno dell'occhiello dell'impugnatura di dodici scuri.

Nessuno dei pretendenti riuscì a superare la prova e a quel punto, tra l'ilarità generale, il vecchio mendicante chiese di partecipare: Odisseo riuscì a tendere l'arma e a colpire il bersaglio, lasciando tutti stupefatti. Egli si spogliò quindi dei cenci che indossava e balzò sulla grande soglia della sala tenendo in mano l'arco e la faretra piena di frecce: ne tirò fuori i veloci dardi proprio davanti ai piedi, e disse ai pretendenti di Penelope: — Questa gara è finita. Ora voglio vedere se raggiungo un altro bersaglio che mai nessun uomo colpì, se Apollo mi concede questo vanto.

La strage dei proci ( 1882)
(Schwab 1882)

Quindi rivolse quindi l'arco contro Antinoo, il più arrogante dei nobili di Itaca, e lo uccise trafiggendolo alla gola; gli altri Proci, indignati, per vendicare l'affronto si misero alla ricerca delle loro armi, ma Telemaco aveva già provveduto a farle sparire.

Odisseo si rivelò allora per chi era veramente e gridò indignato: — Ah, cani! Pensavate che non sarei più tornato a casa, dunque… — Poi, con l'aiuto di Telemaco e dei servi fedeli (Eumeo e Filezio, il guardiano dei buoi), fece strage di tutti i Proci.
 
Odisseo si rivelò finalmente a Penelope: la donna dapprima esitò (non riusciva a credere che il marito fosse tornato, dopo tanto tempo); ella si convinse solo dopo che il marito descrisse alla perfezione il letto nuziale che lui stesso aveva costruito in occasione del loro matrimonio ⑳. I due sposi poterono finalmente riabbracciarsi dopo tanto tempo.
Il giorno dopo, insieme a Telemaco, Odisseo andò ad incontrare suo padre Laerte, che si era ritirato in campagna: anche il vecchio sovrano non riusciva a credere al ritorno del figlio e si convinse quando l'eroe gli descrisse il frutteto che un tempo il padre gli aveva donato.
Odisseo dovette anche fronteggiare un'insurrezione degli abitanti di Itaca, intenzionati a vendicare le uccisioni dei Proci loro figli. Solamente l'intervento della dea Atena riuscì a sedare la disputa e a riportare finalmente la serenità e la pace a Itaca.
 
Sulla morte di Odisseo le fonti greche sono ambigue e discordanti, quasi che agli Elleni ripugnasse descrivere la fine del loro eroe più rappresentativo: secondo alcune versioni, alcuni anni dopo le vicende narrate sbarcò ad Itaca Telegono, il figlio che l'eroe acheo ebbe dalla maga Circe. Poiché i visitatori vennero scambiati per predoni ne nacque una rissa, in cui Odisseo morì, ucciso proprio dal figlio non riconosciuto.
 
Secondo la versione del poeta medievale Dante Alighieri (che, non conoscendo il greco, non aveva letto i poemi di Omero), dopo aver lasciato la maga Circe, Odisseo volle partire verso il mare aperto, oltre lo stretto di Gibilterra dove Eracle aveva segnato i confini «a ciò che l'uom più oltre non si metta» (Inferno [XXVI, ]).

Memorabili le parole che il condottiero acheo usò per spronare i propri compagni:

Non vogliate negar l'esperienza
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste per viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza.
                                          
Inferno [XXVI, -]

Cominciò così il «folle volo» sull'infinito del mare che nessun mortale aveva osato sfidare prima: l'imbarcazione di Odisseo, dopo cinque mesi, giunse in prossimità di una montagna, che l'immaginario medievale identificò con il colle del Purgatorio. Una terribile tempesta, tuttavia, si scatenò all'improvviso facendo naufragare la nave degli Itacesi, «infin che 'l mar fu sopra noi richiuso» (Inferno [XXVI, ]).
Una leggenda, questa, che ha ben poco a che fare con l'universo dei miti greci ma che non si può non citare per la suggestione che essa ebbe per poeti antichi e moderni.

Oltre ad Omero (con i già citati poemi Iliade e Odissea), si possono menzionare l'anonimo autore della Telegonia, Pindaro (Seconda Nemea), Sofocle (Aiace, Filottete), Euripide (Ifigenia in Aulide, Ciclope), Platone (Ippia Minore), Cicerone (Tuscolane, I doveri), Virgilio (Eneide), Properzio (Elegie), Ovidio (Metamorfosi, Lettere di eroine), Seneca (Troiane), Stazio (Achilleide) e Luciano (Storia vera).
Gli studiosi si sono affannati per secoli nel cercare di identificare le tappe del viaggio di Odisseo, proponendo di volta in volta uno o più siti (il paese dei Lotofagi, ad esempio, viene collocato nel golfo della Sirte, nell'odierna Libia). Ci limitiamo ad osservare che le nozioni geografiche dell'epoca erano molto vaghe e affidate soprattutto ai racconti dei naviganti: le avventure di Odisseo erano quindi sentite da Omero e dai suoi contemporanei come un viaggio nell'ignoto e nel fantastico, senza avere necessariamente una precisa connotazione e collocazione geografica. Di seguito verranno comunque menzionate le interpretazioni più note, anche se non manca chi colloca il viaggio di Odisseo in siti alternativi, come il mare Adriatico o il mar Baltico.
La terra dei Ciclopi, pur tenendo conto di quanto scritto alla nota precedente, è tradizionalmente identificata con la Sicilia (non mancano interpretazioni diverse, che fanno riferimento alla Tunisia ovvero al basso Lazio).
L'isola di Eolo viene normalmente identificata con l'arcipelago delle Eolie. Altri ritengono che essa coincida con l'isola di Malta.
Omero colloca quest'isola a nord: è stata di volta in volta identificata con una regione della penisola italica, con la Sicilia occidentale, con la Sardegna ovvero con la Corsica.
Omero si limita ad annotare che nell'isola sorge il sole, per cui è possibile desumere solamente che essa è posta ad Oriente. Successivamente, venne identificata con il promontorio del Circeo (nel Lazio) ovvero con un'isola del Tirreno.
Circe era anche la sorella di Pasifae, sposa di Minosse (re di Creta), e di Eete (re della Colchide), nonché zia di Medea, un'altra famosa e terribile maga.
Ancora una volta è praticamente impossibile identificare la terra dei Cimmeri; la tradizione tende a collocarlo nell'estremo nord.
«Là dove c'è una costa bassa e ci sono i boschi di Persefone, alti pioppi sterili salici, tu fai approdare la nave, proprio in riva all'Oceano e vai nella casa di Ade. Essa è squallida e piena di muffa e là, dentro l'Acheronte, scorrono il Flegetonte e il Cocito, che è un ramo dell'acqua dello Stige» (Odissea [X, -]).
Sisifo fu un famoso ladro; per aver tentato di imprigionare la dea della morte, venne condannato per l'eternità a spingere su per un colle un macigno, che giunto in cima rotolava sempre giù verso la pianura. Tizio era un gigante, figlio della dea-terra Gea; per aver tentato di violentare Leto, madre di Apollo, venne incatenato negli inferi, dove due avvoltoi gli rodevano continuamente il fegato.
L'iconografia classica, che raffigura le sirene («vergini simili a cigni») come esseri metà donne e metà pesce, è posteriore ad Omero.
L'insidioso tratto di mare è tradizionalmente identificato con lo stretto di Messina.
 Ancora una volta gli studiosi si sono ingegnati, identificando il sito ora con Gozo (nell'arcipelago maltese), ora con un'isola delle Lipari; la tesi tradizionale la pone in prossimità dello stretto di Gibilterra.
Secondo la tesi tradizionale, l'isola di Scheria coincide con l'isola di Corfù; alcuni studiosi la collocano invece nell'Oceano Atlantico ovvero la fanno coincidere con la penisola della Calabria.
L'incontro tra Odisseo e Nausicaa è uno dei passi più celebrati e citati dell'Odissea.
Il rapsodo era un cantore professionista che nell'antico mondo greco recitava e cantava, di solito a memoria, poesie epiche.
Il lettore dell'Odissea, che ci presenta per la prima volta il figlio di Laerte quando è in procinto di lasciare l'isola di Ogigia, apprende del viaggio di ritorno di Odisseo proprio dalla storia che lui stesso narrò ai Feaci (Libri IX-XII).
L'ospitalità sobria ma dignitosa del porcaro Eumeo divenne proverbiale, tanto da essere citata da Goethe nel romanzo I dolori del giovane Werther.
Morpurgo, Le favole antiche, Petrini, Torino 1953, p. 168.
Penelope disse alla nutrice Euriclea: — Prepara un buon letto fuori dalla stanza nuziale: il letto, voglio dire, che fece lui. — E Odisseo rispose: — E chi mi collocò il letto da un'altra parte? Sarebbe difficile, penso, anche per uno molto esperto. C'è un gran segreto nel letto lì, ben lavorato. Lo feci io, non un altro. Ricordo bene: cresceva dentro il cortile una macchia d'ulivo dall'ampio fogliame. Era un ulivo in pieno rigoglio: aveva un tronco massiccio come una colonna. E appunto intorno a questo tronco ci misi la stanza nuziale.
 

.
La sorte dei Troiani
 

e fonti ci riferiscono che ben pochi furono i Teucri che riuscirono a sopravvivere all'eccidio degli Achei e che i pochi superstiti vennero fatti schiavi (nel capitolo 1 si è già narrato della sorte di Eleno e Andromaca, cui il Fato consentì di fondare una nuova Troia in Epiro).

Il solo ad essere risparmiato fu Antenore, l'unico a trattare con rispetto gli Achei durante le loro ambascerie, per cui a lui e a alla sua famiglia fu concesso di lasciare il suolo troiano senza essere ridotto in schiavitù. Si narra che egli si recò nella penisola italica, dove fondò diverse città, tra cui Padova ①.
 
Ecuba, moglie del defunto re di Troia, venne fatta schiava dai Greci ed assegnata a Odisseo; gli Achei non le risparmiarono lo strazio della morte del marito e dei figli, del sacrificio di Polissena e della barbara uccisione del nipotino Astianatte.

Si racconta che la vedova di Priamo implorasse il duce degli Achei, Agamennone, di concedergli un'ultima grazia: potersi vendicare di Polinestore, che le aveva barbaramente ucciso il figlio Polidoro, nonostante il giovane fosse ospite nella reggia del re di Tracia; il re di Micene acconsentì.

Polinestore ed i suoi figli vennero convocati nella tenda di Ecuba, attratti da una falsa promessa: la vedova del re di Troia aveva infatti palesato di voler rivelare dove fosse nascosto il tesoro della famiglia reale. Una volta entrati negli alloggi delle prigioniere troiane, il re di Tracia e i suoi rampolli vennero immobilizzati: Ecuba, resa furente dalla collera, uccise i due figli del re Polinestore ed accecò il sovrano. Le fonti a questo riportano che la regina di Troia sarebbe stata trasformata in una cagna: l'Autore ritiene invece che ella sicuramente preferì il suicidio alla schiavitù e questo spiegherebbe come mai non si faccia più menzione di Ecuba nella epopea dei «Ritorni».
 
Ben più rilevante appare la leggenda che racconta delle peripezie di Enea e dei suoi seguaci, che ispirarono a Virgilio il poema epico più celebrato della letteratura latina: l'Eneide.

Durante il sacco di Troia, il figlio di Afrodite provò ad organizzare una resistenza ma, essendosi reso conto della imminente fine della sua città, riuscì a fuggire portando sulle spalle il padre Anchise e tenendo per mano il figlio Julo; la moglie Creusa, invece, non riuscì a seguire i passi del marito e perì nel disastro generale del saccheggio acheo. Il giorno dopo, Enea raccolse i pochi profughi sfuggiti al massacro e fece costruire sette navi, con le quali i Troiani superstiti partirono alla ricerca di una nuova patria.

Enea porta sulle spalle Anchise ( 1514 a.C.)
Particolare dell'affresco L'incendio di Borgo, Stanze Vaticane, Roma (Italia).
Raffaello Sanzio (1483-1520).

Cominciò così il viaggio dei Teucri nel Mediterraneo, che li condusse prima in Tracia, per incontrare il fantasma dello sventurato Polidoro (ucciso con l'inganno, come abbiamo visto, dal re di Tracia), e poi nell'isola di Delo, dove l'oracolo di Apollo sentenziò: — Cercate l'antica madre. Qui la stirpe d'Enea dominerà su tutte le terre e su tutti i discendenti [Antiquam exquirite matrem. Hic domus Aeneae cunctis dominabitur oris et nati natorum et qui nascentur ab illis].

Anchise, il padre di Enea, ritenne che la terra d'origine dei Troiani fosse Creta (la patria di Teucro); ma quando Enea ed i suoi compagni raggiunsero l'isola, i raccolti si seccarono e una pestilenza colpì tutti gli abitanti; gli dèi apparvero in sogno ad Enea e gli rivelarono che la loro vera patria originaria era l'Italia (da cui proveniva Dardano).

Ancora una volta i Teucri ripresero il mare e approdarono su un isola dell'arcipelago delle Strofadi, dove furono assaliti dalle Arpie, mostri alati con viso di donna dal corpo di uccello: esse cacciarono i Troiani pronunciando anche sinistre maledizioni nei confronti di Enea e dei suoi compagni.

Il figlio di Anchise fece quindi rotta verso nord e giunse in Epiro, dove incontrò Eleno e Andromaca, che – come si è detto – avevano fondato una nuova Troia a Butroto; i compagni di Enea vennero accolti con gioia.

Eleno profetizzò ad Enea che avrebbe dovuto fondare la sua città sulle rive di un fiume della costa più remota d'Italia; egli diede al suo conterraneo dei preziosi consigli su come evitare i pericolosi scogli di Scilla e di Cariddi, raccomandandogli di consultare la Sibilla Cumana, una sacerdotessa di Apollo che viveva in una grotta.

Dopo essersi rimessi in mare, la flotta dei Troiani giunse in Sicilia, dove i compagni di Enea scamparono a stento ad un attacco del ciclope Polifemo ma riuscirono a salvare Achemenide (un compagno di Odisseo, abbandonato per errore dai suoi compagni), che venne accolto dai Teucri come un fratello. Una volta sbarcato nell'isola, Enea dovette soffrire l'ennesimo lutto: anche se serenamente, si spense infatti il vecchio Anchise.

Ripreso il mare, i Troiani erano intenzionati a circumnavigare la Sicilia per giungere nella penisola italica, quando una tempesta fatta scatenare da Hera (la dea che perseverava nel suo odio contro la città di Ilio) li sospinse verso il continente africano; qui Enea e i suoi compagni vennero accolti benevolmente da una comunità di Fenici, intenti a fondare una nuova città: Cartagine.
 
A questo punto l'Autore, pur consapevole dello sforzo del lettore a districarsi tra tanti eventi e personaggi, non può fare a meno di raccontare qualcosa in più sugli abitanti di questa città e sulla loro regina: la famosa Didone.

Primogenita di Belo, re di Tiro, la bella Didone era la felice sposa di Sicheo; destinata a succedere al trono paterno, ella venne tuttavia osteggiata dal crudele fratello Pigmalione; questi le uccise il marito in un complotto e conquistò il potere assoluto sulla città.

Didone, a questo punto, lasciò la patria natia con un gruppo di seguaci e prese il largo, giungendo infine sulle coste dell'attuale Tunisia; qui la bella vedova di Sicheo ottenne da Iarba, il re del luogo, il permesso di fondare una città, prendendo tanto terreno «quanto ne poteva contenere una pelle di bue».

Astutamente, Didone tagliò una pelle di bue in tante striscioline sottili e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il territorio della città di Cartagine.

Tra Enea e la regina della nuova città nacque subito un sentimento profondo, che si trasformò ben presto in amore; il figlio di Anchise, rasserenato da quei momenti di felicità dopo anni di sofferenze (tra guerre e peregrinazioni), meditava di stabilirsi a Cartagine dove Fenici e Troiani avrebbero potuto fondare un nuovo popolo.

Gli dèi avevano tuttavia in serbo per lui un altro destino: il padre dei numi dell'Olimpo inviò così Hermes, il suo messaggero, per ricordargli i suoi doveri; Enea, rassegnato, si apprestò quindi a partire con il suo seguito verso l'Italia.

La regina Didone, quando scoprì che la flotta dei Troiani aveva preso il largo, preparò una pira funebre; invocando gli dèi, ella maledisse Enea e i suoi discendenti, presagendo odio eterno tra la sua stirpe e quella dei Troiani; quindi, si trafisse con la spada, ponendo così fine ad una vita funestata da tanti dolori.

Voltandosi indietro dal ponte della sua nave, Enea vide il fumo della pira e ne comprese il significato: pur con la morte nel cuore, egli aveva deciso comunque di seguire il richiamo del destino.

I Troiani, quindi, sbarcarono nuovamente in Sicilia, dove Enea organizzò dei giochi funebri in memoria del padre Anchise.

Quindi, la flotta fece rotta verso la penisola italica, lasciando in terra sicula quei compagni che, stanchi di tante peregrinazioni, avevano deciso di stabilirsi nell'isola.

Durante la navigazione, il timoniere Palinuro vinto dal sonno precipitò in mare presso il Capo che prenderà il suo nome; avvicinatosi agli scogli delle sirene, Enea prese il controllo dell'imbarcazione e condusse la nave sino alla Città di Cuma.

Il figlio di Anchise, memore dei consigli di Eleno, si recò quindi presso la sacerdotessa di Apollo, la Sibilla Cumana, che gli profetizzò la nascita di una nuova patria nonostante l'inimicizia della dea Hera nei confronti della sua stirpe.

La Sibilla accompagnò quindi Enea nel regno dei morti: dal lago di Averno, essi giunsero sulle rive del fiume Stige, dove incontrarono Palinuro, cui non era stato consentito di fare ingresso nell'aldilà perché non gli erano stati resi gli onori della sepoltura: Enea gli promise che al suo ritorno avrebbe provveduto a celebrare il rito funebre.

Il nocchiere dei morti, Caronte, inizialmente si rifiutò di traghettare sulla sua barca il figlio di Anchise in quanto ancora appartenente al mondo dei vivi; si rassegnò a trasportarli solo quando la Sibilla mostrò un ramo d'oro, il simbolo chiave degli inferi.

Dopo aver superato l'ostacolo di Cerbero, il cane a tre teste custode del regno dei morti, Enea incontrò le anime dei suicidi (tra cui Didone, che al passaggio dell'eroe troiano si rifiutò di rivolgergli la parola) e si trovò quindi di fronte alla diramazione tra il Tartaro, dove vengono punite le anime dei malvagi, e i Campi Elisi, la dimora dei saggi e dei virtuosi dopo la morte.

Enea incontrò quindi l'anima del padre Anchise, che gli mostrò le ombre dei suoi discendenti, i Romani, destinati a dominare il mondo anche con la sapienza delle loro leggi; Enea e la Sibilla risalirono quindi nel mondo dei vivi, passando per la porta dei sogni ingannevoli.

I Troiani, dopo aver seppellito Caieta, la nutrice di Enea, nella terra che prenderà il suo nome (Gaeta), giunsero infine alla foce del fiume Albula.

Eneide. Itinerario

Il figlio di Anchise decise di inviare un araldo presso il re del luogo, Latino, che accolse con favore gli stranieri: suo padre, il dio italico Fauno, gli aveva infatti preannunciato che l'unione di uno straniero con sua figlia Lavinia avrebbe generato una stirpe eroica e gloriosa: per questo motivo il re aveva in precedenza rifiutato di concedere Lavinia in moglie al giovane sovrano dei Rutuli, il bellicoso Turno.

La prospettiva di un matrimonio tra Enea e Lavina non piacque alla dea Hera (che persisteva nel suo feroce odio nei confronti di Troia e dei suoi discendenti), la quale riuscì a fomentare l'odio delle popolazioni locali nei confronti degli stranieri.

Il sovrano dei Rutuli, furioso per essersi visto negare la mano della figlia del re Latino, riuscì a portare dalla sua parte una coalizione che comprendeva tutti gli Italici, con l'eccezione delle città governate da Diomede (l'eroe acheo che, dopo aver raggiunto la sua Argo, aveva fondato un regno nell'Italia Meridionale), che preferirono mantenersi neutrali; Enea riuscì invece ad allearsi con il popolo degli Etruschi e con Evandro, un vecchio sovrano proveniente dalla regione dell'Arcadia che si era stanziato con i suoi sudditi sul colle del Palatino.
 
Lo scontro tra Rutuli e Troiani è argomento dei Libri VII-XII dell'Eneide virgiliana; non è certamente possibile raccontare, in questo libro, tutte le gesta e le battaglie che ebbero luogo durante la guerra: lasciamo al lettore più curioso la gioia di leggere della morte eroica di Eurialo e Niso, due giovani guerrieri Troiani che fecero incursione nel campo nemico; delle imprese di Camilla, la vergine regina dei Volsci, alleata dei Rutuli; del duello tra Turno e Pallante, il giovane figlio di Evandro, conclusosi con la tragica morte di quest'ultimo.

A noi basterà sapere che la guerra, in pieno stile epico, venne risolta con un duello finale tra Enea e Turno, i due contendenti principali; quando i due eroi si trovarono faccia a faccia, gli dèi decisero di non intervenire: Zeus ancora una volta pesò sulla sua bilancia d'oro il destino dei due eroi e le Moire decretarono la sconfitta per il re dei Rutuli.

Anche la dea Hera si rassegnò ad interrompere le sue trame e chiese al consorte un'ultima grazia: che, d'ora in poi, la stirpe dei Troiani non venisse più nominata nelle fonti e i discendenti di Enea fossero conosciuti dalla storia solamente con l'appellativo di Romani.

Zeus acconsentì e, un istante dopo, Enea riuscì a ferire mortalmente Turno: sguainata la spada per sferrare il colpo fatale, egli stava quasi per risparmiare il nemico vinto, quando si avvide che il re dei Rutuli indossava ancora il cinturone strappato a Pallante dopo il duello fatale; nel ricordo dell'amicizia che l'aveva legato al figlio di Evandro, Enea non esitò più e affondò la spada nel petto di Turno, ponendo così fine alla guerra e conquistando definitivamente la mano di Lavinia.

Secondo un'altra tradizione più tarda, Antenore ebbe salva la vita perché tradì i suoi compatrioti; per tale motivo Dante Alighieri chiama «Antenora» il cerchio infernale dove vengono puniti i traditori della patria.

 

.
I discendenti di Enea
 

opo la fine della guerra con i Rutuli (con la quale termina il poema virgiliano, l'Eneide), il figlio di Anchise si adoperò per riunire sotto una stessa autorità i Troiani e le popolazioni aborigene affinché diventassero un unico popolo: i Latini.

Di Enea si racconta che dal matrimonio con Lavinia ebbe un altro figlio maschio, cui venne dato il nome di Ascanio (l'altro figlio, nato dalla madre Creusa, fu il capostipite della gens Iulia, una delle famiglie più importanti dell'antica Roma; ne faceva parte anche il famoso Giulio Cesare), e che in omaggio alla sua sposa fondò la città di Lavinio.

Lo storico Tito Livio (che citeremo spesso nel corso di questo capitolo) nella sua opera Ab Urbe condita ci riferisce anche che il principe dei Troiani perì durante uno scontro tra Latini ed Etruschi, lasciando i figli ancora giovani.

Ascanio, il secondo figlio di Enea, dopo aver passato la giovinezza sotto la tutela della madre Lavinia, una volta giunto alla maggiore età decise di fondare una nuova città sotto il monte Albano, cui venne dato il nome di Alba Longa; si dice anche che tra la fondazione di Lavinio e la costituzione della nuova colonia, secondo la tradizione, trascorsero trent'anni. A quell'epoca venne sancita una pace tra Etruschi e Latini e fu stabilito che il fiume Albula diventasse il confine naturale tra i due popoli.

Alla morte di Ascanio, su Alba Longa regnò suo figlio Silvio; quindi sul trono salirono Enea Silvio, Alba, Ati, Capi, Capeto e Tiberino, che annegò nel fiume Albula dandogli il proprio nome.

Poi la città venne governata da Agrippa, da Romolo Silvio – che perì colpito da un fulmine – e da Aventino, che venne sepolto in quel colle che ancora oggi porta il suo nome; in seguito regnò Proca, che generò due figli maschi: Numitore e Amulio.
 
Secondo le volontà paterne, il trono sarebbe dovuto passare a Numitore; riferisce però Tito Livio, cui lasciamo volentieri la parola, che «la violenza valse più della volontà del padre o della deferenza dovuta all'età. Esiliato il fratello prese il potere Amulio, che aggiunse delitto a delitto: egli eliminò la discendenza maschile di Numitore e fece vestale la di lui figlia Rea Silvia; con la scusa dell'onore, le venne tolta la speranza di generare figli, con il vincolo di una verginità eterna» ①.

La vestale Rea Silvia, tuttavia, diede alla luce due figli; forse perché era più decoroso ritenere un dio autore della colpa, la paternità dei gemelli venne attribuita al dio Ares (Marte).

Il crudele Amulio, a quel punto, ordinò che la sacerdotessa venisse rinchiusa in prigione e che i figli fossero gettati nelle acque del fiume Tevere; egli affidò quindi i bambini a due schiavi, con l'ordine di metterli in una cesta, portarli nella parte più alta del fiume e affidarli alla corrente.

Lupa Capitolina ( trad. V-III sec. a.C.; prob. XIII sec.)
Musei Capitolini, Roma (Italia)

A causa delle recenti piogge, il fiume era straripato ed aveva allagato i campi circostanti, ragion per cui i due schiavi abbandonarono i due neonati in uno degli stagni che si erano formati, confidando che la corrente li trascinasse facendoli annegare.

Il caso volle, tuttavia, che la cesta nella quale i gemelli erano stati adagiati si arenasse in una pozza d'acqua sulla riva, ai piedi di un albero di fico detto Ruminale.

Si racconta, a questo punto, che una lupa assetata, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse e si mise ad allattarli.
Di lì a poco un pastore di nome Faustolo scorse i due fanciulli, ne ebbe pietà e li porto con sé, facendoli allevare dalla moglie Acca Larenzia ②.

I bambini crebbero così nella capanna di Faustolo e di Acca Larenzia e vennero chiamai Romolo e Remo. Sempre a sentire Tito Livio, essi «irrobustitisi nel corpo e nello spirito, non affrontavano solo le fiere, ma tendevano imboscate ai banditi carichi di bottino. Dividevano il bottino delle rapine con i pastori e dividevano con loro cose serie e ludiche, mentre cresceva giorno dopo giorno il numero dei giovani al loro seguito».

Si racconta che i due fratelli, un giorno furono assaliti dai predoni, adirati per la perdita dei bottini più volte perduti. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l'accusa di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore.

Remo venne quindi consegnato a Numitore perché lo punisse; questi, mentre teneva in prigionia il giovane, venne a sapere che aveva un fratello gemello; comparando la loro età ed il carattere per nulla sottomesso, fu toccato nell'anima e capì di trovarsi di fronte al nipote.

Nel frattempo, Faustolo (che aveva intuito da tempo che i gemelli da lui salvati fossero i discendenti del re, esposti alle insidie del fiume per ordine di Amulio), si era deciso a raccontare a Romolo le sue vere origini. Romolo radunò, pertanto, un gruppo consistente di compagni e si diresse da Amulio; raggiunto da Remo, che era stato liberato dal nonno e portava anche lui con sé una schiera di seguaci, i due sobillarono le genti contro il crudele prozio. L'usurpatore venne quindi ucciso e Numitore ritornò re di Alba Longa.

Romolo e Remo furono quindi presi dal desiderio di fondare una città nei luoghi in cui erano stati esposti e poi cresciuti.

Siccome i due erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio selettivo, Romolo e Remo ritennero che toccasse agli dèi del luogo indicare, attraverso gli auspici, chi dovesse dare il nome alla nuova città e regnarvi dopo la fondazione. Così, per interpretare gli auspici divini, Romolo scelse il colle Palatino e Remo l'Aventino.

La tradizione riferisce che, per primo, fu Remo a scorgere sei avvoltoi (segno benaugurale), mentre Romolo ne scorse subito dopo un numero doppio.

A quel punto, la folla si mise ad acclamare come sovrano ciascuno dei due gemelli: alcuni ritenevano più importante la priorità nel tempo del presagio, mentre altri ritenevano più rilevante il numero degli uccelli intravisti; ne nacque una zuffa, al termine della quale prevalsero i seguaci di Romolo.

Secondo una leggenda assai diffusa, mentre Romolo stava tracciando il solco delle future mura della città, Remo ne scavalcò i confini in segno di scherno. Romolo, preso dall'ira, avrebbe ucciso il fratello, gridando: — Così patisca chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura!

Romolo conquistò quindi il comando e diede il suo nome (Roma) alla città appena fondata: era il giorno 21 aprile del 753 a.C.

A questo punto la mitologia passa il testimone alla storia; l'Autore ritiene di aver ultimato l'ambiziosa opera di tradurre in un linguaggio semplice un'epopea che parte dal dominio del cosmo per giungere alla fondazione della città in cui è nato; non me ne voglia chi si è annoiato sfogliando queste pagine che parlano di eventi trapassati e distanti; mi auguro invece che il lettore più attento mi ricordi in futuro tra coloro i quali lo hanno aiutato ad aprire un piccolo spiraglio nella porta della curiosità; ai più pazienti si chiederà ancora un piccolo sforzo per cercare di scoprire cosa si nasconde dietro il mantello delle leggende narrate sinora…

Le Vestali, sacerdotesse della dea Vesta, dovevano vigilare affinché il fuoco nel tempio della dea continuasse ad ardere; per tradizione, esse facevano voto di castità.
Secondo alcune interpretazioni, la figura di Acca Larentia andrebbe identificata con la «lupa», espressione che in latino significa anche «prostituta».

IV
OLTRE LA LEGGENDA



.
La città di Troia e il mondo ellenico
 

a maggior parte delle leggende narrate sinora ruotano attorno alla guerra di Troia, che culminò nel sacco della città da parte degli Achei.

Per secoli, l'autenticità e la storicità del conflitto è stata oggetto di discussione; la maggior parte degli Elleni vissuti in età storica (dal VII sec. a.C. in poi) non dubitava che gli avvenimenti narrati fossero autentici, anche se non mancava chi (Tucidide) ritenesse che l'importanza degli eventi fosse stata ingigantita a scopi poetici.

In epoca moderna, invece, gli studiosi – che avevano a disposizione solamente i poemi di Omero senza l'ausilio di altre prove documentali o archeologiche – per lungo tempo concordarono sul fatto che la guerra di Troia non fosse mai accaduta, essendo unicamente il frutto di una mente ingegnosa: un'eccezionale opera di pura fantasia, ma senza alcun fondamento storico.

In questo contesto si inserisce la figura di un archeologo dilettante, il tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890): abile e spregiudicato commerciante, egli riuscì ad accumulare una fortuna che gli permise, a soli quarant'anni, di dedicarsi alla passione della sua vita: la ricerca storica.

Nel 1870, Schliemann si recò nella Troade e concentrò i suoi studi nella collina di Hisarlık, che – a suo giudizio – corrispondeva al luogo descritto da Omero come il sito della città di Troia. L'intuizione si rivelò giusta; gli scavi da lui diretti portarono alla luce i resti di una città antichissima, i cui insediamenti si erano stratificati nel tempo, uno sopra l'altro; era infatti molto diffusa, in epoca antica, l'abitudine di ricostruire un centro urbano dopo un evento catastrofico (un cataclisma o un conflitto) edificando sopra i resti della vecchia città, che fungeva così da fondamenta per le costruzioni successive.

Schliemann portò alla luce ben nove strati della città che identificò con Troia; essendo a corto di una preparazione scientifica (era pur sempre un dilettante), egli ritenne che la città descritta da Omero coincidesse con lo strato più basso e quindi più antico; per questo motivo, egli fece scavare in maniera poco metodica, danneggiando gli strati intermedi, fino a quando non scoprì quello che venne poi chiamato il «tesoro di Priamo».

Nel 1876, seguendo lo stesso metodo, Schliemann portò alla luce nel Peloponneso nord-orientale altri reperti; a Micene, egli ritrovo una serie di tombe reali dislocate all'interno di un doppio recinto di lastre di pietra, ricche di corredi funerari e opere di oreficeria. Schliemann si convinse di aver scoperto la tomba di Agamennone e di aver rinvenuto (in quello che venne chiamato il «tesoro di Atreo») anche la maschera di Agamennone.

Maschera funebre detta di Agamennone ( 1550-1500 a.C.)
Museo Archeologico Nazionale [Ethnikó Archaiologikó Mouseío], Atene (Grecia)

In realtà, l'entusiasmo tradì la lucidità delle analisi del dilettante studioso, che giunse spesso a conclusioni errate; ricerche successive accertarono che le tombe scoperte a Micene precedevano di alcuni decenni l'epopea degli Atridi, mentre il «tesoro di Priamo» si riferiva ad un re vissuto molti secoli prima della guerra di Troia cantata da Omero.

L'intuizione del geniale archeologo tedesco era, comunque, giusta e gli studi successivi confermarono che la città scoperta nella collina di Hissarlik era la Troia di Omero e che il tesoro rinvenuto nel Peloponneso apparteneva ai re di Micene.

Negli anni successivi, venne appurato che i primi insediamenti nel sito risalivano addirittura all'età neolitica e proseguivano sino all'epoca romana; i reperti del secondo insediamento (quello, per intenderci, del c.d. «tesoro di Priamo») si riferiscono ad una civiltà anatolica che prosperò nel periodo che va dal 2600 a.C. al 2250 a.C.

La città di Troia corrispondente al sesto strato («Troia VI», 1800-1300 a.C.) coincide con il periodo di massimo splendore della città e ci rimanda al mondo descritto da Omero ①; essa era munita di bastioni e la sua zona abitata occupava circa venti chilometri quadrati. La città venne distrutta da un terremoto, attestato dall'archeologia. Questa catastrofe naturale potrebbe essere stata all'origine della leggenda del cavallo di Troia (la statua costituiva forse un'offerta a Poseidon, che era anche il dio dei terremoti); più probabilmente, la Troia VI corrispondeva alla città che, dopo una catastrofe naturale, era stata messa a ferro a fuoco, creando così il mito di Laomedonte, del mostro marino scatenato dal dio del mare e della conquista da parte di Eracle.

La città venne poi caparbiamente ricostruita e tornò all'antico splendore, per poi essere nuovamente saccheggiata da invasori esterni dopo un assedio (evento anche questo confermato dall'archeologia) ②.

Le conclusioni cui sono giunti gli archeologi sono state suffragare anche dall'analisi di antichi testi provenienti dall'Egitto e dal regno degli Ḫittiti, un popolo indoeuropeo che fondò un impero in Asia Minore e raggiunse il suo massimo splendore nel II millennio a.C., per poi sprofondare completamente nell'oblio dopo la sua distruzione.

Negli archivi dell'impero ḫittita si parla di un regno di Aḫḫiyawa (Acaia), che giace oltre il mare (identificabile con l'Egeo) e controlla Milliwanda, nome con cui è riconoscibile Mileto. Viene inoltre menzionata la cosiddetta confederazione di Assuwa, formata da 22 città, di cui fa parte anche Wilusa, la Ilio (o Troia) omerica ③; l'identificazione di Wilusa con Troia fu a lungo controversa ma guadagnò credibilità quando venne scoperto un trattato risalente al 1280 a.C., nel quale il re della città è chiamato Alaksandu (Alessandro è uno dei nomi con il quale Omero chiama Paride).

È probabile dunque che la guerra contro Troia sarebbe stato un conflitto sorto fra il re di Aḫḫiyawa e la confederazione di Assuwa per il controllo di una rotta commerciale strategica (questa interpretazione è stata sostenuta anche perché l'intera guerra include lo sbarco in Misia e le campagne di Achille e di Aiace Telamonio in Tracia ed in Frigia, regioni che facevano parte della confederazione di Assuwa).

La maggioranza degli studiosi oggi concorda sul fatto che la guerra di Troia sia un fatto realmente accaduto; dubitano però sul fatto che gli scritti di Omero narrino fedelmente la vicenda.

Il fatto poi che la maggior parte degli eroi achei, tornati dalla guerra, abbiano affrontato enormi difficoltà prima di tornare in patria (alcuni fondarono colonie al di fuori della penisola ellenica) viene interpretato come un eco dei tumulti sorti alla fine di quell'epoca.

Nella seconda metà del XIII sec. a.C., infatti, tutta l'Europa fu interessata da grandi movimenti migratori, dovuti forse alla pressione di nomadi provenienti dal nord (è un dato accertato, infatti, che a quell'epoca dei bruschi cambiamenti climatici spinsero intere popolazioni a spostarsi).

In questo periodo, a causa sia della spinta delle genti del nord che dei periodi di carestia che si verificarono, nonché a seguito della inondazione che devastò la Sardegna costringendo una parte della popolazione autoctona (gli Šardana) a migrare, il Mediterraneo fu sconvolto dalle invasioni di una coalizione di predoni guerrieri noti come «Popoli del Mare».

I Popoli del Mare ④ invasero la penisola ellenica, già indebolita da guerre intestine, e cancellarono la civiltà degli Achei (risparmiando solo Atene); quindi, proseguirono verso l'Asia Minore, saccheggiando forse per l'ennesima volta la città di Troia.

Il faraone Ramses III sconfigge i Popoli del Mare ( XII sec. a.C.)
Iscrizione di Madinat Hābū (particolare)

In Asia Minore ai Popoli del Mare si aggiunsero anche una massa di profughi che avevano abbandonato le loro terre a causa delle precedenti invasioni e che le fonti chiamarono Danuna (Danai), Akawasa (Achei) e Tjeker (Teucri).

Essi devastarono l'Anatolia, distruggendo l'impero ḫittita, la Siria e Cipro e vennero fermati solamente dal faraone d'Egitto Ramses III.

Dopo l'invasione del 1220, alcuni degli invasori tornano in patria carichi di bottino, mentre altri si stabilirono nelle terre conquistate: i Peleset (i Filistei della Bibbia, per intenderci) si insediarono nel territorio che dal loro nome verrà chiamata Palestina; altre popolazioni di invasori si fusero con i Cananei dando origine alla civiltà dei Fenici; secondo la tradizione, i Tereš (o Turša) e gli Šardana si fermarono in Lidia (dove fondarono la città di Sardi); in seguito, i Tereš (Tirreni) sbarcarono in Italia, dando origine alla civiltà degli Etruschi ⑤.

E gli Elleni? A seguito dell'ultima invasione di popoli provenienti da nord (i Dori, di origine indoeuropea), le monarchie crollarono e i centri urbani vennero abbandonati.

Il potere si concentrò nelle mani delle aristocrazie rurali dei nuovi dominatori, spesso in lotta tra di loro; di quest'epoca buia (nota anche come «Medioevo ellenico») non abbiamo a disposizione alcuna testimonianza, fatta eccezione per i reperti archeologici, poiché in quel periodo anche l'utilizzo della scrittura andò perduto.

La cultura e la civiltà greca tornarono poi alla ribalta dopo oltre quattrocento anni di barbarie con la rinascita delle arti figurative e l'invenzione della letteratura.

Nel VII-VI sec. a.C. fioriscono le póleis ⑥ greche e si diffonde il poema epico, ispirato al passato eroico degli Elleni: di questa produzione artistica, a noi contemporanei sono giunti solamente l'Iliade e l'Odissea, attribuiti al poeta Omero.

I fondatori della città erano, secondo Omero, i Dardani, popolo giunto dai Balcani (di origine quindi indoeuropea). Ad essi, probabilmente, si unì un gruppo di cretesi fuggiti dalla loro isola; a conferma di ciò, si osserva che nei pressi di Troia si trovava un monte chiamato Ida (nell'isola di Creta sorge una montagna, sacra a Zeus, con lo stesso nome).
Le evidenze archeologiche hanno permesso di ricostruire la storia della città, che qui riportiamo in modo sintetico:
  • Troia I (3000-2600 a.C.): villaggio neolitico, con ritrovamenti di utensili in pietra e di abitazioni dalla struttura elementare.
  • Troia II (2600-2250 a.C.): città con mura caratterizzate da porte enormi, presenza del mégaron (il salone principale del palazzo reale) e case in mattoni crudi che recano segni di distruzione da incendio.
  • Troia III-IV-V (2000-1800 a.C.): tre villaggi distrutti ognuno dopo poco tempo dalla fondazione.
  • Troia VI (1800-1300 a.C.): grande città a pianta ellittica, fortificata da alte e spesse mura, costituite da enormi blocchi di pietra squadrati e levigati, con torri e porte. La distruzione della città avvenne intorno alla metà del XIII secolo a.C., forse a causa di un terremoto.
  • Troia VIIa (1300-1170 a.C. ): la città fu immediatamente ricostruita. I segni di distruzione da incendio hanno indotto gli studiosi ad identificare questo strato come quello corrispondente alla Troia omerica.
  • Troia VIIb-VIIb-VIIb (XII-X secolo a.C.).
  • Troia VIII (VIII secolo a.C.): colonia greca priva di fortificazioni.
  • Troia IX (dall'età romana al IV secolo): costruzioni romane edificate sulla sommità spianata della collina.
Di questa confederazione sappiamo che, pur essendo uno Stato vassallo degli Ḫittiti, disertò dopo la battaglia di Qadeš combattuta tra gli Egiziani e gli stessi Ḫittiti (1274 a.C.).
La coalizione dei Popoli del Mare comprendeva, oltre agli Šardana, i Lukka (Lici), i Peleset (Filistei), i Libu (Libici), gli Šekeleš (Sicani) e i Tereš o Turša, antenati dei Tirreni o Etruschi; la radice del nome deriva forse da tyrsenoí («costruttori di torri»): sarebbero quindi discendenti del popolo che ha costruito i Nuraghi di Sardegna.
Queste interpretazioni sono tratte principalmente dalle tesi dello studioso Leonardo Melis.
Pólis (plurale póleis) è il nome dato alla città-stato nell'antica Grecia.

 

.
I poemi di Omero
 

a Grecia classica ha trasmesso alle epoche successive i testi dell'Iliade e dell'Odissea che vengono considerati non solo un patrimonio della cultura e della identità ellenica, ma anche un capolavoro assoluto della letteratura universale.

Salvo rare eccezioni, gli eruditi antichi non dubitavano che l'autore dei due poemi fosse Omero, ma sulla vita e l'epoca dell'autore fornivano informazioni lacunose e spesso contrastanti.

Ad aprire quella che fu poi nota nel mondo accademico come la «questione omerica» furono studiosi come François Hédelin, abate d'Aubignac, Giambattista Vico e soprattutto il filologo tedesco Friedrich August Wolf, i quali misero in discussione l'esistenza di un poema di nome Omero e attribuirono l'opera a più generazioni di cantori popolari, che avrebbero creato più episodi slegati tra di loro, in seguito confluiti in un unico testo.

Ne nacque una lunga diatriba tra studiosi, divisi in due correnti di pensiero: gli «unitari» (coloro i quali attribuiscono ad un unico poeta la paternità di almeno una delle due opere, se non di entrambe) e gli «analitici» (coloro che disconoscono Omero come autore dei due poemi).

La questione omerica ebbe una svolta grazie agli studi di Milman Parry, il quale partì dall'analisi del testo linguistico dell'Iliade e dell'Odissea per evidenziare la esistenza di formule, appellativi e frasi fatte nei due poemi, che vengono ripetuti in presenza di situazioni identiche ①.

Tale modalità di narrazione, che appare inconcepibile per l'artista moderno, costituiva invece la normalità in un contesto culturale in cui l'uso della parola scritta per comunicare costituiva l'eccezione e non la regola; forse, solo comprendendo la cultura dell'oralità si può capire la genesi dei poemi omerici.

In epoca micenea, verosimilmente, il poema in versi era l'unico strumento per ricordare e celebrare le grandi imprese del presente e del passato (la scrittura era, al tempo, utilizzata principalmente utilizzata per la stesura di documenti burocratici e non per fini letterari).

Gli antichi cantori (gli aedi) facevano probabilmente parte della stessa classe dominante che intendeva autocelebrarsi, come avvenne secoli dopo anche in epoca medievale; illuminante, al riguardo, appare un frammento del poema epico anglosassone Bēowulf, redatto nell'VIII sec. (è opinione diffusa tra gli studiosi che la genesi dei poemi medievali sia molto simile a quella dell'epos dell'antica Grecia):

A volte un vassallo del re, un uomo carico
di frasi superbe, di canzoni a memoria,
che rievocava a stormi lontane leggende
di ogni tipo possibile, inventava parole
nuove, legate a norma. Poi l'uomo prese a dire
dell'avventura di
Bēowulf con perizia e a comporre
rapidamente un racconto sapiente,
a variare le frasi...
                                          
Bēowulf [-]

In seguito, la classe dei cantori cominciò a diventare una vera e propria casta separata dai guerrieri (composta, inizialmente, da quanti erano inabili alla guerra: Omero e i poeti descritti nell'Odissea sono ciechi o menomati), destinata a specializzarsi sempre di più.

Quando la civiltà micenea fu costretta a soccombere, gran parte dei depositari della cultura greca dovette riparare nelle colonie dell'Asia Minore; i nuovi cantori (i rapsodi) vissero in un'epoca in cui l'uso della scrittura era stato ormai dimenticato ed in cui la comunicazione orale era l'unico veicolo per la trasmissione dell'arte e della cultura (intesa, in questo caso, soprattutto, come ricordo delle ormai trascorse glorie del passato).

I rapsodi elaborarono quindi forme sempre più complesse e raffinate di composizione; intere generazioni di cantori trasmettevano da maestro e discepolo migliaia di versi da imparare a memoria; essi comprendevano una discreta mole di epiteti uniformi, che agevolavano sia l'apprendimento del rapsodo, ma anche l'ascoltatore, il quale in presenza di certi modelli riconosceva una determinata situazione o un certo personaggio.

Poiché la recitazione del verso era affidata interamente all'oralità ②, il singolo cantore faceva affidamento sia su un patrimonio di frasi imparate a memoria, sia su una capacità di improvvisazione, che contribuiva di volta in volta ad arricchire e modificare le epopee narrate ③.

Quando il mondo ellenico risorse a nuova vita con la riscoperta della scrittura, il patrimonio della poesia epica aveva raggiunto una notevole complessità ed era ormai diventato patrimonio comune della penisola greca, grazie anche all'opera dei rapsodi, che avevano ormai lasciato le corti per frequentare anche le feste religiose e popolari.

L'origine micenea dei poemi si era stratificata con secoli e secoli di elaborazione successiva. Nella totale ignoranza del senso della prospettiva storica, ogni poeta aveva aggiunto al nucleo originario il proprio contributo, così che ogni epopea conteneva versi ed episodi frutto della fantasia di epoche diverse ④, rendendo impossibile per lo storico e l'erudito comprendere a quale periodo appartenga ciascun apporto, così come risulta arduo stabilire la mano di un pittore in un affresco medievale, rimaneggiato e modificato più volte ⑤.

Un lungo lasso di tempo (dal fiorire della civiltà micenea sino almeno all'VIII sec. a.C.) separò dunque gli eventi descritti nella guerra di Troia dalla stesura dei due poemi. È assai probabile che la poesia epica abbia riunificato in un unico épos letterario tutte le guerre avvenute nel corso del II millennio a.C. tra Greci e Troiani (l'archeologia ne ha documentate almeno tre, come abbiamo visto).

Nello stesso periodo in cui i Greci adottarono la scrittura alfabetica, un poeta (o un gruppo di poeti) si preoccupò di selezionare, ordinare, rielaborare e infine fissare su papiro in forma coerente ed unitaria la gran massa di storie circolanti sulla guerra avvenuta cinque secoli prima e sulle disavventure occorse ai protagonisti principali dopo la caduta della città.

Un'ulteriore stesura in forma scritta avvenne per ordine del tiranno Pisistrato di Atene (VI sec. a. C.); i redattori incaricati tuttavia non si astennero dall'effettuare ulteriori rielaborazioni ed aggiunte, come nel caso ad esempio di un capitolo dell'Iliade (libro X), dove si parla della spia troiana Dolone scoperta e uccisa da Odisseo e Diomede.

Ma le manomissioni del testo non cessarono nemmeno dopo tale data e nel corso dei secoli successivi diversi critici e letterati rimaneggiarono più volte i due poemi. Si ritiene che solo negli ultimi due secoli prima dell'era cristiana venne fissata la versione che possiamo leggere ancora oggi.

E nonostante secoli di riedizioni, correzioni e rielaborazioni varie, tanto l'Iliade quanto l'Odissea risultano ancora pieni di incoerenze, contraddizioni ed anacronismi geografici e temporali ⑥.

Alla luce di quanto sopra illustrato, è evidente che la questione relativa all'esistenza di un poeta di nome Omero diventa secondaria.

L'apporto creativo di uno o più artisti principali alla stesura definitiva dei poemi è indubbia (anche se i critici non escludono interpolazioni successive); certo è che Omero o chi per lui non arrivò a comporre l'Iliade o l'Odissea avvalendosi unicamente della propria creatività individuale, ma attinse ad un patrimonio preesistente, frutto della tradizione orale degli aedi e dei rapsodi, che si era stratificata da secoli.

Solamente in quest'ottica è possibile considerare l'epopea come «poesia ereditaria», che sta nel mezzo fra la libera poesia d'arte e la poesia popolare ligia alla tradizione.

Ed è proprio questa tipologia di poesia e di creatività, inconcepibile per una idea di arte ispirata ai canoni moderni, che ha prodotto alcuni tra i capolavori indiscussi dell'arte universale, capaci di far sognare ancora oggi intere generazioni di lettori e appassionati.

Tipico della poesia omerica è, ad esempio, il ripetersi della formula Êmos d' ērigéneia phánē rhododáktylos Ēṓs («Quando apparve l'Aurora dalle dita rosee»), che accompagna il sorgere del sole.
Gli aedi e i rapsodi erano soliti accompagnarsi con uno strumento musicale e dare al verso una cadenza ritmica che ne agevolava l'apprendimento e la recitazione.
«I cantori usavano questi espedienti formulari per comporre a mente, senza il supporto della scrittura, lunghi poemi che quando poi erano recitati in pubblico venivano ogni volta ricreati con una combinazione di memoria, di improvvisazione e di impiego accorto di frasi fatte prefabbricate» (Griffin 1982). Si tratta di un fenomeno molto più spontaneo di quanto possa apparire a prima lettura: anche ai giorni nostri può capitare che, dopo aver letto una fiaba per i nostri figli o nipoti, ci venga chiesto di raccontarla nuovamente senza il testo davanti; in tal caso, il narratore si sente libero di integrare la storia con particolari che contribuiscano a rendere più interessante la storia, pur rimanendo fedele alla struttura fondamentale del racconto. La genesi del poema epico deriva proprio da un fenomeno analogo a quello descritto, elaborato nel corso di secoli e secoli.
Non è inutile osservare come la guerra di Troia venga descritta principalmente come una battaglia in campo aperto, come doveva normalmente avvenire tra clan confinanti nel Medioevo ellenico, mentre per la presa di una città ci si aspetterebbe soprattutto una guerra d'assedio.
Per citare le parole di un illustre studioso: «L'età micenea e stata individuata nelle sue caratteristiche solo nella nostra epoca; il poeta credeva dunque di cantare il passato eroico del suo stesso mondo, del mondo greco: un passato che egli conosceva attraverso la trasmissione orale dei cantori che l'avevano preceduto. La materia grezza dei poemi era perciò quella massa di formule e di episodi che, passando attraverso generazioni di cantori, avevano subito una serie di mutamenti, in parte per iniziative dei poeti […] in parte per indifferenza nei riguardi dell'esattezza storica. A queste si aggiungevano gli errori inevitabili di un'epoca priva di scrittura come quella che segui la fine della civiltà micenea. [...]. Non si può dubitare che nell'Iliade e nell'Odissea vi sia un nucleo «miceneo», ma si tratta di un piccolo nucleo, che per giunta e stato deformato sino ad essere quasi irriconoscibile» (Finley 1978).
A titolo meramente esemplificativo: nell'Iliade il guerriero Plymene viene ucciso nel Libro V, salvo poi piangere il figlio morto nel Libro XIII; il muro degli Achei viene ora descritto, ora ignorato da Omero; nel corso di un notte, Odisseo cena per ben tre volte (Libri IX-X); durante una ambasceria ad Achille, la delegazione appare composta ora di due, ora di tre persone.
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  • CERRI Giovanni [cura]: OMERO, Iliade. Rizzoli, Milano 1996.
  • FINLEY Moses Israel, The World of Odysseus. 1954. → I., Il mondo di Odisseo. Laterza, Bari, 1978.
  • FRAU Sergio, Le Colonne d’Ercole. Nur Neon, Roma 2002.
  • GRIFFIN Jasper, Homer. Oxford University Press, Oxford 1980. → I., Omero. Dall'Oglio, Varese 1982.
  • GRIMM Jacob ~ GRIMM Wilhelm, Kinder- und Hausmärchen. 1857. → I., Fiabe del focolare. Einaudi, Milano 1951
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  • MONTI Vicenzo [traduzione]: Omero, Iliade. 1825.
  • MORPURGO Giuseppe, Le favole antiche. Petrini, Torino 1953.
  • SCHWAB Gustav, Sagen des Klassischen Altertums. 1882.
  • STRAUSS Barry, The Trojan War. A New History. Simon & Schuster, New York 2006. I., La guerra di Troia. Laterza, Bari 2007.
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Creazione pagina:25.10.2012
Ultima modifica: 17.02.2014
 
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